Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

LETTERATURA: Pardini Vincenzo: “La terza scimmia”

28 Aprile 2021

di Bartolomeo Di Monaco
(Per acquistare il libro, qui)

Sono 14 racconti. Nell’anno della sua uscita, il 2001, vinse il “Premio Pasolini”.

In esergo, l’autore scrive questa nota significativa: “Niente di quello che ho scritto è vero, ma lo è divenuto dal momento che l’ho scritto.”, che è l’implicito riconoscimento dell’arte quale creatrice di corpi e di anime.

Una scena di sesso, di quello tipico di Pardini, senza inibizioni, sfuriato e voglioso del corpo altrui, caratterizza il primo racconto, “La cagna”, che può essere Sofia, una anziana femmina di rottweiller che il protagonista, di nome Lucio, porta a passeggio, oppure, e molto più efficacemente, la donna tedesca con cui fa l’amore, e, meglio ancora, la stessa sessualità sfrenata che coinvolge anche il giovane compagno della ragazza.

È una scena di sesso, ignota al mondo animale, e frutto di una ossessione predatrice, tipica dell’uomo.

Una bella descrizione di Dio e della Creazione si ha nel secondo racconto: “Il melo”: “Una certezza che porto dentro come quella dell’esistenza di Dio, che non riesco tuttavia a comporre in parole. Un privilegio dei santi. Posso comunque dire che il melo aveva vicino i sassi di un parapetto che sorregge un altro orto. E nessuno, meglio dei sassi, sa chi sia Dio, che forse hanno perfino veduto all’alba della creazione, allorché il mondo era un magma di acqua e di fuoco; il cielo, uno scoppio di meteoriti e di fulmini. Incessanti le piogge, le nebbie e i vapori dei vulcani. Dio inventava l’universo.”.

Nulla di ciò che è stato creato è cosa inerte e morta, nemmeno i sassi. La nascita dà l’avvio, che vale per tutto il creato, a una dimensione imperscrutabile che molto probabilmente confluisce, per tutti, nell’eternità.

Il melo è caduto, dopo tanti anni. Da ragazzo il protagonista andava spesso a trovarlo, seduto all’ombra dei suoi rami, leggeva. Intorno all’albero si muoveva la natura: “Entrambi, credo, senza pensieri; avevamo solo la percezione della vita che va, inseguita dalla morte. A spezzarlo in due mi hanno detto che è stata la tramontana di primavera dopo giorni di tempesta. I rami, una volta scivolato dal muro, gli si sono impigliati nell’edera che avvolge i sassi. Lì, è rimasto in bilico. Quasi avesse voluto scendere e venirmi a cercare.”.

Quando lo lessi la prima volta (finii la lettura alle ore 11,46 del 1 maggio 2001. Oggi che lo rileggo è il 2 febbraio 2021, e sono le ore 17,02, finirò alle ore 19,17 del 4 febbraio), il racconto “La coperta” lo sottolineai, segno che mi colpì.

“È una coperta antica, forse del 1700. L’ho avuta in eredità da parte di madre. Di cotone rosso, è senz’altro uscita da qualche telaio che, insieme alle filande, lavorava nel paese. Donne dagli abiti lunghi e svasati, rimanevano a giornate intorno agli attrezzi: i telai emettevano di quando in quando uno schiocco di legno nel legno; le filande un lieve, costante scarrucolio. Polvere sottile evaporava contro i vetri soffiati delle finestre. La coperta prese corpo in quell’atmosfera di rumori e di voci che non erano mai impropri e assordanti. Tutto, voglio dire, si svolgeva a dimensione d’uomo. Strumenti meccanici e tecnologici erano ancora lontani.”.

Piegata in due serviva, in inverno, da imbottito sul letto del protagonista, il quale, dunque, ne ha respirato la malia: “I sonni d’infanzia e adolescenza li ho avuti insieme a lei. Ha sempre profumato di lavanda e di memorie.”; “Avverto che ella potrebbe addirittura narrarmi misteri e segreti mai venuti alla luce del sole.”.

È il contatto che sempre si percepisce in Pardini tra le due realtà che circondano la vita dell’uomo, una visibile e l’altra invisibile, così ben descritta nei suggestivi romanzi di Carlo Sgorlon.

La morte ne è il velo, colei ossia che ne aprirà il misterioso varco.

Durante le processioni la coperta è esposta sui balconi, e sparge il suo profumo di lavanda e di canfora.

La riponevano a sera, poiché stare all’aria le faceva bene.

Il passato risorge, quello che Pardini predilige, mentre il presente l’annoia e odia il futuro.

Il racconto è un inno al passato: “Non c’era luce elettrica; sere e nottate andavano avanti o a lume di candela oppure con le lucerne a canfino. Ma la luce maggiore, nelle sere d’inverno, proveniva dal focolare. Le camere erano gelide. Sotto le lenzuola si metteva il prete: un telaio di legno mediante il quale si poteva tenere lo scaldino pieno di braci per dare tepore al letto. Dal caldo che a poco a poco entrava nei panni evaporavano gli umori dei corpi umani, le loro parti intime e nude.”.

Ogni descrizione che troveremo qui e in tutta l’opera di Pardini, non è mai neutra, ma si trascina con sé il sentimento. Con esso interpreta e misura il mondo.

Vi passa anche la guerra: “I nazisti occupavano i paesi, le lunghe pistole spesso in pugno. Avevano incarnati rosei, gli occhi blu e acquosi, le uniformi impeccabili; impeccabili da sembrare gelide, come le voci e gli sguardi di chi le indossava. Rastrellavano e fucilavano gli uomini, che credevano fossero traditori, partigiani o ebrei allo sbando. I quali si nascondevano oltre alla macchia, anche nei luoghi impensati e inaccessibili nei paesi: fogne vuote, capanne, buche e caverne. Nelle abitazioni restavano le donne e i bambini.”.

Troveremo scritto: “La morte ha sempre abitato nella nostra casa, e la coperta ne sa qualcosa.”.

È una casa dove si muovono parvenze, ombre, fantasmi. Ricorda i misteriosi episodi che vi sono accaduti, ad altri della famiglia e a lui stesso: “Nei momenti di silenzio, quando magari ero intento a leggere, m’è accaduto di udire il fruscio di una veste. Dopodiché mi sembrava d’avere alle spalle il peso di una presenza.”.

È un racconto di una completezza assoluta, tra realtà, rievocazione e malia.

Come in un quadro dei macchiaioli, “Il fieno”, il quarto racconto, ci parla della mietitura. La scrittura ne ha il ritmo, si avverte il sole che picchia sui lavoranti, giovani, donne e vecchi. Ogni tanto falci e frullane vengono affilati: “Nel periodo del fieno ci s’alzava prima dell’alba. Si cominciava a segare l’erba umida di guazza. Falci e frullane, al mattino sembravano tinnire in maniera diversa: come se il loro metallo fosse stato più duro e tagliente. Scomparivano le stelle. Si spegnevano una a una come le candele di un altare. Diminuiva il coro dei grilli. Urlavano i galli. Il giorno pareva avere un respiro diverso; il sole dardeggiava tra i monti, e nella sua luce pareva esservi la polvere del viaggio che aveva affrontato mentre noi dormivamo. in breve, da rosso e invisibile, sfolgorava alla conquista del cielo.”; “Periodi, quelli, in cui tutto sapeva di fieno. Il suo effluvio entrava ovunque. Ci addormentavamo e ci risvegliavamo avvolti nel suo profumo. Mutevole a seconda delle ore. Fresco al mattino, caldo nel meriggio, tiepido a sera e notte. Arrivava fino nelle città. Molte delle quali avevano all’interno vere e proprie fattorie; l’effluvio delle loro fienagioni giungeva nelle chiese e si mescolava a quello dell’incenso.”.

Vi leggeremo brani intensi che riguardano un lupo finito in una trappola e preso a bastonate dai cacciatori: “Occhi marroni fissi su di loro, il lupo li scrutava e li annusava senza tradire ostilità. Forse credeva che gli uomini fossero venuti a liberarlo. Sennonché, in men che non si dica, gli furono addosso colpendolo. Soltanto allora cominciò a ribellarsi: sebbene le posteriori strette nei ferri, restituiva colpo su colpo coi denti: ora roteando il collo nel tentativo di schivare le percosse, ora cercando d’addentare gli uomini o i bastoni: su quest’ultimi aveva già lasciato i segni dei suoi incisivi. Non guaiva né ringhiava. Combatteva in silenzio, il fiato grosso. Implacabili gli uomini, a loro volta il respiro appesantito di fatica e rabbia, continuavano a sferrare randellate. Al lupo sanguinavano fauci, bocca e occhi. L’odore aspro del suo sangue impregnava l’aria. Sangue e bava cominciarono, poi, a colargli dalle labbra. Non schivava più i colpi, quasi fermo, il tronco immobilizzato subiva le percosse: che sode e costanti gli piombavano sulla testa, il collo, la schiena con un rumore di carne contro ossa. Cadde al suolo. Un rantolo gli usciva dalle fauci come i polmoni stessero per scoppiargli.”.

La scena crudele pare di vederla, tanto è forte e nitida.

Compare una ragazza e scopriamo così che è la più bella che il protagonista abbia mai veduto, anche tra le attrici. È la figlia di un amico del padre. Ecco che cosa ne dice: “Infine arrivò con vassoio, birra e bicchieri. Qualcosa di me sentivo che non sarebbe più stata come prima. Avevo dieci anni e lei diciassette. Era una donna, io un bambino. Ancora oggi sono tuttavia convinto che sia stata una delle ragazze più belle che abbia mai veduto. Tale è rimasta dentro di me; addirittura insuperabile a tutte le dive del cinema che abbia veduto sullo schermo o di persona. Era, la sua, una bellezza assoluta e inspiegabile che m’aveva investito alla stregua di un vento di tramontana quando insorge e soffia sui colori dell’aurora.”.

È, così descritta, l’apparizione di un’altra Venere, dopo quella del Botticelli. Si chiama Beatrice, come la musa di Dante.

Da notare che i periodi brevi e asciutti della scrittura di Pardini, sia nelle altre opere che in questa, sono gonfi e densi di contenuti, mai aridi e infecondi. Sono frasi che racchiudono un mondo interiore, che riesce a condensarsi nella minimalità della struttura narrativa. Operazione non facile, che richiede vocazione naturale e continuità d’esercizio. Il lettore, dopo la visione della bella Beatrice, troverà un brano magistrale dedicato al canto di un uccello.

Torna il pensiero della morte ed anche di una vita ultraterrena. Questi sentimenti sono un apice della poetica di Pardini: “Adesso che di anni ne sono passati da quei Rosari, e in maniera ineluttabile avverto la presenza della morte, alla quale sento tuttavia che in qualche modo o forma sopravviverò, così come sento che questa non è la prima volta in cui sono stato nella carne, adesso che di anni ne sono passati – dicevo – mi chiedo se sia stato più buono o più cattivo.”.

Il racconto è anche una preghiera: “Se Dio vorrà troverò la salvezza. Con fede, gli chiedo allora di farmi innamorare di Lui. Disperato, a occhi chiusi bacio l’aria, che credo essere il suo volto.”.

Siamo al quinto racconto, “La terza scimmia”, che dà il titolo alla raccolta.

Lo scimmiotto, come lo chiama l’autore, appartiene a un vetturino. Quando è al lavoro, lo accompagna a cassetta e quando c’è da aiutarlo a pulire e lustrare carrozza e cavallo lo aiuta, col suo modo dondolante di camminare. Porta il secchio d’acqua, striglia il cavallo e così via.

Mi viene in mente un personaggio lucchese, vissuto anni fa, Quartuccio, il quale a cassetta aveva sempre il suo cane. Cavallo, cane e Quartuccio erano una persona sola.

Allo scimmiotto muore il padrone e comincia il suo peregrinare. Viene dato a un commesso viaggiatore. I figli si affezionano a lui, ma ne combina tante mai che devono rinchiuderlo in una voliera, rimasta senza uccelli. Cerca una via d’uscita, ma impossibile trovarla: “Sedette allora in un angolo, il mento sul petto, le mani incrociate sulla testa. Il giorno di poi gli fu portata una ciotola d’acqua, carote e banane; gliele portò il commesso viaggiatore: moglie e figli andavano a guardarlo come si trattasse di una bestia rara.”.

Molti vicini vanno a trovarlo, incuriositi. Gli fanno anche dei dispetti, gettandogli cicche di sigarette accese.

Aggredirà il padrone, una volta che era entrato a pulire la voliera. Questi gli sparerà.

È, questa che abbiamo raccontato, la storia triste della prima scimmia.

Veniamo alla seconda.

“Anziché acquistare il frigorifero, Marta e Samuele comprarono una scimmia. Fidanzati, Samuele aveva chiesto a Marta se avesse potuto assecondarlo in un desiderio: tenere uno scimpanzé. Marta era di carattere accondiscendente, pur di far felice il marito, glielo permise.”; “La scimmia dormiva e puppava. Desta, giocava con una pallina di gomma, inseguiva i raggi del sole che entravano dalle finestre, vi posava sopra le mani come fossero oggetti.”.

Anche Grillanna (questo il nome dello scimpanzé femmina) ne combina di tutti i colori, fino a spazientire Marta che propone al marito di trasferirla in giardino. Altrimenti se ne sarebbe andata via di casa, lasciandolo solo con la scimmia.

Trasferita in giardino, provoca danni alla casa e a quella dei vicini, salendo sui tetti e gettando a terra le tegole. Marta rimprovera al marito di tenere più a Grillanna che a lei, e lascia la casa.

Grillanna riesce ad uscire e andare per le strade a combinare altri guai. Due vigili vanno a trovare Samuele, comunicandogli quanto la scimmia avesse scorrazzato e fatto danni, che lui avrebbe dovuto risarcire. Ma Samuele: “Temeva l’avessero uccisa. In tal caso gli pareva che la sua vita non avesse più scopo. Ma, quando si domandava perché la scimmia fosse per lui tanto importante, non riusciva a darsi risposta, così come non riusciva a darsela riguardo alla sua indifferenza verso Marta.”.

Come si vede, la seconda scimmia, nei confronti del legame con l’uomo, ha fatto passi avanti. Samuele è condizionato dalla sua esistenza, non può farne a meno, al contrario della moglie, verso la quale ha perduto ogni interesse.

Verrà catturata e rinchiusa in uno zoo, e Samuele non manca di andarla a trovare. La scimmia si lamenta, gli fa capire di sentirsi prigioniera. Farà una brutta fine, aggredita da un maschio, Zillo: “Sennonché nel volgere di pochi attimi tra i due animali divampò una ferocissima lotta. Grillanna aveva addentato una mano di Zillo. Questi a sua volta, scatenatosi, le s’avventò alla gola squarciandogliela con poche, terribili boccate. Si ritrasse solo dopo che le ebbe succhiato il sangue.”.

Una fine simile farà Samuele, il quale, saputo della morte di Grillanna, non avrà più pace e morirà in un incidente stradale.

La terza scimmia è Biagio, un uomo con tale epiteto denominato, poiché le somiglia: “Di statura sopra la media, aveva il volto simile a quello di un gorilla; le mani scure e pelose; le braccia identiche a quelle degli oranghi.”.

Siamo al terzo passaggio, e questa volta l’uomo e la scimmia si sono amalgamati: “Biagio finiva talvolta all’ospedale: dal coccige gli fuoriusciva un’escrescenza dapprima simile a una falange di dito poi sempre più lunga: la coda. Il chirurgo gliela asportava; la coda avrebbe tuttavia ripreso a crescere col ritorno della luna piena.”.

Figlio di contadini benestanti, Biagio Procioni (questo il suo nome completo) accudisce “un branco di giovenche, tra le quali non mancavano alcuni buoi di mantello bianco e lunghe corna.”.

Nella zona accadono delitti, soprattutto di prostitute, ferocemente dilaniate. Si pensa a lui, ma ogni volta ha un alibi sicuro: “Verso l’alba il capo della Mobile, veterano nella cattura di pericolosi latitanti, irruppe alla testa dei suoi uomini in casa di Biagio. Lo trovarono in cucina a fare colazione a base di mele, carote, banane. Ma, per via della coda, non era seduto a tavola: mangiava in piedi, la ciotola sopra il frigorifero.”.

Anche quella notte in cui era avvenuto un altro omicidio, Biagio ha un alibi; era stato ammalato e visitato dal medico.

Infine muore, ma i delitti continuano. Un giorno le giovenche presero a muggire: “Il loro padrone era morto sul pagliericcio dove giaceva da giorni. Aveva quarant’anni. Età in cui molte razze di scimmie vengono meno, mormorava con sollievo la gente.”.

Dunque, siamo stati messi di fronte a un pregiudizio.

Raccontai anch’io un pregiudizio di questo tipo in un racconto intitolato “Il commissario”, che si trova nella raccolta “Storie del piccolo Oro”.

Eccoci a “Il santuario”. È un racconto breve, tutto intessuto nel sogno, nel quale la religiosità di Pardini prorompe. C’è in Pardini, e ne lascia traccia un po’ dovunque, il segno di una sua confidenza con Dio. Un tentativo di dare concretezza alla Fede. Se ne avverte, in ogni caso, la drammaticità del confronto, sia pure desiderato, molto desiderato dalla sua anima. Nel sogno, entra in un santuario: “Fu allora che tra le colonne della navata e il muro dirimpetto, la mia inquietudine sembrò placarsi. Ero di fronte a un’alta, austera figura vestita di viola, il mantello trapuntato di rubini. Teneva in braccio un bambino e pareva volermi parlare. Ma io non riuscivo a capire, quasi fra noi si sovrapponesse la più muta delle lontananze. Poi un bagliore, come tutto un tramonto rifulgesse in quel santuario, avvolse l’immagine. E ancor di più parve muoversi, rivolgersi a me. Avrei voluto baciarla. Gridarle cos’è che avessi dovuto fare perché mi arrivassero le sue parole. Ma lieve come un angelo qualcuno mi era venuto alle spalle, m’aveva sospinto fuori.”.

Siamo al settimo racconto, “Penna e pistola”.

I tratti biografici sono presenti in molti di questi (ma anche di altri) racconti. Sono sempre il punto di partenza di una storia spirituale. Lo zio Giuseppe Pardini, morto in Belgio, dove anche il protagonista-autore emigrò con la famiglia all’età di tre anni, gli ha lasciato in dono una penna e una pistola, ricevute dalle mani del padre: “Né io né lui [il padre, che era fratello di Giuseppe] andammo al suo funerale: era venuto meno in un sobborgo di Wandre, terra di immigrati in parte italiani che io rammento un po’ sfumato: vi fui portato, come già ho spiegato in altra occasione, a circa 3 anni.”.

Sardegna è il nomignolo di un loro amico di baracca. Vediamone la bella e terragna descrizione: “… passava davanti casa mia con la carriola ricolma di interiora di animali che andava a prendere al mattatoio per riversare nei trogoli dei porcili da cui provenivano grugniti che parevano urla umane. Con una forca, Sardegna infilzava visceri e carni e li riversava nei trogoli; i grugniti s‘attenuavano, e si sentiva il respiro, che sembrava di fatica, dei maiali, le cui mandibole divoravano quelle interiora umide di sterco e di sangue.”.

Apprendiamo anche che una ragazza belga “dai capelli neri e gli occhi azzurri”, che egli riuscì a vedere nuda, è stato il suo primo amore. Un amore innocente. La ragazza aveva un fidanzato: “Credo che quello fu il mio primo amore; non l’ho infatti mai dimenticato.”.

Pistola e penna, dunque, due oggetti inanimati, fanno risorgere un mondo di ricordi e di affetti: “Credo che negli oggetti rimanga qualcosa di chi li ha posseduti.”. Rivive, grazie ad essi, il fratello di suo padre, Giuseppe, in un ritratto vivido e emozionante: “Zio Giuseppe aveva acquistato una enorme moto dai parafanghi in lamiera spessa, i cerchi lucidi. A cavalcioni del serbatoio, mi portava giro in quelle strade, il vento negli occhi fresco di nebbia. In fondo ai pantaloni, metteva una pinza di metallo: una maniera di evitare che gli si sporcassero nel caso li avesse accostati ai meccanismi del motore. Litigato con la sua donna, era tornato a vivere con noi.”; “All’opposto di mio padre, di statura media, lui era gigantesco: aveva spalle e petto larghi, lunghe braccia e lunghe gambe, fianchi stretti e natiche piatte. Un atleta, capace di trasportare sopra le spalle oltre 150 chili per un lungo e ripido tratto di mulattiera.”; quando può stare con lui, è felice: “Ero felice. È stata una delle poche persone che quando vi ero insieme mi trasmettesse ciò.”.

Lo zio Giuseppe racconterà anche una terribile pagina di guerra: “Tornò dopo un paio di sere. Venne a salutarci. Ma prima, come spesso faceva, raccontò di quando era in guerra: sul fronte greco-albanese. Diceva d’aver combattuto nel fango, sulla neve e tra la pioggia. Il freddo congelava i piedi, il corpo. Chi si fermava era finito. Doveva camminare sempre. Durante le soste, non gli restava che rannicchiarsi nel fango. Alle sentinelle, nelle postazioni, veniva legato un braccio a un fil di ferro. Gli ufficiali, dal chiuso dei camminamenti, tiravano via via il filo: se la sentinella corrispondeva strattonando significava ch’era viva, se invece rimaneva immobile, significava ch’era morta assiderata. Anche lui era stato sentinella, legato col filo di ferro; il freddo pian piano dava il torpore del sonno. Chi cedeva era perduto. Sopravveniva il congelamento. Il tempo non passava e venivano i miraggi: un fuoco che s’accende sulla neve, una tazza di brodo caldo, un letto soffice. Scarseggiavano viveri e munizioni. Le casse di quest’ultime arrivavano spesso ripiene di sabbia e di segatura; nelle botti, acqua al posto di carburante. Gli ufficiali non esitavano a tradirsi gli uni con gli altri; di rado venivano eseguiti gli ordini degli alti comandi: ognuno faceva di testa propria, e i soldati della truppa soffrivano e morivano perfino di fame. Avevano la barba lunga, infestata di pidocchi. I quali – spiegava – davano prurito e allergia. Gli scarponi si scucivano, acqua e fango penetravano dentro, le gambiere fermavano la circolazione. Qualcuno si lasciava cadere e morire, qualcuno si suicidò. Il passato sembrava essere svanito, sembrava di non avere più memoria. Allorché cavalli e muli cadevano stremati, c’era chi con le piccozze gli squarciava le teste per riscaldarsi con le loro cervella, che mettevano anche sugli elmetti. Alla distribuzione del rancio si doveva stare attenti che i commilitoni non lo sottraessero. Dovevano mangiare di fretta, e stare in guardia come fanno lupi e cani davanti al cibo. Col vento, cominciava la tormenta. Chi, anche in quel momento, non eseguiva gli ordini di avanzata, magari perché non li aveva uditi, rischiava egualmente la fucilazione. I morti venivano lasciati nella neve e nel fango, dove vi sarebbero congelati. Così era per muli e cavalli. Topi enormi circolavano ovunque: mangiavano i vestiti e le carni dei cadaveri, incuranti della presenza dei vivi e non di rado, quando i soldati s’erano allontanati, calavano dal cielo le aquile: anch’esse approfittavano delle carogne di uomini e animali.”.

Vi si ricorda spesso il fiume Mosa e mi si desta il ricordo di quando anch’io, con mia moglie, sedetti sulle sue rive, con accanto un branco di oche bianche, alle quali davamo una parte del nostro cibo. Un fiume che ci parve silenzioso e solenne, come di femmina quietata.

È senz’altro tra i racconti migliori, per leggerezza di scrittura e sentimento della memoria. Il protagonista-autore rimpiange di non essere andato in Belgio a trovare lo zio: “Io avverto che Beppino mi ha compreso, perché so che in molti risvolti di carattere ci assomigliamo. Il silenzio reciproco come il nostro può quindi essere stata la migliore delle intese. Non si dice, infatti, che Dio è anche silenzio? Per questo sono convinto che quando solo e smarrito mi troverò dinanzi a Lui, in quella dimensione senza spazio e senza tempo che inizia una volta che lo spirito ha abbandonato il corpo, Giuseppe sarà lì, pronto a spendere qualche parola a difesa dei miei peccati e delle mie colpe. Come molti immigrati, Beppino era morto in terra straniera, lontano dal suo paese. Rimpianti e nostalgie se li era tenuti dentro. Sofferenze che l’esule assai di rado confida a qualcuno. Anche perché spesso non ha interlocutori.”.

Morirà anche il padre e il racconto sta per concludersi lasciandoci un’immagine di sofferente e dolce poesia: “Di lì a qualche mese, mio padre venne a mancare. Da allora, sempre più spesso, mi sembra di fare dei viaggi fuori dal corpo. Come se una parte di me – mente e pensieri – errassero non so dove, comunque dentro luoghi e paesaggi, sovente sconosciuti, oppure dentro case e castelli mai veduti prima. M’accade, soprattutto, o nei sogni o durante il dormiveglia; voci e immagini mi giungono nitide, ora come da uno schermo in bianco e nero ora dentro prospettive di luce. Fu così che, nei pressi di un muro, mi apparve mio padre affiancato dallo zio.”.

Sono questi inattesi squarci dell’anima, resasi in lui universale, che fanno speciale il Pardini, dotato di una sensibilità fuori del comune. Tutta la sua scrittura è sotterraneamente imbevuta di questa sostanza densa e spirituale, che all’improvviso emerge come la lava di un vulcano, “Parlavano e scherzavano come a una festa. Però, non riuscii a comunicare con nessuno dei due. Erano dentro una casa a me sconosciuta; una casa dalle grandi travi, dalle cui finestre spioveva una luce tersa quasi passasse attraverso un cristallo al sole.”.

È un racconto di uomini, pressoché assenti gli animali. Tra i più fascinosi e intensi di Pardini, dove terra e cielo si abbracciano e si fondono.

Come già in “Jodo Cartamigli”, del 1989, anche nel racconto “L’orso e il bandito” ci troviamo nel Far West, un mondo mitico e caro all’autore.

Questo è il suggestivo incipit, che ricorda tanti film in cui in un villaggio del West il vento trasporta, appena a filo di terra, rotondi fasci di erba secca: “Gli abitanti di Roccaforata, villaggio di montagna sulle alture del Far West erano sempre vissuti in pace. Qualche lite poteva avvenire d’estate tra vaccari e pastori, quando le bestie degli uni o degli altri sconfinavano dai pascoli dei rispettivi territori. Dispute che tutt’al più finivano con qualche zuffa; gli abitanti del villaggio, fatta eccezione del vecchio sceriffo, erano disarmati. Nessun bandito avrebbe avuto interesse ad avventurarsi fin lassù, tra quelle povere case, dove d’inverno la neve cadeva alta, d’estate il vento spirava perenne. Un forte vento che faceva di sole e aria un unico, immenso abbaglio.”.

Un uomo, di nome Caligola, sta camminando nella strada centrale del villaggio recando con sé un orso, legato con una catena attorno al collo. I cani sparsi qua e là abbaiano. Li abbatte con colpi di pistola.

È un bandito, “dalla lunga e nera barba”, e si accinge a rapinare la banca del villaggio.

Lo sceriffo, “alto e smilzo, aveva i capelli e baffi bianchi, la faccia pallida”, che era stato assente, mette in guardia gli abitanti. Avrebbero dovuto fare turni di guardia, aiutandolo.

Giunge un forestiero che cavalca un mulo baio, due revolver nelle fondine, e chiede se c’è una stalla dove dare riparo e accudire la sua cavalcatura.

Al giornalista locale pare di avere giù visto quell’uomo e infine riconosce che è nientemeno che “il più formidabile tiratore e ‘bounty killer’ delle frontiere americane.”

Il lettore fa un balzo non appena ne viene fatto il nome: è Jodo Cartamigli, l’eroe che ha già incontrato nel romanzo omonimo.

Intensa e vivace la sua curiosità.

Il giornalista lo avvicina. Intanto, il suo mulo è ospitato in una stalla.

Cartamigli sa già della rapina; è venuto apposta. Conosce il bandito, si chiama Caligola, e lo aspetta al varco: “prima o poi verrà qui.”.

La sua venuta accende una discussione tra chi vorrebbe che non fosse mai venuto, poiché mette in pericolo la vita della gente; altri invece si aspettano che uccida il bandito, il quale gli era nemico giurato, avendo il pistolero ucciso alcuni suoi compagni.

Si vive il clima di attesa. Finché si svolge il duello, e potete vedere come elastica è la scena, proprio come in un western: Caligola: “D’un tratto, portatosi una mano alla bocca, emise un fischio. Un orso grande e fulvo come una nube di tempesta tropicale, uscì da dietro gli alberi e cominciò a precipitarsi contro Cartamigli. Nell’istante Caligola, impugnati i ‘revolver’, aprì il fuoco. Cartamigli rotolò a terra. ‘È morto!’ esclamarono all’unisono gli spettatori. Ma, quando l’orso stava per calargli addosso, s’udirono due colpi. Caligola e l’animale stramazzarono al suolo. Cartamigli s’alzò in piedi, tra polvere, sole, vento.”.

Benedetto è il nome di un personaggio triste di “Uno stranissimo autunno”. Stanco di vivere, pensa al suicidio: “Lo coglievano strane voglie: buttarsi a capofitto in un burrone o appendere un cappio a una pianta e lasciarcisi penzolare.”.

Il suo male: non riesce a stare coi compagni, nonostante la madre lo rimproveri, dicendogli che l’amicizia è importante.

La madre gli sconsiglia, però, di frequentare le donne, portatrici di malattie, tuttavia lo manda ad aiutare per la vendemmia la zia Luana, vedova ancora giovane, con due figli piccoli. La vicinanza della donna, e le punzecchiature di quest’ultima, lo stuzzicano e eccitano.

Quando pestano l’uva, lui i pantaloni rimboccati, lei arrotolata la sottana che mostrava le gambe nude, Benedetto avverte un malessere: “Benedetto non riusciva a capire. Le labbra della zia s’erano infatti appiccicate alle sue. Gli parve che nessuno al mondo a cominciare dai suoi bisavoli, avesse mai avuto quanto stava per avere lui. Sguscianti, le mani della zia presero a spogliarlo. Caddero l’uno sull’altra, in mezzo alle pigne ancora intatte. Luana, allungate le gambe, gli cinse i fianchi. Lo soffocava di baci, gli insegnava l’amore. Quell’amore, aveva capito Benedetto, che non era né malattia né colpa; era la terra promessa.”.

Eccoci a un altro racconto che sottolineai nella prima lettura del 2001, “È tornato mio padre”. È un pezzo di bravura da mettere insieme con il ricordo, che abbiamo già letto, dello zio Giuseppe in “Penna e pistola”. Vi si equilibrano fatti e sentimenti; vi scorrono come l’acqua di un torrente, quando silenziosa quando frusciante di onde.

Nonno e bisnonno appaiono spesso nei ricordi del protagonista-autore. Qui è il bisnonno: “un uomo molto alto, col mignolo e l’anulare di una mano palmati”; “In gioventù, alla stregua di altri suoi coetanei, era andato in Corsica a fare carbonaie, tagliare legna, oppure il bracciante presso qualche fattoria. Lavori faticosi, ma che servivano a sopravvivere: durante l’inverno, nel continente, l’occupazione mancava: alle bestie nelle stalle potevano provvedere le donne, gli anziani e persino i bambini. I giovani dovevano ingegnarsi altrove. Poi ebbe a vedersela con un cinghiale ferito, un’altra volta coi briganti.”.

Sono punti di riferimento, quali maestri di vita. Come, per Pardini, maestro di vita è il passato, soprattutto delle sue valli e delle sue montagne.

In Garfagnana e nella Media Valle del Serchio, nel paese di Fabbriche di Vallico, dove è nato il 7 luglio 1950, dovrebbero innalzargli un monumento. Nessuno scrittore ha elevato tanto quella terra quanto Vincenzo Pardini. Appena sotto di lui, un altro garfagnino che meriterebbe la notorietà, Enrico Bertozzi, a cui ho dedicato il libro: “Enrico Bertozzi. Un grande da scoprire.”.

Parlando del padre, Pardini scrive: “Per un figlio, il padre, è infatti l’albero grande che ripara la talea da vento e bufere. Forse è anche per questo che sento di dover dare voce a ciò che egli ha sempre taciuto: rivivono in me i suoi più riposti segreti.”.

Pardini è un genuino prosecutore del passato, che egli avverte quale eredità da trasmettere agli altri. Come ha scritto altrove, il presente lo annoia, e odia il futuro: “Mi sono sempre inventato un mondo diverso da quello in cui vivo.”.

Ricorda un cane che fu per qualche tempo amico di suo padre: “Per qualche tempo – come egli stesso dirà – ebbe tuttavia un amico che non avrebbe più dimenticato: un cane lupo grigio focato che mai seppe a chi appartenesse né donde venisse. Lucido di pelo e ben nutrito, nonostante quei tempi di fame e di miseria, aveva un collare d’acciaio chiuso con un lucchetto identico a quelli con cui i soldati tedeschi serravano le casse degli esplosivi. Se lo trovava vicino d’improvviso: nei sentieri o lungo l’argine del Serchio. Una volta che questo era in piena, l’animale, che si trovava sulla sponda opposta, appena lo vide si tuffò sfidando la corrente. Inzuppato e felice gli venne accanto. La mattina presto appena usciva di casa, poteva accadere che fosse ad attenderlo nell’aia. Gli sarebbe stato appresso tutto il giorno senza però farsi mai avvicinare da estranei. Avrebbe assunto un atteggiamento guardingo e minaccioso. Poi, così com’era venuto, disparve.”.

Da notare questa delicata espressione che riguarda un cronometro d’oro regalatogli dal padre: “Nemmeno io lo porto molto. Voglio tenerlo bene. Ci avverto dentro qualcosa di misterioso: come se i secondi e i minuti che scandisce fossero ancora quelli suoi.”.

La sensibilità di Pardini, nessuno può metterla in discussione. È pari a una poesia in versi. Non ha bisogno di scriverne, poiché i versi escono spontaneamente dalla sua prosa secca e asciutta, colma di umori e sapori. Tutta la spiritualità che può contenere un’anima è nella prosa di Pardini: Il padre è ricoverato in ospedale, è gravemente malato “Tacevamo, ma era come dialogassimo. Alla mente e allo spirito non serve sillabare. Il loro idioma è nel fluido dei pensieri.”.

Anche quando scrive di sesso, che può sembrare egli espliciti in modo violento, tutto è frutto di una verità che non può confliggere con la sua anima.

Peggiorate le condizioni del padre, che per trent’anni era stato portiere d’ospedale, l’accudisce; gli rade la barba “ogni sera”, teme per lui. Leggeremo: “La vita continuava anche senza il degente della stanza 25, letto 11. Solo per me era cambiata. L’angoscia mi assillava. Avrei voluto che non soffrisse. Una notte chiesi a Dio che non facesse carognate: che portasse rispetto a mio padre, il quale non si meritava di soffrire a tal punto. M’avvidi d’aver parlato a Dio come a un mio pari. Tanto che ebbi l’impressione che mi avesse ascoltato.”.

Nell’assistere alla morte del padre, il protagonista-autore si trova davanti a colei, la nera signora, il cui pensiero l’ha sempre accompagnato nel corso della vita e nei suoi scritti. È annichilito, vinto dalla sua forza e ineluttabilità: “Andò di intestino. Credetti fosse un segno di un sollievo. Sbagliavo. L’inserviente venuto per pulirlo mi disse che poco prima di morire ce la facciamo sotto, e da un occhio sgorga una lacrima. Torniamo neonati. Tra feci e pianto.”.

Eccola la morte, subdola e traditrice. Cinica e perversa.

Sono pagine che ricordano Tolstoj, “La morte di Ivan Il’ič”, del 1886: “Gli andai accanto: i suoi occhi erano sbarrati. Non respirava e contraeva le mascelle. Gli parlai. Lo scossi chiedendogli cosa avesse. I suoi occhi guardavano il soffitto. Un dolore anonimo mi annientava, mi comprimeva anima e corpo. Soltanto allora mi accorsi di quanto gli fosse cresciuta la barba. Da tre giorni non aveva più voluto che lo radessi. Un’infermiera gli mise davanti un separé. Gli chiuse le palpebre e gli tolse l’orologio. I rituali che dividono i morti dai vivi, ma che ci dicono anche che non siamo poi così distanti gli uni dagli altri: questione di un salto, di un’acrobazia poi nemmeno troppo complicata. Eccola la morte, era lì: aveva ghermito mio padre il cui volto non esprimeva più la sofferenza di poco prima: i suoi lineamenti erano come ricomposti. Lo portarono all’obitorio. Ce lo accompagnai senza accorgermene.”.

Difficile trovare nella letteratura pagine così sobrie e così intense.

Alla morte, che è osservata minutamente, Pardini, riconoscendone supremazia e superbia, risponde con umiltà e dignità: “… la morte non ammette d’essere infatti ignorata, né tantomeno d’essere seconda a nessuno.”; “Poi ho cominciato a incontrarlo nei sogni, ad avvertirlo coi pensieri. Visibile a me solo, mio padre è ritornato.”.

“Bambina” ha le vibrazioni di una fiaba: “Sulla riva d’un fiume c’era una casa.

Lì, il tempo, pareva fermo col fluire dei gorghi e il variare delle ombre e dei bagliori (accecanti d’estate) del sole contro l’acqua.”.

Ha un passato triste. Il padre ha ucciso la madre poiché credeva lo avesse tradito e la figlia non fosse sua. Ora lei ha 18 anni, il “volto ovale; gli occhi a mandorla nerissimi; le labbra di rosso corallo; i seni piriformi; le gambe lunghe e tornite; i piedi agili e proporzionati; l’incarnato d’ambra soffuso di rosa vivo; la capigliatura corvina, scomposta e lunghissima.”.

Scontrosa, la chiamano anche “La bella fuggiasca” o “La donna del mistero”.

Il rapporto col padre, un barcaiolo, è difficile, spesso litigano. Deve poi guardarsi dagli uomini, che vorrebbero possederla. Spesso deve sprangare la porta di casa. Capitano anche dei briganti che chiedono al padre di traversare il fiume.

Un giorno il padre se ne va; il lavoro del barcaiolo non rende più come una volta. Domanda alla figlia se vuole andare con lui, ma lei rifiuta. Le lascia casa e barca.

Bambina, così continua a chiamarla l’autore, sta diventando donna, avverte gli echi del mutamento.

Un giorno bussano alla porta. Forse sono dei soldati francesi (siamo nel pieno Risorgimento) che combattono Garibaldi. Quando apre un corpo di soldato le cade a terra: “Trascinatolo dentro accese il lume a olio: le loro ombre si ripiegavano sul soffitto, brancolavano nei muri.”.

Sarà il suo principe azzurro: “Lo baciò: lui a occhi chiusi, il volto ventilato da un debole sorriso, contraccambiò.”.

“La foglionca” è il dodicesimo racconto. Si tratta di una puzzola che sta facendo strage di galline. Amilcare, cacciatore accanito, scapolo e donnaiolo, le fa la posta: “Il foglionco non sempre viene dal bosco: può nascondersi dentro legnaie, fienili o stalle. Di giorno dorme e di notte esce a caccia. Al pari di altri mustelidi è molto coraggioso; se messo alle strette, non esita ad attaccare l’uomo. Gli balza alla faccia, cerca di cavargli gli occhi.”.

Una notte gli passa davanti un’ombra. Sta per sparargli ma desiste; non è sicuro che si tratti del foglionco, e lui non vuol fare rumore per nulla. Poi: “Riposto il fucile, scese nello scantinato per dare un’occhiata al pollaio. Quanto si parò davanti ai suoi occhi era spettacolo difficile da scordare: le galline giacevano sgozzate e sventrate, le budella riverse a terra. Forte l’odore del lezzo e della morte. Così intenso non l’aveva mai sentito. Tanto da avere l’impressione che quello sarebbe stato anche l’odore della sua morte. Prese le galline, le cui interiora al contatto dell’aria emanavano come un lucore, andato nell’orto le sotterrò.”.

Il foglionco continua a fare stragi, anche “al piano”: “Solo che era un genocida: sterminava le sue vittime come i nazisti facevano con gli ebrei nei campi di concentramento.”.

Nessuno riesce a catturarlo o ucciderlo. Entra anche nella chiesa del paese e il prete ne sente l’odore. È una femmina gravida, una foglionca: “Il prete, anche lui cacciatore, non ebbe dubbi: un foglionco era passato di lì e, inavvertitamente, forse perché in fuga, aveva urtato l’interruttore. Andato in chiesa, si accorse che il fetore si era propagato sin là: aleggiava tra le navate e il soppalco dell’armonium, s’attenuava nei pressi dell’altare Maggiore per ricominciare nel coro. Ed era un fetore che sprigionava qualcosa di viscido e di laido, proprio delle femmine di foglionchi quando sono gravide o in estro.”.

Il brigadiere della stazione forestale spiega ai coniugi Bramante e Alvise, il cui allevamento è stato funestato dal foglionco, che questi è una bestia sanguinaria e implacabile: “Non appena azzannava un animale e ne sentiva il sangue, una ghiandola sotto la gola lo faceva impazzire e protrarre così le stragi all’infinito. Avesse avuto la mole di un cane anche di media taglia nessuno avrebbe potuto batterlo, tanto era crudele e determinato.”.

Si ricorre a Lupello Deimacrebi, considerato un mago, dal passato misterioso.

Fa un esorcismo, ma la foglionca fa strage un po’ più lontano da lì. Ne fa le spese un allevatore di fagiani, controllore sui treni, Cosimo.

La caccia alla foglionca può essere anche una metafora di qualcosa che cerchiamo di annientare, poiché ci crea dolore, ma sottilmente ci sfugge. Una inquietudine, una febbre e una rabbia accompagnano la nostra azione.

Il lettore avverte questo filo cinico e sottile del male che non si spezza e non si lascia prendere.

Ogni situazione critica nell’area di influenza della foglionca si acuisce e deflagra. Inimicizie, sospetti, liti vi si avvertono come eccitati dal mistero che li avvolge.

Succede, ad esempio, a Cosimo, sempre in lite con la moglie, una bella donna: “Solo nei giorni in cui il foglionco imperversava, e tutti ne parlavano, sentì prendersi da un’insolita concitazione. Forse perché aveva respirato l’odore di morte e di sangue che la bestia si lasciava alle spalle. Un odore che sembrava essere rimasto nei sassi e nei muri, come quello della pioggia o del vento.”.

Aiutato da un altro cacciatore (i due hanno con sé dei cani, quello di Cosimo si chiama Alippo) finalmente trovano la foglionca; è dentro una chiavica; sta cercando un luogo dove poter figliare in pace. Minacciata, balza fuori, i cani non possono niente contro la sua ferocia; due sono uccisi, Alippo, stanco e ferito si ritrae: “La foglionca balzò allora verso il rialto che sovrastava l’autostrada. Un attimo, come a valutare la distanza che c’era tra lei e i cacciatori, si voltò e li guardò coi suoi occhi scuri e lucenti. I due uomini, sebbene avessero i fucili spianati, desistettero dal fare fuoco. In quelle pupille sembrava esserci condensata tutta, ma proprio tutta la malvagità del mondo. E più che sconfitti n’erano rimasti stregati, come quando si è preda di un maleficio.”.

Un racconto notevole.

“La sella” è il racconto, penultimo, che ci avvia alla conclusione di questa raccolta che si è rilevata superba e completa, tra uomini, animali e cose che sono apparsi come protagonisti alla pari, personaggi di un universo in cui, essi minuti puntolini della Creazione, un artista li ha presi per mano e scolpiti nella pietra della memoria.

Egidio è un artigiano del Nord che fabbrica selle. L’esercito italiano (siamo nel 1914) gliene ha ordinate molte. Ha degli operai che lo aiutano.

La sella del protagonista, l’ha fabbricata lui, bella e solida.

Ha una storia. Fu regalata da Egidio ad un giovane capitano di cavalleria, Gerardo Gomena, che, colpito dalla sua ottima fattura, vuole comprarla a qualunque prezzo. Ma Egidio è irremovibile. O accetta il regalo o niente.

Così se la porta via.

Non se ne separa e la custodisce come cosa rara e inseparabile. La tiene nella sua camera.

Abita intorno a Verona ed è fidanzato con Argene, “una ragazza del posto.”, “alta, bionda, lentigginosa.”.

Va alla guerra e porta la sella con sé. Alla Prima guerra mondiale e anche a quella d’Etiopia del 1936: “Infatti, il 15 dicembre 1936, al mattino presto, venne l’ordine di avanzare. Fra gli altipiani Gerardo Gomena comandò il suo squadrone nel primo assalto di Cavalleria in terra d’Africa. Trincerati dietro le dune, soldati etiopi e abissini sparavano con antiquati fucili, scagliavano frecce. Non pochi uomini e cavalli dei conquistatori schiantarono nella polvere. Poi, com’erano apparsi, i guerrieri disparvero. Venne la sera e ci fu la conta dei morti e dei feriti.”.

Ha il grado di maggiore. Muore: “Ad un tratto, al suo cavallo, si piegarono le anteriori e lui fu sbalzato nella sabbia. Una lancia aveva trapassato il ventre dell’animale. un nugolo di negri circondò il maggiore Gomena che, pistola in una mano e spada nell’altra, si lanciò nella mischia. Ma lo sguardo gli s’appannò di rosso e venne meno. Uno stuolo di frecce l’aveva raggiunto dalla testa ai piedi. Armi in pugno cadde riverso nella sabbia. Perduto il comandante, lo squadrone batté la ritirata.”.

La sella finirà nelle mani di una principessa etiope, e poi in tante altre mani, fino a che sarà un missionario a riportarla in Italia, acquistatala in un suk, poiché somigliante alla sella di suo padre: “Nel convento grande e grigio, in cima a un promontorio dell’Appennino toscano, dove tornava dopo oltre mezzo secolo di assenza, la mise nel ripostiglio adibito agli attrezzi del cavallo, il medesimo con cui i confratelli scendevano in paese a fare spesa. Lì, la sella, rimarrà fino a quando lui, ultracentenario, non passò a miglior vita. Dimenticata in quel bugigattolo, tra polvere e ragnatele, un giorno l’acquistai io. Il suo cuoio reca i segni delle battaglie e delle zanne dei leoni. Non la cederò a nessuno. Sento vuole essere mia.”.

Con “Il verro” si chiude la bella raccolta, che non ha punti di debolezza e appassiona pel suo multiforme vagare.

Paralizzato, a Alceste, un vecchio allevatore di bovini costretto su una sedia a rotelle, non resta che il sogno. Solo così può viaggiare. In famiglia non si trova a suo agio, la moglie Sofia si è ritirata a vivere nella mansarda per non irritarlo; i figli lo accudiscono ma stanno attenti a come parlare, essendo lui irascibile.

“Alceste morì una sera, davanti al tavolo dei fucili e delle pipe”. Ne aveva “quasi trecento, tra queste, diverse, erano appartenute a suo nonno e a suo padre.”. Muore mentre sta raccontando ad una delle nuore, Velia, una delle sue imprese di caccia: “Messa la pipa in bocca, e criccato uno zolfanello per accenderla, reclinò il capo. Era morto.” Gli affari della masseria non vanno più bene. Le carni bovine sono acquistate all’estero a minor costo; dunque è necessario ridurre il numero delle mucche allevate. I figli Bramante e Zilo, rimasti soli a mandare avanti l’attività, le sostituiranno in parte con i maiali. Hanno bisogno di un maschio, di un verro, che le ingravidi per arricchire la porcilaia.

Lo acquistano. Il mercante, portatolo nella masseria a bordo di “un camioncino rosso dalle sponde corrose dalla ruggine, muso e parafanghi malridotti.”, dirà loro: “Ciancian, così si chiama il verro, vi darà soddisfazione e soldi.”. Il verro, che sta dormendo, viene punzecchiato dal mercante affinché si svegli e scenda dal camioncino: “Ciancian, aperti gli occhi ed emesso un grugnito, che sembrava di minaccia, alzò la testa, poi, puntate le zampe anteriori, fu in piedi. Un attimo guardò attorno. Colpiva l’azzurro delle sue pupille: un azzurro screziato di nero e che sembrava guardare in faccia gli astanti. Grugnendo scese giù. Mentre camminava muoveva il ricciolo della coda sulle chiappe grandi e rotonde, attorno allo sfintere vivo e carnoso come una ferita umana cui siano stati dati punti di sutura.”.

Entrato nel recinto, dove sono rinchiuse sei maiale, comincia subito ad annusarle.

L’autore ci dice il nome di queste femmine: Rita, Alessia, Francesca, Lauretta, Cinzia e Carla. Ce le descrive. Vediamo una, quella più anziana e dominante, Rita: “Tra le sei femmine primeggiava Rita: proveniva da una fattoria delle campagne di Firenze, ma era di origine nordica; sebbene non più giovanissima, aveva un corpo lungo e per niente disfatto; la testa rotonda e il grugno sottile; la peluria più fitta di quella delle sue simili, sfumava nel biondo: era la scrofa dominante del branco, forse perché la più anziana.”.

Ciancian non delude i nuovi proprietari, una volta che le scrofe sono cadute in estro. Si attendono i figli, “i lattonzoli”.

Finito il suo lavoro, il verro viene preso da irrequietezza, non vuole stare più con le femmine e vuole uscire dalla porcilaia: “Poi cominciò a dare testate e morsi alle troie.”.

Vengono sentiti i Bigongiari, una nota famiglia di allevatori della Lucchesia, ricordati anche da Mario Tobino.

Ritenuto strano e anomalo il suo comportamento, affinché si senta più libero, viene messo nel cortile insieme ad un asino e alle galline. Dal quale fugge, forse in cerca delle femmine di cinghiale, “i boschi n’erano pieni.”. Le trova e monta pure loro, dopo aver sconfitto il cinghiale maschio che era spuntato dal bosco.

Tornerà poi dai fratelli Gaggioli, Bramante e Zilo. Un vecchio amico del padre, un maresciallo dell’esercito in pensione, andato a trovarli parla loro dei maiali, che conosce bene: “… il maiale è bestia intelligente. Siamo stati noi, ossia la nostra civiltà, a infliggergli il ruolo di emarginato chiuso nel ghetto di un porcile dove spesso, per frustrazione, mangia perfino le sue stesse feci. Se lasciato libero, è invece pulito e non mangia neppure tanto. Anzi, pascola insieme a vacche e cavalli.”.

Arriva il tempo che le scrofe partoriscono, da dieci a quindici lattonzoli ciascuna: “Tutti, rosei e lamentosi, stavano sempre appresso alle madri; quando esse dormivano, s’accucciavano attorno ai loro ventri, alle puppore gonfie e rosse; rosse come ferite in suppurazione: di lì, le bocche fatte a imbuto, suggevano il latte: un groviglio di teste e di corpi che sembravano dissanguare quello ingrossato e inerte della scrofa.”.

È un racconto ricco di dettagli minimi, che rivelano la conoscenza tutta speciale dell’autore: “Quell’anno l’estate fu torrida; le vacche e il piccolo asino, alla stregua dei porci, ebbero un bel daffare a difendersi dalle mosche: ce n’erano di grosse quanto la falange di un dito e di colori diversi: verdi, gialle, blu. Implacabili, s’attaccavano alla pelle degli animali e ne aspiravano il sangue; a niente valevano i colpi di coda e gli stiramenti: le mosche insistevano fino a lasciare sulle loro carni delle pinzature, che non di rado si tramutavano in escoriazioni: allora, a grumi, poteva accadere che facessero dei cunicoli sottocutanei: cosa che di per sé accadeva tra la zampa e lo zoccolo sia di vacche sia di cavalli.”.

Tale sarà anche la descrizione della castrazione dei maialini maschi: “I maialetti, i culi insanguinati, giravano irrequieti e smarriti dentro il recinto. Il castrino se ne andò. In cambio non volle soldi, ma fieno.”.

Il racconto ci narrerà, infine, del tentativo del norcino Magnano Porciani, un uomo volgare e violento, assatanato di donne, di uccidere una delle scrofe, Cinzia, chiamato dai due fratelli Gaggioli, e di come il verro, nell’udire i lamenti della femmina, si scagli contro il norcino facendolo a pezzi, la testa scalzata dal corpo. Sarà Sofia, la vedova di Alceste, la madre dei due uomini, a ucciderlo con una fucilata.

Ci siamo trovati di fronte ad una raccolta superlativa, da non dimenticare.

(Per acquistare il libro, qui)


Letto 496 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart