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LETTERATURA: Pardini Vincenzo: “Pumillo il gatto dei boschi”

14 Aprile 2021

di Bartolomeo Di Monaco
(Per acquistare il libro, qui)

Dopo “Gnenco il pirata” del 1990, è il secondo libro per ragazzi scritto da Pardini, pubblicato nel 1998.

È composto da una storia articolata in 49 piccoli paragrafi, divisi in 3 sezioni: Gatti, pirati e lupi; La legge della foresta; Tra sogno e realtà.

Finii la prima lettura di questo libro alle ore 15 del 13 luglio 1998. Oggi è il 30 gennaio e inizio alle ore 16,31.

“In quel bosco, tra gli innumerevoli gatti, ne abitavano due, grandi il doppio dei loro simili. Erano Pumilli (più piccoli, ma somiglianti ai puma). Avevano casa sopra un castagno secolare, il cui tronco non l’avrebbe abbracciato nemmeno Polifemo. Tra i rami bassi erano in letargo gli scoiattoli. Ai piedi dell’albero, dentro una cavità, grigio e irsuto, dormiva il tasso.”.

Cresciuti in Spagna, nella regione meridionale dell’Andalusia, erano stati imbarcati su di un veliero per far strage dei topi che invadevano la stiva. Naufragata la nave, s’erano salvati aggrappandosi “alle tavole di un cassero”.

Ora s’erano rintanati nel bosco.

In Spagna s’intrufolavano in una trattoria dove ricevevano cibo, ma anche vi era un pappagallo che faceva loro gola. Un giorno l’assalirono senza successo. Arriva il padrone e li rinchiude. Vuol cucinarli a quell’avventore del suo locale che li avrebbe pagati meglio. Li aspettava, dunque, una brutta sorte.

Ma li salva una banda di contrabbandieri che, vistili nel locale, si propongono di acquistarli poiché utili a liberare la nave dai topi.

L’affare è presto fatto. Segue il naufragio. I Pumilli erano giovani: “Avevano sette, otto mesi.”. Erano maschio e femmina: Pumillo e Pumilla. Quest’ultima, gravida, aspetta un figlio.

Nella foresta gli agguati sono sempre pronti, si deve stare in guardia. La libertà, se la si vuole mantenere, costa cara, esige sacrifici e la continua vigilanza.

Incontrano perfino un orso bruno e se la cavano per miracolo: “Nei pressi dell’albero sporse il muso verso di loro. Li guardava. Per meglio vederli, accostò una zampa alla fronte, come fanno gli uomini per riparare gli occhi dai raggi del sole. Con quei passi che smuovevano pietre, riprese poi a camminare.”.

Siamo nel mondo di Mark Twain e di Jack London.

Un gufo reale li avverte che in quel luogo la vita è dura, soprattutto d’inverno, quando cade la neve. C’è il pericolo che altri animali, specie i rapaci, si mettano alla loro caccia per sfamarsi.

Ci si deve difendere anche dai lupi, astuti e famelici, che attaccano in gruppo e non dànno tregua.

I Pumilli s’incamminano per salire più in alto, in cerca di un rifugio più sicuro. Intanto, lungo il cammino, oppressi dalla fame, cacciano a loro volta. Si nutrono di un merlo acquatico.

Salgono ancora e incontrano un castello presidiato dai gatti che non li lasciano entrare; devono proseguire.

Il gufo reale li segue e dà loro consigli. Gli procura anche un rifugio nella cavità di un vecchio castagno: “È un millenario, e non si occupa più delle cose di questo mondo, si occupa di tempeste e di fulmini. Con questi ultimi fa spesso i conti. Il fulmine è una mannaia di fuoco, che decapita tronchi grandi cinque coppie di buoi. Resistergli è privilegio di pochi.”.

Volato via il gufo, è il vecchio castagno a parlare e li mette in guardia dall’inverno; lui non potrà fare niente per aiutarli: “Sarete soli contro mille avversità.”.

E si comincia coi lupi, sempre affamati. Pumilla e Pumillo sono attaccati e riescono a salvarsi a stento arrampicandosi su di un albero. I lupi stanno sotto in attesa. Interviene ad aiutarli il Gufo reale che porta con sé sette aquile: “I lupi si dileguarono, le orecchie basse e il passo felpato.”.

Il gufo è “il principe della notte”. Tutto ciò che si muove nella notte è controllato e guidato da lui: “Presto comincerà la stagione dei geni e degli spettri e dovrò far loro da guida. I geni possono tramutare la notte in giorno, un fiume in una valle, una montagna in fumo. Le aquile sono le loro messaggere, quindi anche le mie alleate. Basta le chiami che subito accorrono.”.

La notte è il nido della magia: “Gnomi, fate e geni si erano dati convegno nei pressi di un lago azzurro, in mezzo al quale sguazzava un elefante blu.”; “Era notte fonda e la tenebra, sapeva Pumilla, reca le voci e i colori di un mondo che mai si rivela.”; “La luna traversava la notte e nell’aria vagavano immagini diverse, d’un grigio brillante. I fantasmi che vedono i gatti.”.

Gli animali, come si usa nei libri per ragazzi, parlano come gli umani. Forse anche gli somigliano nei comportamenti e negli stati d’animo. Nelle favole sembrano rappresentarci, e qualche volta darci qualche insegnamento dall’uomo dimenticato.

Continuano a vagare, sembra che non abbiano più una meta, se non quella della conoscenza. Fanno brutti incontri, sono aggrediti e si difendono avendo la meglio, si guardano intorno tra paura e meraviglia.

La cavità del castagno resta ancora il loro asilo, dopo ogni loro esplorazione: “Il vento, furia di mille cavalli impazziti, tentò di piegare le cime delle montagne, di sradicare gli alberi. La foresta sembrava in procinto di vorticare. Il castagno ansimava simile a un bisonte aggredito.”.

È da apprezzare la feconda fantasia dell’autore, che non dà tregua ai due Pumarilli, immergendoli nella natura, primitiva e selvaggia, dove l’uomo pare scomparso o secondario. Addirittura inutile.

Due carri, due cocchi, uno del colore delle sabbie del deserto, l’altro dei ghiacci polari, si scontrano nel cielo: “I cocchi s’erano scontrati, sollevando lampi di fuoco. Gli alberi cigolavano e barcollavano. Alcuni erano caduti. L’aria divenne gelida. il vento del nord era adesso padrone del cielo e della terra. Arroccatosi dietro le nubi, lasciò che la sua furia rovinasse sulla foresta. Il vecchio castagno oscillava e tossiva, senza tuttavia piegarsi. Antico combattente, sapeva il fatto suo: lottare e non arrendersi mai. Il vento gli rese l’onore delle armi, passando ad altri.”.

Sono scontri titanici che richiamano la mitologia antica.

Nel loro girovagare, intanto il tempo trascorre e arriva la neve. La vedono per la prima volta: “Nevicò tre giorni e tre notti. A Pumilla doleva il ventre. Erano le doglie. Inquieta, scavava nel fondo della tana. Preparava il covo ai figli.”.

È una storia in cui non manca nulla di ciò che rappresenta il mondo non umano. Le avversità, qui non hanno regole e schemi. Si aggrovigliano, si mescolano, e tutti coinvolgono sia i diretti protagonisti che gli spettatori. Una cosmogonia terrestre.

A Pumilla nascono tre gattini, ma un giorno un rapace, scoperto il nido, ne uccide due. Pumilla cerca una nuova casa dove mettere al sicuro il figlio rimasto. Le dà rifugio una capra, la sua tana tra le rocce. Pumillo la sta cercando; se n’è andata dopo aver vinto la lotta con il rapace che le ha sterminato la famiglia. Pumillo non aveva fatto in tempo a soccorrerla.

Pumilla (bellissima. “Aveva pelame folto e lucido, testa e corpo simili a un puma.”) deve ancora una volta trasferirsi altrove. I lupi hanno ucciso la capra che vigilava su lei e il suo cucciolo. Si rintana in un bosco, dove c’è cibo abbastanza. Ci si trova a suo agio. Il figlio cresce ben nutrito, il quale fa le prime esperienze pericolose, così che decide di passare la maggior parte del suo tempo sopra gli alberi, dove solo qualche rapace poteva minacciarlo: “Reduce dagli scontri col falco e con la donnola, era divenuto prudente al punto che preferiva vivere sugli alberi, dove s’era accorto di essere assai più al sicuro. Lassù, i nemici erano i rapaci, peraltro abbastanza prevedibili. Gli occhi dei gatti scrutano il cielo meglio di chiunque altro.”; “Dagli alberi passava talvolta alle rocce. Altalene e acrobazie contribuirono a sviluppargli i muscoli. Ne avrebbe guadagnato in agilità e colpo d’occhio. Ogni sua zampata, contro uccelli e scoiattoli, faceva bersaglio. Dai rami e dalle rocce aveva avuto modo di conoscere lupi, volpi e cinghiali. Se i lupi lo scorgevano, ne seguivano le mosse da un albero all’altro. Poi sparivano. Volevano fargli credere di essere andati via. Lui, che li aveva veduti uccidere martore e conigli, non cadeva nella trappola.”.

Viene in mente “Il barone rampante” di Italo Calvino, del 1957, in cui il giovane protagonista, Cosimo Piovasco di Rondò, decide di vivere sopra un albero.

Troverà, infine, ospitalità presso le marmotte, che gli insegnano come riconoscere le erbe, di cui nutrirsi: “imparerà a distinguere le erbe medicinali da quelle velenose, e scoprirà quelle preferite dalle ghiandaie e dai corvi. Acquattarsi tra queste ultime significava rimediare la miglior caccia. Doveva però farlo di nascosto dalla marmotta. Lei si era illusa che egli avrebbe potuto divenire erbivoro.”.

Sono rapporti di amicizia semplici e innocenti, altruistici, cosa che avviene di rado tanto tra animali che tra uomini.

Comincerà a girarsi intorno, come facevano i suoi genitori, ora ritrovatisi. Ma lui vive da solo; così vogliono le leggi della specie.

È soprattutto della sua vita che ora l’autore ci parlerà. Lo vedremo crescere e diventare adulto, tra mille pericoli e mille difficoltà: “La notte lo colse sui rami di un pioppo. Stava per addormentarsi, quando all’eco del fiume si aggiunsero suoni cupi. Orecchie dritte e testa alta, il giovane Pupillo ascoltava. Un branco di bufali, preceduti da un maschio dalle grandi corna, avanzava solenne. I capintesta, alzato il muso, emisero un respiro. il giovane Pumillo si raccolse in se stesso. Era pronto alla lotta.”.

Continua il suo girovagare e continuano le sue scoperte: “Dopo il tramonto riprese a viaggiare. Comparve la luna, e lui avrebbe voluto raggiungerla, avrebbe voluto morderla. Chissà se dai rami di un albero ci sarebbe riuscito? L’eccitazione lo faceva correre ora a cerchio, ora a parabola. Si calmò quando l’astro ebbe raggiunto l’alto dei cieli.”.

Ora il giovane Pumillo si è rifugiato sopra un noce, da dove assiste ad una feroce battaglia tra due eserciti di umani contrapposti: “Due formidabili eserciti si fronteggiavano adesso nel mezzo della pianura, a poca distanza dal noce. Nitriti e polvere, lance e spade s’alzarono al sole. Il frastuono stordiva il giovane Pumillo che avrebbe voluto scendere e sparire nella brughiera. Non gli rimase che inoltrarsi sui rami del noce. Temeva di essere catturato e ucciso. Si sbagliava. Gli uomini avevano altro cui pensare.”.

Con l’indicazione dei cavalieri muniti di faretra e lance e degli eserciti che si combattono con queste armi, viene identificata anche l’epoca storica in cui si muovono i Pumilli: l’Alto medioevo.

È un periodo che ancora oggi eccita la fantasia di grandi e piccini, piena di mistero e dai tratti fascinosi, immortalato da Walter Scott coi suoi romanzi, in particolare “Ivanhoe” (1819), la cui ambientazione è nel 1194.

A Pumillo capiterà perfino di salire in groppa ad un cavallo rimasto disarcionato, il quale, fermatosi a bere l’acqua di un torrente, lo metterà in guardia dai pericoli: “Gatti e volpi non sono ben accetti da queste parti.”.

Finalmente si ha l’incontro con l’uomo. È un ragazzo nato zoppo, Ermete, che, vistolo, se ne innamora e vorrebbe tenerlo con sé, ma Pumillo gli sfugge. Dàgli una tazza di latte, suggerisce la madre. Infatti. Pumillo non ‘allontanerà più dalla casa: “I pomeriggi li trascorreva adesso nell’aia. Aveva scoperto che nel fienile allignava una legione di arvicole. Avrebbe voluto sterminarle. Ermete e la madre lo guardavano tendere gli agguati Durante i medesimi poteva accadere lo chiamassero con tale insistenza che lui, innervositosi, s’allontanava nelle fratte. Finché una sera, avvicinandosi a Ermete, si lasciò carezzare.”.

Scoprirà nel ragazzo, quale risultato del suo percorso di conoscenza, il valore dell’amicizia.

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart