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LETTERATURA: Pardini Vincenzo: “Storia di Alvise e del suo asino Biondo”

5 Maggio 2021

di Bartolomeo Di Monaco
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È un lungo racconto scritto nel 2004, lo stesso anno di “Tra uomini e lupi”.

Per un lucchese il suo incipit è tutto da gustare. Ci narra del “Volto Santo”, il Re dei Lucchesi. Celebre la sua leggenda, che lo vuole venuto dal mare: “La Santa Croce è un’antica festa di Lucca.

Venera il Volto Santo: il Cristo nero di Nicodemo che si trova nella cattedrale di San Martino. Alto più di quattro metri, si vuole che sia a immagine e somiglianza del Redentore. Il suo volto è simile a quello impresso nel velo della Veronica e della Sindone. Un volto allungato, baffi spioventi e barba folta. Lo sguardo esprime sofferenza, severità e, forse, anche collera.

Viene voglia di chiedergli subito perdono. E viene voglia di guardarlo per ore, poi di ritornare da lui. Da severo, sofferente e collerico, lo sguardo diventa allora mite e comprensivo.”.

La festa si tiene il 14 settembre di ogni anno. La sera prima si snoda per la città una processione millenaria, alla presenza di una folla numerosa, venuta anche da fuori. Al termine, in Cattedrale, si celebra il ‘mottettone’, una composizione musicale affidata a autori locali (ne scrisse pure Puccini), e subito dopo, fuori delle Mura, lo sparo dei fuochi d’artificio.

Durante tutto settembre si tiene “la fiera” e da ogni dove arrivano per comprare sulle bancarelle: tessuti, scarpe, utensili, borse ed anche animali.

Alvise Di Biasi, soprannominato Castella, si porta a casa un asino “dal mantello marrone la testa grossa e orecchie lunghe.”. Alvise, invece, era “un uomo ancora in protesto; cioè, forte e sano. Di statura sopra la media, leggermente gobbo, teneva la testa semicalva un po’ incassata nelle spalle; aveva lunghe braccia, lunghe gambe e quando camminava a passo svelto, diveniva composto ed elegante.”.

Ha due figlie; una di queste, Evelina, sposatasi, la stessa notte lasciò il marito, Mosé Degli Onesti, poiché aveva il pene troppo grande e ne temeva, la spaventava, la penetrazione.

A Mosè non gli era mai accaduto con le altre donne un fatto del genere. Anzi.

Lui emigrerà in Nuova Zelanda e lei si farà un amante, Corrado Ebrezza, “bottegaio già sposato.”.

Ma torniamo a Alvise. Il suo asino, di nome Biondo, cresce, viene su bene, poiché lui, benestante, lo accudisce con cura e non gli fa mancare niente: “Era tra l’altro divenuto forte e robusto. Di razza amiatina, aveva il manto marrone e la schiena segnata dalla croce nera. La sua progenie era stata portata in Italia dai Fenici cinque, sei millenni or sono.”.

Alvise si rifiuta di castrarlo, contrariamente a quanto vorrebbero la moglie Tullia e le figlie. I suoi istinti sessuali repressi, infatti, lo hanno fatto diventare violento; all’improvviso morde qualcuno e potrebbe addirittura menomarlo fisicamente, come già era successo ad altri.

Qualche volta Alvise si ritrova a contemplare Biondo. L’autore ci ricorda che Gesù era entrato a Gerusalemme in groppa ad un’asina e si era portato dietro anche il suo puledro. Ci descrive Gesù: “Cristo, si desume dalla Sindone, per i suoi tempi era molto alto: un metro e ottanta. Possente di forme, aveva lineamenti fenici, la faccia incorniciata di barba, lo sguardo ascetico, severo e nello stesso tempo mite; lo sguardo del Volto Santo di Lucca di fronte al quale si deve abbassare la testa: legge nell’anima e nei pensieri, fa sentire soli e disarmati.”.

Stelvio, un altro amante di Evelina, riesce, attraverso quest’ultima, a farsi prestare l’asino da Alvise, il quale a un certo punto ha dei sospetti e manda il narratore, ragazzo, a controllare. Stelvio, per far correre l’animale, lo sferza e lo punzecchia all’ano con la punta di un bastone, e così lui riferisce ad Alvise, il quale non se lo fa dire due volte. Infuriato, va da Stelvio e gli toglie l’asino, insultando lui e soprattutto la propria figlia, che se la intende con quell’uomo, rimasto fascista nel sangue: “I suoi mugugni e le grida attraversavano il silenzio della controra alla stregua di colpi di frusta. Legato all’inferriata, Biondo muoveva le orecchie; movimenti di coda e di zampe, scacciava le mosche: molte delle quali gli s’aggrovigliavano sulle escoriazioni provocate dal vincastro. Castella, venuto fuori con un secchio d’acqua, prese a lavargliele. Delicato, gli accostava uno straccio bagnato sulla carne martoriata. L’asino stava immobile, le orecchie pendule.”.

Pardini ricorda anche il lavoro dei muli durante la guerra, carichi di “pezzi di cannone, casse di munizioni, mitragliatrici e vettovaglie.”. Erano affidati agli alpini. Biondo vi ha parte, perché un giorno fugge da Alvise per andare al campo degli alpini in cerca di una femmina, la troverà, mettendo in subbuglio la truppa. Il comandante ordinerà di catturarlo e di legarlo fino all’arrivo del padrone. Quando giunge Alvise, lo ammonisce invitandolo a sorvegliare l’asino poiché non può valicare i limiti di una zona militare.

La vita di Alvise non è tranquilla. Gli danno pensiero soprattutto le figlie. Di una, Evelina, abbiamo già detto, donna facile a farsi più di un amante. L’altra si chiama Nicla e ha sposato un ubriacone, Ubaldo Barci. Succede che violentano Eleonora, una sua giovane parente. Sono degli operai che stanno costruendo la nuova carrozzabile. Vistala, essendo bella, l’aggrediscono e stuprano; poi rubano il vino nella sua cantina e fanno baldoria.

Alvise vorrebbe vendetta.

L’autore riesce con abilità a introdurre nuove storie, interrompendo la precedente. Lo fa avvertendo il lettore, il quale resta irretito da questo procedere esplicito. È il marchio del narratore puro, il quale può permettersi pause e deviazioni dalla trama principale.

Ci parla d’un parente suo, zio Ermelindo Sassetti, poiché si dice che gli assomigli nel carattere.

E allora è giocoforza parlare di lui: “Qualcuno del mio parentato, sebbene ormai pressoché estinto, sono certo che non gradirebbe parlassi di lui. Ma io sono di ben altro avviso: quanto può contribuire a fare una storia e passa attraverso le parole, le terribili devastanti parole, finisce col purificarsi alla stregua del fuoco nei forni delle cartiere che macerano carta sporca; quando, di notte, le fiammate escono dagli espulsori, brillano come fossero alimentate di legna o carbone nonostante a sprigionarle siano gas tossici. Così la storia di zio Sassetti: torbida, ma di fuoco. Innanzitutto non era mio zio, ma di nonno Arturo, padre di mia mamma. Coetaneo di Castella, s’era spesso litigato con lui in maniera feroce per esclusiva rivalità personale. Come si vedevano, si odiavano alla stregua di due animali dominanti del medesimo sesso.”.

Ammirerete con quanta facilità e felicità espressiva è introdotta la nuova storia.

Pardini, nelle sue opere, farà ricorso più volte a questa sua specialità.

Sentiamo già l’odore di Jodo Cartamigli. Ermelindo ha fatto il sorvegliante in California ai lavori della nuova ferrovia. A cavallo aveva il compito di impedire irruzioni e danni da parte di chi era contrario alla sua costruzione. A volte doveva difenderla dalle incursioni degli indiani.

Non gli mancavano il coraggio e lo spirito d’avventura: “Un giorno, dopo una scaramuccia coi pellerossa, era appena giunto a cavallo dentro un paese insieme ai vigilanti, quando davanti al saloon vide due uomini fronteggiarsi, le mani sui calci dei revolver. Uno era magro, teso come un chiodo e vestito di nero; l’altro, un giovane possente e tarchiato, avvolto dentro abiti di pelle e capelli fluenti sulle spalle.”.

Vince l’uomo magro, vestito di nero, e quando Sassetti ne svela il nome, già il lettore se l’era immaginato: è proprio lui, Jodo Cartamigli, “il bounty killer di quelle frontiere, partito anni prima da questa nostra terra. Non riuscii a vederlo in faccia. Lo vidi appena sparare.”.

Sassetti tornerà in Italia per partecipare alla Prima guerra mondiale, dove sarà ferito “a una gamba nella battaglia del Piave”; “Oltre alla gamba, aveva sparse sul corpo diverse cicatrici: due in faccia, una vicina a un occhio, l’altra, che pareva un taglio di coltello, su una guancia. Precedenti, m’hanno detto, a quelle delle ferite riportate in guerra; risalivano al periodo di quando si trovava in California, postumi di risse o addirittura duelli.”.

Jodo Cartamigli sarà un suo modello di vita, anche una volta rientrato in Italia: “Era un omone grande e grosso assai più di te, di pellame biondo. Camminava coi piedi un poco torti in dentro e le gambe larghe alla maniera dei cavallerizzi. Di poche parole, ascoltava e sogghignava.”.

Aggredito dai fascisti, saprà difendersi e mandarli in fuga.

Non trovandosi più a suo agio nella famiglia dei parenti, partirà per l’Argentina, dove farà vari mestieri e sarà un accanito giocatore di carte. Ai due che barano al gioco e che, smascherati, cercano di aggredirlo, sparerà senza estrarre la pistola che teneva nella giacca, uccidendoli.

Muore sul lavoro in ferrovia, schiacciato da due vagoni in manovra: “Uno dei quali lo urtò, schiacciandogli la testa contro l’altro.”.

Scrive l’autore: “Alla stregua di zio Sassetti detengo revolver, frequento poligoni di tiro e, per ragioni connesse al mio lavoro, potrei anche uccidere qualcuno, sebbene per legittima difesa. Inoltre, qui sta il mio essere veramente peggio di lui, investigo sul passato, rovisto nella mia e altrui memoria per scrivere storie. Cosa che, forse, non dovrei fare: rievoco i morti per tormentare i vivi.”.

Che è una dichiarazione d’arte. L’impegno critico a ricordare e a confrontare; il narrare mai neutro.

E questo racconto, contenuto in un libriccino minuto, ci fa viaggiare proprio nel mondo e nelle anime. Resuscita ed insegna.

Lo stupro di Eleonora ha creato nel paese un clima di tristezza. Alvise, come succede anche nei romanzi di Carlo Sgorlon, ce l’ha con la nuova strada che porterà disgrazia.

Anche il narratore-autore è triste. La sua presenza nel racconto si sta densificando. Si rifugia in chiesa, prega: “Nell’oscurità, rischiarata appena dal lume accanto l’altare, respirai il profumo d’incenso e di candele. Senza avvedermene, cominciai a pregare. Era come lo avesse suggerito qualcuno. Dimenticai l’angoscia e subentrò la quiete. Scoprii che Dio poteva essere anche uno stato d’animo.”.

Il contatto con la spiritualità, qualsiasi sia la sua fonte, è trattato da Pardini sempre con delicatezza e intimità.

In tale delicatezza, è però impressa la forza della Fede.

In una e-mail del 14 febbraio 2016, mi scriveva: “Poco prima di morire, in una intervista al Corriere, Einstein disse che uno scienziato che non avverte Dio non è uno scienziato; dio – prosegue – è qualcosa di sottile, ma di indistruttibile: questo avvertiva o aveva avvertito nelle sue ricerche. Era di sicuro un uomo super intelligente. Ma a mio avviso non occorre rompersi la testa per credere in Dio: basta leggere la Bibbia. Hanno scoperto di recente che Sodoma e Gomorra furono colpite da un incendio così potente, che la sabbia si tramutò in vetro. E non hanno capito come sia avvenuto. I santi vengono apposta per ricordarci Dio. E dicono tutti, all’incirca, le stesse cose. Credo che Dio faccia di tutto per inviarci messaggi, ma l’umanità non li recepisce. Di più non può fare. Ci ha creato liberi. Credo che Dio ognuno lo senta secondo le sue percezioni. L’importante, però, è avere l’intenzione rivolta a Lui. E lui viene.”.

Una notte di luna si sentono degli spari. Il narratore ha da poco finito il suo turno di guardia. Torna in strada. Trova Aloe, ‘il guardia’ (la guardia campestre) che sta andando incontro ai carabinieri, che giungono infine armati di mitra tenuti a tracolla.

Accadimenti e misteri infittiscono l’aria, ne restano sospesi e incombenti. Intanto il tempo passa e Alvise invecchia, accanto il suo asino, rimasto ancora possente e voglioso di femmine. Un giorno, ad una fiera di equini, assale delle cavalle, alcune di razza, e le monta tutte, scatenando l’ira dei proprietari.

Finché di Alvise, partito una mattina presto, alla sera non si sa più nulla. Ci si mette alla sua ricerca, “con lampade e lanterne”. Vengono anche i carabinieri con le unità cinofile: “Alvise sembrava essere sparito nel nulla.”.

Passano i giorni e, convinti dall’amante di Evelina, Corrado Ebrezza, l’asino viene venduto a una famiglia di siciliani. Quando lascia la casa si volta indietro, incredulo: “Uno degli uomini prese infine Biondo alla briglia, che prima di seguirlo, si voltò un attimo: con orecchie lunghe e rigide guardò le donne sulle scale. Poi, strattonato, s’incamminò seguito da Ebrezza e gli altri.”.

È rinchiuso in una stalla insieme a muli e cavalli, e a uno stallone andaluso. La biada è di pianura, lui, abituato a quella di montagna, non la gradisce. Una notte di tempesta la stalla viene abbattuta dal forte vento e si ritrova con gli altri animali sotto la pioggia. Non è abituato. È a disagio.

Trovatosi libero, ritorna alla sua vecchia casa. Giuntovi, raglia sorprendendo Tullia e le figlie: “Nessuna di loro parlò. Lacrime agli occhi, lo carezzavano e gli abbracciavano il collo. Lui, immobile, respirava grosso.”.

Tullia dice alle figlie che Biondo è l’unico che può sapere che fine abbia fatto Alvise. Erano insieme, poi lui era stato trovato solo, “ma sella e briglie erano sparite.”.

Come si dice facesse la madre di Giovanni Pascoli nei confronti della cavallina storna, domandandole chi le avesse ucciso il marito, allo stesso modo fa Tullia che interroga Biondo. Ne riceve cenni da interpretare.

I siciliani vengono a riprenderlo, rifiutando la proposta di Tullia di ricomprarsi l’asino. Lo riportano nella stalla dove ritrova muli e cavalli, e lo stallone, il quale cerca di aggredirlo. Biondo risponde, lottando, e lo stallone, addentato al collo, muore. I siciliani non lo perdonano e lo bastonano fino a che riesce a fuggire, ma cade nel precipizio e “s’accorsero che aveva il ventre infitto in un dente rupestre.”; “Falchi e poiane avevano preso a spolparlo; talvolta se ne contendevano i brandelli e ingaggiavano combattimenti, tra giravolte e picchiate. Colore delle rocce, vi rimase infine lo scheletro. Nessuno s’accorse allora più di lui. In quel tratto crebbe una vegetazione rigogliosa come non mai. Che l’ha nascosto. Una tomba d’erba sospesa in aria.”.

Anni dopo, morti tutti i protagonisti della storia, salvo Evelina, diventata molto vecchia, in una capanna della proprietà di Alvise viene rinvenuto uno scheletro. Si accertò che era il suo.

Al lettore lasciamo di scoprire che cosa era avvenuto. Riportiamo solo le parole conclusive dell’autore, che ricorda Alvise: “Il giorno che elogiai le virtù del suo asino, rispose che se lo avessi voluto me lo avrebbe regalato. A lui, ormai, non serviva più. Era stanco di tutto. La vita, la maledetta vita l’aveva tradito. Con disprezzo e coraggio, se n’era vendicato scomparendo nel nulla.”.

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Letto 79 volte.


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Bart