Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

LETTERATURA: Perdersi

11 Aprile 2009

di Fabio Fracas

[Fabio Fracas ̬ autore, editor, giornalista e sceneggiatore. Oltre a racconti, libri e poesie scrive per il cinema, per il teatro, per i fumetti e su varie testate giornalistiche cartacee e Web. Suoi brani e suoi lavori sono stati rappresentati in vari festival e da diverse compagnie. Ha ricevuto una serie di riconoscimenti letterari e nel 2004, assieme alla poetessa Federica Castellini, ha fondato MacAdam РMacAdemia di Scritture e Letture.]

Viaggiare è un po’ perdersi; rimanere con lo sguardo sospeso, fisso, lontano. Con la testa reclinata all’indietro poggiata sul collo dolente, sulle spalle piegate da uno zaino pesante ma pieno di niente, di nulla, del vuoto che ci riempie la mente. 

Fissare stupiti qualcosa che invece è normale. Per gli altri. Qualcosa che riempie le piazze, le chiese, le strade. Le riempie di gente che non fissa più niente, non quello che hai addosso, il tuo niente, che adesso è più grande, più vasto, più pieno, ma il nulla del vuoto delle loro vite. Ripiene, stipate da mille pensieri, ripiene stipate con mille problemi. Persone che ti passano accanto e vedono solo davanti, il giorno che passa, e non guardano indietro verso quei monumenti, quei fregi, quei muri che trasudano sangue e fatica, che trasudano amore e gioia, che trasudano storia. La storia di uomini e donne che guardavano avanti e vedevano oltre, che ora vedono oltre, con gli occhi di pietra scolpita nascosti nell’ombra. 

Scoprire qualcosa che è aria, che è forza, è sudore, è voglia di vivere, fare, creare: le opere d’arte, le piazze, le chiese, le strade che fissi stupito. 

Annusare, l’odore dei luoghi che hai già visitato. L’afrore dei corpi sotto il sole accecante o la pioggia battente che sferza le membra scoperte in un giorno d’agosto. Inspirare l’odore del salso, del mare, o quello dei fiori, dei boschi, dove hai già camminato o ti sei fermato con lo sguardo rapito al di là delle cime. Ricordi, ora in piedi nel vento, l’odore dei corpi che si muovono accanto, che si cercano e fondono nelle notti d’amore; del tuo corpo e del suo che ora dorme lontana mentre tu resti in piedi nel vento a fissare il tuo mondo. Che è quello degli altri. 

Respirare qualcosa che è aria, che è forza, è sudore. Che viene dal vento, che passa vicino e poi si allontana ma resta con te, dentro te. 

Ascoltare rumori distanti, passi perduti di piedi che battono in terra in cerca dell’acqua; o rumori ovattati di pelli animali piegate e cucite per volere dell’uomo in fogge e colori: i più disparati. Udire il fragore del fiume che scorre lontano, impetuoso e violento, che cade dal monte e si infrange in un letto di pietra, di sasso, e continua il suo viaggio verso terre straniere anche solo di nome. Soffermarsi sul ciglio di un lago ascoltando le onde, anche quelle del mare, più forti, più lunghe, in silenzio; con il nulla nel cuore che ti porta il riposo e con l’anima pronta per nuove avventure. Le urla, degli uomini nei giorni di festa o al mercato del pesce di prima mattina. Le grida, il dolore che spesso è anche muto e non riesce ad uscire dalle gole serrate, dalle labbra contratte in cerca di aiuto, dagli occhi frementi di lacrime calde che nascono e muoiono. E muoiono. Con i suoni del giorno che non hanno vissuto. Le senti? Col mondo che ti ruota accanto senza far rumore. 

Gridare con forza, sudato, col petto ansimante la tua voglia di vivere, di essere uomo. Di conoscere il mondo che non è solo tuo. 

Gustare, con gioia, del vino dove non c’è più acqua. Con riconoscenza e piacere. Passare il bicchiere ora vuoto e chiederne ancora. E averne. Seduto, con gli altri vicini che non sono nessuno, parlare con loro per ore e poi andarsene via con la lingua attaccata al palato che non sa più parlare. E tu inciampi, nei verbi, nei nomi, nei luoghi comuni e poi caschi a terra stremato da un viaggio che non porta più a niente. Che è un volo diretto verso il centro dell’uomo: di te. Leccare ferite di anni che sanno d’amaro, che sanno di fiele, e non vogliono chiudersi; con la testa che gira e il cuore che batte. La pioggia che cade dall’alto e colpisce la fronte, la pioggia che è vita e anche morte, che scende ridendo e rimbalza sul suolo o vi penetra dentro, la pioggia che scioglie sui muri colori sbiaditi da anni di pioggia. La pioggia che riesce a svegliarti e ti rende felice mentre ti alzi e barcolli in cerca dell’acqua, che è pioggia, che ti salva la vita. Mentre ad altri la toglie. 

Bere, assetato, alla fonte dell’uomo con la voglia di un giorno che ti porti la forza di cercare calore. Di dare calore anche quando fa freddo o hai il freddo dentro. 

Toccare con mano discreta la spalla di un altro per dargli conforto, per dargli sostegno in un giorno di lutto o di difficoltà. Stringere mani sudate e mollicce o forti e decise che decidono vite e neanche lo sanno, le mani, che stringono e spezzano mentre i volti sorridono. Sollevare da terra un oggetto, una palla, che qualche bambino ha lanciato un po’ troppo lontano e portargliela indietro con un mezzo sorriso perché in fondo hai deviato, hai cambiato il tuo giro e non volevi farlo. 

Appoggiarsi sfiniti ad un muro con la schiena distrutta, piagata da un nulla che oramai è troppo grande e che neanche il tuo zaino può più contenere. 

Aprire lo zaino e vuotarlo per un nuovo viaggio.

E poi perdersi.


Letto 2555 volte.


5 Comments

  1. Pingback by Perdersi a Pasqua : MacAdemia — 11 Aprile 2009 @ 10:00

    […] stata appena pubblicata, sulla rivista d’arte Parliamone, una mia nuova prosopoesia: Perdersi. Vi invito a leggerla e porgo a tutti voi – MacAdemici e non – i miei più sinceri auguri di buona […]

  2. Commento by Eugenio Tiengo — 11 Aprile 2009 @ 10:58

    La sana malinconia del viaggiare rimane eco del racconto di chi ha vissuto, toccato, udito e osservato. Di chi ha riempito il vuoto interiore con esperienza inenarrabile eppure tangibile; personale eppure universale. Di chi ha visto e vede con lo sguardo sospeso, stupito, lontano la vita com’è, la storia che è.
    Narratore remoto, novello Ulisse senza Odissea; perduto nel viaggio, ritrovato nel racconto.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 11 Aprile 2009 @ 16:10

    Questa prosa (o poesia?) ricca di invenzioni verbali e pregna di colore e di sostanza, attraverso anche un simbolismo, lieve, pennellato, di notevole bellezza figurale, ricerca un presente purificato da un quotidiano piatto e, spesso, banale, da una “paralisi” del vivere, soprattutto interiore. Ed allora si identifica nelle vera realtà esistenziale, divenendo slancio e desiderio emblematici, che vanno oltre il luogo personale, per farsi storia e mito, per ricomporre il senso più vero dell’uomo e del mondo, per ritrovare un rapporto ideale, gratificante ed irripetibile (se ci poniamo profondamente in attento ascolto), con l’essere stesso e con ciò che lo circonda. Così da realizzare una vitalità comunicativa propria ed universale. Ogni frase, dalla poetica grazia, incalza delicatamente ma sentitamente la “religione” dell’esistere, la capacità di farsi “avvolgere” dalle immagini naturali e dalla purezza emozionale. Quasi a ricordarci che di questo si può vivere e si deve anche vivere, “per perderci” un poco, ma per ritrovarci rigenerati, migliori, più ricchi, più disponibili
    Gian Gabriele Benedetti

  4. Commento by Alessandra — 13 Aprile 2009 @ 11:53

    Strana questa prosopoesia dai mille volti! Leggi tutto, prima, e rifletti, poi leggi i pezzi separati ma uniti dallo stesso carattere e hai altri signifcati. E sai che dovrai rileggere ancora per comprendere. E per fare questo, devi essere pronto a partire per il viaggio, caro lettore, con il tuo zaino pieno che poi dovrai vuotare per riempirlo nuovamente,ti aspettano tanto lavoro e tanta strada, sperando di perderti. Affascinante!
    Alessandra

  5. Commento by Federica — 14 Aprile 2009 @ 10:06

    Un viaggio in un luogo vero o in luoghi evocati dalla dolce malinconia del ricordo, che possono a loro volta evocare altri luoghi, altre forme, alte emozioni nella mente del lettore assorbito dall’atmosfera viva e tangibile del racconto. Quelli narrati possono essere diversi luoghi o lo stesso luogo visto da diversi punti di vista temporali, spaziali, emotivi. Uno zaino da svuotare e da riempire continuamente.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart