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LETTERATURA: Piero Gadda Conti: “Festa da ballo ”, 1937

11 Luglio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Fu cugino di Carlo Emilio Gadda. Milano. Aristocrazia e alta borghesia. Si terrà una festa da ballo, siamo in periodo di carnevale, sono in atto i preparativi. Enrico degli Almuerzi, il padrone di casa, invita a parteciparvi l’amico Lorenzo Cocchi, da poco ritornato da una vacanza sulla neve. La festa da ballo, una volta cominciata, occuperà l’intero romanzo. Nell’ambientazione e nello stile c’è sentore di Proust, sebbene senza i suoi approfondimenti. Dice Enrico a Lorenzo, a proposito della festa: “Poiché tu devi osservare non solo le armonie, ma anche le stonature, non solo le concordanze, ma anche gli attriti: anzi, soprattutto le stonature e gli attriti; perché è lì che nascono le scintille.”, e più avanti: “Descrivere con lucida ed asciutta acrimonia tutte le bassezze morali, i pettegolezzi cretini, le ambizioni balorde, che una serata mondana alimenta e mette in gioco. Mostrarvi chi irritato dall’invidia, chi tormentato dalla gelosia, chi avvilito dalla servitù…”. Vi fanno appena capolino le manifestazioni socialiste, che cominciano a pungere e a dare preoccupazione. Per le strade sono continui i cortei. Quando li incontrano, dopo aver pranzato nell’elegante ristorante Savini, i due “alzarono il bavero dei pastrani, nascondendo così agli sguardi della gente, anche per un senso di pudor difensivo, il candore delle sciarpe di seta e dei cravattini a farfalla.”; “L’aria di casa sua e l’aria di fuori gli parevano inconciliabili”.

Arrivano gli invitati, la festa da ballo sta per cominciare. L’autore approfitta dell’attesa per soffermarsi sui personaggi, alcuni descrivendoli in tono canzonatorio, sia che appartengano all’aristocrazia che alla classe dei “nuovi ricchi”: “la povera Amalia fece dei vani sforzi per levarsi in piedi. Diventò tutta rossa, gonfiò le gote, puntò i pugni nei cuscini di piuma, ma non riuscì a mettersi sulle proprie gambe che quando l’augusto principe era già passato nella sala rossa.”.

Si balla e ciascuno osserva il vicino, come spiandone i mancamenti, i difetti, o provandone gelosia oppure invidia.

L’autore vi si muove a suo agio. Sempre più si fa viva e connivente un’atmosfera di vacuità, nella quale il lettore si sente coinvolto, attratto da un pettegolezzo accattivante. Ma a uno dei personaggi, il Piccioni, sfugge questa riflessione: “La guerra non aveva dunque cambiato proprio nulla? o forse questo, dell’immediato dopoguerra era uno scenario fittizio, che si reggeva ancora provvisoriamente, per la forza dell’abitudine, ma era destinato a crollare presto?”. Più tardi saranno i temi, nel cinema, cari all’ultimo Visconti.

Vi troviamo riportato anche il celebre detto popolare, di cui nel dopoguerra fece sfoggio Giulio Andreotti: “a pensar male del prossimo si fa peccato, ma ci si indovina.”.

Toccherà ancora al Piccioni enunciare ad alta voce altre riflessioni, che daranno carattere alla festa, che ora sta per finire: “il mondo rinasce ad ogni istante”, e soprattutto: “Ognuno deve sforzarsi di vivere come se nessuno fosse mai vissuto prima di lui: e questa è appunto la ragione della eterna giovinezza del mondo.”.

Del Piccioni, l’autore ci lascia questa colorita descrizione: “Se ne veniva avanti colle sue spalle quadre, e la sua andatura un po’ legnosa, ed aveva l’aria, più che di un invitato ad una festa da ballo, di un minatore che, con la lampada oscillante dalla mano, un po’ curvo, si accinga ad entrare nella miniera.”.

 

 


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Bart