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LETTERATURA: Più bella e più superba che pria…

26 Agosto 2009

di Marco Vignolo Gargini 

   Quanti tra i cosiddetti comici italiani contemporanei oserebbero sfidare una dittatura, un’autentica dichiarata dittatura, mettendo in scena un’opera che prende in giro sfacciatamente il dittatore? Ettore Petrolini lo ha fatto, a modo suo, approfittando di un consenso che il pubblico gli aveva tributato e il regime fascista non aveva messo mai in discussione. Si dirà che la posizione politica ufficiale di Petrolini era favorevole a quel regime… Già, ma il suo atteggiamento non fu come quello delle masse di italiani che si infiammavano ad ascoltare il Duce alle adunate, specie quando il Duce era saldamente in sella e governava con moschetto e manganello. Gli italiani in genere non ridevano del loro tronfio tiranno, e se lo facevano stavano bene attenti a non apparire dei disfattisti. La famosa barzelletta dei treni in orario, che Massimo Troisi rispolverò nel suo film Le vie del Signore sono finite (1987), nacque durante il ventennio fascista e fu una boutade molto popolare. Recitava: « Mussolini ha eliminato i ritardi dei treni delle ferrovie italiane … e allora, c’era bisogno di farlo capo del governo? Bastava farlo capostazione!» Nel film il protagonista, un giovane barbiere di paese interpretato dallo stesso Troisi, finisce in carcere con l’accusa di antifascismo per aver pronunciato questa insolente freddura, e molto probabilmente c’è stato davvero qualcuno tra il popolo che ha avuto una sorte simile a causa d’una barzelletta non gradita al regime.
   Oggi non si va in galera per una battuta, però possono “licenziarti” o sospenderti un programma televisivo, se hai la fortuna di fare televisione…
   Ettore Petrolini scrisse nel 1917 un testo teatrale che conobbe un successo straordinario: Nerone. Questo atto unico era una satira che nasceva dal gusto tipicamente romanesco di ridicolizzare il potere, come in Giuseppe Gioacchino Belli, Cesare Pascarella, Trilussa, tutti autori nati e cresciuti in ambiti politici non democratici.
   Il Nerone petroliniano è un personaggio che va oltre il suo specifico storico, non vuole essere assolutamente il paradigma dell’iniquità, la maschera dell’immoralità, la rappresentazione del cliché del folle imperatore romano responsabile delle persecuzioni nei confronti dei seguaci di colui che gli storici latini, Tacito e Svetonio, chiamavano “Cresto”. V’è una leggerezza, pur nella caratterizzazione esagerata dell’attore romano, che oltrepassa la tradizione popolare e sfocia in una raffinata parodia non solo dell’uomo politico, ma pure dell’uomo di spettacolo. Il tronfio, sciocco, vanesio Nerone di Petrolini fa il verso agli oratori del potere e agli attori di teatro (incluso se stesso) mostrando quali siano le proprietà della parola, anche le più nascoste. Questo strampalato imperatore petroliniano ci dice senza mezzi termini che chi sale sui rostri, in cattedra, si affaccia dal balcone di tutti i palazzi del potere, si esibisce su un palcoscenico e parla davanti a un pubblico detiene l’autorità della parola, e grazie a questa autorità desidera il successo che ha già, gli applausi, tende naturalmente a convincere l’uditorio con tutti i mezzi, inclusa la menzogna spudorata e l’adulazione degli spettatori, considerati in sostanza soltanto della merce da acquistare a bassissimo costo. Questa autorità è l’inganno supremo, è far credere agli altri ciò che gli altri amano credere, o pensano di amare, è la conquista da parte dell’uomo di potere della popolarità che omologa, appiattisce, uniforma il consenso.
   Nella Scena ottava della commedia di Petrolini Nerone deve affrontare il popolo inferocito, è chiamato a difendersi dall’accusa d’esser stato l’autore dell’incendio che sta distruggendo Roma, ma al tiranno non interessa provare la propria estraneità ai fatti, la sua unica preoccupazione è esibirsi, conquistare la folla, schiacciarla e scongiurare una rivolta. 

NERONE: Sta bene, parlerò al popolo, ma non mi lasciate solo… venitemi a tergo… (Si avvia al podio, ma delle urla improvvise lo fanno retrocedere frettolosamente.) Ah, no… il popolo è ignorante… vo’ li quatrini… (Ripete l’azione e nuovamente retrocede.) Ho trovato… il popolo è mio… un nume mi ha dato il lume: Eureka! Eureka! E chi se ne… importa! L’ho in mano… Basta che lo fai divertì il popolo è tuo… (Va al podio accolto nuovamente dalle urla, rimane al podio dicendo i numeri della morra:) Sette… Tre… Tutta…
VOCE (d.d.) : Quattro… Otto… Sei… Sei…
NERONE: Stupido… Ignobile plebaglia! Così ricompensate i sacrifici fatti per voi? Ritiratevi, dimostratevi uomini e domani Roma rinascerà più bella e più superba che pria…
VOCE (d.d.) : Bravo!
NERONE: Grazie. (Rivolgendosi a Egloge e a Poppea:) È piaciuta questa parola… pria… Il popolo quando sente delle parole difficili si affeziona… Ora gliela ridico… Più bella e più superba che pria.
VOCE (d.d.) : Bravo!
NERONE: (sempre più affrettatamente quasi cercando di sorprendere il popolo:) Più bella e più superba che pria…
VOCE (d.d.) : Bravo!
NERONE: Più bella… grazie.
VOCE (d.d.) : Bravo!
NERONE: … Zie.
VOCE (d.d.) : Bravo!
NERONE: (facendo il gesto di dire la parola pria, senza però dirla.)
VOCE (d.d.) : Bravo!
NERONE : Bravo!
VOCE (d.d.) : Grazie!
NERONE : Lo vedi all’urtimo com’è il popolo? Quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo! Guarda (ripete il gesto senza dire la parola).
VOCE (d.d.) : Brrrrrrr…” 

   L’attore romano Fiorenzo Fiorentini raccontò in un’intervista televisiva una esperienza giovanile che influenzò tutta la sua vita artistica: l’incontro con Ettore Petrolini. In una delle sue ultime apparizioni in scena, proprio con il Nerone, Petrolini ebbe l’onore di avere a teatro tra gli spettatori il Duce in persona, che era un ammiratore del comico. La preoccupazione di indispettire il dittatore con il suo spettacolo, suscettibile d’essere considerato la rappresentazione satirica del regime fascista e la canzonatura della retorica boriosa e della ridicola gestualità mussoliniana, indusse Petrolini a incaricare due ragazzi del suo seguito, tra cui Fiorenzo Fiorentini, di prendere posto nel palco vicino al Duce per scrutarne le reazioni e riferire. Terminata la commedia, i due ragazzi andarono dall’attore e raccontarono quello che era avvenuto durante lo spettacolo. Mussolini aveva riso a tal punto da mettersi un fazzoletto sulla bocca per non dare troppo nell’occhio con la sua fragorosa allegria, specie lungo tutta la famosa scena citata sopra.
   Chissà, forse in cuor suo Mussolini rideva di se stesso o, piuttosto, si divertiva come pochi altri, in un lampo di autoironia, a vedere scoperti i suoi trucchi retorici, i numeri istrionici del Duce del Fascismo che arringava la folla subissandola di parole “difficili”, di espressioni ad effetto che solo lui poteva usare e le usava perché non facevano parte del linguaggio comune della gente. Il Duce doveva mantenere le distanze, salire sul podio, stare in alto, molto in alto, così da non rivelare che era un essere umano come tutti, magari un po’ piccoletto di statura e nemmeno tanto avvenente, doveva far capire che il capo era colui che possedeva il vero potere con cui s’intimorisce la plebaglia ignorante: il potere della comunicazione assoluta, del discorso. Il popolo svuotato, acquistato e non acquirente, consumato e non consumatore, ridotto a massa senza volto, senza intelletto, senza personalità, senza dignità, andava alle adunate oceaniche, veniva chiamato alla manifestazione della sua forza numerica, perché s’illudesse d’essere protagonista dell’evento senza sapere che l’unica licenza concessagli era quella di commentare con un “Bravo!” le astruse castronerie di un ciarlatano. Una volta soggiogata la massa con la messinscena, il dittatore se la rideva e commentava orgoglioso: “Lo vedi all’urtimo com’è il popolo? Quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo!”.
   Petrolini continua con il suo Nerone a metterci in guardia, ci provoca, ci svela che è soltanto cambiato il nome dell’oratore: il progetto del consenso autoritario rimane immutato.
   La foto di scena del Nerone petroliniano, questo irresistibile primo piano, comunica ancora di più la natura del “mattatore” politico. Oggi non abbiamo una maschera così eloquente tra gli artisti che zampettano sulle scene, in tv, e poi scompaiono. Qualcuno ci prova a sottolineare la mediocrità dell’uomo o della donna di potere, enfatizzando i tic, esagerando i gesti, scimmiottando il timbro di voce e lo stile oratorio. Passa la macchietta, viene strappata una risata, però, scomparsa la figura che si vuole canzonare, non si aggiunge niente di nuovo. Di Alighiero Noschese sono rimaste memorabili le imitazioni degli onorevoli, dei capi di stato, degli artisti, anche se il suo nome non viene associato a un personaggio in particolare. Stesso discorso per i satirici odierni.
   Il Nerone di Petrolini appartiene alla storia dell’arte teatrale, discende dalla fabula atellana e attraversa i secoli proponendosi come un’elaborazione originale di vecchi modelli. È una vera maschera. La bocca che sembra un taglio, la prominenza del mento, il nasone rubicondo, i baffetti, le ciglia grosse e corte, gli occhi, soprattutto gli occhi, mobili, quasi sganciati dal contesto, l’inelegante corona d’alloro che serve a ricoprire la calvizie… Questo volto ricostruito con il trucco, gli accessori e la mimica facciale, simboleggia la forma grottesca del leader politico, che è diventato popolare in quanto grottesco, ridicolo. Basta scegliere un qualsiasi dittatore, monarca, presidente, deputato che si atteggia, fa la sua parata di potenza, si avvale dei mezzi della comunicazione per apparire “più bello e più superbo”, e abbiamo un nuovo Nerone petroliniano. Con questa maschera indosso l’uomo di potere può stare sicuro che ci sarà sempre qualcuno che abbocca. Perché? Perché mai lo spettacolo della mediocrità, dell’omiciattolo che si gonfia come la rana della favola di Esopo attrae? L’immagine dell’umanità che ha raggiunto i vertici del potere politico diventa tanto più accessibile, seducente e rassicurante quanto più è bassa, avvilente, gigionesca. L’immagine rifatta, imbellettata, del capo, del Duce, del Führer, del Presidente, del Re gioca e sfrutta il paradosso. Il sottotesto dei discorsi di questi “potenti” è universale. Partendo dal presupposto d’essere uno come tanti, venuto dal popolo o amante del popolo (meglio non mostrare che l’origine sociale abbia determinato un disprezzo per le masse), il leader deve suggerire che il suo successo può venire condiviso o raggiunto, ma solo dopo di Lui. Lui ce l’ha fatta. Anche gli altri possono farcela, ma per il momento non “conviene” cercare di sostituirlo, poiché Lui è lì, chiamato dal destino, per fare le cose al posto degli altri, meglio degli altri. Il popolo stia contento: ha finalmente una persona che ambiva ad essere qualcuno e ha realizzato il suo sogno. Attraverso Lui può nutrire una speranza che altrimenti non avrebbe avuto modo di esistere. Il leader non solo rappresenta la gente, ma pure risparmia alla gente quella fatica che la decisione politica comporta. Lui si sacrifica!
   Ma la verità è che questo istrione se ne frega del popolo, lo considera un gregge di pecore belanti la cui pigrizia va assecondata. Lui ha il compito di sistemare tutto e chi non ha fiducia in Lui è un ingrato, incapace di comprendere e apprezzare, un traditore della Patria, un egoista, un individuo pericoloso (l’individuo che non si fonde nella massa è sempre un pericolo perché è uno che pensa con la propria testa).
   Da che mondo è mondo ogni Nerone si fa forte delle sue promesse, che non ha minimamente intenzione di mantenere, getta fumo negli occhi, dà sempre a bere che “domani Roma rinascerà più bella e più superba che pria…”.
   Bravo!
   Grazie!


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2 Comments

  1. Comment di Gian Gabriele Benedetti — 26 Agosto 2009 @ 17:29

    Per quanto riguarda il presunto licenziamento di conduttori televisivi, mi sembra strano che la TV pubblica, pagata con i nostri soldi, “attacchi” pesantemente sempre una parte politica, che sia al governo o all’opposizione. Qualche anomalia ci sarà si o no? Ed anche ora la “musica” non è cambiata di tanto, quindi di libertà ve n’è… eccome! Anche di accusare (quasi la TV pubblica fosse un tribunale), di offendere ed insultare spesso gratuitamente
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Comment di franca colonna — 27 Agosto 2009 @ 15:31

    Grazie per aver scritto un’analisi cosi’ originale di un testo teatrale.
    E’ la dimostrazione che l’arte autentica ed il talento non hanno nè tempo, nè spazio, ma sono al di fuori e ben oltre.
    Grazie perchè articoli simili aiutano a pensare, e questo è uno splendido regalo : quando siamo obbligati a riflettere allora è segno che siamo ancora vivi, perchè il pensare è l’unica nostra ricchezza.
    Ancora grazie all’Autore.

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