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LETTERATURA: STORIA: Quel tremendo bombardamento

24 Maggio 2012

di Mario Camaiani

Siamo all’inizio del 1943, nel terzo anno di guerra, la quale sta decisamente volgendo al peggio per le forze dell’Asse: infatti, sul fronte russo, dopo la disfatta tedesca nella battaglia di Stalingrado e lo sfondamento delle nostre linee sul Don, l’esercito sovietico sta rioccupando i territori perduti; sul fronte in Africa Settentrionale le forze britanniche, dopo aver battuto ad El Alamein le truppe italo-tedesche, stanno avanzando velocemente in Libia; in Inghilterra gli Alleati si preparano per lo sbarco in Francia, mentre i tedeschi stanno approntando una linea di difesa denominata: “Vallo Atlantico”, per questa non lontana eventualità. L’aviazione anglo-americana sta diventando padrona quasi incontrastata dei nostri cieli: le incursioni sulle nostre città aumentano giorno per giorno: da noi, a Livorno, gli allarmi aerei sono sempre più frequenti e continuamente si corre verso i rifugi antiaerei, mentre i ricognitori Alleati fotografano il  nostro territorio onde preparare le azioni di bombardamento. Ed anche ricordo che in questo periodo, mediante la radio, la stampa e le esortazioni orali, la popolazione veniva avvertita di non raccogliere eventuali giocattolini, particolarmente penne, bambolotti, perché si poteva trattare di oggetti esplosivi lanciati dagli aerei nemici; ed a questo proposito, specie su grossi manifesti murali, erano raffigurati bambini straziati da siffatte piccolissime esplosioni. Forse si trattava di propaganda del regime; ma debbo dire che, per quanto ne sono a conoscenza, della verità, o menzogna, di questi fatti incresciosi, non è mai stata fatta alcuna precisazione.

Intanto ero stato assunto alla scuola aziendale del “Silurificio Moto Fides”: ero iscritto al primo corso (del triennio) e l’attività didattica si svolgeva su due distinti percorsi: la mattina noi alunni  frequentavamo la scuola, comprendente materie meccaniche, tecnologiche, ed anche letterarie (gli insegnanti erano tecnici dell’azienda); nella grande officina meccanica, istruiti da capi operai, ci si esercitava alla morsa, al tornio, alla fresa; insomma a tutta la gamma della disponibilità meccanica per lavori di manutenzione e riparazione; ed in futuro, come prospettiva, molti di noi dovevamo diventare dei buoni mestieranti ed alcuni anche capisquadra e tecnici dei reparti. Molto interessanti erano le visite istruttive che ci facevano compiere nei vari reparti dello stabilimento: dalle fonderie alla preparazione delle lamiere e delle intelaiature; poi all’approntamento dei motorini, fino al grande capannone nel quale, con un montaggio a catena, i siluri “nascevano” da una parte del salone di montaggio e ne uscivano, ultimati, dall’altra, verso il collaudo. Durante la pausa di metà giornata si consumava il pasto alla mensa dell’azienda e debbo dire che ciò era un toccasana perché, con i tempi di carestia che correvano, si mangiava meglio a detta mensa che non a casa. Inoltre anche noi allievi avevamo la nostra retribuzione, con il relativo accredito dei contributi previdenziali; e qui debbo dire che queste “marchette” mi sono servite, molti anni dopo, per giungere alla pensione con il massimo contributivo. Questo perché il governo aveva istituito l’“INPS” alcuni anni prima, come pure l’“INAIL”, l’“INAM” e tanti altri organismi di protezione sociale, fra cui, appunto, le scuole aziendali, le abitazioni per le maestranze ed altro ancora. Il direttore della nostra scuola, un ingegnere, vicedirettore della stabilimento, era un uomo di grande umanità e parlava a noi ragazzi con fare paterno: ricordo alcune frasi che ci rivolgeva: “Dovete crescere e maturare in fretta, chéla Patriaha bisogno di voi…Cercate di essere degni di appartenere  ad una nazione la cui civiltà è di esempio per il mondo intero…La ricchezza che dovete agognare è solo quella che deriva da una operosità onesta, nel lavoro, nelle relazioni sociali, nelle famiglie…” Ci parlava pure delle imprese della nostra Marina che aveva affondato molte unità navali nemiche, anche usando siluri costruiti nel nostro stabilimento. Però dai quotidiani bollettini di guerra che spesso asserivano che le nostre truppe avevano operato ritirate strategiche su arretrate linee difensive più sicure, o che avevamo abbattuto venti aerei nemici, magari  perdendone tre soltanto, e lo stesso per le navi, si capiva chiaramente che la situazione bellica andava sempre più in peggio. Ma soprattutto attraverso l’ascolto di Radio Londra, sulla cui emittente il mio babbo sintonizzava l’apparecchio radio, di sera , a basso volume ché non si sentisse da fuori appartamento, nonostante che detta stazione fosse disturbatissima dagli appositi organismi antipropaganda nemica, ci rendevamo ben conto di come le operazioni militari, su tutti i fronti, procedessero a nostro sfavore. Nell’ultima domenica di aprile ( ’43), cadeva la festa della Santa Pasqua: nelle chiese cittadine le funzioni religiose venivano seguite da un eccezionale numero di fedeli; certamente questo significava che a causa della triste situazione prodotta dalla guerra in atto, la gente si rifugiava nel conforto di Dio: infatti è più facile che l’Uomo ritrovila Fedenei momenti difficili, quando le forze orgogliose della natura umana non sono più in auge per cui, con la debolezza ed il timore, sorge l’umiltà ed il giusto buon senso. Il giorno dopo, lunedì dell’Angelo, nel pomeriggio suona l’allarme aereo, che dura parecchio tempo, senza che nessun velivolo nemico sorvoli la città; ma la sera stessa, attraverso la radio e l’edizione straordinaria del giornale quotidiano veniamo  a conoscenza che era stata bombardata la città di Grosseto! E proprio la città era stata colpita: colpito il centro abitato, non solo; ma addirittura gli aerei alleati si erano accaniti a colpire le giostre, in funzione, di un parco dei divertimenti, causando anche la morte ed il ferimento di parecchi bambini. In quella circostanza, alcuni piloti di un aereo americano abbattuto, quando stavano per essere linciati dalla folla inferocita, furono salvati dalle forze militari.  E il numero totale delle vittime di quell’ attacco aereo, superò il numero di duecento morti. A questo punto, noi livornesi ci rendemmo conto che il prossimo bombardamento sarebbe toccato alla nostra città e così, purtroppo, avvenne.

Venerdì 28 maggio ’43: mio padre è al lavoro alla “S.M.I.” (Società Metallurgica Italiana); mia madre è a casa (via Cesare Battisti, 15); mentre io mi trovo alla “Moto Fides”. Alle ore undici e trenta il reiterato suono delle sirene lancia l’inizio dell’allarme aereo e immediatamente, insieme al personale della scuola aziendale, corro verso il rifugio situato nel sotterraneo del grande edificio a più piani, adibito a scuola-officina ed anche a refettorio, mentre udiamo il forte rombo prodotto dai motori degli aerei che si avvicinano. Subito le batterie  contraeree  iniziano a  sparare all’impazzata; poi quando sto per entrare nello scantinato ha inizio il bombardamento: la terra e le strutture murarie tremano come ci fosse il terremoto, l’assordante rumore delle deflagrazioni ci sconvolge quasi a perdere la ragione; alcuni operai, a pochi metri dietro di me, cadono per terra per lo spostamento d’aria prodotto dalle esplosioni ed anch’io per non cadere mi appoggio al muro all’entrata del rifugio e mi precipito giù per la scala nei locali sotterranei. Lì la gente, terrorizzata, con ansia aspetta che il bombardamento cessi, ed infatti pochi minuti dopo torna il silenzio; ma una  ventina di minuti dopo, quando si sperava che le sirene stessero per suonare il cessato allarme, ecco invece  che gli scoppi riprendono, ma ci rendiamo conto che questa volta l’incursione colpisce più lontano dalla nostra zona, verso la città. Poi di nuovo silenzio ed infine, finalmente, l’allarme cessa: usciamo dal rifugio ed io con alcuni compagni di lavoro ci rechiamo sul tetto-terrazza del nostro reparto e di lassù osserviamo con terrore uno spettacolo spaventoso. La grande raffineria petrolifera “A.N.I.C.” (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili), era in fiamme, con lingue di fuoco che si ergevano alte verso il cielo (e l’incendio durò per due giorni, con una nube di fumo nero che oscurava il sole); verso il porto industriale, vicino a noi, una nave giaceva su un fianco mentre un’altra bruciava; poi,  guardando verso la città non si distingueva niente, perché una densa cortina di fumo, causato dalle esplosioni, la copriva tutta. Infine, e siamo nel pomeriggio, inforco la bicicletta e velocemente mi avvio verso casa, trepidante per i miei cari; ma ecco che sono costretto ad allungare il percorso perché mi trovo più volte con strade ostruite dalle macerie delle case distrutte e quando giungo nel mio rione, con il cuore in gola, osservo se per strada ci sono detriti di tegoli, che preannuncerebbero una vicina distruzione, come avevo notato lungo il tragitto fatto: non ci sono; poi svolto, a sinistra, da via dell’Origine in via Battisti: la mia casa, come tutte le altre, è in piedi! L’abbraccio con mia madre, ma con apprensione per il mio babbo che ancora non aveva fatto ritorno; ritorno che avvenne un’oretta più tardi. Dopo il commovente incontro ed un frugale pasto, andammo a visitare la città: essa era in uno stato pietoso, ovunque case distrutte, mucchi di macerie, persone disperate che piangevano per i loro cari morti o feriti, e così via in uno scenario squallido e desolante. Nel frattempo avevamo avuto notizia che tutti i nostri parenti erano incolumi. Al tremendo bombardamento del mattino, “a tappeto”, il più grave che Livorno abbia subìto, avevano partecipato 120 quadrimotori statunitensi, detti “Fortezze Volanti”, in due ondate successive di 60 apparecchi ciascuna: la prima colpendo la zona industriale ed il porto, cioè obbiettivi strategici, la seconda colpendo deliberatamente la città. I morti furono oltre 250 e più di mille i feriti; a centinaia e centinaia le case e gli edifici distrutti o danneggiati, mentre gli americani offensori ebbero sei bombardieri abbattuti: due dall’artiglieria contraerea e quattro da una squadriglia di nove caccia italiani, che coraggiosamente ingaggiarono e vinsero una battaglia aerea contro i giganti avversari. Nel corso della guerra i bombardamenti sulla città furono oltre cento che si intensificarono quando una buona parte della città, comprendente il centro storico, fu decretata “zona nera” (dal settembre 1943), interdetta ai civili per cui la popolazione dovette sgombrare da questo territorio. Le vittime civili totali delle incursioni aeree furono oltre ottocento ed i feriti parecchie migliaia. In seguito, quando gli alleati entrarono in Livorno trovarono una città, soprattutto nel centro cittadino, in gran parte ridotta a cumuli di macerie, compreso il Duomo ela Sinagoga, tant’è che la via principale (la “Via Grande”) e la relativa piazza, furono  poi ricostruite con criterio edilizio diverso, più moderno, più funzionale, ripartendo da zero. Da notare che nel corso di questa guerra le popolazioni civili delle nazioni belligeranti furono esposte ai rischi di operazioni belliche come i soldati al fronte e questo a causa, appunto, dei bombardamenti aerei. Dopo il suddetto attacco aereo del 28 maggio, gli stabilimenti, pur sinistrati, ripresero l’attività lavorativa, ma con produzione minore, come potevano, secondo i danni subìti; e  la “Moto Fides” sospese l’attività dei corsi aziendali, per cui dovetti rinunciare al lavoro, mentre il mio babbo continuò la consueta attività alla “S.M.I.”. Gli allarmi aerei si susseguivano spesso per cui temendo altre incursioni molti livornesi sfollavano dalla città verso località viciniore, o più lontano, verso zone  più sicure; quindi pure noi tre della famiglia (i miei nonni materni, che convivevano con noi,  erano deceduti l’anno precedente), si prese in esame questa evenienza e avendo dei parenti ad Arezzo fu deciso che mia madre ed io si sarebbe sfollati in quella città, mentre il mio babbo sarebbe rimasto a Livorno, continuando a lavorare. Scrivemmo una lettera ai suddetti parenti chiedendo se potevano aiutarci a trovare una sistemazione presso di loro. Durante gli allarmi talvolta non si andava nei rifugi, diciamo ufficiali, ma ci recavamo in uno scantinato di un palazzo in via Paoli, vicino a casa nostra, dove spesso venivano intavolate conversazioni, discussioni; c’era chi invece stava appartato, chi cercava di dormire, chi cantava (un tizio addirittura  portava con sé la chitarra), chi brontolava; chi pregava…Ecco: molti pregavano e addirittura in questo ampio locale sotterraneo era stata affissa una immagine della Madonna di Montenero presso la quale venivano accesi lumini e messi fiori. Il Santuario della Madonna così denominata si trova presso la città, su un colle dal quale si domina il mare e tutto l’abitato urbano, ed è molto venerata da noi livornesi: da secoli e secoli è insomma la “nostra Madonna”.  In questo rifugio, una volta mi trovai ad ascoltare un signore che diceva:  “A che serve pregare? E perché Iddio permette tutto questo male?”. Un altro gli rispose: “Perché siamo noi uomini a non rispettare i suoi comandamenti e usando la libertà di scegliere fra essere buoni o cattivi preferiamo fare il male”.  “Ma cosa è il male? Se siamo liberi perché non si può fare ciò che ci piace fare?” ribatté il primo. Allora il secondo replicò: “Osservate quella signora là seduta con il suo bambino in braccio – e la indicò -,  potrebbe benissimo, anziché coccolarlo, farlo piangere tormentandolo, facendogli del male; ma non lo fa, preferendo il bene”. “Sarebbe assurdo che costei si comportasse così – esclamò ancora il primo – , ciò è contro ogni regola morale e sensatamente civile!”  “Appunto – concluse l’altro – come infatti è irragionevole non rispettare il comando di Gesù di amarci tutti come fratelli”. Intanto si giunge ai primi di giugno ’43 e gli Alleati hanno ultimato l’occupazione di tutto il nord Africa, scacciando le forze dell’Asse: ora quindi la situazione militare che per noi era già drammatica  diventa disperata. Da Arezzo, da parte dei nostri parenti di colà, giunge la risposta alla nostra richiesta: ci aspettano quanto prima nella loro città, nella quale ben volentieri ci ospiteranno. Cosicché mia madre ed io ci preparammo a sfollare; però, a parte il dispiacere di separarmi dal mio babbo, mi sollecitava piacevolmente il fatto di andare a soggiornare ad Arezzo, bellissima città, dove ero già stato e dove avevo assistito ad una “Giostra del Saracino” e di rivedere mio zio Ugo, vedovo di una sorella di mio padre ed i miei  cugini  Leda e Stefano…insomma debbo dire che non vedevo l’ora di partire!


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1 commento

  1. Comment di Mario Camaiani — 24 Maggio 2012 @ 14:48

    Questo bel  commento e’ dell’ amico Gian Gabriele, al quale rivolgo tanti ringraziamenti e saluti.
    Mario.

    Ancora un racconto “vivo”, nel quale, in un’ampia, dettagliata, incalzante e fedele ricostruzione dei fatti, si rivivono momenti di grande drammaticità.

       La narrazione scorre densa e sempre puntuale e corretta, attraverso una prosa ricca, lucida, capace di farci vivere, come d’appresso, certi avvenimenti, con forte tensione e con un alto concentramento d’emozioni.

       Si ha memoria concreta degli eventi, mentre la rievocazione si presta immancabilmente e continuamente ad illuminare il percorso umano. Nonostante la brutalità della guerra, che non risparmia alcuno con la sua indiscriminata distruzione fisica e morale, non mancano mai aspetti di lodevole apertura dell’animo ed esternazioni positive di fede nei confronti dell’uomo, della famiglia e di Dio. Pertanto il ricordo dettagliato assume spessore di pregevole rilievo per la sensibilità con cui viene proposto, confermando una preziosità di messaggio: quello di non dimenticare e soprattutto di trovare la forza per ricostruire, per rinascere. Perché la speranza e la fiducia non devono svanire.

                                Gian Gabriele Benedetti

     

     

     

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