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LETTERATURA: Riccardo Giordano: “Battitore libero”, Philobiblon

27 Maggio 2011

di Francesco Improta

Marino Magliani, visceralmente legato alla propria terra, come risulta dai suoi romanzi ambientati quasi tutti nelle vallate del Ponente ligure a ridosso della Francia, da qualche tempo con la sagacia e il talento dello scrittore di razza è impegnato a dare visibilità a scrittori liguri sconosciuti o dimenticati. Vale la pena ricordare che Elio Lanteri, autore di quel gioiello narrativo che è La ballata della piccola piazza, è stato scoperto da Magliani non diversamente dall’autore del libro in questione, Riccardo Giordano, che approda alla narrativa dopo un passato abbastanza mo­vimentato di agricoltore, sportivo, sindacalista e politico: attualmente è consigliere provinciale nelle file del Partito Democratico.

Battitore libero raccoglie ed elabora alcune di queste esperienze con­vogliandole in una storia che si snoda dal 1944 al 1967 mantenendosi in bilico tra verità e finzione. Il romanzo si apre con la descrizione di Pietra­bruna, un piccolo borgo rurale situato alle pendici del monte Faudo, a quattrocento metri sul livello del mare, scenario della vicenda: Erano i tetti di Pietrabruna, umidi di pioggia e rilucenti dell’ultima luna, in un’im­pressione di ordinata e pulita povertà. Subito dopo una data 15 Novembre 1967. È il giorno scelto per dare la caccia al cinghiale. Nel cuore della notte, la campana ha battuto quattro colpi, la squadra, sotto la guida esperta di Antonio, si riunisce nella piazza del paese, con i cani impazienti che graffiano con le loro unghie l’acciottolato. Antonio assegna i ruoli, dà le ultime raccomandazioni, impartisce gli ordini con la sicurezza che gli deriva dall’essere un capo, dal suo passato di comandante partigiano, dalla sua vita avventurosa e dal suo comportamento eroico. A Carluccio, suo amico fraterno e devoto, fin da quando lo ha salvato liberandolo dalle mani dei soldati tedeschi, affida il compito di battitore libero (da cui il titolo), che durante le battute di caccia è esente da compiti specifici e da precise postazioni per intervenire laddove la necessità lo richiede. In quelle ultime ore della notte, quando la luce combatte per dissolvere le tenebre, nella mente di Antonio si accendono improvvisi flash-back e sullo schermo della memoria si susseguono scene della sua vita passata: la lotta par­tigiana, gli scontri a fuoco con i tedeschi sulle montagne, gli inseguimenti, le fughe e Antonio si rende conto di essere passato dall’ingrato ruolo di braccato a quello di cacciatore di cinghiali e non solo, come lascerebbe intendere la tensione che attraversa la sua mente e quella del suo amico più caro, oltre che suocero, avendone sposato, sei anni prima nel 1961, la bellissima e giovane figlia Anna. Da qui in poi la vicenda, attraverso un uso sapiente dell’analessi, si snoda su piani narrativi diversi, si intrecciano passato e presente, né mancano ombre, suggestioni e paure che lasciano presagire ciò che sarà. A livello più specificamente narratologico a rac­conti sommari che condensano in poche pagine diversi anni trascorsi nella vicina Francia, come bracciante prima e come camallo dopo nel porto di Marsiglia, in compagnia di una solitudine dura che nulla riesce a scalfire, si alternano lunghe e particolareggiate narrazioni, veri e propri piani se­quenza, per usare un linguaggio cinematografico, e durante la battuta di caccia e in alcuni flash-back che riempiono le sue notti insonni, spro­fondato in una branda. Ricordi teneri e struggenti che ruotano intorno alla nonna Nuccia, figura fondamentale nella sua formazione; gli tornano in mente i suoi racconti, i consigli affettuosi, gli insegnamenti improntati alla concretezza e alla saggezza contadine.

La storia acquista un ritmo sempre più serrato e incalzante, inchiodando il lettore alla poltrona, quasi fosse un thriller; Antonio, infatti, il Tigre come veniva chiamato dai suoi compagni di brigata, dopo essere uscito vincitore da tante battaglie viene sconfitto negli affetti più cari e l’uomo fino allora sicuro di sé diventa titubante ed incerto e si dibatte alla ricerca di una soluzione.

Prima di concludere mi sembra doveroso accennare, oltre alla verticalità del paesaggio che è una peculiarità della Liguria, ad altri due elementi che sono parte integrante della narrazione e che ci danno la misura e la qualità dell’uomo oltre che dello scrittore, sottolineando in maniera decisa la sua appartenenza a quel mondo contadino, che è lentamente scomparso, come risulta dai rovi che assediano gli ulivi e dall’abbandono della coltivazione della lavanda che Giordano conosce perfettamente per averla a lungo praticata; non meraviglia, quindi, l’attenzione a tutti le fasi del raccolto, del trasporto e della lavorazione di questa pianta odorosa: “Leggera pronazione del braccio sinistro, spinta delle spighe verso il centro del cespuglio, lieve pressione del ginocchio in avanti e violenta rasoiata di falcetto con il braccio destro. Il tutto con un sincronismo ritmico, ondeggiante, preciso. Una danza, con un movimento lento,in avanti e veloce all’indietro. Un abbraccio letale per le spighe, che finiscono poi riposte in orizzontale sullo stesso cespuglio da cui sono spuntate.” L’altro tema di cui mi sembra giusto parlare è il rapporto del protagonista, e quindi dell’autore con il mare. A pagina 65 si legge testualmente. “Sulla costa della Praella, all’altezza di Pietrabruna, si volta alla valle e guarda il mare dall’alto, dopo tanti anni. Una sensazione che assapora con un piacere che gli procura i brividi.” Antonio, come la maggior parte degli abitanti dell’entroterra ligure, arroccati tra i sassi, alle pendici di una montagna o in una vallata chiusa da una spalliera di monti, guarda al mare da lontano, come uno sfondo in lontananza che spesso si confonde con il cielo, quando addirittura non volge le spalle a quella immobile distesa d’acqua. Per anni, a Marsiglia, aveva sentito il mare lambire la banchina del porto e la sua esistenza, ma ne aveva tratto una sensazione di fastidio, lo aveva visto carico di minacce e di pericoli, solo ora, tornato a casa, a distanza di sicurezza dalla costa, lo vede innocuo, come una fredda, inanimata quinta teatrale. Il rumore della risacca non è per Antonio il fiato caldo di un animale accovacciato accanto, come in Pavese, né tanto meno diventa una categoria dell’animo come in Montale. È un atteggiamento, a ben guardare, solo contemplativo che poco o nulla concede alle valenze simboliche (Melville), al senso dell’avventura (Conrad) o al romanticismo (Coleridge) di cui è impregnato il mare.

La scrittura, sapientemente orchestrata, e propensa ad utilizzare, senza eccedere, anche termini tecnici e dialettali, si adegua alle varie situazioni e ai diversi piani narrativi, facendosi ora più corposa e concreta, ora più sfumata e lirica, quando i ricordi del vissuto familiare emergono dalle neb­bie del passato, ora, infine, soave e poetica allorché accompagna come una musica, sonora e visiva al contempo, la nascita dell’idillio amoroso tra Davide e Anna.


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1 commento

  1. Commento by Giorgio — 6 Giugno 2011 @ 20:09

    La recensione dà al romanzo ( racconto lungo ) di Giordano  i positivi riconoscimenti che merita. Al neo romanziere spettano sicuramente altre ‘prove’ che auguriamo siano, stilisticamente parlando, all’ altezza del sorprendente stile d’ attacco di questo ‘battitore libero’. Complimenti all’ autore ( e a Improta ‘critico’)

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