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LETTERATURA: Robert Burns, un poeta da non dimenticare

15 Dicembre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Quando si arriva alla fine di ogni anno, c’è una canzone che spadroneggia su tutte e crea l’atmosfera adatta per salutare l’anno vecchio e accogliere quello nuovo: Auld Lang Syne. Non tutti sanno che l’ha composta Robert Burns, il poeta scozzese. Ecco qui una traduzione che presi dalla RAI:

AULD LANG SYNE
(Vecchi tempi andati)

Si dovrebbero dimenticare le vecchie
amicizie e non ricordarle più?
Si dovrebbero dimenticare le vecchie
amicizie e i giorni lontani e passati?

Per i vecchi tempi, amico mio,
per i vecchi tempi
berremo una coppa di tenerezza,
ancora per i vecchi tempi.

Noi due abbiamo corso sui sereni
pendii e raccolto bei fiori,
ma abbiamo camminato stancamente
molte volte da quei tempi lontani.

Abbiamo camminato a piedi nudi sulle
rive dal sole del mattino fino alla sera,
ma ora gli oceani hanno ruggito
da quei vecchi giorni lontani.

Eccoti la mano, mio fedele amico
e tu dammi la tua
e faremo un’abbondante bevuta
ancora per i vecchi tempi.

E sarò per te come un sorso
di birra, e tu lo sarai per me.
E berremo una tazza di tenerezza,
ancora per i vecchi tempi andati.

Per i vecchi tempi, amico mio,
per i vecchi tempi
berremo una coppa di tenerezza,
ancora per i vecchi tempi.

(la trad. è stata raccolta da un programma di Raiuno da Bartolomeo Di Monaco)

__________

(Mio scritto pubblicato da: Sìlarus – Anno V – N. 22; Marzo-Aprile 1969)

Della vita di Robert Burns, insieme con Scott il più grande poeta che la Scozia abbia avuto, dò soltanto alcuni cenni; in questo scritto vorrei mostrare soprattutto che i suoi capolavori, quelli che la critica loda da due secoli, sono inferiori ad altre sue composizioni meno note.
Nacque il 25 gennaio 1759 ad Alloway nell’Ayrshire, da William e Agnes Brown, in una notte di tempesta in cui molte case furono scoperchiate, e quella dei Burns crollò in buona parte. Dirà Robert: “Non c’è da meravigliarsi che uno venuto al mondo in mezzo ad una tale tempesta debba essere vittima di violente passioni”.
Il lavoro del padre, un modesto affittuario, gli inculcò l’amore per la terra e la natura. Trascorreva i giorni dell’infanzia cercando nidi d’uccelli, o sdraiato sull’erba, o rincorrendo le lepri, o contemplando il volo del falco.
Il padre, insieme con altri affittuari, pensò di chiamare al villaggio un certo John Murdoch, giovane maestro, per dare ai figli una buona istruzione. Il fratello di Robert, Gilbert, così scisse di quei primi studi: “Io ero troppo giovane per trarre profitto dalle sue lezioni di grammatica, ma Robert fece dei progressi, una circostanza molto importante nella manifestazione del suo genio e del suo carattere, perché subito si distinse per la scorrevolezza e la correttezza del suo periodare e lesse con gran piacere e vantaggio i pochi libri che gli capitarono fra le mani”.
Alternava allo studio il lavoro dei campi, che lo estenuava, ma fu proprio questo a dargli l’occasione della sua prima canzone. Con lui lavorava una ragazza di nome Nelly Kilpatrick, dalla voce dolcissima. Improvvisamente, tutto quello che sentiva dentro di sé si fuse nel lampo dell’ispirazione e scrisse “Handsome Nell”, che è ancora una delle sue composizioni più fresche.
Crescendo, girò da un villaggio all’altro, spinto dal desiderio di migliorare e di far soldi, conobbe avventurieri e imparò a frequentare bettole e donne. Ad Irvin divenne amico d’un marinaio, Richard Brown, di cui dirà: “Era l’unico uomo che fosse più stupido di me quando si trattasse di donne. Parlava dell’amore illecito, che fino ad allora avevo considerato con orrore, con la leggerezza d’un marinaio. La sua amicizia mi arrecò grave danno”.
Amò le donne con molta volubilità, e ognuna gli ispirò più d’una composizione: Jean, Phillis, Annie, Eliza, Nell, Mary.
A Manchline s’invaghì di Jean Armour, che presto rimase incinta (nacquero due gemelli nel 1786). Si offerse di sposarla ma fu respinto. Ritornò allora da Mary Campbell, che sposò in modo romantico un giorno di maggio del 1786 sulle rive dell’Ayr, giurando sulla Bibbia eterno amore. Quando si lasciarono ebbero il presentimento di non rivedersi più e infatti Mary moriva nell’ottobre dello stesso anno a Grenock, sfigurata dalla febbre. Per lei scrisse una delle sue canzoni più belle: “Hingland Mary”. Nel giugno del 1786 uno stampatore pubblicò seicento copie del suo primo libro di versi. Da quello gli venne la celebrità. Fu chiamato nei salotti e nelle città, dove tutti desideravano conoscerlo. Fu considerato una personalità rara. Rimase tuttavia semplice e modesto, com’era nato. “La sua conversazione – ricorda Walter Scott, che allora aveva poco più di quindici anni – esprimeva una perfetta padronanza di se stesso senza la minima presunzione. Gli occhi soltanto indicavano il suo carattere e il suo temperamento poetico. Erano grandi e di tinta scura, e ardevano quando parlava con sentimento o interesse. Non ho mai più incontrato occhi simili ai suoi, sebbene abbia conosciuto i più importanti uomini del mio tempo”.
Tornato a Manchline, sposò Jean e si stabilì a Ellisland sulle rive del Nith, dove affittò un pezzo di terra. Continuò a bere e col tempo, eccitato, commetteva atti villani, di cui poi si pentiva atrocemente. Nel 1791 scriveva all’amico Robert Ainsle di non riuscire a liberarsi dal “peccato dell’ubriachezza” e di essere ormai un “misérable perdu”.
Nel gennaio del 1796, di ritorno da una gozzoviglia alla Globe Tavern, ubriaco si sedette sulla neve e vi rimase addormentato tutta la notte. Ne contrasse una febbre reumatica che lo portò alla tomba il 21 luglio 1796. A Mrs. Riddell, una vecchia conoscenza, che era andata a visitarlo, rivolse queste parole: “Ebbene, signora, ha qualche ordine per l’altro mondo?”.

***

La poesia di Robert Burns non ha legami con alcuna corrente poetica del tempo (si pensi che fu contemporaneo del Blake), perché attinge alle antiche ballate e come queste prende la sua ispirazione dall’ambiente campagnolo, semplice e libero; dai paesaggi dove ogni particolare ha vita. I fiori, i fiumi, i boschi, il vento, i giorni di Maggio, sono i protagonisti al pari dell’uomo delle sue canzoni. Una qualità di Burns, che appare nei lavori maggiori, è la capacità di distaccarsi dall’ispirazione, una volta concepita. Egli crea il soggetto, lo incornicia in una natura amena e partecipe, e dà al tutto movimento. Il quadro che nasce vive per se stesso, ed è indipendente dall’autore. Credo sia proprio questa la ragione per cui ancora oggi Burns è un poeta che piace.
Nel 1791 nell’”Antiquities of Scotland” apparve “Tarn O’Shanter”; il poeta l’aveva composta nel novembre del 1790 in un sol giorno e lo considerò il suo capolavoro. Anche la critica fu d’accordo e lo è tuttora.
Non condivido il giudizio perché l’opera risente della frettolosa stesura e manca un buon lavoro di lima.
La parte iniziale, subito dopo i primi versi, allorché descrive Tam come un chiacchierone cui piace bere, è manieristica e pedante. I consigli e le sentenze inframezzate al racconto, lo appesantiscono. Ancora non è chiaro il meccanismo centrale, e la descrizione dell’ambiente e del carattere di Tam si muove a fatica scopiazzando dalle vecchie storie popolari.
Quando Tarn monta a cavallo per tornare a casa (“quella notte lo avrebbe capito anche un bambino/ che il diavolo qualche affare avea tra le mani”) la poesia si ravviva ed entra nella parte centrale. Sulla cavalla Meg, egli sfida la tempesta e le tenebre, tenendosi forte il berretto blu. Segue una descrizione di tipo “sepolcrale” dei morti vicino al guado del Doon, poi l’immagine più bella della composizione: “sempre più vicini si sentivano i colpi del tuono;/ quando luccicando fra gli alberi gementi,/ la chiesa di Albway parve tutta in fiamme;/ da ogni fessura uscivano bagliori di luci;/ e tutta risuonava d’allegria e di danze”.
Poi Tarn scopre le streghe e vede anche macabre scene con bare e morti, in cui ci pare che il Burns abbia calcato un po’ troppo la mano.
La danza è interrotta da frequenti annotazioni: “Tam però ben sapeva quel che si faceva”; “Ma qui la mia musa deve abbassar le ali;/ Tali voli sono al di là del suo potere”. Forzata è l’immagine delle api che si precipitano ronzando, per descrivere l’inseguimento delle streghe, dopo che Tam è stato scoperto.
Si ritrova un’altra bella immagine sul finire quando Nannie, la giovane strega “camicia corta”, riesce con un balzo ad afferrare a metà del guado la coda della cavalla Meg e a strapparla.
Le parti migliori della composizione sono quindi due: l’apparizione della chiesa di Alloway in mezzo ai lampi e l’inseguimento delle streghe: quei punti cioè dove il Burns è stato originale ed ha creato un quadro tutto suo. Il rimanente a volte è condotto con brio, ma più spesso è manieristico.

Una notte d’inverno del 1785 il poeta, rincasando con due amici, stava attraversando il villaggio di Manchline, quando in una viuzza fu attratto dalle risate e dai canti provenienti dalla taverna detta “Poosie Nansie”. I tre vollero entrare e passarono una nottata divertente, attirati soprattutto dai discorsi e dai lazzi di un vecchio soldato.
Da quell’avventura nacque “The jolly beggers”, che fu pubblicata soltanto quattordici anni dopo, nel 1799, grazie a Mrs. Thomas Stewart.
La composizione descrive la vita libera e spensierata di un gruppo di mendicanti e vuole essere un omaggio a questo genere di vita, per il quale il poeta nutriva simpatia.
A differenza di “Tan O’Shanter’’ qui si centra subito il racconto e infatti la parte iniziale è la migliore. I mendicanti fanno a turno a parlare e a cantare. Il primo è il vecchio soldato, la cui figura aveva attratto il poeta: “Vicino al fuoco vestito di vecchi stracci rossi,/ sedeva uno, con indosso farinosi sacchi/ e lo zaino tutto in ordine;/ la sua ganza gli stava tra le braccia;/ riscaldata dall’acquavite e da coperte”. Ha perso nelle sue vicissitudini una gamba e un braccio, ma è felice se ha con sé la bisaccia, la bottiglia e la ganza.
Questa, è la seconda a parlare, alzandosi comincia così:
“Fui vergine un tempo, non saprei dir quando;/ un debole ho ancor per i bei giovanotti;/ mi fu babbo uno dei dragoni,/ non vi meravigli dunque che mi piaccia un soldato”.
Ė stato un grosso errore far parlare i protagonisti uno alla volta perché la storia risulta stentata e saltellante. Si poteva superare la difficoltà creando personaggi tutti carichi di attrattiva e di primo piano, ma il Burns ha fallito e nella sua fantasia si succedono momenti sfuocati e marginali. C’è un’eccezione nella scena della lite tra il violinista e il calderaio per una gagliarda vecchiaccia: “L’ebbe vinta il calderaio – la bella, senz’arrossir,/ s’abbandonò tra le sue braccia,/ vinta completamente, un po’ per amore,/ un po’ perché era ubriaca”.
Ciò che attrae è l’insieme del quadro: il freddo e la grandine fuori della taverna e il fuoco e la grassa allegria all’interno. Danno il colore le figure del soldataccio e della sua ganza, che sono le migliori, e del violinista e del calderaio. Per le parti di meno brio e fantasia, c’era bisogno ancora di molti ritocchi e di una buona lima.
Nello stesso anno componeva “il Sabato sera del villico”, prendendo spunto da “Farmer’s Ingle” del Fergusson.
La composizione è lodata per il senso di religiosa serenità che emana dalle abitudini di una modesta famiglia di agricoltori. Sembra che il Burns abbia voluto descrivere nel capofamiglia, il padre, rude e taciturno lavoratore. Ma è una composizione mancata, o perlomeno, sotto il profilo artistico, inutile, perché vi mancano i personaggi. Quelli che dovrebbero esserlo si liquefanno tra le righe, se si eccettuano le figurine fugaci di Jenny e del fidanzato: “Gentilmente lo accoglie Jenny, e lo fa passare;/ è un bel giovanotto; riesce simpatico alla madre;/ Jenny s’accorge felice che la visita è benaccetta”.
La concomitanza con “The jolly beggars” (entrambe sono del 1785) stupì i critici: come poteva il Burns scrivere due lavori di contenuto così diverso! La ragione è da ricercare in ciò che dicevo all’inizio e cioè che il Bums riesce a distaccarsi dall’ispirazione, e il suo quadretto si muove autonomamente.
“Le rive del Doon” fu composta intorno al 1791 ed è conosciuta la terza versione. Fu ispirata da una certa Miss Kennedy, abbandonata dall’amante dopo averne avuto un figlio.
Ė notissima e si ritrova in tutte le antologie.
Non mi pare di dover condividere le lodi. Se “The banks of Doon” ha un pregio, è nella musicalità, nella scorrevolezza e anche nella lieve tristezza dei primi versi (“mentr’io son sì stanco e pieno d’affanni?”). Ma la seconda strofa non segue la dolcezza della prima e si fa aspra e assente.
Ricorre a immagini consunte: “ogni augellin cantava del suo amore/ e teneramente cantavo anch’io del mio”. La conclusione arriva improvvisa, mentre il tema richiedeva un maggiore sviluppo, è civettuola e contrasta col senso di tristezza e nostalgia dell’inizio.

***

I migliori lavori del Burns sono altri. Mentre nelle composizioni che abbiamo ora esaminate si possono apprezzare soltanto l’idea ispiratrice, densa di sviluppi che il poeta però non sempre sa svolgere bene, e alcune scene geniali; e vi manca invece un controllo tanto di contenuto che di stile, in quei lavori che dirò l’ispirazione li pervade tutti, e il quadro si muove dal primo verso all’ultimo nel disegno essenziale. Si presentano perciò come composizioni fresche e piene di slancio, che lasciano una immagine tutta piacevole della vita.
“Maria Morison” è una composizione giovanile. La struttura è assai semplice, è quella della vecchia ballata scozzese, e così l’idea ispiratrice: una festa da ballo, di sera, in casa di Maria Morison. Intorno a questa immagine ruota il desiderio del poeta di essere ricambiato dall’amata. Tutto viene reso in tre strofe: due (la prima e l’ultima) contengono i sospiri d’amore del poeta e sono la fonte dell’ispirazione; la centrale dà lo spazio temporale della poesia.
E’ la migliore strofa, con l’immagine del Burns che nessun’altra donna riesce a vedere (eppure la stanza è piena di graziose ragazze che ballano) se non la sua Maria Morison: “lì io sedevo ma non sentivo niente, niente vedevo./ Sebbene una fosse graziosa, un’altra bella/ e l’altra la più bella di tutto il paese,/ io sospiravo e dicevo in mezzo a loro:/ -Voi non siete Maria Morison-/”.
Le altre due strofe sono invece più sfuocate, tutte prese dai sospiri del poeta, ma egli le ravviva entrambe con due versi d’una dolcezza e lievità nuove: “come felicemente sopporterei la polvere,/ costretto a faticare da un giorno all’altro,/ se potessi assicurarmi questa ricca ricompensa:/ l’amabile Maria Morison”. (Si noti quello squisito “l’amabile Maria Morison”).
La terza strofa finisce così: “Non può essere un pensiero scortese/ il pensiero di Maria Morison”, che completa un ritratto quanto mai dolce della donna.
“John Anderson, my jo” è diversa dalle altre.
Non ha scena né movimento. Due vecchi sposi si guardano e la donna dice a John che è invecchiato, ma non si rammarica anzi benedice quei capelli diventati “come neve” che le ricordano i bei giorni passati. Non c’è tristezza nelle parole della donna, ma consapevolezza che la vecchiaia e la morte arrivano per tutti.
John Anderson, sebbene non parli, è forse la figura più complessa tra quante ne ha create il Burns. Il suo silenzio alle parole della donna è il segno d’una cupa amarezza per la vita, così breve e ineluttabile. Della donna non abbiamo l’immagine, è la sola che parla, e il Burns ci dà il ritratto della sua anima.
Il colle, cioè la vita, è l’altro protagonista muto e crudele.
Uno dei suoi tanti amori, Annie Ronald, gli ispirò “I solchi dell’orzo”.
La bellezza di questa poesia sta nel modo in cui è descritto un amore tutto sensuale, che viene presentato come un gioco. Annie non è descritta ma il Burns la fa sgusciare, birichina e campagnola, da versi come questi: “senza farsi pregar troppo, acconsentì/ d’accompagnarmi in mezzo all’orzo”, e ancora: “ella sempre benedirà quella notte felice/ trascorsa fra i solchi dell’orzo”.
Una qualità del Bums, e che qui bene si manifesta, è di riuscire a dipingere un paesaggio in armonia col contenuto. Qui è leggero e tenue “alla luce limpida della luna”, e si vedono i solchi dell’orzo, “belli sotto il cielo azzurro. Ė lo scenario d’una notte chiara e estiva in cui non si può che essere allegri e amanti. E infatti il poeta dice: “l’adagiai di voglia assai buona/ fra i solchi dell’orzo”.
Questa poesia è molto bella proprio perché i due innamorati sembrano attesi dalla chiarità ed dal silenzio della natura.
In una lettera all’amico Thomson, il poeta scriveva a proposito di “C’era una ragazza”: “Ho finito or ora questa ballata, e poiché penso sia scritta nel mio stile migliore, te la invio”.
In realtà “C’era una ragazza” ha difetti proprio nello stile, e si potrebbe ripetere quanto si diceva all’inizio a proposito di altre poesie: che vi manca un buon lavoro di lima.
Abbondano i paragoni e i traslati, che appesantiscono la storia, che pure è concepita in un modo assai semplice. Jean e Robie sono la ragazza e il ragazzo più belli del paese. Jean quando va al mercato o in chiesa, o quando si raduna con le più belle, è la più bella; Robie è l’orgoglio della valle. Siamo di fronte ad un altro tocco magico del Burns. Per Jean ha creato un ambiente raccolto, intimo, caratteristico alle ragazze di campagna: il mercato e la chiesa. Per Robie il paesaggio è più vasto: la valle. Inoltre possiede cavalli sfrenati, buoi e pecore.
Ciò che li accomuna è l’esuberanza e la voglia di vivere (Jean canta sempre allegramente e Robie vive tra cavalli sfrenati).
Un altro tocco del Burns sta nelle prime parole d’amore del ragazzo, che hanno il pregio della spontaneità e dell’ingenuità; v’è anche il segno d’una timidezza giovanile, d’una incertezza:
“o bella Jeanie, io t’amo caramente;/ non credi tu di volermi bene?”.

Strano a credersi, ma la poesia che il poeta compose a sedici anni per Nelly Kilpatrick, è forse la migliore di tutte. Certamente è la meno spensierata.
La terza strofa e la penultima contengono riflessioni che meravigliano in un ragazzo, e rese assai bene stilisticamente. Ecco la terza strofa: “Una bella ragazza lo confesso,/ la vedo volentieri/ ma se non ha qualità migliori,/ è una ragazza che per me non va”.
Questa è la penultima: “Un abito vistoso e dei modi gentili/ possono leggermente colpire il cuore;/ ma son l’innocenza e. la modestia/ ad aguzzare il dardo”.
Nelly è una ragazza osservata con gli occhi dell’innocenza. Ammira in lei la virtù più che la bellezza, e dice di amarla sempre finché anche in lui virtù gli scalderà il cuore. Non sono ancora presenti i motivi e la malizia de “I solchi dell’orzo”.
La quinta strofa dà l’immagine di Nelly, ed è per fare il miglior elogio al Burns, che dico che essa ricorda, con le differenze dovute ai cinque secoli trascorsi, il sonetto di Dante: “Tanto gentile e tanto onesta pare”. Ecco i versi del Bums:” Nell’abito è sempre sì linda e precisa,/ tanto modesta quanto gentile;/ e c’è qualcosa nel suo passo/ che fa sì che tutto le si addica”.

Qui trovate il link delle cose che ho scritto su di lui nel corso di questi anni.

Qui, potete scaricare le poesie di Robert Burns.


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Bart