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LETTERATURA: Santa Gemma Galgani. Il suo primo miracolo

13 Gennaio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

La testimonianza diretta del suo primo miracolo in casa Giannini (dal racconto di Mariano Giannini contenuto nel libro “Il Pratofiorito. La mia famiglia, due secoli di storia”, pubblicato a cura del figlio Mario Giannini da Tra le righe libri, nel 2015).

“Quando S. Gemma nel 1899 venne in casa nostra, noi eravamo ancora in undici, e Pappa disse alla Zia: “Gemma sarà la dodicesima figlia”. Invece l’anno seguente, il 30 settembre 1900 nacque Gabriele che fu veramente l’ultimo.
Fu chiamato così in omaggio a S. Gabriele Passionista. Mamma avrebbe desiderato tanto che uno dei suoi figli si chiamasse Sebastiano come suo padre, ma in quei giorni arrivò da Corneto una lettera del P. Germano che ci sorprese tutti, in quanto chiedeva: “Perché al neonato non metter nome Gabriele?”.
Eppure egli non poteva ancora sapere della nascita e se era nato un bimbo o una bimba! Si cominciò dunque a chiamarlo Gabriele, quantunque al Comune, nel registro dei nati, egli figuri sempre come Sebastiano-Gabriele.
Poco dopo il parto, mamma si ammalò gravemente e le conseguenze di questa malattia dovevano affliggerla per tutta la vita.
Eravamo ancora in villeggiatura a Carignano, quando una mattina, verso gli ultimi di ottobre, mamma cominciò a sentirsi un po’ indisposta di stomaco. 1 dottori che la visitarono qualche giorno dopo a Lucca dissero che probabilmente si era formata un’ulcera gastrica e vollero eseguire la lavanda dello stomaco.
In seguito le lavande furono ripetute più e più volte nel corso della malattia, ma Giustina le sopportò sempre senza lamentarsi. Figlia di medico e sorella di due, come era solita dire, era stata sempre molto coraggiosa di fronte alle malattie e non aveva paura dei ferri chirurgici.

Però, di giorno in giorno, andava peggiorando: si temeva che l’ulcera avesse dato origine ad un tumore maligno.
Gemma, quando vide che mamma stava tanto male e sembrava proprio dovesse morire, chiese a Gesù, col permesso del P. Germano, di prendere lei la malattia di mamma, purché una madre di 12 figli fosse salva. Ottenne la grazia e mamma guarì, ma Gemma dovette soffrire dolori atroci allo stomaco. Avvertì inoltre la zia con queste parole: “Bisogna pregare affinché il Signore conceda a mamma di sopportare con pazienza l’incomodo che le rimarrà”.
Guarita dalla malattia di stomaco, mamma ebbe un grave- esaurimento nervoso, causato forse dal prolungato digiuno cui aveva dovuto assoggettarsi durante quei mesi. Eravamo tutti molto preoccupati per lei. La vedevamo debolissima, sempre triste, depressa, apatica: si temette perfino che dovesse perdere la ragione. Per distrarla pappa la condusse a fare delle passeggiate in carrozza sulle mura o nella campagna ora che, con la primavera, erano venute le belle giornate.
Così, poco a poco mamma guarì anche di questo esaurimento nervoso ma, come aveva predetto Gemma, le rimase una stranissima forma di nevrastenia periodica (così la definirono i medici) per la quale a giorni alterni, con matematica regolarità, ella si sentiva mortalmente stanca, debole, abbattuta, o straordinariamente forte, eccitata, attiva. Questa malattia nervosa l’accompagnò fino alla tomba e per sopportarla le ci volle davvero una pazienza eroica. Noi la battezzammo ben presto col nome di “giorno buono” e “giorno cattivo”.”.


Letto 90 volte.


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Bart