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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Andreuccetti Roberto: “L’uomo senza sorriso”

14 Dicembre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Tredici romanzi dietro le spalle la dicono lunga sulla vocazione di Andreuccetti al racconto e soprattutto alla testimonianza di una realtà passata e presente alla quale ha dedicato e dedica gran parte del suo lavoro. Quest’ultimo titolo, “L’uomo senza sorriso”, uscito nel 2020, è l’ultimo della trilogia che ha visto precederlo i due romanzi “Castello 1908”, del 2011, e “Vittoria amara”, del 2018.
Ancora una volta è il disagio, causato dalle condizioni sociali dell’Italia a muovere l’ispirazione e, come già nel romanzo del 2018, è ancora la Prima guerra mondiale che li ha prodotti nel periodo qui preso in esame, che va dal 1919 al 1922, in cui, fra l’altro, il movimento fascista stava mettendo le sue radici.
Nell’antico borgo di Castello, posto su di una collina presso Valdottavo (Lucca), in una giornata di fine agosto del 1919 si scatena un forte temporale e Caterina, che lo teme, va a chiudere porte e finestra. È un personaggio che, al momento, scivola vita, ma sarà importante e protagonista. Deve dare il posto ad un uomo, “Il Moro” (il suo vero nome è quasi sconosciuto: Alfredo Pierotti), il quale sta recandosi all’osteria di Vasco, a Valdottavo, poiché è sua abitudine sedersi accanto ai giocatori di carte e stare lì per ore ad osservarli in silenzio, accontentandosi delle loro esclamazioni, grida, discussioni e sberleffi. Si appaga di questi rumori, che sono di una comunità che si distrae e cerca di allontanarsi dalla dura sofferenza di quegli anni.
Non teme il temporale, la sua meta agognata e quotidiana è l’osteria: “per niente preoccupato dei tuoni e dei fulmini, ma soprattutto incurante dell’acqua che calava con violenza dal cielo, colpiva il suo capo e penetrava nel collo inzuppando camicia e pantaloni, procedeva sicuro come un dio in grado di dominare la furia degli elementi che si stavano accanendo contro di lui.
Il suo passo era stanco come se poco gli importasse di accelerare l’andatura per raggiungere quanto prima un riparo, mentre procedeva scalzo con gli zoccoli in mano per camminare in sicurezza sulle pietre lisce e impregnate di pioggia della insidiosa mulattiera.”.
Il Moro è il fratello di Caterina ed ha “problemi comportamentali.”. Caterina ha un figlio, Luigi, e il marito Sergio è andato a cercare fortuna in America; le cose gli stanno andando bene e il ritorno si prevede vicino. Caterina vive in casa della suocera Beppina con tre cognati, Paolo, Ernesto ed Amilcare Righini, oltre al fratello.
Andreuccetti ci rapisce subito per la bellezza della sua descrizione. È un narratore autentico.
Conosce bene, poiché vi è nato, il borgo in cui sta ambientando la sua storia: “La frazione di Castello è composta da un nucleo centrale chiamato ‘il palazzo’ e da un gruppo di case costruite sopra speroni di roccia, una vicina all’altra come tanti pulcini intorno alle ali una chioccia.”.
Sono costruzioni sorte per la maggior parte nel Cinquecento; “E intanto a Castello si viveva fra i consueti rumori dati dal martellare delle falci, dal ragliare degli asini e dallo scalpitare degli zoccoli dei muli sul selciato pietroso delle vie. I giorni se ne andavano nel lento quotidiano scorrere della vita di una comunità contadina.”.
Il Moro sta ritornando a casa dall’osteria di Vasco, è ancora sotto la pioggia: “Nel bel mezzo della bufera, l’uscio della casa di Beppina cigolò e sulla soglia apparve una figura che sembrava provenire dall’oltretomba.
Il Moro era quasi irriconoscibile; i suoi capelli bagnati scivolavano sulla fronte, sulle tempie e sul collo, accentuando nel bel mezzo del cranio una incipiente calvizie. La camicia impregnata d’acqua era appiccicata al corpo ed i pantaloni intrisi di fango perché sicuramente quel poveraccio durante la salita lungo la mulattiera, era ruzzolato per terra.
Anche i piedi erano neri come fossero stati tuffati nel catrame mentre gli zoccoli, che Alfredo aveva tenuto in mano e calzati poco prima di salire le scale del portico, facevano da stridente contrasto perché puliti e lindi.”.
Siamo nel 1919, l’inizio del famoso biennio rosso” e cominciano i primi scioperi degli operai.
Anche Paolo, il più giovane dei cognati di Caterina, ha deciso di abbandonare il faticoso lavoro di contadino per diventare operaio presso il cotonificio di un paese vicino, Piaggione. Ernesto, il fratello, lo sconsiglia, ma senza ricavarne nulla, se non la ostinata conferma di quel nuovo proposito: “Anche nelle campagne della valle del Serchio cominciava a spirare il vento portato dalla rivoluzione d’ottobre in Russia.”.
Caterina non ha al momento di questi pensieri, presa com’è dal lavoro di casa e della campagna, poiché aiuta i cognati nella fatica dei campi. Il suo pensiero va a Sergio, il marito lontano da lei da ben undici anni, il quale le promette di ritornare presto con un bel gruzzolo di dollari, ed invece non torna, rimanda sempre. Avrà trovato una ragazza che lo sta trattenendo?, questa è la sua preoccupazione , questo il rodio che avverte dentro di sé: “Caterina, come le capitava spesso si doleva di quei pensieri che affioravano nei momenti di maggiore scoramento e cercava di cacciarli.
In quella sera di settembre, mentre il cielo si adornava di vivaci colori ed il sole sembrava andare a fondersi sui crinali delle colline, Caterina in costante compagnia dei suoi pensieri, volgeva lo sguardo lontano. La donna sapeva che l’America era al di là del bagliore del tramonto e cercava di andare col pensiero oltre i colli che chiudevano l’orizzonte ed oltre le loro sagome scure ed il loro crinale sinuoso che sembrava sfidare il cielo.
Voleva arrivare fino là dove viveva la persona cara che la costringeva ad una attesa logorante che sempre più la consumava, come la fiammella di una candela quando la cera si va esaurendo.”.
Il cuore del romanzo è già qui.

Nelle descrizioni, sempre limpide, assistiamo al formarsi di vere e proprie pitture nelle quali si addensano il paesaggio e gli uomini che vi si muovono: “L’aria era fresca perché stimolata da frequenti e improvvise folate di vento provenienti dalle grandi pianure del nord. Il cielo era nascosto dalle luci delle insegne dei negozi e dei lampioni disseminati lungo le larghe vie dove ai lati erano ammassate numerose autovetture intervallate da altrettante carrozze.
Gli ampi marciapiedi erano percorsi da numerosi e frettolosi passanti già protetti da sciarpe e pastrani.”.
È Memphis “di un ottobre da poco iniziato e già freddo”, la città americana dove Sergio lavora.
A passeggio in questa strada troviamo Sergio e una sua amica, Geny (aveva ragione Caterina a sospettare): “Geny era senza ombra di dubbio una ragazza avvenente; aveva capelli di un biondo platino che le cadevano sulle spalle, carnagione chiara, occhi luminosi, seno non troppo grande ma florido e un fisico slanciato ed armonioso.”.
È figlia di immigrati italiani e il suo nome originario è Giovanna, ma tutti la chiamano Geny.
Per ora sono soltanto amici a causa del comune lavoro, e trascorrono il tempo libero insieme chiacchierando del più e del meno.
D’ora in poi nel romanzo si alterneranno paesaggi e avvenimenti dall’una e dall’altra parte del mondo, e ciò consentirà al lettore di avere momenti di raffronto tra ispirazioni e sentimenti legati ai diversi ambienti. Laggiù la spensieratezza gaudente di Sergio, quaggiù le fatiche e le preoccupazioni di Caterina.
Siamo di nuovo a Castello: “Gli ultimi giorni di dicembre avevano portato un freddo intenso. Candelotti di ghiaccio si erano formati intorno alla polla del Fondinello e la neve caduta di recente aveva lasciato lastre gelate in mezzo alle pietre delle mulattiere e dei sentieri rendendoli scivolosi e pericolosi. Una brezza tesa, asciutta e pungente spirava dalle borre di Fondagno e dal monte Piglione.”.
Guardate l’immagina che segue, estremamente succinta ed efficace. Caterina coi cognati e col figlio Luigi si reca alla novena di Natale a Valdottavo. Percorrono la mulattiera gelata: “Caterina camminava tenendo un braccio sulle spalle di Luigi mentre con l’altro impugnava a lanterna.”. Fascino e magia si congiungono.
Qui nello stesso periodo natalizio siamo a Memphis: “Connors Ave era immersa in uno sfavillio di luci provenienti dai lampioni disseminati ai lati della grande arteria, dalle insegne multicolori ed intermittenti dei negozi, dagli alberi di Natale eretti in ogni angolo ed ogni incrocio, dalle finestre degli appartamenti dei palazzi; dicembre aveva già portato una neve precoce che ricopriva con il suo candido manto strade e marciapiedi e dava la sensazione che fosse immersa in un mondo magico e misterioso.”.
L’America dopo la guerra sta vivendo il boom economico e compaiono perfino le prime automobili. In Italia e a Castello, invece, ci sono miseria e dolore.
Sergio è attratto da Geny, ma il pensiero della famiglia lasciata in Italia lo frena, finché un giorno di pioggia cede e si rifugia in casa di Geny. Fanno l’amore: “Quando il turbinare dei sensi si fu placato, i due giovani vissero il momento altrettanto bello della quiete che segue il rapporto carnale, la soddisfazione ed il compiacimento per aver donato e ricevuto piacere.
Sergio stava stretto a Geny e con una mano le carezzava delicatamente i capelli ed il seno morbido, mentre la ragazza cercava le labbra di lui con avidità.”; “Sergio cercò di allontanare i dubbi ed i sensi di colpa e volle ripensare soltanto al magnifico rapporto fisico avuto con Geny senza porsi troppi problemi. Sarebbe stato il tempo a stabilire il dipanarsi degli eventi futuri.”.
A Castello qualcosa sta cambiando. Paolo, il minore dei cognati di Caterina, viene assunto al cotonificio di Piaggione. Ha deciso di abbandonare la terra e a nulla sono valsi i rimproveri degli altri due fratelli. Nelle fabbriche e tra i braccianti, intanto, non solo a Castello, stanno facendosi spazio le idee socialiste, che rivendicano maggiore giustizia sociale.
Allarmati, i proprietari osservano con molto interesse quei movimenti che si oppongono alle ambizioni socialiste. Si stanno gettando le fondamenta del fascismo.
Tra i primi a fare le spese di quel conflitto è Antonio Pucci, il formaggiaro, un uomo di “quasi quarant’anni”, che mentre, in un giorno di bufera, sta percorrendo la mulattiera per fare provviste di formaggio e di latte, è aggredito da quattro individui che, con il volto, coperto, distruggono il carico del mulo (Pacioso è il suo nome) e lo massacrano di botte.
Andrà a bussare alla casa di Caterina per ricevere assistenza, ridotto in condizioni terribili, col sangue che gli copre tutto il viso.
Si pensa siano stati i socialisti, poiché il formaggiaro è un commerciante di condizione agiata che ha un bel negozio nel vicino e grosso paese di Borgo a Mozzano.
Paolo, che ha idee socialiste, ne dubita, e in casa si comincia a discutere animosamente di politica. Ernesto, invece, è convinto che si tratti di “un avvertimento che deve arrivare a tutti coloro che sono proprietari. Non ho dubbi sui questo.”.
Vedete come, gradatamente, accanto alle tensioni dei rapporti coniugali tra una donna e il marito emigrato, si stia preparando il clima teso di quegli anni difficili che dettero vita al cosiddetto biennio rosso.

Il 1 febbraio 1920 Paolo si avvia coi compagni per il suo primo giorno in fabbrica. Arrivato al cotonificio di Piaggione trova un picchetto di operai che annunciano che quel giorno è stato proclamato lo sciopero e non si può entrare in fabbrica. Non c’è nulla da fare: “Ci furono violenti scontri verbali tra fazioni più morbide ed altre più intransigenti. Le grida rimbalzavano dal piazzale antistante la fabbrica ed arrivavano fino alla via del Brennero.”. Deve tornare a casa: “L’esperienza del suo mancato primo giorno di lavoro maturò però in lui la convinzione che avrebbe dovuto lottare assieme a tutti i compagni per cambiare lo stato delle cose. Soprattutto migliorare le condizioni di lavoro degli operai costretti a rimanere in fabbrica per dodici o tredici ore al giorno.”.
E Caterina?: “Caterina raramente metteva bocca nelle discussioni dei cognati e quando queste fervevano insistenti, cercava di rivolgere il pensiero altrove e di pensare agli uomini che le stavano a cuore, a Sergio, a Luigi ed ora nella sua mente c’era un piccolo spazio anche per Antonio.”.
Ma la situazione politica va peggiorando. Un incendio devasta un oliveto: “A Castello, dopo quella grave disgrazia, nessuno pensò che quel fuoco fosse partito per uno sciagurato comportamento di un agricoltore.”; “Qualcuno maturò l’idea che la programmazione dell’incendio degli uliveti di Paride, ma anche della spedizione punitiva contro il formaggiaro, fosse stata partorita dalla medesima mente.”.
Così “cominciarono a sorgere gruppi che avevano l’intento di sorvegliare gli operai ed i socialisti che si dimostravano più focosi e turbolenti.”.
Sono le prime radici del fascismo, incoraggiato dai proprietari. Il capo più temuto di questi gruppi è un giovane di circa trent’anni, si chiama Anselmo Regoli, detto Tancredi, poiché ogni anno recita nel ‘maggio’ locale il ruolo di Tancredi d’Altavilla della “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso. È un reduce, sergente degli Arditi, della Prima guerra mondiale: “Decine di volte Anselmo si era lanciato con ardore nella mischia incitando i compagni e rischiando la vita, ma anche sventrando con la baionetta numerosi soldati nelle trincee nemiche.”.
I reduci non erano ben visti dai socialisti, i quali si erano battuti contro l’entrata in guerra dell’Italia.
Tancredi, con altri tre uomini, un giorno capita a casa di Caterina: “Quei quattro uomini avevano tutti lo stesso abbigliamento, pantaloni che dal ginocchio in giù erano stretti da fasce, scarponi militari, camicia nera e basco sulla testa. Infilato nella cintura, oltre alla pistola tenevano tutti un manganello.”.
Ecco descritta una squadraccia fascista, di quelle che andavano a regolare i conti in favore dei proprietari.
Cercano Paolo, il cognato socialista di Caterina. Non è in casa. A lui e ai suoi compagni attribuiscono l’aggressione ad Antonio, il formaggiaro.
Dubitano anche che il Moro, il fratello della ragazza, scontroso e solitario, non del tutto normale di testa, sia implicato nell’incendio dell’oliveto.
Ernesto è arrabbiato dal tono inquisitorio e si lamenta che i carabinieri lascino fare a questi facinorosi e violenti. Tancredi risponde che sono stati autorizzati proprio dai carabinieri di Borgo a Mozzano, troppo pochi per provvedere a tutti i controlli.
La protervia e la violenza del fascismo, nonostante lo svolgimento quieto e limpido della narrazione, sta prendendo spazio nel romanzo e ci fa dimenticare gli assilli di Caterina e di Sergio.
Castello assume la centralità e vi si intravvedono i fili di una ragnatela che si sta estendendo su tutta l’Italia.
Trovato il Moro, che sta sorvegliando il gregge, lo riempiono di manganellate, poiché non risponde come essi vogliono alle domande.
I timori di Sergio di non sapersi sottrarre al fascino di Genny, divenuta ormai la sua compagna, e quindi di non riuscire più a tornare a Castello, mettono in risalto la differenza dei due mondi, e il contrasto rende ancora più sofferente la tragedia in cui sta per cadere l’Italia.
Abbiamo davanti agli occhi due diversità, la prima, intima non divisibile con nessuno, l’altra collettiva e terrificante.
All’interno di quest’ultima, ciò nonostante, un filo teso e sensibile si diparte per unirsi all’altro filo intimo che si trova sull’altra sponda dell’oceano. Questo filo parte dal cuore affranto di Caterina.
L’autore sa reggere bene le due situazioni con una prosa semplice, scorrevole e attraente, ed un’alternanza tra di esse che procura e diffonde aspirazioni e sofferenze di un grande amore, così che l’inquietudine e la disperazione di Caterina si mescolano alla sofferenza di un’Europa devastata uscita da poco dalla guerra.
Il crescere vigoroso ed ininterrotto del fascismo viene reso da piccoli, seppure violenti, episodi che accadono in un paesino di collina sperduto nel mondo. Essi s’ingigantiscono e diventano simboli: “A quel punto, pensando che Luana lo stesse prendendo in giro, il fascista più loquace lasciò andare un manrovescio sulla guancia della ragazza Quel colpo era talmente violento che la fece sobbalzare.”.
La natura pare neutra: regolare il suo corso. Siamo arrivati al maggio del 1920: “Gli alberi da frutto avevano perso i loro fiori per lasciare spazio al verde intenso delle prime foglie, sui poggi e nelle piane che circondavano Castello erano numerose le margherite ed in mezzo al loro bianco candore spuntava il rosso dei papaveri. Nelle radure dei boschi e sulle creste rocciose faceva capolino la ginestra.”. Qui siamo un anno dopo, nel maggio 2021: “La tiepida sera di fine maggio spandeva nell’aria i profumi ed i suoni di un’estate ormai prossima; l’odore tenero dell’erba recisa, quello acre del letame appena sparso, il frenetico cinguettio delle rondini ed il canto dei grilli nascosto e insistente. Nei prati, dove l’erba riposava cullata da una brezza leggera, fra i rami del gelso vecchio e cadente appoggiato ad un muro come in cerca di sostegno, nelle aie e negli angoli nascosti fra le case e le capanne, volteggiavano silenziose migliaia di lucciole. Con il loro incessante vagare, sembravano voler regalare luce ad una notte incipiente orfana della luna.”.

Ma gli avvenimenti si fanno sempre più accesi e violenti: “Gli antifascisti si incontravano in giorni prestabiliti che venivano concordati durante il lavoro; o la domenica e le altre feste o durante le giornate di sciopero che continuavano ad essere frequenti.”.
Anche Caterina in qualche momento si sente attratta dalle idee di Paolo: “Caterina non ne parlava mai con nessuno e sembrava che la politica non le interessasse, ma in cuor suo ammirava il cognato Paolo che aveva il coraggio di mettersi contro lo strapotere di uomini sempre più tracotanti.”.
Nel contempo: “Caterina stava rendendosi conto amaramente che Sergio l’aveva perduto.”.
Cresce la sua attenzione verso il formaggiaro: “La donna avrebbe desiderato tanto gettarsi fra le sue braccia ma si trattenne; l’affetto che nutriva per il formaggiaro che vedeva ogni tanto ma con il quale poteva confidarsi, era forte. Colloquiando e rimanendo, anche se per poco assieme a lui, si sentiva una donna libera.”.
Anche il sentimento che sta crescendo nei confronti di Antonio è un filo importante della storia, in quanto marca la forza della solitudine che, quando riguarda gli affetti, conduce o alla distruzione di sé oppure alla resurrezione.
Paolo, intanto, si distingue poiché è una testa calda e non ha paura di affrontare i fascisti, creando qualche problema in famiglia, dove sono preoccupati dei rischi a cui si espone ed espone i familiari. Caterina, che prova un po’ di affetto per il formaggiaro, notoriamente fascista ed inviso a Paolo, che gli ha vietato di presentarsi a casa sua, si sente mortificata: “È vero che sono una donna sposata, ma è anche vero che non ricordo più come si fa l’amore! Sono unita in matrimonio con un uomo che non vedo da dodici anni, che non si preoccupa di scrivermi e se lo fa nelle sue lettere c’è soltanto freddezza e superficialità ma poco sentimento e nessun amore.”.
Il passaggio in Caterina dalla simpatia all’amore per Antonio si afferma con gradualità, ma con puntiglio ed ostinazione, tali da farlo diventare radicato e profondo. In questo la scrittura di Andreuccetti è abile e sapiente.
Intorno a questo passaggio, a questo lento evolversi del sentimento, si avverte gioia e speranza, direi addirittura il senso della vita che risorge, come per un fiore appassito a cui viene data finalmente l’acqua che lo salva.
Questo inizio di felicità è come se si ripercuotesse su tutto il paese di Castello: “In quel mattino di giugno, la via principale di quel piccolo angolo di mondo era un brulicare di voci; bambini che si rincorrevano gridando, uomini che incitavano con suoni gutturali gli animali da soma ed altri che con la vanga a tracolla si avviavano cantando e fischiettando verso gli orti, le vigne e gli oliveti, donne che partivano per i poderi con la falce in mano ed altre che rientravano dalle stalle e si scambiavano i saluti e gli auguri di una buona giornata.”.
Dirà Caterina ad Antonio: “Voglio che tu non pensi male di me! Ti voglio bene, ma il mio è un bene senza pretesa alcuna. Sono sposata con un uomo, ed anche se non lo vedo da tanto tempo sono ancora legata a lui e non riuscirei a tradirlo. Tu sei un grande amico e quando sono con te mi sento felice e mi sembra di toccare il cielo con un dito. È come se uscissi dalla gabbia nella quale sono destinata a rimanere costantemente rinchiusa.”.
Vi si avverte la tristezza, forse la disperazione, di una vita che le sta negando la gioia e la speranza.
È da notare che l’autore, per l’intensità che mette nei suoi quadri narrativi, consente al lettore di isolarli nella propria riflessione e concentrarsi sul loro più nascosto significato. Sono quadri che hanno una grande forza interiore, da renderli capaci di presentarsi anche autonomamente.
Tuttavia, nel momento in cui il lettore va con la mente alla ricerca di quanto già narrato, ne nasce quella ragnatela di fili, già ricordata, che si armonizza alla specificità del romanzo: quella, ossia, di mostrare le conseguenze della guerra sui sentimenti.
È una piacevole qualità strutturale del romanzo.
Il fascismo ormai sta dilagando. A castello sono già padroni del territorio e vanno in cerca dei socialisti per manganellarli ed anche ucciderli, se necessario: I fascisti “si facevano vedere sempre più spesso a Castello; erano a conoscenza che nei casolari sparsi sulla collina si davano appuntamento i capi dell’opposizione e temevano che stessero preparando qualche piano criminoso.”.
Infatti, Paolo, Ludovico, Orlando, Ettore, i maggiori esponenti del gruppo degli antifascisti, da giorni tentano di mettere a puntino un piano per punire soprattutto Tancredi e fargli capire che egli non può essere il despota di Castello e dintorni.
Dirà Orlando: “Aspetteremo i fascisti in un punto della mulattiera ed entreremo in azione sfruttando la sorpresa. Dovremo immobilizzare gli uomini della scorta, poi penserò io a fare a quel bastardo un bel servizio come si merita.”.
Nascono già qui, in queste piccole azioni all’inizio del fascismo (“L’idea fascista stava facendo sempre più proseliti anche nella piccola frazione.”), i prodromi di quella che, al termine dell’altra grande guerra, la Seconda, sarà chiamata Resistenza, così che le due guerre e i due dopoguerra si possono unire in una unica fascia di affinità e continuità resistenziale.
La narrazione fa emergere gli sforzi e i sacrifici che ogni volta si richiedono per garantire al Paese (ad ogni Paese) la democrazia e la libertà: “Gli operai ed i socialisti avevano fra i nemici anche persone comuni che all’apparenza sembravano innocue, ma che collaboravano invece con gli squadristi.”.

E Sergio che fine ha fatto? Ora vive insieme a Geny, hanno preso in affitto un appartamento. Sergio si sta costruendo una nuova vita?
Il parallelo con ciò che sta accadendo a Caterina con Antonio è inevitabile.
Due situazioni lontane intersecate da sentimenti in movimento, mutanti, e forse irreversibili addirittura. La vita può rendere logico e giustificato ciò che non dovrebbe esserlo?
Ma le trasformazioni, i passaggi, seppur lenti, implicano dolore, rimorso e inquietudine: “Ogni tanto nella mente di Sergio tornava il pensiero dell’Italia, del suo paese natale che nonostante gli oltre dodici anni di permanenza in America non era riuscito a dimenticare. E poi il pensiero di una moglie che aspettava il suo ritorno.”.
Sergio e Geny subiscono un furto; l’appartamento viene visitato, in loro assenza, dai ladri, che smurano e si portano via la cassaforte nella quale stavano non “solo i soldi, ma anche tutti gli oggetti preziosi!”.
Geny ci può apparire responsabile e colpevole di questa situazione, ma le dobbiamo l’entusiasmo e la felicità che nutre per la propria esistenza: un prezioso tesoro. Geny lo sta difendendo coi denti.
Caterina scorge per prima che dei fascisti stanno per arrivare a Castello. Pensa che vadano a punire Ludovico, uno dei capi degli antifascisti. Non ha esitazioni e corre ad avvertirlo.
Lo salva. Ludovico si nasconde nel bosco, ma Caterina è catturata dai fascisti che, per punirla, cercano di somministrarle l’olio di ricino: “Il primo che utilizzò l’olio di ricino per infliggere una punizione fu Gabriele d’Annunzio, quando dopo l’occupazione di Fiume lo somministrò alla popolazione che si opponeva al nuovo regime.”.
La ragazza li scongiura di non farlo, è atterrita, ma i fascisti non demordono e stanno per far ingoiare l’olio di ricino alla ragazza, quando si sente tuonare la voce di Antonio, che li ferma appena in tempo.
Riesce a liberarla, convincendo le camicie nere che Caterina non ha niente a che spartire con il socialismo e bada solo alla casa e al figlio.
Poiché sanno che Antonio è un dichiarato fascista, gli danno retta e rinunciano alla punizione. Se ne tornano a Valdottavo, da dove erano venuti, mandati da Tancredi.
La narrazione si è fatta incalzante.
Subito il lettore rivolge il pensiero alle conseguenze che il gesto coraggioso di Antonio potrà avere sull’evolversi del sentimento tra lui e Caterina. Va anche al marito Sergio, sapendo che è preda dei rimorsi.
Dice Antonio a Caterina: “Sono fascista ma sono anche contro tutte le prepotenze! Comprese quelle dei padroni.”. Nella stessa conversazione, seppure timidamente, Caterina gli rivela il suo affetto: “Ti voglio bene Antonio!”; “Ogni tanto Caterina aveva un pensiero anche per Sergio, ma non soffriva più per la sua lontananza e nemmeno per il fatto che aveva smesso di scrivere. Secondo lei il marito si era rifatto una vita tutta sua ed aveva trovato un’altra donna.”.
Ci si accorge che il romanzo è colmo di situazioni in divenire, il cui esito non appare scontato del tutto. Se ne avverte la direzione, ma non se ne ha la certezza.
Nascono nel lettore aspettative personali, frutto di una complicità che l’autore è riuscito a stimolare.
Gli scontri tra fascisti e socialisti continuano, molti sono gli stabilimenti in cui sono particolarmente violenti: “Mentre nelle campagne erano gli squadristi a fare il buono ed il cattivo tempo, in prossimità delle fabbriche della piana di Lucca, come la Manifattura Tabacchi, la Cucirini Cantoni, lo Iutificio di Ponte a Moriano ed il cotonificio di Piaggione, erano invece gli uomini che inneggiavano a Lenin ed alla sua rivoluzione, a dettare legge.”.
Oltre ad un romanzo, questo di Andreuccetti è un resoconto storico che ricostruisce con precisione gli avvenimenti che hanno segnato pesantemente la città di Lucca: “Quel clima infuocato che si era instaurato, vide anche il compiersi di numerosi attentati alle sedi di circoli anarchici e di sindacati operai portati a compimento da uomini appartenenti alle squadre di combattimento fasciste.”.
In tutta Italia si accendono scontri tra operai e padroni, i quali decidono, come risposta agli scioperi, una serrata, ma a questa “seguì ben presto l’occupazione delle fabbriche che in Italia avvenne quasi ovunque in maniera pacifica.”.
Ormai le parti sono arrivate al culmine dello scontro e i padroni si prodigano per sollecitare l’esercito e le bande fasciste a intervenire.
Si perverrà alla mediazione del governo di Giovanni Giolitti con un accordo tra le parti siglato il 19 settembre 1920: “In tutto l’anno 1920 ci furono in Italia più di 2000 scioperi e 2.300.000 scioperanti.”.
Questa è la realtà in cui si trovano a vivere Caterina e Antonio, tanto diversa da quella presente a Memphis, dove vivono Geny e Sergio.
L’occupazione delle fabbriche e la sconfitta degli operai del 1920 causano due conseguenze importanti, la nascita l’anno dopo di due partiti, il Partito Comunista Italiano e il Partito Fascista di Benito Mussolini.

Ma ecco che un giorno trovano Antonio, il formaggiaro, morto, ucciso nel bosco della mulattiera, con “la testa fracassata ed il volto sfigurato.”.
Caterina accorre, è disperata; i carabinieri non le consentono di vedere il cadavere ridotto a quel modo: “Caterina lanciò un grido disperato, la cui eco risuonò nella valle e che fu poi seguito da singhiozzi e parole accorate.”.
Insistendo, riuscirà a vederlo.
Antonio, dopo la prima aggressione, questa volta ci ha lasciato la vita: “Il volto dell’amico formaggiaro non esisteva più. Il cranio era fracassato con il cervello mezzo fuori mentre il volto era sfigurato, tumefatto e mancante di un occhio; sembrava che qualcuno avesse infierito su quel cadavere.”.
A Memphis tutto questo è lontano, assente: “Sergio e Geny passeggiavano in mezzo alle luci dei locali, ai venditori di popcorn e di noccioline ed al suono delle orchestrine improvvisate; erano persi in mezzo a quell’umanità colorita e cosmopolita, che si riversava ogni sera sui viali che correvano lungo il fiume.”. Il fiume è il Mississippi.
C’è solo un pensiero che occupa la mente di Sergio, quello del figlio Luigi che lui ha visto solo in fasce, e che ora, dopo tredici anni, forse chiede di lui. Dirà più avanti: “A quel figlio sono legato Geny. Mi devi capire!”.
La morte del formaggiaro tinge di giallo il romanzo. Chi può aver avuto interesse ad ucciderlo? Trovandoci immersi in un clima di violenza, tutto è possibile. Lo strano è che il formaggiaro si recava a Castello col mulo scarico della solita merce e in un giorno non previsto dal suo calendario quindicinale. Ė stato attirato in una trappola?
Potrebbe trattarsi, infatti, della vendetta di qualche marito geloso, visto che a Castello molte donne spasimano per lui?
Il romanzo ha molte sezioni che si alternano con leggerezza e i vari sipari si mantengono celati, così che il lettore scivola con facilità lungo la storia, acquisendone e gustandone i sapori.
Oltre ad avere una bella scrittura, l’autore sta dando prova di saper dare al suo lavoro un’abile e robusta struttura, qualità che si fa notare e che costituisce un punto forte del romanzo.
Ovviamente la morte di Antonio, e il fatto che i carabinieri non riescono a raccapezzarcisi, dà l’occasione ai fasci di combattimento, ossia alle squadre fasciste, di organizzare una nutrita rappresaglia nei confronti dei socialisti e dei capi operai più scalmanati.
La valle della Celetra pare rappresentare l’Italia con tutto ciò che di disumano vi sta accadendo. Ogni dettaglio è espressione di un’ordinarietà che ha assimilato la terribile vita di quei giorni.
Le situazioni e i personaggi che si muovono nel romanzo diventano riassuntivi e paradigmatici.
Se accanto a questo, mettiamo insieme gli altri due romanzi, già citati, coi quali forma una trilogia di rassegnazioni, di sofferenze, di ribellioni, di violenze e di morti, di speranze e delusioni, ci si conferma nel convincimento che essa diventa fondamentale per coloro che vogliono approfondire la storia del nostro Paese, e specialmente delle terre di Lucchesia: “Una domenica mattina di buon’ora, rapidi come falchi, quando tutti, compresi gli operai, erano nelle proprie abitazioni perché il giorno di domenica andava rispettato, i fascisti di Valdottavo si sguinzagliarono nel territorio alla caccia dei loro oppositori.
Scelsero l’ora d’uscita delle varie celebrazioni religiose del mattino, quando la gente si ritrovava nelle piazze, lungo le vie e sulle soglie delle case. A quelle, che non erano altro che vere e proprie violenze gratuite, poteva assistere chiunque, per rendersi conto di come loro sapevano amministrare la giustizia ed infliggere punizioni esemplari a chi avesse osato combatterli.”.
Si presentano davanti alle case sospette spianando le armi e muniti di olio di ricino, seminando il terrore e lo sgomento. Le forze dell’ordine li lasciano fare, impotenti
Ludovico, il Moro, Paolo e Caterina subiscono le loro violenze: manganellate agli uomini e olio di ricino a tutti: “A Caterina fu riservato un ulteriore supplizio, quello di ricevere per ultima l’olio di ricino.”; “Lo stato non contrastò efficacemente lo squadrismo per la debolezza del suo apparato repressivo e lasciò che le squadre, anche dopo aver vinto lo scontro contro gli operai e i contadini spadroneggiassero, ed i capi locali arrivassero poi a conquistare il potere politico.”.
Hanno ormai preso il sopravvento. Siamo già agli inizi del regime: “Nella città di Lucca e nella sua provincia il fascismo cominciò a fiorire ufficialmente nell’ottobre del 1920 quando il movimento cominciò ad espandersi nell’Italia centro settentrionale, in un periodo di forte tensione politica e sociale.”.

L’autore ricorda la strage avvenuta a Lucca, in piazza San Michele, il 14 dicembre 1920 durante un comizio tenuto dal socialista Lorenzo Ventavoli: “Alcune squadre di fascisti lucchesi, pisani e senesi che si erano presentate inquadrate ed armate in piazza, interruppero il comizio e stranamente fiancheggiate da un drappello di carabinieri, spararono all’impazzata contro i presenti al comizio. Caddero sulla piazza senza vita due persone e ne rimasero ferite circa una ventina.”.
Intanto, a complicare le cose, ci si mette il terremoto. È l’alba del 7 settembre 1920: “Le vecchie case di Castello ebbero un tremito come di paura di fronte ad un evento improvviso ed imprevisto. Numerosi cornicioni crollarono, i camini si rovesciarono sui tetti e le coperture delle capanne volarono per terra.
La gente che era ancora in casa uscì nelle vie e nelle piccole corti; c’erano dei feriti per le strade colpiti da tegole e calcinacci e nelle case numerosi bambini piccoli erano stati investiti da suppellettili cadute da credenze e da mensole appese alle pareti.
In ogni angolo di Castello era un gridare disperato; era tornata la paura che la sera prima sembrava essere stata esorcizzata.”; “Quel terremoto che tanta apprensione aveva suscitato nel borgo di Castello, ma fortunatamente senza vittime e con danni limitati, aveva però colpito duramente nei paesi dell’alta valle del Serchio e della Lunigiana.
Quel 7 di settembre alle ore 7.56 ci fu infatti un disastroso evento sismico che aveva causato secondo una stima molto approssimativa 171 morti ed oltre 650 feriti.”.
L’autore ci descrive minutamente le difficoltà e le fasi di soccorso che seguirono al sisma, talché il lettore può rendersi conto dell’ansia, dello sgomento e della paura che impregnavano quei giorni: “La fatica pesò quasi per intero sugli uomini che erano appena rientrati dalla Prima Guerra Mondiale.
Notevoli difficoltà furono riscontrate dai senzatetto e dai disoccupati, per il mancato dialogo con il governo che in quel periodo era preoccupato più per gli scioperi e le occupazioni delle fabbriche che per i disagi di una popolazione duramente colpita da un evento estremo.”; “La casa di Beppina ebbe bisogno di alcuni ritocchi, anche se limitati.”.
Le descrizioni, suggestive e ben fatte, tutte velate di magia, sono una peculiarità di Andreuccetti, con le quali il ritmo della narrazione si apre ad una pausa quasi di ristoro, in mezzo alle tragedie che stanno gravando sull’uomo. Vi troviamo una natura indifferente, che svolge il suo ordinario corso senza preoccuparsi di noi e dei nostri travagli. In Italia come in America: “Grandi nuvole scure si andavano addensando sul Mississippi che scorreva lento e silenzioso. Quelle nuvole, spinte dal vento di scirocco arrivavano leste e sembrava volessero stringere in una morsa e soffocare la città che stava andando incontro pigramente alle prime ombre della sera
La grande massa scura delle nuvole cambiava continuamente forma creando figure strane che ad ogni nuovo colpo di vento cambiavano volto; ora teste di drago ed ora profili di guerrieri che parevano usciti dalle pagine di un racconto mitologico.”.
Siamo all’altro capo mondo, a Memphis, che vive in parallelo e che ha un filo sottile, il sentimento di un migrante, che lo unisce a Castello.
In Italia il fascismo nascente, là la malavita che fa il bello e il cattivo tempo, costringendo i commercianti e gli industriali a pagare una tangente per poter lavorare senza inciampi. Il capannone dove lavora Sergio è stato oggetto di un’azione della malavita, che ha provocato un grosso incendio e, dunque, grossi danni. A causa di ciò, Sergio è senza lavoro da due messi e si lamenta con Geny per l’affitto troppo caro che devono pagare per l’appartamento voluto dalla ragazza, la quale fa di tutto per rassicurarlo, per tenerlo legato a sé. Sente che potrebbe perderlo. Da un certo tempo, Sergio pensa continuamente all’Italia: “Certo che penso all’Italia! Sono tredici anni che vivo in America ma non posso rinnegare la mia terra d’origine!”.
Geny è rimasta incinta. Ma non è lui il padre del nascituro, bensì George, l’amico ricco di Geny che aveva affittato loro la casa.
Un romanzo di grande attrattiva e intensità, non v’è dubbio. Storia e invenzione narrativa vi camminano in perfetta sintonia.
Dopo la pausa descrittiva di Memphis, ecco comparire un altro momento di sosta per immergerci nella natura, indifferente ma sovrana. Siamo a Castello: “L’inverno stava regalando le sue giornate più crude; la neve era caduta per giorni silenziosa e abbondante portata dalle nuvole uniformi e pigre dando vita ad un paesaggio che aveva un qualcosa di surreale. Il bosco, le vigne, gli oliveti e gli orti sembravano affogati sotto una coltre bianca. Le notti serene accentuavano la lucentezza delle stelle e mentre la luna vegliava silenziosa sul sonno di Castello, erano le folate di un vento gelido che staccava falde di neve ghiacciata dalle fronde degli ulivi, l’unico rumore che dava voce alla notte.”.
Una descrizione superlativa, che diventa poesia.

Si deve insistere ancora: poiché in quest’altra descrizione, che continua la precedente, sembra di trovarsi di fronte ad un quadro di Bruegel il Vecchio: “Durante il giorno gli abitanti si affacciavano sugli uscì delle case cercando di lenire anche se solo in parte, il tormento del gelo; gli uomini con balle di iuta sopra le spalle e le donne fasciate in pesanti scialli di lana. Quelle figure infreddolite con le guance arrossate e la ‘pena’ nelle mani, sembravano tanti animali affamati in procinto di lasciare le loro tane in cerca di cibo.”.
È il 5 gennaio 1921, la vigilia della Befana. Di lì a poco si ha la nascita del Partito Comunista Italiano, dunque la divisione dei socialisti, e l’inasprirsi della lotta tra operai e squadristi: “In tutte le principali città italiane erano state formate le squadre d’azione alle dipendenze del Fascio locale. In quei nuclei erano confluiti quasi tutti gli arditi che avevano preso parte alla Prima Guerra Mondiale. Anche Mussolini era circondato da circa 200 fedelissimi”.
Il fascismo si sta allargando e organizzando: “Dopo le città lo squadrismo riuscì a costituire roccaforti importanti anche nelle campagne.”.
Nella primavera del 1921, Lucca “vide un incremento dei fatti delittuosi anche nella piana del Serchio fra i quali l’uccisione dell’ex ufficiale pisano Tito Menichetti a Ponte a Moriano.”, squadrista che viene ucciso da un ferroviere, Giuseppe Neri, per vendicare i soprusi subiti dal padre: “Fu questo il primo dei ‘Martiri Fascisti’ al quale fece seguito, nel culmine della strategia della tensione, l’eccidio di Valdottavo. Quell’attentato dette inizio ad una serie di punizioni e di vendette effettuate dagli squadristi nei confronti degli oppositori.”. (Più avanti, l’autore ci descriverà dettagliatamente questo attentato).
Nelle elezioni del 15 maggio 1921, grazie ad un’alleanza con il liberale Giovanni Giolitti, 35 fascisti riescono a farsi eleggere e per la prima volta entrano nel Parlamento italiano.
Questo ulteriore passo in avanti, li ecciterà e li spronerà a seguire la strada già praticata del sopruso e della violenza.
In Parlamento entrano anche i comunisti, nati da pochi mesi, conquistando 15 seggi.
Eccoci all’attentato del 22 maggio 1921, a Valdottavo, quando i due automezzi, un’automobile con quattro uomini a bordo fra i quali il Segretario Politico Carlo Scorza e un camion carico di diciotto fascisti diretti a Valdottavo per assistere all’apertura di una nuova sede del Fascio, sono attaccati, al ritorno dalla cerimonia tenutasi nel teatro Colombo del paese, dagli antifascisti. Intanto i fascisti avevano dato l’olio di ricino al pievano don Silvano che si era rifiutato di benedire il gagliardetto della nuova sezione.
Alcuni antifascisti si sono riuniti sopra una collinetta, il monte dell’Elto, e hanno pronti grossi massi da far rotolare sulla strada su cui transiteranno i due automezzi, onde ostacolarne il passaggio Purtroppo, quei massi finiscono per cadere sul camion carico di fascisti causando due morti e molti feriti: “I feriti più o meno gravi, che erano una decina, fra i quali uno con una gamba maciullata ed un altro che sporgeva con il capo grondante sangue dal cassone del camion, si lamentavano e rimanevano in attesa di soccorsi.
Sul cassone le macchie di sangue si allargavano, si mischiavano alla terra e cominciarono poi a colare sulla strada.”.
Comincia immediatamente la ricerca dei colpevoli; si rastrella la collina, senza risultato. La rabbia è salita alle stelle.
Ne fanno le spese coloro che sono sospettati di essere antifascisti, tra cui Paolo, Caterina e il povero fratello Alfredo, detto il Moro, fra l’altro quella sera febbricitante. I due uomini vengo condotti via in stato di arresto: “I fascisti non si erano limitati a salire a Castello ed a prelevare Alfredo Paolo e Ludovico, ma avevano rastrellato ogni antifascista dichiarato che viveva nei centri grandi e piccoli della valle.”. Tra questi rastrellati, tredici sono arrestati e trasferiti alle carceri di San Giorgio a Lucca, tra i quali con sorpresa di Ernesto, che stava attendendo fuori del teatro, il povero Alfredo, il fratello sempliciotto di Caterina, mentre era stato messo in libertà Paolo. Ma non finisce lì: “Dopo l’arresto dei tredici indiziati, i fascisti avevano preso infatti ad accanirsi contro gli antifascisti di Valdottavo entrando nelle loro case, svegliando anziani e bambini e somministrando purghe e colpi di manganello. Paolo sapeva di essere ancora nel mirino pur non essendo stato arrestato dai carabinieri.”; “Era aperta la caccia al socialista ed al comunista.”. Il processo che si celebrerà dopo poco causerà malumori tra i fascisti e violenze nei confronti dei giudici, che saranno costretti a rivedere e riformulare le condanne, ritenute troppo miti.
La Storia di quegli anni movimentati è ricostruita con fascinazione dall’autore, talché, finito di leggere il romanzo, ci resterà nella memoria il tumulto ossessivo e violento che portò alla nascita del fascismo, nonché il valore dei sentimenti che regolano la vita degli esseri umani. Leggere questo romanzo è entrare nella Storia viva e la sua realtà non si ferma a quei giorni, ma ci penetra oggi come monito e testimonianza.

Noi ora ci fermiamo qui, poiché toccherà al lettore scoprire che cosa ne sarà di Sergio, Geny e Caterina, e scoprire l’assassino o gli assassini, del formaggiaro. Conoscerà anche la commovente storia dell’amore tra Paolo e Luana, una ragazza poliomielitica in cui resta viva la speranza.
La natura, anche per lei, proseguirà incurante il suo corso: “Quel casolare, dopo la cruda violenza consumata dai fascisti, poté immergersi di nuovo nel silenzio della notte rotto soltanto dal canto dei grilli, dal lamento della civetta e dal sommesso fruscio delle fronde degli olivi mossi dalla leggera brezza che dalla sommità della collina spirava verso il mare.”.
Nessun lettore, ne siamo certi, potrà sentirsi deluso dai fatti che vi sono narrati, tutti messi in evidenza e marcati con sapienza narrativa e capacità di proposta singolari.
Ci lasciamo con questa bella immagine, che è un canto alla vita. Siamo nel 1921. Ernesto ed un amico scendono a Valdottavo a prendere il Moro, dimesso ammalato dalle carceri di San Giorgio. Mentre camminano si guardano intorno: “C’erano uomini che stavano vangando al piede delle viti per rendere più morbido il terreno ed in grado di assorbire la poca acqua delle piogge estive, mentre altri stavano ammassando e legando fronde d’olivo che sarebbero servite per accendere il forno. C’erano donne che segavano l’erba con la falce dando ogni tanto uno sguardo ai bambini in fasce stesi sopra teli di canapa, mentre ragazzi grandicelli che non frequentavano la scuola davano il loro supporto al lavoro degli adulti.
In quel mattino di giugno i poderi che circondavano il borgo di Castello, brulicavano di vita ed erano ricchi di canti, di rumori e di colori; i canti degli stornelli e delle quartine dei maggi, il rumore della cute sulle lame delle falci e dei pennati sui tronchi di legna, il colore dei mille fiori sparsi nell’erba, dai più nascosti ai più rigogliosi e alti sullo stelo.
Quello che i due uomini avevano d’intorno era un mondo ammantato d’amicizia e di calore umano: non mancava mai il saluto reciproco anche se scambiato a distanza.”.


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Bart