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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Enrico Bertozzi: “L’Eríco, Giulebbe e l’anima”

27 Novembre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il romanzo è del 1981.
Eríco (facile pensare all’autore), dopo 35 anni di lavoro, è andato in pensione e vuole godersi la nuova libertà. Poiché è cacciatore, ne approfitterà per godersi la sua passione: “Invece, quando impallidiscono le stelle, osservo le cime dei monti intatte in una luce pura. Sta per arrivare l’ora in cui gli uccelli del bosco, uscendo da chissà dove, vanno ai mangimi abituali. È l’ora del cacciatore.”.
Un anno dopo, Bertozzi scriverà la commovente storia di un cane da caccia, Argo, abbandonato dai suoi padroni.
Si è subito colpiti dalla scrittura, tutta intrisa dal desiderio e dalla voglia di trasgredire e volar lontano con una fantasia dolce e ribelle nello stesso tempo. È una scrittura che si fa contenuto, poiché la storia raccontata avrà questo fiato: “Ho sognato che mi scrollavo di dosso la famiglia.”.
Diamo un piccolo esempio: “Tra l’altro per me il vestito ideale è quello che somiglia a un sacco, con tante tasche in cui riporre le cose e nelle quali ritrovo a volte, in primavera, rimasugli di una foglia cadutaci nell’ultimo autunno nel quale sono stato a stropicciarmi pei boschi.”.
Si tratta, ovviamente, della classica casacca del cacciatore.
Chi sa perché, viene in mente “Tre uomini in barca (per non parlar del cane)”, il divertente e avventuroso romanzo di Jerome K. Jerome del 1889.
Nel nostro romanzo, il compagno di avventura è un ubriacone, Giulebbe.
Tutto si svolge in un clima mescolato tra sogno e realtà, anzi, diciamo meglio, tutto si svolge in un’ambientazione da sogno, favolistica, che ha la leggerezza di un respiro.
Pare di essere a teatro comodamente seduti a goderci lo snodarsi del racconto su di un palcoscenico adorno di meraviglie.
L’anima è, infatti, il terzo invisibile compagno di avventura: “La solitudine e la segretezza dei luoghi di cui non traspare al di fuori un dettaglio, fan sì che il pensiero non disturbato per lunghi periodi, prenda infine confidenza e si espanda.”.
Chi ha letto tutta l’opera di Bertozzi avrà notato una sua propria specialità. Sa tenere molte tonalità; ha più registri, più scale di note: quella umoristica, quella romantica, quella malinconica, quella tragica e ogni minima variazione di coteste. Anche il passaggio e l’alternarsi, nel corso del racconto, tra terza e prima persona, hanno il segno di una giocosa variante musicale. È, insomma, un ottimo suonatore di violino, quasi un Paganini: “E il pettirosso, curioso com’è, con volo gobbo vien subito a vedere. Mentre penso che non gli sparerò perché è piccolo e ho poche munizioni, sopraggiunge con un soffio la grossa ghiandaia che non disdegna nutrirsi della carne degli uccelletti minuti. Sotto il suo peso un ramo s’agita ancora.”.
L’alba di un cacciatore è qualcosa di magico. Egli assiste a tutti i risvegli della natura. Li osserva con gli occhi incantati dal suo capanno, dove nessuno immagina che vi sia appostato, vigile e nascosto: “Intanto qualcosa, o è l’effetto delle ombre e delle luci giocate dal primo sole, scivola lungo un fusto di nocciòlo. Una forma allungata e fulva appare e si nasconde furtiva girando attorno al tronco. È lo scoiattolo. Con un balzo giovanile è sulla roccia e s’avvia seguito dalla lunga coda verso l’acqua nella quale ha tante volte rispecchiato il musetto.”.
Non vi è dubbio che nel romanzo è contenuta la contraddizione tipica del cacciatore, il quale ama immergersi nella natura, sa anche godersela a suo modo, ma con la caccia uccide ciò che gli ha destato meraviglia. La sua gioia ha la spontanea selvatichezza delle segrete regole della natura secondo le quali per sopravvivere devi difettare del senso stesso della morte: “Rientro nel capanno col proposito di non sparare oltre: anche le tagliole daranno il loro frutto e non voglio uccidere se non per necessità.”.
Leggete questa descrizione in cui il senso della morte, che pure alberga nel cacciatore, si fa misteriosamente lieve, quasi assente. Sta osservando un gruppo di ghiandaie che bevono presso una vaschetta ripiena d’acqua: “Bevono a turno e fanno il bagno nella loro vasca senza litigare. Si asciugano al sole. Una non partecipa all’assemblea e vigila dall’alto di una vetta di carpino. Darà l’allarme se si avvicina l’uomo.
Se ne vanno invece per altro motivo. C’è stato forse un fruscio che non ho percepito e partono una ad una senza paura, ma come chi non vuole assistere a uno spettacolo repellente. E si snoda nella radura la grossa biscia acquaiola tenendo un pochino sollevata la testa. Sogna un refrigerio che non potrà mancare. In breve è sulla vaschetta e assume l’acqua a poco a poco, allungando e ritraendo la lingua.”.
Prevale il senso della vita. La morte è trasfigurata nella vita e specialmente nella gioia e nella esaltazione del vivere. Qui il protagonista si dedica alla pesca per procurarsi il cibo. Cattura una cavalletta che gli farà da esca: “e trafiggo quel gioiello con l’amo a cominciare dal capo, non contento finché l’ardiglione non esce all’altra estremità del corpicciolo magrolino. Dopo questa operazione rimane ferma e stabilmente incurvata. Un minuto più tardi, essendomi avvicinato con estrema cautela allo specchio d’acqua, dondola a mezz’aria, ormai del tutto indifferente circa la località nella quale andrò a posarla.”.
Con questa profonda immersione nella natura, pare di percepire le atmosfere dei romanzi di Mark Twain, come “Le avventure di Tom Sawyer” del 1876 e “Le avventure di Huckleberry Finn”, del 1884.

Il protagonista (ossia Bertozzi) ha fatto anche la guerra, la Seconda guerra mondiale come ufficiale mandato in Russia. Ogni tanto la ricorda: “E mi rivedo sulla riva di un fiume gelato [è il Donetz], grande come il Po. Comandavo allora una compagnia di fanti. Avevamo il compito di resistere a oltranza ai carri armati nemici, segnalati a qualche chilometro.”.
Meno solitudine e più giovialità la incontriamo nella seconda parte, quando, dopo due giorni che è stato nel bosco, torna a casa. Tutti erano stati in ansia. I carabinieri e molti del paese erano andati alla sua ricerca, inutilmente (anche perché lui non si lasciava trovare). Per ricompensarli di questa loro attenzione verso la sua persona, offre loro un pranzo in trattoria, durante il quale il lettore assaporerà il gusto del gioco e dell’ironia di Bertozzi, il quale sta scrivendo con gioia e divertimento.
Giulebbe è un suo compagno ombra, quasi un punto di appoggio. Si vede appena, come in trasparenza, ma è presente. Simpatici i giochi di ipnosi che il protagonista si diverte a fare su di lui. Giulebbe è una sua propaggine scherzosa e civettuola, un alter ego.
Attraverso questo accoppiamento si manifesta una saggezza popolare che si radica e va a coprire di sé tutto il romanzo: “Arrivati a casa, dopo aver mangiato, Giulebbe mi chiama dalla stradina. È l’ora di tornare nei campi. Ha con sé due vanghe. Andiamo a un campicello comodo da lavorare perché vicino, nel quale da dieci anni nessuno ha più messo i ferri. Fertile è certo perché le zolle vergini, sepolte, suppliranno il concime che non abbiamo.
E Giulebbe comincia a vangare. Pare impossibile, ma egli rivolta la terra come se gli fosse amica, e lo fa con un ritmo che pare in un certo senso danza. E la terra, da verde, diventa nera. Provo anch’io a farle cambiare colore. Mi resta assai brizzolata di verde e duro tanta fatica. Ma Giulebbe mi dimostra che non bisogna solo lavorare di braccia, ma che poggiando il dorso della mano sinistra che regge il manico della vanga sul ginocchio destro, e su questo facendo leva, il lavoro è facile. Ed è vero.”.
Bertozzi gli dice: “Tu vivrai a lungo, invece, Giulebbe, poiché sei il simbolo della nostra razza povera, paziente e felice. La tua figura non si può spegnere finché l’uomo vivrà su questi monti, e qui pianterà alberi e si curverà sui campi.”.
Che è un bell’omaggio alla terra e all’uomo che la lavora.
Questo romanzo che pare all’inizio soltanto e semplicemente divertente, è tutto intriso di umanità e di terra, ma di quella specie di umanità rara che nella terra è nata e muore.
È una storia di grande bellezza, difficile a scriversi per chiunque con quella lievità che il Bertozzi ha saputo trovare per trasmetterci l’intimità dei segreti e dell’esistenza. La seconda parte, in cui Giulebbe prende la sua consistenza di personaggio che affianca e da colore al protagonista (“L’Eríco e il Giulebbe vedono le cose alla stessa maniera!”), è di una invidiabile perfezione: contenuto, suggestione e scrittura sono opera d’arte. Come una statua del Canova.
La terza parte, quella dedicata all’anima, ci parla della vecchiaia e del tramonto della vita: Eríco “Non scende più nei campi e anche per le vie piane del paese ha messo in uso quella gamba inopportuna al mattino, disdegnata a mezzogiorno, utile soltanto a sera. È di nocciolo.
La prima volta, vedendolo col bastone, uno disse incautamente: ‘Ormai ha preso un pallino in un’ala!’. Poi salutò a voce più alta. Credeva che venendo la vecchiaia con tutti i difetti, l’Eríco fosse diventato anche sordo. Rimase quindi molto confuso sentendosi dire: ‘Amico, ti perdono l’affermazione perché ha un gustoso sapore di caccia!”.
Questo brano può fare anche da esempio di come nasce una descrizione congiunta a precisione e arguzia. Spesso Bertozzi, nelle sue opere costruisce frasi che risultano felici e leggere ma la cui composizione richiede un raro talento.
Mi dispiace di non aver conosciuto questo artista che ha lavorato in banca come me, e i nostri tempi si sono incrociati, anche se tra me e lui ci correvano trent’anni, essendo Bertozzi nato nel 1912. Morirà nel 1992.
Qui pensa alla morte e al suo piccolo cimitero posto sulla collina: “… finché dai triboli non si sbuca in un poggiolo felice e insospettato in cui guariscono vecchie ferite e nuove non ce ne possono essere. Qui si riposa e si guarda un po’ dall’alto e come da lontano.”; “Rientrando in casa disse alla moglie: ‘Mi dovesse succedere di partire per il lungo viaggio bisogna dare diecimila lire a ogni uomo che si darà il cambio per portarmi al cimitero. Ho trovato faticosa la salita.”.
Pare di vedere il giullare che, nel capolavoro di Ingmar Bergman, “Il settimo sigillo”, del 1957, scorge sulla collina il cavaliere che con altri compagni segue la morte.

Eríco è disteso sul letto, ha la polmonite, la febbre molto alta. La mente vaga e risorge il passato, tornano taluni ricordi, è preda dei sogni: “Li cominciava da sveglio.”.
Questo racconto è scritto nel 1981, come si è detto, ossia undici anni prima della morte del suo autore ed è ammirevole la fantasia che riesce a presentarcela con realismo, ma anche con brio: “Poi arrivò il prete che conosceva tutti i peccati. Portava con sé una buona possibilità di star meglio perché è noto, come dice Giacomo, che quando uno era malato i presbiteri della chiesa antica pregavano su di lui e lo ungevano con olio nel nome del Signore. Il Signore allora lo rialzava, oltre a perdonargli i peccati. Si aveva così un doppio vantaggio che soltanto chi è nel bisogno e costretto a letto può apprezzare al giusto valore.”; “Quando il prete si apprestava ormai a ungere la fronte e le mani del malato, che era poi la cosa essenziale per guarire, e gli aveva già steso le sue sul capo l’Eríco dette un’occhiata nella stanza come per guardare se si prestava abbastanza attenzione all’avvenimento conclusivo: vide la moglie che pregava e udì uccelletti cantare fuori della finestra che, per fargli piacere, rimaneva sempre socchiusa.”.
È una morte gioviale, non vestita di nero, ma dei bei colori della natura, ossia della vita: “entravano nella stanza, ignoti a tutti, la giovinezza e l’amore, e un sorriso si disegnò sulla guancia sinistra dell’Eríco.”.
Ed ecco l’anima uscire dal corpo: “Ma si sentiva indifesa e nuda, essendole venuta a mancare l’efficace protezione della carne, unica barriera che ci difenda validamente da Dio, e tentava di rientrare un po’ nel corpo e di trattenercisi per il tempo necessario all’assuefazione a cose nuove occhieggiando fuori, quando s’accorse che esso, senza vita e volontà da opporre e in via di raffreddamento, non costituiva ormai maggior riparo di un qualsiasi inutile muro.
Sicché si ritrovò fuori alla mercé di Dio, col quale c’eran conti da fare, di un conteggio rimandato a lungo.”.
Mi ricordo di aver trovato una descrizione mirabile della morte nel racconto di Lev Tolstoj, “La morte di Ivan Il’ič”, del 1886, ma questa del Bertozzi ha una leggerezza fantasiosa e benigna da spingerci ad invidiarla e farla propria nel convincimento di una spassosa trasmigrazione altrove della nostra vita.
Eríco non è più di carne. La carne giace distesa sul letto di morte circondata da quattro ceri accesi. Ora è solo anima e si muove tra la propria casa e l’aldilà con estrema disinvoltura. È curiosa, vuol conoscere, vuol sapere, vuole rendersi conto.
Sono pagine intense e tenere, baciate dal piacere del gioco e dalla briosità di un’arguzia istintiva e ficcante. Vede la moglie, vestita di nero, vicina alla bara; seduta su una sedia, faceva pena: “L’Eríco a vedere così suggeriva: ‘Bisogna ammazzare subito una gallina, farle un po’ di brodo, e convincerla che non è successo nulla di grave. Ci siete in tanti lì dintorno!’. E impazientito andava in cucina.”; “S’accorse intanto, standoci sopra come a respirar l’odorino, di non soffrire il caldo né del vapore, né del metallo certo rovente della pentola, e di scoperta in scoperta, con sempre maggior coraggio, s’infilò sulla fiamma e ci si rigirava trovandocisi bene come, si dice, le salamandre nel fuoco. Non sentiva né fresco né caldo. Si smise così d’aver paura, se pur se n’era mai avuta, della condanna alla pena del fuoco, e si tornò nella stanza dei ceri e dei fiori ai quali proprio non s’era badato.”.
Si ha l’idea di una farfallina che giri per la casa.
E quando va fuori non ha confini: “Ora l’Eríco aveva già molto imparato a spostarsi. Non era più alle prime esperienze del volo. Gli bastava pensare un luogo con l’intenzione di andarci e subito c’era, fosse pure in capo al mondo.”.
Quando la moglie, con la corona del rosario tra le dita, sale la collina per far visita alla sua tomba, Eríco la vede e la compiange: “Poverina! Non pensare tanto a venire quassù dov’è stato messo il mio corpo. Dov’è il mio corpo, io proprio non ci metto piede e sono altrove. Cercami piuttosto fra le pentole della cucina, o nell’orto fra il prezzemolo dove ti chini spesso perché sembra stia bene dappertutto, o nel cigliere accanto al mucchio delle patate che sarà bene tu cominci a spinzare, o alla finestra che dà sul prato da dove guardavo arrivare gli uccelli.”.
La morte per Bertozzi, non è morte, ma vita: “Fratelli, dopo la morte, si vive!”.

E qui troviamo una delle sue tante dichiarazioni d’amore per la sua terra: “Intanto, a quel che mi sembra, non mi allontanerò per parecchio tempo dalla mia Garfagnana, valle segreta e meravigliosa che si può scoprire solo dalle alte vette e dal cielo. Qui ho passato la giovinezza, questi monti ho percorso allora, infaticabile come un cane, protervo in caccia, silenzioso in amore, traversando, con passo appena lungo, i torrenti.”.
Non abbiamo ancora detto che nel nuovo spazio di mondo, Eríco ha ritrovato suo padre e vanno in giro insieme, perfino a Calcutta, dove la moglie ha mandato una lettera ad un missionario affinché celebri una messa a suffragio del marito.
Ma ora il padre deve lasciarlo, perché chiamato ad un nuovo e lungo viaggio, quello definitivo che lo porterà alla destinazione finale: “… resto sperso e sgomento”, dice al padre: “Durante il lamento, l’Eríco si sentiva svuotare della sua parte migliore e perdeva il conforto che dà una mano fedele o un braccio sicuro allacciato alla vita.”.
La concezione espressa dalla fantasia di Bertozzi è, dunque, quella che, per un certo tempo, l’anima resti a contatto con la vita e possa vedere e sentire. Quanto questo tempo sia lungo non si sa e Bertozzi non lo dice.
Chi sa se a distanza di quasi trent’anni dalla sua morte, lui sia ancora qui tra noi, a guardarci e a sorridere.
In quello spazio straordinario, e quasi mitologico, ora lo accompagna anche sua moglie, da poco morta, dal “viso irripetibile da cui fino all’ultimo aveva tratto conforto.”.
Quando si ritrova al cimitero, l’anima di sua moglie lo sta cercando: “… e c’era già lei alla pietra che chiamava forte l’uomo che aveva amato in terra, piangendo come per una grossa sventura da raccontare, ma molto più si doleva perché il sepolcro era vuoto, senza l’anima, e non si sapeva dove era andata.”.
L’incontro delle due anime sarà commovente e il lettore se lo gusterà da sé, riconoscendo di avere avuto tra le mani uno stupendo e originale racconto.
Troveremo anche l’anima di Giulebbe: “Ci s’abbracciò in uno scenario di monti.”. E poi quelle dei fratelli: “Come foglie portate dal vento cominciavano poi ad arrivare i fratelli dell’Eríco, ciascuno al suo rintocco di campana e ognuno riceveva l’abbraccio lasciato in deposito dal babbo.”.
Si arriva perfino a desiderarlo, alla fine, quello spazio.


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Bart