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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Enrico Bertozzi: “Poesie”

28 Novembre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Nella vita di ogni narratore, e più ancora, di ogni letterato, ci sono sempre i momenti della poesia. Arrivano all’improvviso e ci sconvolgono. La poesia è il sangue dell’anima, che ad un certo punto si mette a pulsare, come a bussare ad una porta per uscire, volare nell’aria, volare dappertutto. Quando è uscita, la poesia immediatamente non ci appartiene più, è di tutti, è diventata universale. È il dono che l’anima fa ad ogni uomo. Molti non riescono ad avvertirla, ma è anche dentro di loro e resterà chiusa, non espressa. Fortunati quelli che invece la sentono pulsare e l’ascoltano. Ogni poesia è una grande poesia, poiché porta con sé l’impronta di un’anima, di quell’anima, unica e irripetibile.
Bertozzi ne ha avvertito il pulsare e si è messo in ascolto.
Questo libro, uscito postumo nel 2013, ne raccoglie 82, scelte dalle figlie Elena e Maria Giovanna.
Vi è una poesia che riassume bene quanto ho appena scritto. S’intitola “Ansia”. Si riporta per intero:

“Forse quando monta la marea
forse quando cala la luna
il poeta ha qualcosa da dire:
gli altri ascolteranno.
Ma quello che dice lo sanno!
Seguono i fili che ha steso
vischiosi di riso, di pianto, d’amore
di terra che si deve lasciare.
Arrivano e… ‘Ci hai mossi
dalle nostre faccende e ci lasci
dov’è caduta la freccia?
Lanciare di nuovo non puoi?
Da sempre s’aspetta, ti seguiremmo!
Che pena se ci dovessimo accorgere
che sei come noi!’”

Il sentimento religioso, la presenza di Dio e la devozione del credente sono un aspetto quasi nuovo nella scrittura di Bertozzi. Nei romanzi essi restano sommersi, sottaciuti, spesso sovrastati da un umanesimo ribelle e poco conciliante.
Ma nella poesia, Dio è presente:

“Ringrazio Dio per l’avvenimento previsto,
per il gusto durevole degli anni poveri
e per la mia solitudine.”

(“Io cuoco”);

“Non so se tornerò al tuo podere.
Metto un fiore nel buco del muro
dov’è ancora la tua Madonnina di gesso.
Dio ti riposi!”

(“Giusè”);

“Ma che dico? Ora è tempo di pregare il Signore
che ci adduca ai suoi santi tabernacoli
dopo una vita in cui non ci siamo accorti di nulla,”

(“Una generazione”).

L’amato pettirosso lo ha sollevato spesso dalla solitudine, congiungendolo a Dio:

“quando non ci sarà più moglie o marito
e padri e madri smemoreranno nella folla
perché solo da Te siamo nati,
rendimi almeno una creaturina terrena
tanto piccola che non è neanche miracolo
risuscitarla, ed ha l’ali.
Il pettirosso, Signore!
Canta fino,
è tutt’occhi.
Per me è sempre fiorito
sullo spino più alto
offrendo petto e gola,
quando l’ho cercato
perché mi sentivo solo nel mondo.

(“Si può?”).

Questa, molto significativa, si riporta per intero:

“Svegliarsi alle ore piccole come fanno i frati
perché ha suonato dentro una campanellina,
trovarsi a braccia in croce, animo in pace,
stretti al cuore il mio io e il mio Dio.
Il mio io acerbo che appena matura al tramonto
pensoso nell’ultima muta,
il mio Dio che rinvengo se prego,
viva in me almeno l’antica speranza di Giobbe
di vederLo non da straniero.”

(“Svegliarsi alle ore piccole…”).

In quest’altra ci sono la felicità del vivere e la riconoscenza per la vita:

“Sono alla spalletta del ponte, di là dalla strada
C’è il maneggio: chiedo un cavallo e galoppo.
Il vento mi fa svolazzare i capelli.

(“A cavallo. Il sogno e il vero”).

Sono poesie che rifiutano la rima, si esprimono in una prosa nella quale è il sentimento a fare da rapsodia e a suscitare l’emozione e la condivisione:

“Ma i vecchi si faranno cogliere prugne mature
perché l’han già gustata, loro, agra la vita.”

(“Primavera e Autunno”).

Il passare del tempo non ricorre solo in “Primavera e Autunno”, ma si gonfia di malinconia ogni qualvolta il poeta avverte il piacere dell’esistenza:

“D’altri pesci non conosco la pastura e l’andare.
Ma ogni sorpresa alta è possibile
per chi è ormai come me tra la foce e il mare.”

(“Presentimento a pesca”);

“È venuto il freddo nei monti dove son nato,
e la neve. Tiro quindi il filo elastico della mia vita
fino a un luogo che so, al mare.
Potrei allungarlo oltre oceano e la tensione
non sarebbe maggiore. Pericolo che si spezzi non c’è.
Ma basta così. E la malinconia
del posto dove sono nato e riposerò
è temperata dalla vicinanza di monti
bianchi di cui vedo il versante
dove il Sole dolce convince a disfarsi la neve.
Oltre è il Nord pensato, non visto,
dove amici fedeli bruciano cataste di legne
in neri camini che ricacciano il fumo
secondo il vento.
Piangono un poco in cerchio alla fiamma
la loro terra indurita, troppo lungo l’inverno,
le notti infinite. Non mi pensano
perché mi sanno in salute e non sono al bisogno.
Io che vedo fiorire le rose
rimpiango le voci d’amici
e quel po’ di fumo negli occhi.”

(“Il filo della vita”, riportata integralmente, tra le più belle, se non la più bella ).

In questa poesia l’anima, il sentire e il volere di Bertozzi ci sono tutti. Egli è immerso malinconicamente nella natura ed avverte il perituro scorrere della vita. È una poesia intensa e perfino difficile per i significati numerosi che esprime.
Leggendo queste poesie, immagino il poeta seduto su di un poggio ad ammirare e gustare il creato, pensoso a volte, attraversato dalla tristezza del tempo che scorre e tutto consuma.
È uno dei motivi centrali e basilari della poesia di Bertozzi. Se il lettore terrà fissa dentro di sé questa immagine avvertirà con grande intensità la fusione del poeta con la natura e la esistenza del creato.
Mirabile è la capacità di osservazione e di riflessione anche sulle minime cose:

“Proprio una capinera e un pettirosso
perlustrano di primo mattino
il grande giardino della città
e cercano a terra lombrichi.”

(“Nel Parco”).

Anche qui:

“ed era il tempo che la mamma cuoceva la cena
nel paiolo nero, e l’ora che il babbo
riempiva di semola le cassette, mangiatoie dei muli.
Poi s’andava nella casa delle candele
e dei canti e dell’uomo vestito bello
(dopo che aveva chiamato la campanella)
e c’erano bocche aperte, occhi lucenti
e il ragazzo che sventola la padellina di brace viva
dove si buttano tre granelli d’incenso
che fuma e si sente un odore buono
che non s’è mai potuto portare a casa.”

(“Allora”).

E anche qui (ma ne troveremo altre), ne “Il paesello”, che si riporta integralmente:

“Mi sembra la terra una smisurata e rotonda
chioma di sambuco esposta al sole,
e ognuno sta alla sua rappa
come gli uccelli ai pippoli.
Trasvolare da un ramo all’altro
è come scoprire altre Americhe:
ognuno dimora dove è nato
o dove s’è avvezzato.
Terra povera della mia gente,
mio stento racimolo di sambuco,
mio orto di continuo assetato
dov’è più il mio sudore
che l’acqua di stagione che t’ha bagnato,
come ti abbandonerò?
Qui l’imbeccata, qui il diventare volastro
e in questa tardiva stagione
maturi per reciproca compassione
intensi sorrisi di donne.”

Ancora: nella poesia intitolata e dedicata alla coniglia dell’infanzia, “La coniglia”:

“Oh coniglia della memoria,
orecchio dritto, orecchio a ciondolo,
neanche tu sapevi le cose.
Era nascosto il destino di ciascuno e della nidiata:
della mamma, del babbo, dei fratelli, il mio,
di ogni carne creata.”

Vengono in mente le poesie di Giovanni Pascoli, in cui ricorda il padre, tra cui le celebri “La cavalla storna” e “X agosto”.

Un tale sentimento è presente anche nella poesia “Una volta l’uomo…”.

I3n quest’altra poesia la morte si fa presente con forti accenti:

“vedo cose fatte bene,
e non mi dovrei preoccupare
io che valgo più di molti passeri
di quella brancata di polvere
che resterà di me nel futuro.
Ma c’è chi si vuole cremato,
disperso sui monti, sul mare.
Io preferirei rimanere aggrumato
facile ad essere intriso d’acqua viva.”

(“Cose fatte bene”).

Ancora sulla morte, una delle più belle poesie, che si riporta integralmente:

“Quando sarò nella mia nuvola
e avrò con me le due bisacce
una piena e una vuota,
ma tutte e due motivo di raccapriccio,
e vorrò mani per levare e per mettere
ma è passato il tempo,
avrò paura del Lampo
che mi dimostrerà che sono stato uomo,
avrei dovuto capire
e non mi sono accorto.”

(“Quando sarò nella mia nuvola…”).

Un’altra poesia che evoca la morte è “Sconforto”:

“E presto di noi resterà
La gabbia del torace
Vuota, leccata,
e quel che il cuore
ha pigolato
– quando c’era –
sperso.”

Quest’altra è memoria dell’abbandono, quando si lascia la vita:

“O Dio che hai dato l’orientamento agli uccelli
e la spiritotromba alle farfalle crepuscolari,
guidami, Ti prego, nel viaggio al nettario profondo.
Vedo il vessillo viola sull’Antiporte,
sento l’indicibile odore.
Lascio sui petali che scosto
insieme al mio brivido
le mie camicie.”

(“La morte come un fiore”).

Vi è poi la tenera poesia dedicata alla morte del fratello:

“Il tuo vuoto mi tira. Aspettami a un Passo alto.”

(“In morte del fratello Pietro”).

Ci sono pure esaltanti esplosioni di vita:

“Il fico è carico di ragazzi:
ci stanno anche a testa in giù
come gli uccelletti al sambuco;
qualcuno pare voglia discendere
dalle cime curvate dei rami.”

(“Ragazzi sul fico”).

L’immersione nella natura è esemplarmente espressa in “Vita sommersa”, che si riporta integralmente:

“A volte quella della vita è luce cruda,
ma allora mi faccio ombra con le mani:
riesco così a somigliare
alle pèrlidi inconsapevoli sommerse sotto le pietre
appena coperte dall’acqua del torrente,
o alle arselle sepolte alla riva
sotto un palmo di rena che boccheggian le valve
quando discorrono l’onde del mare,
o alle cedonie stordite
dentro le vaste infiorescenze del sambuco.”

Ma anche qui:

“La terra partorisce ora le salamandre
gialle come le foglie più gialle,
nere come tizzi di carbonaia,
teste dure disposte alla difesa dei viottoli.”

(“Tempo di salamandre”).

Chi ha letto il romanzo “L’Eríco, Giulebbe e l’anima”, troverà in questa stupenda poesia, dedicata al mio compianto amico, grande critico letterario, Giorgio Bárberi Squarotti, una sintonia d’ispirazione con la terza parte di quel romanzo.
La poesia, che si riporta integralmente, è intitolata “L’incredibile mutazione”:

“La prigione degli anni mi tesse per ora
inferriate risibili che smuovo con mano:
le vedo cader compiaciuto.
So che si faranno più rigide
e a misura che cedono i miei desideri
s’oscureranno le finestrelle: ecco il muro.
E mi figuro
il transito che non si scampa
e non sono neppure sicuro di ritrovare,
dopo l’incredibile mutazione,
persone care con le quali parlavo già in vita
a voce d’anima,
con l’accorgimento sottile degno della mente di Ulisse
di sperimentare un modo di intenderci dopo.”

È una poesia che ha una grandezza incommensurabile per la leggerezza con cui è rappresentata la trasmutazione tra vita terrena e vita dell’aldilà.

La stessa colleganza troviamo in “Per gli spazi”, breve, che si riporta integralmente:

“E andando
la Terra semina anime per gli spazi
uscite da corpi, quelli sì
allogati.”

E anche in “I vecchi della montagna”, anch’essa riportata integralmente:

“I vecchi della montagna
che si sono lamentati un po’ delle stagioni,
ma quando s’è trattato di morire
non han fatto lagne,
riposano ora nei cimiteri alti.
Vedono paesi deserti,
ruffi i prati che lasciaron pettinati,
stalle vuote, cadenti,
pasture piene di sprocchi, io fottuto!
Ve’ com’è ridotta la terra!
La terra tanto amata
da starci bene dentro e non guardare,
fondi due metri.”

Un raccordo con quello stesso romanzo, e precisamente con la sua prima parte, lo troviamo anche nella poesia: “In solitudine”:

“Sì, l’ho sempre sognato e l’ho fatto!
un capannino fitto di frasche
che se ci piove si aggiustan tre foglie
– come nel tetto tre tegole –
e per una stagione para.
Fatto nel bosco privato o nel demaniale
con l’aiuto di una pennatino
pieghevole, in tasca:
fuorivia, e lo potrebbe scoprire un matto.”

Qui invece è racchiuso il mistero della nascita:

“Per me qualcuno funziona male:
son io o è il mio corpo astrale.
Ma non l’anima! Non quella alta e serena
che scelse in un autunno rosso
di cominciare la vita terrena
e disse a un bimbetto: – Piccolino, mi senti?
Resto con te. Spero che la tua carne
prima o poi prenda il sale. Questo conta.
Ti porto pochi talenti. –”

(“L’anima”).

Troviamo anche poesie che accennano alla guerra. Ricordiamo che Bertozzi ha partecipato alla tragica ritirata di Russia. Citiamo “Campo di granturco”, “Scendendo alla valle”, “La grande suggestione”, “Inverni” (che si riporta integralmente):

Sarei dovuto morir sula neve
Nel millenovecentoquarantatre:
era la ritirata di Russia.
Millenovecentottantasei:
inverno risibile, casa al mare, termosifone.
La sacca un ricordo.
Tanto m’è stato concesso
perché nell’inferno bianco,
quarantacinque sotto zero,
– il fiato degli uomini fumava come quello dei muli –
fu ascoltato un gemito
quando sentii gelarmi dentro anche il sorriso
d’alcune mie, ritenute certe,
speranze.”

In “Porgendo la chiave”, si legge “e non sono il solito Eríco”, che ci ricorda il bel romanzo già citato. Nella mia lettura, annotai l’indifferenza che il cacciatore ha nei confronti delle sue vittime. Ebbene, troviamo una poesia: “Impronte”, in cui si avverte una reminiscenza di pentimento. Sgorga un pianto:

“Le mie impronte fonde
d’Orco con gli stivali
marcano l’antico delitto
contro compagni alati,
pianto.”

Alla fine della lettura, non si ha più alcun dubbio: Bertozzi ha dialogato, per se stesso e per noi, con la vita:

“Quando alla lontana
già vedo tremare a saluto
mani di foglie,
la mente che seconda i passi mi ride:
tu dovevi nascere albero o uccello!”

(“L’estrosa tendenza”).


Letto 204 volte.


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Bart