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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Enrico Bertozzi: “Una volta si nasce”

25 Gennaio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Questo romanzo si avvale dell’introduzione della figlia dell’autore, Elena (in calce si troverà una sua “Guida alla lettura” sapiente e articolata), ma in principio incontriamo, sotto il titolo di “Notizia”, il giudizio che ne ha dato il grande studioso della letteratura italiana Giorgio Bárberi Squarotti, scomparso nel 2017. Basterebbe questo dall’esimerci da un’ulteriore aggiunta.
Bertozzi è scrittore che va scoperto e valorizzato, tanto per la bella scrittura quanto perché eccellente cantore della Garfagnana, terra a cui appartenne e che amò.
“Una volta si nasce” è del 1980 e fu il suo primo romanzo, che scrisse quando aveva 68 anni, una volta venuto in pensione dal lavoro di bancario.
L’inizio con l’accenno ad una casa e a una famiglia povera, fa venire in mente quel superbo e poco conosciuto, almeno in Italia, scrittore irlandese Flann O’Brien e il suo romanzo del 1941 “La miseria in bocca”.
Siamo a metà novembre del 1912 e in una casa di un paesino della Garfagnana nasce Giovannino: “Nudo come un verme, fresco come una rosa, di pelle morbida come il velluto, Giovannino piangeva nella luce. Rimpiangeva un’ombra e un tepore più intenso e gli mancava un contatto fino a quel momento sicuro in una posizione mantenuta a lungo con fiducia con le gambine tirate in su verso il petto e la testina incurvata, come sopra pensiero.”. Il padre è felice che gli sia nato un maschio, poi non perde tempo e pensa al proprio lavoro per portare a casa quel po’ che riusciva a guadagnare, una miseria: “Fra un’ora sarebbe partito, ancora a notte fonda, per la montagna dove grandi mucchi di carbone di faggio l’aspettavano. Con la pala lasciata sul posto avrebbe riempito le balle e le avrebbe caricate a braccia sui muli. Per arrivarvi occorrevano però due ore da passare seduti lateralmente sulla bestia più fidata. Così stando, cullati un po’ ad ogni passo, non bisognava neppure guidare perché il mulo ha da sé gli occhi. Meglio era però pensare a chi si poteva portare il carbone a Castelnuovo, a quanto si poteva venderlo, alle balle vuote da recuperare dall’uno e dall’altro. La puerpera invece, tutta felice appoggiava Giovannino “ai due bei seni turgidi”. Poi il neonato è deposto “nella culla fatta dal nonno col pennato. Era una culla rozza il cui fondo, costituito da tralci verdolini intrecciati insieme, non si vedeva, perché un materasso riempito di lana greggia di pecora lo nascondeva.”.
È il felice quadro che ritrae una nascita in tutta la sua semplicità e ordinarietà, irradiante gioia: “Alla mamma venne in mente il vitellino quando, appeso alla mammella della vacca, dà grandi succhiate con suoni da far venire i brividi e gronda latte dalle connessure dei labbri e lasciava fare con gioia quieta. Neanche le dispiaceva il paragone, anzi lo ripeteva tra sé “Sì, come un vitellino, salvando l’anima”. La fede in Dio non si discute; se può mancare il pane, non manca mai l’osservanza e il rispetto della religione: “Ai tempi in cui Giovannino nasceva ci si sarebbe trovati in difficoltà a individuare l’uomo che aveva trasgredito uno dei dieci comandamenti.”.
La donna tiene una bottega da cui trae un po’ di profitto sommandosi a quello del marito, dimodoché avrebbero potuto accudire in modo adeguato e soddisfacente il bambino. Tutto ciò rendeva forte e sicura la loro felicità. E nel paese? Anche nel paese si faceva a meno della tristezza, quando proprio essa non si accaniva contro qualcuno, e “Si cantava invece molto spesso nei campi e nelle selve. Pareva quasi che povertà e felicità potessero sussistere insieme.”.
Bertozzi intende divertire e divertendo insegnare, proprio allo stesso modo di Flann O’Brien a cui molto assomiglia. Pensate che ad un certo punto, a causa della posizione embrionale che Giovannino amava prendere nei suoi primi mesi di vita, un giorno che gridava e fu assistito dalla madre, quest’ultima, alla domanda della vecchia Filomena: “Che aveva?”, risponde “Si pisciava in bocca!”.
Giovannino è seguito passo passo nella sua crescita; scopre il mondo sorprendendosi e reagendo ogni volta a modo suo, con birbonate innocenti che già rivelano il suo carattere. Quando una giovane gli mette un dito in bocca, lui coi suoi primi dentini subito la morde: “Si udì uno strillo tanto acuto che Giovannino non avrebbe mai saputo fare e una ragazza si mise a saltellare per la stanza tenendo il dito alto.”. Scoprire e reagire, mai restare inerme. Il carattere di Giovannino è già tutto nelle sue piccole azioni. Un ribelle? Potrebbe anche essere.

Quando muove i suoi primi passi si accorge che il cane e il gatto sono diventati più piccoli di lui e che “In piedi si trovano molte più cose. Afferrando una tovaglietta che copre un tavolino e tirando cascano in terra molti oggetti sconosciuti.”.
Dite la verità, non vi sembra di essere piccoli e cicciottelli come lui? È perché Bertozzi, scherzando scherzando, ci sta trasformando nel suo personaggio. Già questa è grande bravura. Vedendo il becco giallo di un merlo, la sua testolina riflette: “L’hanno chiamato becco giallo. Difficile è stato trovare gli occhi in quella testina piccola e c’è voluto l’aiuto dell’accompagnatore. Sono velati e ci si può tenere sopra il dito.”. Ragione e sensitività stanno componendosi in lui: “Vide forse in uno di quei pertugi sparire una testina con due occhietti vivi, ma Giovannino non fu proprio sicuro del fatto e non conosceva le lucertole.”. Vede il cancello e infila la testa tra le sbarre e non riesce più a toglierla. Grida, nessuno lo sente, salvo un vecchio paralitico, che sta prendendo il sole fuori dell’uscio. Costui grida e chiede aiuto per Giovannino, che finalmente viene liberato dalla mamma dall’incresciosa situazione: “Quando arrivò la mamma non si impressionò molto e non mandò neanche a chiamare il fabbro. Prese la testa di Giovannino che come ci era entrata doveva uscire e girandola appena lo rimise in libertà.”. Riesce perfino a catturare un’ape posata sulla rosa cresciuta vicino al muro di casa sua, e se la stringe nel pugno, finché improvvisamente si mette a urlare. L’ape, ovviamente, l’ha punto, e la mamma, resasene conto, manda subito Filomena a prendere un pezzo di patata da tagliare a fettine e posarle sul palmo della mano ferita, “tanto fresche che parevan bagnate di lacrime.”.
Cresce a furia di monellerie; è la natura la sua maestra: “Un filo d’acqua scende continuo dalla piletta. Giovannino la popola di animali che gli capitano vicino: formichine, cavallette, qualche farfalla di rado. Dopo un po’ ci si addormentano.”. Sono ovviamente affogate, morte.
Si avverte un connubio fra la meraviglia del bambino e la lenta ma continua sua acquisizione dell’intelligenza e della consapevolezza, ossia il meccanismo con cui si prende conoscenza di se stessi e della vita. Attraverso queste azioni minime e queste meticolose reazioni del bimbo, Bertozzi ci spiega l’evoluzione del pensiero in una creatura appena sbozzata, la quale a poco a poco assume la sua vera natura grazie al contatto e alla complessa, ma spontanea, esperienza provata. Troveremo più avanti: “Tutto era nuovo e da esplorare.”.
Il nonno se lo carica sulle spalle e per una strada sassosa lo porta a casa sua (la mamma sta per partorirgli una sorellina): “I prati avevano il colore della coperta grande in camera della mamma ed erano anch’essi stesi e non finivano mai. Letti rifatti con coperte folte. Ne apparivano sempre di nuovi sebbene non si vedesse nessun bimbo addormentato.”. Quelle che Bertozzi ci mette davanti sono scoperte gioiose. Un invito a vivere. Riportato a casa la sera stessa, entrando in camera sua trova il suo lettino occupato, “fra cuffiette e trine c’era un musetto che non gli piacque per nulla.”. E la mamma osserva e dice al babbo: “Non vuol vedere. Forse c’è rimasto un po’ male.”.
Bertozzi mette nella vita di Giovannino tutte le azioni e le scoperte possibili in un ragazzo di campagna che viveva quei tempi lontani. L’osservazione del volo delle farfalle, delle mosse di un cavallo chiuso nella stalla, della pipa che il nonno sta fumando e poi si mette a cantare, la secchia piena d’acqua fresca in cui ficca il naso dissetandosi; i conchini pieni di panna in cui affonda il dito e se lo mette in bocca gustandone il sapore, la scoperta dei grilli e delle lucciole, non avrebbero senso se non fossero le vertebre di una spina dorsale che si va formando. Si diventa uomini anche passando da queste minute e minime esperienze. Bertozzi lo sa, ce le narra e vi indugia. Giovannino è come spezzettato nelle sue azioni, che poi si congiungono a delinearne la nascente personalità. Ogni tanto la mamma lo osserva: “Le pareva che negli atteggiamenti e nelle poche parole, esprimesse cose del tutto inattese.”. Si stava attenti nei paesi ai figli e li si teneva sotto controllo, allarmandosi a volte per un nonnulla, affinché il proprio non fosse diverso dagli altri. Tutto doveva correre secondo natura. Ci doveva essere armonia tra l’uomo e il creato.

In paese ci furono giorni di pioggia. Ecco come in questa bella descrizione si muoveva la gente, facendo a meno degli ombrelli: “Gli uomini arrivavano in bottega con un sacco sulle spalle messo a cappuccio e camminavano un po’ curvi, anche i giovani, così quella palandrana che si inzuppava subito e diventava pesante, stando un po’ bassi, oltre a salvare il dorso giovava anche al petto. Le donne portavano invece paracqua più leggeri: lo scialle un po’ fitto, l’asciugamano colorato, qualche copertina. Roba che, attorno al viso, risultasse un po’ graziosa. “. Come si divertiva Giovannino quando pioveva? Stava sull’uscio della bottega e posava sull’acqua che scorreva sulla strada le barchette che gli aveva confezionato la mamma, le quali “partivano galleggiando in discesa e sparivano in basso. Indietro non gliene tornava neanche una, segno di pericoli oscuri trovati per via.”. Guardava la pioggia anche dalla cantina: “osservando i campi e i prati curvi a ricevere quel che veniva dal cielo, ed erano fili continui, come se tante vecchie, dall’alto, facessero pendere, da rocche invisibili, fusi anch’essi invisibili, sostenuti però da fili veri. La terra, in risposta, fumava un poco.”. La fanciullezza di Giovannino coincide anche con la Prima guerra mondiale, a cui prende parte il padre. Quando essa finì “Ne dettero l’annuncio dalla valle per primi i quattro campanili di Castelnuovo. A quelli, dai monti, poco a poco, se ne unirono altri cinquanta, uno per paese e altrettante voci cantavano la stessa gioia, ciascuna col rombo in note diverse di tre campane, sicché chi viveva in mezzo a quella cerchia ne risultò frastornato. Poi, come succede, la gioia si spense e ciascuno considerava le sue piaghe.”. Due paesani tornano invalidi, uno senza una gamba, l’altro col viso bruciato e cieco. Giovannino vede anche questo, ma soprattutto si accorge della preoccupazione della mamma, poiché il babbo non tornava. Un giorno che lei glielo domanda per l’ennesima volta, come per cercare consolazione e speranza nel figlio, il bimbo, come se lo presentisse, risponde “È qui!”; “S’aprì la porta ed era il babbo.”. Dopo la guerra un’altra esperienza importante attende il bimbo. Il nonno muore, lo sente rantolare: “Le sue coperte si alzavano e si abbassavano seguendo il movimento di un petto in rantolo. Giovannino fu portato via.”. E l’autore prosegue: “Quando il nonno morì, la sua anima campestre, che pur se ne doveva andare, indugiò un attimo alla piccola finestra, poi, non vista, come d’altronde in tutta una vita, abbandonava i luoghi familiari.”. Portando la sua capretta al pascolo, scopre un nido con quattro piccole uova d’uccello. Ma ripassando di lì dopo un’ora, si accorge che manca un uovo. Dov’è finito?: “un ramarro se lo teneva fra le zampine davanti e, avendo rotto il guscio, lo beveva in pace. Sembrava un bimbo che succhiasse un uovo di gallina.”. Minuzie e attimi di vita mai neutrali. In essi vi è sempre ricerca, osservazione, immagine e movimento, i quali penetrano ed edificano il Giovannino che verrà. È la rappresentazione di un presente che non è mai inutile e prepara il futuro tanto del mondo quanto dell’uomo. Giovannino ha già visto e imparato molto: “controllava la pancia della capra: non doveva rimanere vuota, ma neanche gonfiare troppo per paura che avesse a scoppiare. Quando era zeppa al punto giusto, cosa di cui il bimbo si rendeva conto pigiando col pugno il fianco della bestiola un po’ sotto le costole, veniva dato l’ordine di partenza e si tornava a casa.”. Osserva la mammella gonfia della capra: “Giovannino la seguiva rallegrandosi di quella mammella scomodissima che la capra si trascinava dietro, tanto gonfia e ad ogni passo oscillava dall’una all’altra gamba. In quella bisaccia grigia, che sarebbe stato tanto più comodo portare a spalla, c’era latte per tutti. Tre volte al giorno la mamma la mungeva.”.

Si sarà notato come l’autore sia bravo nelle descrizioni e vi accompagni un certo piacere creativo, trattandosi di brani di vita osservati, forse anche praticati in qualche modo, e conosciuti nel loro semplice ma superbo valore. È in simbiosi con quel mondo: “E ci sono poi tante altre cose buone da fare al mondo. Cose necessarie e innocenti: segare l’erba dei prati quando è matura e appassisce, portare il concime nei campi, prendere acqua dalle fontane, tirar fuori dalla terra le patate ai tempi opportuni, cogliere le castagne cadute, filare la lana e staccare i grossi grappoli dell’uva matura che seppur lasciano le mani intrise a volte di un sugo rosso, ognuno può sincerarsi, alla prima occhiata, che non si tratta di sangue.”. In questo brano troviamo anche il segno di una scrittura genuina, spontanea, refrattaria alle imbalsamazioni canoniche, e vicina per scelta ad un linguaggio semplice e intuitivo. In quest’altro brano è rappresentato il mondo dei bambini di una volta, intenti ai giochi semplici e al contempo disposti a compiere il lavoro richiesto, in loro aiuto, dai genitori, cui non si sottraevano: “Tutti questi divertimenti non comportavano aggravio di spese ai genitori, proprio non costavano nulla, altrimenti non si sarebbero potuti fare. I bimbi poi qualcosa di utile anche facevano.
In quei tempi non era raro che un gioco si dovesse interrompere perché qualcuno dei ragazzi veniva chiamato a far qualche faccenda, ed era anche facile vedere, viaggiando per la campagna, un bimbo che guardava le vacche appoggiato a un bastone due volte più lungo di lui, o una bimba piccolissima che vigilando le pecore faceva già la calza, o un omino minuscolo che posando a un poggiolo un suo carico, costituito da una fascina sola, si asciugava col dorso della mano il sudore precoce della fronte.”.
Bertozzi osserva il mondo dei piccoli, ne annota la crescita e vi si immerge come se ne fosse partecipe, lui già grande, ma ancora, almeno nell’ispirazione, rimasto ragazzo come loro. Gli interrogativi di Giovannino, li fa suoi, annullando gli anni della propria crescita: “Cos’era il cielo, Giovannino non riusciva a capirlo. Si accorgeva che in qualunque posto fosse non si sottraeva mai alla sua vigilanza.
Ne osservava il cambiamento continuo nelle varie ore del giorno e della notte e riconosceva di non averlo mai visto due volte uguale.
Riteneva che essendo sempre diverso avrebbe dovuto essere oggetto di contemplazione da parte degli uomini, i quali vi rivolgono invece lo sguardo fuggitivo solo quando hanno bisogno di fare le previsioni del tempo.
Vedeva che il giorno era percorso dal sole e di notte dalla luna che naviga attraverso le stelle.
Lo trovava invaso dalle chiome degli alberi e dalle case degli uomini.
Percepiva che la sua piccola persona, elevandosi di poco dal suolo, occupava una minima parte di cielo.
Riceve il fumo dei camini e le nebbie dei ruscelli che vi si perdono senza lasciar traccia, e il suono invisibile e, infine, l’anima quando abbandona il corpo morto degli uomini.”.

Tra gli anziani, chi non ricorda quando da ragazzi, in chiesa si accendevano le candele con una canna e uno stoppino acceso? Eccone la descrizione: “Brillava l’altare di luce santa quando Giovannino per mezzo di una candeletta accesa, infilata di traverso nella fessura di una lunga canna, dopo aver indugiato con la fiammella a lungo su lucignoli che non si vedevano, riusciva infine ad accendere tutti i ceri disposti in vari ordini, e perfino i più alti.”. Segue la descrizione dei paramenti del sacerdote e delle procedure da seguire per indossarli e come si svolgeva la celebrazione, allora in latino, della Santa Messa. Rituali scomparsi, fermati nel tempo dall’autore con grazia e partecipazione. La vicinanza della gente alla Chiesa è qui rappresentata nella sua reale fisionomia fatta sì di fede ma anche di abitudini, di credenze e di tradizioni.
Giovannino si sta formando attraverso queste esperienze, tutte ubertose e fertili, in grado di provvedere alla maturazione di una personalità ad immagine del proprio tempo. L’autore ritrova e traccia, in realtà, con questa storia, anche la propria crescita, osservata come da una finestra sulla cui balaustra si è appoggiato con l’intenzione di ripercorrere, attraverso quel bimbo, anche la sua storia. Giovannino e Enrico vengono a poco a poco a coincidere. Ma Enrico viene a rivestire anche un altro ruolo, didatticamente importante, quello del padre che osserva Giovannino e nello stesso tempo quello di Giovannino che osserva il padre. Numerosi capitoli segnano questo passaggio e una tale alternanza. Nell’autore, dunque, il padre e il figlio, pur rimanendo personaggi distinti, si interscambiano e si intersecano. Credo che sia questa la cifra più alta dell’offerta che viene donata da Enrico Bertozzi a noi lettori, in un passaggio che ha la lievità di una piuma e la miracolosa complessità e consistenza di un’anima. Come è stato possibile? Leggeremo: “Tutto ciò che il bimbo pensava, ecco, era vero, e figurava anche ad occhi aperti: solo per qualche immaginazione più ardita era bene chiuderli per vederci meglio. Giovannino dava così mano, per proprio conto, a perfezionare nel letto di un ruscello una creazione che doveva essere avvenuta presso a poco allo stesso modo per volontà di un Dio potente.”. L’uomo è creatura di Dio, dunque, ci ricorda l’autore; e in lui possono avvenire cose prodigiose, proprio come quelle che accadono in questa storia della pubertà in cui padre e figlio celebrano in se stessi il mistero e la potenza di Dio.


Letto 156 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart