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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Giuseppe Dovichi: “L’alito del fiume”

23 Luglio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Non è il primo romanzo di questo autore lucchese, nato nel 1949.
“Il Testimone” è del 2005; “il profumo del vento” è del 2007, del 2009 “Il Sostituto di Dio”, “La profezia della Stella Bianca” è del 2020. Ha anche edito un libro di poesie, “Agenda Verde-Rosa” del 1999.
Ci occuperemo del romanzo scritto nel 2019, “L’alito del fiume”.
Ci troviamo di fronte a una scrittura agile, che si avvale del dialetto lucchese, che ne accresce la resa in immagini.
La storia si svolge a Lucca, la città dell’autore, e ha per protagonista una combriccola di artisti buontemponi, “Quelli dell’Auser” (vecchio nome del fiume Serchio), i quali si arrabattano in cerca di un successo che è di là da venire. Il lavoro è scarso, e i committenti sono rari come le tigri bianche del Bengala.
Quando un certo Guarnieri si fa vivo nello studio che il gruppo tiene in una casa di Monte San Quirico vicina al fiume Serchio, per commissionare allo scultore soprannominato Bufalo Bill la statua in legno di una Madonna, apriti cielo! Bufalo Bill si esalta, fa le fusa. È l’unico scultore del gruppo e altre volte ha scherzato con gli amici, ridicolizzando la pittura a paragone della scultura, ben più prestigiosa come ha dimostrato Michelangelo Buonarroti, che Bufalo Bill mette avanti a Leonardo da Vinci.
Insomma, abbiamo a che fare con dei poveri in canna, in cerca di una gloria che forse non verrà mai, pieni di illusioni, ma dallo spirito goliardico, vogliosi di godersi, nonostante tutto, la vita.
L’autore fa parte di un gruppo di artisti e conosce l’ambiente. Si avverte che è il gioco e il divertimento a fargli da suggeritore, oltre che talune pene della vita.
Proseguendo, vediamo che il gioco e il divertimento permangono e se ne ha sollievo, poiché la compagnia di artisti è allegra e disinvolta e il modo che hanno di affrontare le loro difficoltà ci piace. È un’allegra combriccola. Una specie di delizioso circolo Pickwick. La statua della Madonna commissionata a Bufalo non sarà finita e sarà da lui gettata e abbandonata sul greto del fiume.
Quando all’Eremo di Calomini, un santuario molto noto nel comune di Gallicano, scavato nella roccia, vedono una parete bianca e il frate che custodisce il luogo, fra’ Damiano, li riconosce per averne sentito parlare e propone di utilizzarla per un loro affresco, non esitano ad accettare e a esclamare: “Le faremo un’Ultima Cena che Leonardo se la sogna!”.
Vicino a loro abita una donna solitaria, Caterina. Il marito l’ha abbandonata e il figlio non abita più con lei. Vive coi pochi soldi che le manda l’ex marito. Ha un passato che solo lei conosce. Ha ucciso con un sasso di fiume un uomo che aveva tentato di violentarla. Spaccatagli la testa, il caso fu considerato, fortunatamente per lei, generato da una caduta. Viveva con quel segreto e conduceva un’esistenza quasi da eremita. Sentiva le voci dentro di lei, una bambina che ogni tanto gridava, e aveva imparato a conviverci sin dai primi anni, quando la mamma le aveva detto di non badarci. “Quelli dell’Auser” la vedono camminare sul greto del fiume, dove si recava anche con il tempo cattivo, sempre accompagnata dal suo cane. Parlava poco, non dava confidenze: “Si imbacuccava nella giacca a vento: berretta di lana sulla testa, e la goduria di sentire l’acqua tamburellare sull’ombrello aperto!”.
Si scopre che è anche un’artista, ha fatto un presepio coi sassi del fiume e l’ha comprato il Conte Baldi, che, sicuro delle sue qualità, le dà in riparazione un orologio orientale antico.
Dovichi inserisce nel filone principale storie come questa, con penna lieve, senza scossoni. L’esercizio della scrittura acquisita coi precedenti libri gli ha sicuramente giovato, poiché lo stile si è fatto sicuro ed ha acquisito la sua qualità maggiore: la leggerezza, con quel tono piacevole e cortese che mette a proprio agio il lettore. Pur anche nelle occasioni in cui l’autore decide di intervenire direttamente.

Uno degli artisti della combriccola, Matteo, che da anni litiga con la moglie Sandra, un giorno si decide a chiedere il divorzio. Sandra dapprima accetta la sfida, ma subito dopo si pente e si mette a piangere.
Un’altra storia, ben inserita.
Soprattutto Bufalo Bill, Carlino, Matteo, Caterina, Sandra e il Nelli sono personaggi che hanno già un personale scavo psicologico, emerso da comportamenti e dialoghi ben impostati.
Sandra è venuta a sapere che Matteo ha una nuova donna e vive a Viareggio in un appartamento prestatogli da un amico, Giovanni. Riesce a farsi accompagnare da Nelli e, scovato l’appartamento, e vista l’amante, che si chiama Paola, fa una scenata, mettendo sottosopra tutto il palazzo.
Tra Nelli, che si chiama Giuseppe (Beppe), e Sandra, la stessa sera nasce una relazione. Aveva ragione Gianna, la moglie di Beppe, ad essere gelosa e a non volere che l’accompagnasse alla ricerca di Matteo.
Gli intrecci sono ben congegnati, scivolano molto bene e il gruppo degli artisti diventa come un guscio dal quale fuoriescono ad una ad una le loro vite.
A momento pare restare estranea al gruppo la misteriosa Caterina, e ciò genera nel lettore curiosità e attesa, poiché intuisce che ci sarà il momento in cui avverrà la congiunzione. Ogni storia ha i suoi termini di suspence, e quello che riguarda Caterina appare già come il più importante.
Tra Matteo e Nelli tutto si è ricomposto e ora il gruppo si sta impegnando per la realizzazione dell’affresco sulla parete dell’Eremo di Calomini. Un’impresa che li trova inadatti e impreparati, ma alla quale vogliono dedicarsi con caparbietà Ne rimane fuori solo il bastian contrario Bufalo Bill, con la scusa che lui era uno scultore.
Intanto, l’amorazzo tra Sandra e il Nelli si è esaurito e dopo qualche tempo smettono di vedersi, e Beppe può dedicarsi interamente all’affresco, anche un po’ sollevato, poiché sarebbero stati grossi guai se la moglie Gianna avesse scoperto la tresca.
L’autore dedica alcune pagine, mostrandone la competenza, alle fasi preparatorie del muro su cui doveva essere disegnato l’affresco. Tutto sembra procedere per il meglio: “Il giorno dopo, di buon mattino, erano di nuovo lassù, col muratore e con Borelli, pronti per partire. Avevano recuperato anche Matteo, che per quell’occasione aveva preso 15 giorni di ferie.”; “In teoria funzionava, ma quante volte dovettero far buttare giù l’intonaco dal muratore per ricominciare tutto daccapo!”.
Ecco il momento in cui la storia di Caterina confluisce nel filone principale. Il Conte e la Contessa, che ormai considerano Caterina come una figlia adottiva, hanno allestito nel loro palazzo una mostra delle sculture della loro protetta.
È Sandra, che nel frattempo sta conducendo una vita abbastanza serena, ad incontrarla per prima.
Caterina ha mantenuto il suo carattere di donna solitaria e non fa amicizia con nessuno, tranne che col Conte e la Contessa; evita di incontrare persone. Il lavoro, tuttavia va abbastanza bene; la gente acquista le sue sculture.
Il greto del fiume è ancora il luogo preferito per le sue passeggiate. Spesso si siede su di un sasso e recita il rosario, un’abitudine lasciatale dalla mamma: “Il rosario in riva al fiume seduta sopra un sasso, oltre a darle gioia e serenità, la calmava, la rilassava: era una terapia. Le sue voci la lasciavano tranquilla per lunghi periodi Adesso, quasi le mancavano! Prese gusto ad uscire un po’. Faceva brevi viaggi con la sua Pandina scarcassata, si avvicinava alla città dove c’era sempre tanto movimento, ma se ne fuggiva subito per tornare alla solitudine del suo fiume.”.
Si capisce che l’autore sta lavorando su questo personaggio, attratto dalla sua selvatichezza. Interviene in prima persona per palesarcelo: “Infatti, io non ho la pretesa di attribuire a Caterina queste considerazioni, e che le sapesse mettere in ordine; lei andava avanti a sensazioni. Di queste analisi, di questi ragionamenti, lei non ne aveva assolutamente bisogno: lei non riscontrava ‘negatività’ in tutto quel mondo colorato, la bambina non si lamentava più, e questo le bastava! Significava che era sulla strada giusta.”.
Il gruppo di “Quelli dell’Auser” fa, invece, un cammino inverso. Scema l’entusiasmo e qualcuno lascia lo studio, al quale si presenta ogni tanto per lasciare un saluto. L’affresco è rimasto lì, appena abbozzato e “i frati tagliarono la testa al toro, e dettero l’incarico al muratore di richiudere il buco.”.
Una scala mobile sale per i nostri protagonisti e una scende.

Matteo ha perfino lasciato Paola, e quando la ex moglie Sara viene a saperlo “gongolò, ma a lei non gliene venne nulla in tasca, perché nonostante questo, non ci fu mai nessun riavvicinamento.”.
Il personaggio di Caterina sta crescendo. Le sue inibizioni, le sue paure, soprattutto nei confronti degli uomini, ritornano e si acuiscono il giorno in cui dovendo partire per portare le proprie sculture ad una mostra che si tiene a Perugia la contessa è malata e Caterina vuole restare con lei. Si impunta, e non vuole partire. Ma, infine, cede. Insieme al Conte viaggerà anche Giorgia, la governante. Ma a metà strada Caterina prende a lamentarsi e grida di volere tornare indietro. Non c’è verso di calmarla e così il Conte intuisce che al palazzo deve accadere qualcosa che Caterina avverte grazie alla sua ipersensibilità. E infatti, una volta arrivati si accorgono che il palazzo è saturo di gas. Il Conte riesce a portare fuori la moglie trovata dormiente nel letto e può salvarla. Si saprà che Francesca, con la febbre alta, si era alzata per farsi una tazza di caffè e aveva dimenticato di chiudere il rubinetto del gas.
Da lì, a considerare da parte della gente Caterina una maga e addirittura una strega non ci volle molto tempo.
Il Conte si adoperava per difenderla, ma la voce del popolo ormai dilagava.
Il personaggio sta assumendo sopra le righe del romanzo l’inquieto volto di una strega che le presiede e vuole dominarle.
È una sensazione che il lettore percepisce molto bene. Una conseguenza abilmente condotta dentro una trama che scorre grazie ad una scrittura abile e aggraziata in grado di sollecitare l’attenzione: “E così la sua vita, in seguito a tutto questo, incominciò ad avere dei cambiamenti, quando alcune donne del paese si affacciarono per la prima volta alla sua porta, per avere qualche consiglio riguardo la loro vita privata o familiare. Inizialmente Caterina si mostrò scontrosa Ma poi, in qualche caso stette al gioco, e se le fece amiche.”.
Ci si domanda che cosa sia veramente Caterina: “Caterina era stata provata dalla vita, perciò possedeva una sensibilità spiccata, indipendentemente dalle sue voci che sentiva solo raramente, e mai a comando.”.
Anche Sandra, la cui vita è inquieta, la frequenta e la interroga. Ora sono in molte le donne che si recano a consultarla, e la sua casa è chiamata la “casa della maga”; “Incominciarono anche a lasciarle dei soldi”.
Il Conte e la Contessa Baldi non sono contenti di questa svolta nella vita della loro protetta, che tuttavia continua a scolpire e a vendere le sue opere.
Non si accorgono però che qualcosa di dolente sta avvenendo in lei: “La testa le scoppiava la sera quando andava a letto; a volte faceva le nottate, e poi, la mattina, si alzava in preda all’angoscia più tremenda; come uno zombie arrivava a mezzogiorno. Le succedeva di tutto: ora una febbre, ora un’influenza, ora un’infiammazione; era sempre dal dottore! Niente le andava più per il verso giusto; anche nelle cose più minute di ogni giorno, tutto le andava di traverso.”.
L’irrequietezza non l’ha mai abbandonata, radicata e dolorosa.?
Ce la ricordiamo, Caterina, allorché è spuntata nella narrazione come una donna solitaria che passeggiava col suo cane sul greto del fiume, scontrosa e inavvicinabile, ed ora ce la ritroviamo nel pieno di un tormento che arde come una fiamma nel profondo della sua anima.
Sarà costretta ad un percorso difficile per rigenerarsi, e sarà proprio il ritorno a tempo pieno alla scultura a salvarla.
Anche per “Quelli dell’Auser” il percorso di rigenerazione passa attraverso il ritorno all’affresco che avevano abbandonato. Ricompaiono l’entusiasmo e la voglia di vivere.
Decidono di fare una mostra collettiva a Firenze, ma alcuni quadri non sono accettati dal gallerista. Una delusione. Carlino, che invece è stato scelto, decide di fare la mostra da solo.
Dovichi, conoscitore dell’ambiente, ci descrive il lavoro che sta dietro all’allestimento di una mostra, sia essa collettiva o personale; gli impegni che nascono per gli artisti coinvolti, le ansie e le speranze. L’illusione soprattutto di aver trovato la strada giusta per il successo. La mostra va così e così, non è quel successo sperato e praticamente lascia le cose come prima, se non addirittura con un carico in più di pessimismo: “E dunque, che cosa chiedeva dalla vita, dalla sorte? Non lo sapeva che se non ti dai da fare, nessuno viene a cercarti a casa a offrirti ponti d’oro?”.
Ci si appresta a concludere, a tirare le fila, e Dovichi vuole far incontrare in qualche modo il mondo dei nostri squinternati artisti con quello doloroso di Caterina. Ricordate quella statua di legno che Bufalo Bill, insoddisfatto, aveva gettato sul greto del fiume Serchio?
Sarà trovato da Caterina, che ne apprezzerà la fattura e il genio d’artista che vi è nascosto.
Il lettore troverà suggestivo l’incontro casuale tra i due come a significare che spesso non riusciamo a vedere la bellezza a meno che non siano altri occhi a illuminarla.
Ed anche, però, che non ci dobbiamo abbattere se la vita ci fa tribolare, poiché a volte bastano un atto, o un gesto, o un accadimento ben fatti per dare ad un essere umano, in questo caso ad un artista, una gloria inattesa e sognata.
Il finale, che unisce definitivamente Caterina agli artisti di “Quelli dell’Auser”, è commovente e reso con sobrietà.


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Bart