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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Marileno Dianda: “La Regina”

15 Maggio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

La regina del titolo è la Pania della Croce, la montagna che fa parte della catena delle Apuane e che, vista dal paese di Gallicano, lo sovrasta con la sua imponenza.
Anch’io la vedo da casa mia, possente innanzi a me, al punto che se fossi un uccello, basterebbe solo andare dritto per ritrovarmi sulla sua cima. A volte mi si nasconde a causa della foschia, a volte ha una nuvola che la circonda e la incorona, ma quando essa si staglia nel cielo azzurro, è assoluta dominatrice, una regina appunto.
L’autore, specialista delle montagne, gli dedica un libro intero; dopo che ha scritto di tante altre montagne a lui care, a questa dà un segno di rilievo e di distinzione. Come vedrete, è ad essa che consegnerà la sua vita.
Che sia una regina della catena montagnosa a cui appartiene è voce popolare, a dimostrazione che la sua bellezza e la sua immagine superba hanno conquistato il pensiero e il cuore di tutti. Non so però se ci sia mai stato un autore che le abbia dedicato un libro: “La ‘Regina’ doveva chiamarsi così. Se ne stava in disparte come chi, per innata supremazia, possiede naturalmente una capacità di dominio. Nello splendore della prima luce o in quella obliqua dei mesi autunnali o del tramonto, oppure fra le nuvole subito dopo le tempeste, si lasciava vedere a lungo o si mostrava per qualche istante come un miraggio incredibile. Rimanendo a guardarla, non si poteva capire se appartenesse unicamente al cielo, senza essere nata dalla terra e dal mare.”.
Remo è il nome del protagonista il quale indubbiamente è portatore ed espressione dell’amore di Dianda. Ha avuto un’educazione rigida. Spaventato dal peccato a causa della severa educazione impressagli dalla madre, era assiduo frequentatore della parrocchia, e il parroco il suo più importante educatore: “In tutti i modi la religione cattolica cercò di svellere da Remo il desiderio dell’uomo verso la donna.”; “Pure alla scuola elementare si cercò di scolpire nell’animo di Remo che la bellezza della donna è un cappio e lacci ne sono le mani.”.
Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, così era la società italiana, permeata da una religione ossessiva e poco indulgente. Il peccato era da evitare ad ogni costo e in giro per le parrocchie, a certe ricorrenze, si presentavano predicatori, come il domenicano padre Alberto ritratto dall’autore, che dal pulpito spaventavano i fedeli con immagini forti dell’inferno in cui i peccatori sarebbero precipitati nel giorno del giudizio universale.
Fa, in un inverno, la prima ascesa sulla Pania insieme con due amici e ne rimane affascinato: “L’arrivo in vetta, tuttavia, – dopo aver superato quelle difficoltà – la distanza dagli abitati, l’immaginare dall’alto la gente che stava nella pianura, dettero a Remo una sensazione di forza.”.
Studente, vive le palpitazioni e le inquietudini di quell’età. Una compagna di classe, Graziella, gli dedica delle attenzioni, ma è interessata di più al bel ragazzo che tutte le compagne corteggiano, Enrico, sempre allegro e di ottima compagnia. Ne è un po’ geloso.
Una sera che il ballo con Graziella non filava a dovere, e l’aveva sentita fredda nei suoi confronti, alza lo sguardo in direzione della Pania: “C’era la luna quasi piena e, vicinissima, la ‘Regina’ sembrava di vetro. Sulla cresta sommitale si disegnava l’ultima neve; esile filo bianco sotto le stelle.”.
La delusione d’amore apre uno spazio immenso alla Regina. La sua immagine si accende spesso a consolarlo e ne scopre nobiltà e bellezza.
Il racconto si snoda lungo la vita del protagonista, ne narra speranze e delusioni, sacrifici e mortificazioni, affinché restino le tracce del percorso che lo condurrà a lei.
È più la delusione che la speranza a farla da padrona: “sarebbe stato meglio non fosse mai nato, perché si viene al mondo per soffrire e morire.”.
Remo decifra la realtà, traendone soltanto motivi di lagnanza. La vita è monotona e già segnata dalla morte.
Impara a sciare e fa la sua prima discesa dalla cima della Regina: “Quella prima escursione con gli sci dette a Remo una frustata di vita.”.
L’immagine della Pania della Croce s’incunea a poco a poco nella vita di Remo e, se tutto il resto sembra svolgersi in primo piano, di essa costantemente si avverte il refolo ristoratore.
Enrico non sposa Graziella, bensì la ricca Paola e giorni dopo Remo sale sulla maestosa Regina. Sembra voler mescolare Graziella a quelle nevi: “Non sarebbe più andato in cerca di una donna. A nessun’altra avrebbe più rivolto parole d’amore. Meno che mai si sarebbe prestato al gioco della Volontà della specie, avente come unico fine il moltiplicarsi della comune stirpe degli uomini. Mantenersi casto sarebbe stata una forma superiore di virilità, per tradire Graziella col suo ideale irraggiungibile. L’avrebbe avuta vicina dovunque si fosse trovata. Restare fedele a chi aveva tradito!… Nemmeno Cristo con Giuda ne era stato capace.”.
La vita di Remo è frutto di una scelta che si pone a supremazia di ogni altra, al modo della sua amata montagna, nata per essere Regina.
Entrambe sono rappresentazioni di purezza e di predominio: “Il sapersi libero, infine, da ogni impedimento di tipo sentimentale, quel sentirsi saldo di fronte alle faccende affettive che complicavano la vita degli altri, gli davano la consapevolezza di appartenere a una piccola schiera differenziata, guerriera e religiosa allo stesso tempo; neanche fosse stato assegnato a un reparto speciale di guardia a una cittadella inespugnabile o a una sorta di legione ascetica e selezionata di votati all’eroismo e alla lotta.”.
È un romanzo che si libera delle scorie del pensiero, le mette a fuoco e ne fa cenere. Attraverso una tale operazione l’intera società evidenzia la sua dabbenaggine e la sua pochezza.
Esso pare suggerirci che solo lontano dagli uomini, nella solitudine di una vetta regina, tutto si mostra così com’è realmente, rivelandosi confuso e opinabile.
Le pagine che rievocano la guerra partigiana e le sanguinose vendette che ne seguirono a partire dall’8 settembre 1943 ne sono una conferma. Più si immerge il capo nella realtà, più se ne esce frastornati e inorriditi.
La società è inguardabile, finita in mano a “Cialtroni, assetati di quattrini e di protagonismo, dominati dal bisogno di lasciare un segno qualsiasi della propria esistenza per emergere dalla massa anonima e disperata del mondo attuale”.
Remo ora fa il giornalista e gode della stima del suo direttore, che gli consente di spaziare nel lavoro di indagine, e cerca di difenderlo ogni qualvolta viene messo in croce dall’opinione pubblica, scandalizzata dalle sue accuse.
Dianda, attraverso il suo protagonista, si fa ancora una volta coscienza critica. Non manca mai nei suoi libri di scagliarsi contro quelli che considera gli abomini della società moderna, rilevandone con ira gli scostamenti dalla tradizione, spregiata dall’egoismo personale e dall’opportunismo sociale: “Ma dove si andava? Verso quale deserto? Se il mostruoso diventava normale, voleva dire che la normalità era fatta di mostri.”.
A mano a mano che la società lo delude ed irrita, il rifugiarsi sulle pendici innevate della sua Regina, lo purifica da miserie e rancori. Una pista nuova da lui scoperta e percorsa avrà il nome di Graziella che, sempre più, perde la sua carnalità per trasformarsi in un unicum con la montagna attraverso una specie di osmosi spirituale: “Nessuno poteva immaginare che la trasfigurazione del corpo di Graziella gli si era impressa nell’anima in maniera beatifica e dolorosa, divenendo la versione elitaria di una fede nella forza misteriosa governante l’universo.”.
È in questo miracoloso contesto che trova momenti di felicità: “In quei momenti gli era parso che, se non stava alzandosi in volo, non dipendeva dal fatto di non possedere le ali ma dal godimento di una leggerezza e di un’armonia superiori. Allora doveva fermarsi, e non soltanto per dominare il respiro ma anche per sincerarsi di non appartenere alla schiera degli angeli.”.

La Pania della Croce si fa ora dominatrice assoluta. Nonostante la sua presenza sia rimasta fino a questo momento leggera e trasparente tra le pagine del romanzo, essa si fa sempre più penetrante e visibile quale simbolo di una purezza che la società moderna ha perduto. Ad ogni rilievo critico, essa appare in controluce, come un’oasi di ristoro e di rigenerazione: “In certe giornate, dalle pendici della ‘Regina’, specialmente d’autunno o d’inverno quando l’alta pressione schiacciava al suolo tutte le nebbie, la pianura e il litorale restavano sepolti sotto un miasma inquinato. Là dentro c’erano gli scarichi delle automobili e delle ciminiere, le esalazioni delle autostrade, delle discariche, delle fungaie dei camini: una caligine indefinibile sopra gente che si chiamava senza più riuscire a sentirsi, che si spostava nella preoccupazione di non arrivare. Saliva lassù con un ronzio forte e silenzioso.”.
Rischia, tuttavia, anch’essa di essere contaminata da chi si serve della montagna per scopi utilitaristici del tipo delle scampagnate chiassose e sguaiate che lasciano un segno di disordine e di offesa: “Il prato sotto il rifugio, alla fine di agosto, era stato rinsecchito da quelli venuti lassù per una o due ore, curiosando. Spesso il vento alzava mulinelli di polvere con qualche cartaccia abbandonata, e non si sentiva più soffiare come quando passava sull’erba a fare compagnia. Tutto si sfaceva in un appiccicoso sudario e, anche se non c’era nessuno, pareva sempre che stesse per farci sobbalzare una risata.”.
Remo, perciò, è geloso della ‘Regina’”, divenuta per lui l’ultima àncora di salvezza, cedendo la quale tutto sarebbe andato perduto. Ne osserva i tentativi di ridurla a serva delle esigenze consumistiche, ne prova dolore e si incattivisce nel condannarli.
La montagna incombe su Remo; di lei ha bisogno come dell’ossigeno. Ha momenti di sbandamento sentimentale, infatti; come ogni uomo pure lui patisce il fascino femminile. A Graziella, dopo essere stato respinto, aveva offerto la sua purezza; ora un’altra giovane, Manuela, lo insidia. Remo non è immune dalle malizie del mondo e vi si smarrisce tra il cedere e il resistere: “Manuela era un miraggio. Un imbroglio della mente per sognare un’ultima possibilità, dopo una giovinezza perduta.”.
La vita terrena è solo sconforto e delusione. Il pessimismo dell’autore si fa distruttivo. Niente che appartenga al genere umano, perfino una bella donna, è in grado di fermare la degradazione della specie, ormai destinata allo sgretolamento e alla fine: “Chissà se adesso gli rimaneva la forza per non ammainare bandiera, quella forza che a volte dà l’aver sofferto e il coraggio per non sperare più… Chissà se, nel deserto che avanzava anno dopo anno, gli restava un po’ di tenacia per continuare, nonostante tutto, a sopravvivervi…”.
Solo la Regina può dargli e dare quiete: “Tra poco avrebbero parlato le cose che di giorno rimangono mute. Sembrava che in mezzo al silenzio, dalla quiete dei boschi, dalle spaccature dei grandi tavolati di pietra, o di là dalle creste che nascondevano il mare stessero per giungere echi di parole lontane.”.
In lui, su quella montagna tanto amata, si mette in moto una pulsione catartica che, nel momento in cui riproduce i frammenti di una realtà degradata, li sanifica e lo mette finalmente in pace con se stesso: “Spesso, in passato, le si era rivolto sapendo che di lassù sarebbe venuto un aiuto. Gli aveva dato sempre la forza di resistere nei momenti difficili. L’aveva aiutato a capire che era ancora troppo attaccato alla vita per mettersi a mendicarla.”.
È un romanzo di pensiero, di denuncia e di riflessioni, più che un romanzo di azione. Il lettore è messo di fronte a situazioni di turbamento che necessitano di una chiave di lettura e di uno svolgimento per i quali Dianda lo invita a collaborare.
Il protagonista nell’interrogare se stesso si trasforma in ciascuno di noi e ci trasferisce i pesi e i drammi dell’esistenza dai quali ci si può salvare solo ricercando nella natura gli spazi eterni di quella quiete che non è mai fuggita, ma si è sempre resa disponibile a colui che l’avesse cercata: “Lui, vi si era sempre diretto come a un incantesimo, per trovarvi quella santità da stilita che hanno alcuni alpinisti e i marinai della punta del molo. “; “La neve sembrava portasse sulla terra la melodia di costellazioni invisibili. Una neve meravigliosa e fredda. Un miracolo. Un regalo dal Cielo.”; “Soprattutto gli sarebbe piaciuto finire la vita in montagna. In uno dei grandi valloni della ‘sua’ Regina. Magari, durante una tormenta di neve. Gli sarebbe piaciuto andarsene in un momento così. Da signore. Senza che se ne accorgesse nessuno. Ci aveva pensato più volte. Quella vittoria lo avrebbe riscattato. La neve si sarebbe posata sopra di lui come un sudario, e il suo spirito sarebbe rimasto lassù, nella neve; e poi, d’estate, nell’erba e nei fiori della grande montagna, e di nuovo nella pioggia e nel gelo.”.
Ed è proprio alla “Regina” che consegnerà, infine, la sua vita.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart