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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Marileno Dianda: “Storie di coraggio sommerso”

12 Novembre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Siamo nel mondo del Soccorso Alpino, a cui l’autore è appartenuto. Il libro ci racconterà vari episodi che sono accaduti sulle montagne della Toscana, ove il soccorso di questi volontari, appassionati dell’alpinismo, è riuscito a salvare vite umane.
Abbiamo conosciuto attraverso altre opere il forte legame che unisce Marileno Dianda alla montagna, ed ora lo vediamo all’opera a sostegno e a favore degli altri appassionati come lui che, per imperizia o per improvvise mutazioni meteorologiche, si sono trovati in difficoltà e a rischio della vita.
L’ambiente della montagna coi suoi pericoli è reso in modo tragico e affascinante. Si assiste alla paura e allo smarrimento di coloro che sono rimasti vittima della loro presunzione. Vediamo i soccorritori operare con la sicurezza data loro dall’esperienza. Vediamo come se fossero davanti a noi i sussulti di gioia per il successo ottenuto, il viso riconoscente degli scampati alla morte: “Le bufere, i venti dell’Appennino, a volte sono tremendi. le montagne di questa catena malinconica (tutto ciò che è magnanimo ha una sfumatura di malinconia), all’apparenza così inoffensive, sembrano accessibili a chiunque. Ma se dicono no è no.”.
Il libro denuncia alcune leggerezze degli appassionati della montagna, pronti a rischiare senza un’adeguata preparazione e dispensa consigli utili per una visione più pertinente e complessiva dei disagi che la presunzione o la cattiva preparazione producono. Parlando delle Apuane, così scrive: “Sui versanti settentrionali della catena, la neve si accumula copiosa, trasfigura i ripidi pendii e inghirlanda le creste chiudendo le montagne dentro armature scintillanti. Sui versanti occidentali e meridionali, invece, quelli che guardano il mare, la neve non permane a lungo se non invecchiando nelle conche protette o in qualche canalone incassato. Ma, subito dopo le tempeste, quando si aprono le nuvole, quei picchi aguzzi, ormeggiati uno accanto all’altro, alti sopra il litorale, danno l’idea di velieri bianchissimi in partenza verso mondi immaginari.”.
Che è una descrizione superlativa, la quale rivela tutto l’amore che l’autore nutre per la montagna, di cui ormai conosce i segreti.
Anche le usanze fanno parte del patrimonio degli abitatori e amatori della montagna. Dianda ci ricorda la Festa della Madonna dei cavatori che si teneva a Gorfigliano nella prima settimana di agosto. Il parroco, arciprete, ne approfittava per conquistare nuove anime. Ma erano feste che avevano più il sapore del profano che del sacro: “Per i corteggiamenti, ci furono anche episodi di tensione fra i giovanotti del paese e altri venuti da fuori. Fidanzamenti, in ogni caso, nascevano subito dopo quelle sere d’estate.”.
Il libro è aperto sulle problematiche della montagna, in specie la catena delle Apuane, sfruttate da almeno due millenni per il marmo pregiato che servì anche a Michelangelo per i suoi capolavori. Esse resistono ancora, ma il loro scempio è visibile e sotto gli occhi di tutti. Dianda ne è fortemente rammaricato: “L’andirivieni degli autocarri, infatti, non si interrompe nemmeno nel periodo invernale, quando gigantesche ruspe, con ruote colossali, mantengono le strade di arroccamento libere dalla neve. I camion le percorrono in tutte le stagioni trasportando blocchi enormi, procedendo con lunghe diagonali sugli immani pendii gli scarti di lavorazione del materiale. La sede stradale è stretta e consente appena il transito del potente automezzo. A ogni curva gli autocarri devono fermarsi e procedere un po’ avanti e un po’ rinculando in retromarcia.”.

Nel descriverci il paese di Gorfigliano, abitato da cavatori (e dove si parla un dialetto difficilissimo a intendersi), Dianda mette a fuoco i disastri combinati dal progresso, che è uno dei temi a lui più cari. Altri luoghi, come l’incantevole Campocatino, hanno sofferto della smania progressista che contraddistingue l’umanità, la quale, in nome di non so quale evoluzione, spesso distrugge il passato con la sua storia e il suo paesaggio: “I moderni operai del marmo, vittime delle loro azioni meccanizzate e disanimate, ormai sono diventati ciechi di fronte a una natura mutilata.”.
I personaggi che ci sfilano davanti sono tutti analizzati nel loro rapporto innovativo con la realtà. L’essere umano, ossia, che si misura con la modernità e ne accetta, spesso inconsapevolmente, il degrado.
Alcuni di essi rappresentano, proprio per la loro forza di resistenza, quasi degli eroi e ne vengono narrate le imprese. Francesco (Simi e Cantini), Marcello, Alfredo, Mario, Aldo, Alessandro, Giampiero, Roberto (Biagi e Nobili) e tanti altri, sono i simboli di ciò che si può ancora salvare. Passano davanti a noi le immagini di alcune catastrofi in cui l’autore e i suoi compagni volontari hanno portato il loro soccorso: il terremoto in Irpinia, l’alluvione di Firenze.
Il cumulo dei ricordi e il fatto che il gruppo si trovava spesso riunito a tavola in qualche rifugio di montagna, danno al racconto un’atmosfera familiare che ci riscalda e ci coinvolge. Sembra anche a noi lettori di essere presenti.
C’è anche l’occasione di parlare di omosessualità, di femminismo e di prostituzione, con citazioni dalle Sacre Scritture. Obbligatorio il riferimento alla Legge Merlin del 1958, che chiuse le case di tolleranza, finendo per trasferire la prostituzione in strada.
Ecco un altro brano in cui risalta l’amore di Dianda per la montagna: “Guardando intorno, allora, avevo l’impressione che, proprio in quella immensità, in quei circhi e in quei valloni deserti, si trovasse una clausura, una contemplazione di molto superiore all’azione, la possibilità di esprimersi per un nuovo coraggio; e un vuoto, non da sconfiggere, come gli alpinisti cercano di fare sulle creste affilate e le vertiginose pareti ma a cui affidarsi perché è dentro di noi e presente in tutte le cose.”.
Il cuore stesso della montagna si riflette in questo amore ficcante e contemplativo a un tempo. La montagna è la raffigurazione di un amore eterno e di un’armonia che si offre alle anime più sensibili.
Al di sotto della montagna c’è la società civile, inappagata, ambiziosa, contraddittoria, petulante e corrotta.
Dianda non le risparmia, con invettive dissacranti, la mostruosità.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart