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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Roberto Andreuccetti: “Castello 1908”

1 Aprile 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Incontrare la scrittura limpida, gradevole e garbata di Andreuccetti è sempre un piacere. Il suo racconto ci affascina come l’acqua di un torrente di montagna, trasparente e pura.
Andreuccetti non è più giovane, ha la mia stessa età, ma non si è mai prestato a contaminazioni sperimentali e modernistiche. Scrive come i nostri vecchi narratori del focolare.
Il romanzo si avvia con la descrizione di un inverno rigido che assale il paese di Castello, nella Media Valle lucchese. Fulvia, la giovane nuora diciannovenne della famiglia Andreuccetti (qualche attinenza con l’autore? Molto probabile, ma non ha alcuna importanza), incinta, va al lavatoio con la cesta dei panni sporchi sulla testa, facendo attenzione a non scivolare sul sentiero ghiacciato. Piedi e mani sono segnati da geloni e screpolature: “Ogni tanto Fulvia si concedeva delle pause nel lavoro perché era presa dalla ‘pena’ nelle mani, l’acqua gelida le rallentava la circolazione, veniva colta da dolori lancinanti ed era costretta a tenere le dita per qualche attimo, nel pannello arrotolato, fino a quando il dolore non cessava.”. Sono gli inverni rigidi tipici degli inizi del Novecento come pure vi appare la condizione di fatica e di disagio in cui la donna si trovava a vivere, carica delle incombenze familiari. Fulvia, ancora giovane, è già segnata dalla fatica dell’esistere: “Era abituata a portare carichi sul capo, dai fasci di fieno, alle fascine di olivagnoli per accendere il forno, alle palle di farina e di grano e la secchia dell’acqua era uno dei più frequenti.”. Vengono in mente le descrizioni di Riccardo Bacchelli ne “Il mulino del Po” e le immagini del film “Novecento”, uno dei capolavori di Bernardo Bertolucci.
Per il marito Roberto Andreuccetti, il minore dei fratelli, si ventila la possibilità di andare a lavorare in America. Altri sono già partiti e in famiglia, con tutte quelle bocche da sfamare, ed ora in più quella del nuovo figlio che sarebbe nato in estate, c’è bisogno di denaro.
Libri come questi, in cui il nostro passato è rievocato con minuzia e amore, in cui rivivono tutti i tratti di una vita occidentale praticamente scomparsa dalla faccia della terra, dovrebbero costituire una lettura obbligatoria per i giovani, i quali oggi, nella frenetica e confusa realtà che li circonda, mancano di punti di riferimento.
Infatti, se è vero che allora la vita era aspra e dura e richiedeva sofferenze e sacrifici continui, quella moderna, per un progresso male inteso, non edifica uomini ma fantasmi, privi di carattere e di forza.
Sono, quelli del primo Novecento, anni in cui l’uomo sapeva apprezzare la serenità ed anche la felicità che derivavano da una esistenza improntata ad una continua lotta contro la asperità della vita. Si combatteva e ci si formava; si acquisivano conoscenza e metodo, impulsi vitali ma anche riflessioni formative: “Ognuno mangiò la propria scarsa razione, due necci distribuiti da Zeffira assieme ad un piccolo pezzo di lardo e gli uomini per riempirsi lo stomaco che reclamava ancora cibo ricorsero a qualche bicchiere di vino. Anche quella bevanda che dava forza e regalava un po’ di buon umore non abbondava in casa; la vigna dava uva a sufficienza, ma le dieci damigiane di vino prodotte non bastavano per l’intero anno.”.
Andreuccetti è uno scrittore di razza, ha il fiato lungo del narratore, e meraviglia come ancora la sua affermazione sia limitata ad un ambito ristretto come quello provinciale. Con lui, azzardare paragoni con celebrità, come si è fatto più sopra, non è fuori luogo. Andreuccetti li affianca per sapiente scrittura, ritmo della narrazione, precisione e amore nei particolari.
I personaggi vivono, l’ambiente si ravviva nei suoi molti colori: “Roberto e i suoi fratelli stavano programmando il lavoro nel bosco, nei giorni seguenti avrebbero dato fuoco alle carbonaie e preparato i turni di guardia durante la notte. Fra non molto si sarebbero divisi i compiti, qualcuno avrebbe continuato la preparazione del carbone, mentre qualcun altro si sarebbe dovuto dedicare alla raccolta delle olive.”. Anche con l’uso di parole dialettali: “Ragazzi lo sapete che non si può essere lembrici nel mangiare e bisogna fare a bicco soprattutto del companatico perché costa molto caro e non abbiamo soldi per poterlo comprare.”. ‘Bicco’ sta per risparmiare e ‘lembrici’ sta per ghiotti e simili.
Ecco la descrizione di una cena: “La cena di quella sera consisteva in un piatto di cime di rape lesse; Fulvia, quel pomeriggio si era recata con un canestro a raccogliere quell’ortaggio che fortunatamente aveva resistito al freddo, l’aveva lavato e messo a cuocere in una pentola e tutti avrebbero potuto mangiarlo assieme al pane fresco.
Priamo aveva deciso di fare le mondine e disse che a lui non interessava la verdura cotta ed anche Fulvia espresse il desiderio di poter mangiare qualche castagna.”; “Quando si ritrovavano davanti al fuoco per arrostire le castagne i componenti della famiglia vivevano un particolare momento di aggregazione. Si parlava, si scherzava, e si beveva un buon bicchiere di vino, possibilmente novello, che contribuiva ad accrescere quell’atmosfera di festa.”.
Gli otto fratelli campavano in inverno accendendo nel bosco le carbonaie, dove la legna sarebbe bruciata a poco a poco dentro un imbuto di terra costruito con regole secolari. Si ricavava poco dalla vendita del carbone, in rapporto al costo della vita. La famiglia era costretta a fare economia e le castagne, abbondanti in quei tempi erano una via di fuga dalla miseria e dalla fame.
Sta piovendo a dirotto mentre sono a cena e il fratello più grande, degli otto che erano, sta facendo la guardia alle carbonaie. È notte e deve vigilare che la pioggia non le spenga. Questa la condizione che si trova ad affrontare: “L’acqua sbatteva con violenza con il suo rumore sordo sulle rocce e gli spruzzi arrivavano vicino ai piedi di Francesco che aveva cercato un riparo non appena rientrato dalla ricognizione intorno alle carbonaie. Era stato comunque fortunato, i fuochi erano tutti accesi, ma prima che l’acqua aumentasse di intensità, aveva ricoperto le bocche delle carbonaie con pezzi di tavola che aveva recuperato da una cassetta rotta e con foglie di leccio che aveva poi ricoperto con uno strato di terriccio. Fino a quel momento il riparo teneva e le carbonaie continuavano a fumare, ma Francesco aveva capito che quella notte non avrebbe potuto dormire perché l’ispezione si sarebbe dovuta ripetere periodicamente.”.

Come si rileva dal titolo, la storia narrata si svolge nel 1908, quando l’autore non era ancora nato (nacque nel 1946) e dunque stupisce la perfezione delle ricostruzioni di quei lontani usi e costumi, che, nel dopoguerra, erano cominciati a scomparire. Ciò lo si può spiegare soltanto riconoscendo a Andreuccetti un grande amore e una grande dedizione alla terra natale.
Il suo amore è tale che essi si impiantano nel presente e ne costituiscono un brano illuminante. È un modo, il suo, non solo per farli tornare in vita, ma per ammonire ed educare. Il passato non muore mai, sembra dirci; è imbevuto nel presente e solo grazie all’amore e alla dedizione possiamo farlo riemergere.
I fratelli quella sera pensavano a lui, “lassù da solo nel bosco.”.
Roberto ha sentito da Arturo, il vetturino che con la sua diligenza va a vendere le canestre da lui fabbricate fino anche a Lucca, che in America si trova lavoro e si è pagati bene. Chiunque lo voglia può partire: “Se uno lo desiderava, dopo aver regolarizzato i documenti ed aver fatto la richiesta al proprio comune, si metteva in lista di attesa ed aspettava, a volte un mese, a volte due o anche di più.”.
È un’idea ficcante, che allettava molti giovani che come lui conducevano una vita di stenti. Ne parla con Fulvia che non è contenta che la lasci sola a badare a quella numerosa famiglia, e proprio ora che attende un figlio. Ma Roberto le risponde che è proprio per assicurare al nascituro una vita più dignitosa che desidera partire: “Stava sempre più convincendosi che sarebbe stato il caso di tentare.”.
Il libro ci racconterà, dunque, anche una storia di emigrazione che accomunò tante famiglie della Lucchesia e d’Italia.
Roberto, infatti, ha preso la sua decisione: “Io comunque non ho alternative, nella nostra casa stiamo morendo di fame. Non posso far soffrire il mio bambino.”.
Il racconto non ha fretta. In casa c’è da lavorare per guadagnarsi il pane. Le carbonaie stanno per finire il loro lavoro e fra poco si potrà estrarre il carbone. Eccone la descrizione: “Dante aveva trascorso la notte di guardia e molto probabilmente il suo sarebbe stato anche l’ultimo turno di sorveglianza nel bosco. Stava sorgendo il sole quando gli uomini erano già impegnati nel togliere con un rastrello l’involucro di terra e foglie che era servito per portare a termine la combustione.
Fatta quella operazione il carbone andava liberato e sistemato nelle balle che venivano poi chiuse con un piccolo pezzo di legno che facendo pressione sui due lati dopo che era stato rotato in senso orario li teneva in tensione e faceva da sigillo.
I tronchi di leccio avevano reso bene, le balle di carbone erano molte, ma adesso bisognava portarle a valle, facendo più viaggi. I ragazzi si fecero coraggio, se fossero riusciti a trasportare tutto il carbone prima di sera sarebbe stata una buona cosa, non avrebbero così dovuto fare la guardia per un’altra notte. Sapevano che non era proprio il caso di lasciare le balle incustodite nel bosco, perché si correva il rischio di vederle sparire.
Iniziò così una lunga sequela di viaggi, con un carico pesante sopra la schiena, con la polvere del carbone che sotto l’incedere dei passi cadeva e tingeva di nero le facce sudate di quei giovani e che terminò a sera già inoltrata.”.
Ma è anche il tempo di raccogliere le olive e i fratelli, alla fine, porteranno i sacchi pieni al frantoio per ricavarne il prezioso olio, e Andreuccetti ci descrive l’una e l’altra cosa con la minuzia di uno specialista.
Ho assistito anch’io alla frangitura delle olive, a San Gennaro, terra ricca di olivi, rinomata per la qualità sopraffina del suo olio. Ho visto colare dai cilindri (“le bruscole”) il liquido lucente simile all’oro. Ho visto girare le grosse macine di pietra e lo spettacolo ancora lo ricordo, a distanza di tanti anni.
Ho potuto, quindi, seguire con piacere la rievocazione di questa fatica, compresa la descrizione della raccolta delle olive a cui in quei lontani anni assistetti anch’io a Pozzuolo, altra collina lucchese propizia all’olivo: “La mattina successiva non c’era più la neve ma l’aria era fredda, il sole era appena sorto e i fratelli, con l’eccezione di Roberto che era di turno alle carbonaie, erano pronti con i grembiali alla vita ed i sacchi per contenere le olive. Il lavoro consisteva nel raccogliere quelle cadute, prima di salire sulle piante e cominciare a scuotere iniziando dalla parte bassa dell’oliveto dove era più numerosa la qualità leccina, più avanti nella maturazione.
Quegli uomini procedevano ammaneggiando, vale a dire dopo la partenza in linea e disposti in lunga fila, avanzavano in contemporanea perlustrando il terreno palmo a palmo. Le loro mani, precise e veloci nell’usare il pennato, l’accetta ed il segone, lo erano altrettanto nel riempirsi di quel frutto prezioso.
Le dita procedevano rapide, andando a pescare un’oliva ed un’altra con gesto naturale e facevano la spola fra il terreno ed il grembiale. Quando questo era quasi pieno e diventava ingombrante, impacciando i movimenti con il suo dondolare, si andava a svuotare nel sacco.”.
Sono riti affascinanti, provenienti da una lontana e suggestiva tradizione.

Per dare un’idea della precisione di questa scrittura, si guardi questo esempio, che è un brano di come con la cenere si lavavano i panni sporchi della famiglia: “Zeffira aveva messo sul fuoco il paiolo grande, che veniva usato appositamente per i giorni del bucato, lo aveva riempito di acqua ed aveva aspettato che questa bollisse. Non appena aveva cominciato a borbottare chiamò Fulvia che le desse una mano. Quel lavoro era pericoloso e se in casa ci fossero stati i bambini si sarebbero dovuti allontanare.
Fulvia andò ad aiutare la suocera, presero entrambe con uno strofinaccio un lato del manico del paiolo, cercando di fare attenzione e di non rovesciarsi l’acqua bollente addosso, e lo portarono alla conca. Con uno sforzo lo issarono sul bordo e versarono l’acqua bollente sopra la cenere, ma un po’ alla volta, per farla penetrare bene in maniera che fosse assorbita dai panni. Questi dopo il passaggio dell’acqua e della cenere sarebbero diventati candidi e puliti.”.
In tutte le descrizioni che incontreremo, questa speciale accuratezza rivela un grande amore per le tradizioni e le usanze del passato: “Le persone erano felici, pur nella loro dignitosa povertà e godevano di una particolare serenità di animo; le famiglie erano soggette a regole ferree dalle quali non si poteva sgarrare, il vecchio era il capo ed il più giovane gli doveva obbedienza.”; “Fino al limitare del paese Roberto non incontrò nessuno, soltanto in prossimità della casa di Zita incrociò un barroccio pieno d’erba che proveniva dai campi lungo il fiume; un uomo procedeva a piedi a fianco della mucca che tirava il carro mentre una donna era seduta sopra il carico. L’uomo che portava un largo cappello sulla testa quando arrivò all’altezza del giovane se lo tolse e dopo averlo sollevato lo agitò in segno di saluto. Roberto rispose alzando la mano e proseguì con la sua andatura spedita lungo i rettilinei della strada che portavano verso Diecimo.”.
Ogni volta che si accinge ad affrontarle, l’autore si propone di darne un’immagine ed un ricordo esatto emozionante e vivificatore. Anche quando si tratta di ambienti poverissimi, essi sono ravvivati da buoni sentimenti, come, in questo caso, la comunione e la solidarietà della gente, che si era attorniata intorno al vecchio Luigi, che stava male a causa di una caduta, per assisterlo: “Luigi, un uomo quasi ottantenne, viveva solo in quella misera topaia, due stanze ricavate da una stalla, due sole finestre rivolte a nord, grande disordine ovunque e pareti annerite dal fumo. Nella cucina c’era solo un tavolo scorticato e tarlito, una credenza con due sedie, mentre in camera oltre al letto faceva bella mostra un cassettone con una pila di vestiti sporchi ammonticchiati sopra i quali dormivano due gatti con il muso piagato dalla rogna. Un odore asfissiante di orina invadeva quell’ambiente, il comodo era fuori e distante, per cui molto probabilmente la notte o quando era tempo brutto Luigi orinava in un angolo della cucina.”.
Quest’altra è la descrizione di una notte senza luna, in cui la paurosa Fulvia deve andare a prendere l’acqua alla sorgente: “Uscire di notte da sola era stato da sempre il sacrificio maggiore per quella ragazza, lo faceva perché non poteva rifiutarsi ma dentro il suo animo si annidava la paura, perché sapeva che era nelle ore notturne che si potevano incontrare gli streghi.
Per colmo di sventura quella era una notte buia e senza luna che nascondeva i contorni delle cose e accentuava le ombre, il rumore del vento spandeva per l’aria sibili e fruscii e faceva muovere la gonna di Fulvia che scendeva lungo il viottolo che l’avrebbe portata alla polla.
Muoveva i suoi passi adagio, sospettosa, ogni tanto si fermava e si guardava intorno, sentiva il canto della civetta che proveniva dai tetti delle case di Castello e le sagome dei tronchi degli ulivi sembravano figure umane che la stavano aspettando.
La ragazza aveva paura, ad ogni curva del sentiero pensava di poter fare improvvisamente un incontro spiacevole e per colmo di sfortuna, prima di giungere alla polla, avrebbe dovuto attraversare una radura con alcune piante di noci. Era proprio sotto quegli alberi che gli streghi si davano appuntamento per i loro misteriosi convegni.
Fulvia sapeva che i frati passionisti del convento dell’Angelo li avevano confinati nel fiume facendoli affogare nell’acqua, ma poiché la gente stava diventando sempre più cattiva, sarebbero anche potuti ritornare.”.
Sono citazioni doverose per il pregio della scrittura e la suggestione che emanano. Ma ce ne sono tante altre che andrebbero citate.
Chi leggerà questo romanzo ne gusterà tutti i numerosi e variegati tesori.
Ormai Roberto si è convinto della necessità di partire. Fulvia è remissiva, ma la madre di lui, Zeffira, lo rimprovera ricordandogli che aspetta un figlio e non può lasciare la moglie sola ad accudire quella numerosa famiglia. Solo il padre, Beppone, non lo contrasta, e gli dice: “Ma se credi di far bene a fare quello che hai in mente io non te lo impedirò e cercherò di calmare anche tua madre. Il destino di una persona non va mai forzato.”.
L’emigrazione, in quegli anni di profonda povertà, accomunava molte famiglie, lasciandole nel dolore. Era, quella, un’Italia triste, poiché perdeva a malincuore alcuni suoi figli, che non riuscivano a trovare nella propria terra natale il sostentamento ai loro bisogni primari. L’America, ma non solo l’America, anche la Germania, il Belgio, la Francia, l’Australia, erano viste come il toccasana che avrebbe risolto le angustie e consentito, con i guadagni, di aiutare la famiglia rimasta in Patria, e forse avrebbe anche permesso, come in tanti casi accadde, di poter ritornare e assicurare ai propri cari, con il denaro messo da parte, una esistenza più serena. Molti che non l’avevano, riuscirono al ritorno a costruirsi anche una casa per sé e la propria famiglia.

Una delle caratteristiche delle storie raccontate da Andreuccetti è la bontà che le pervade. I protagonisti attraversano fasi sconcertanti di sofferenza e di dolore, ma infine l’insegnamento che se ne ricava è sempre il trionfo a tutti i costi del bene. Il lettore ne esce ristorato e la letteratura svolge quella che dovrebbe essere sempre la sua primaria funzione: generare fiducia e speranza nell’uomo.
Ciò vale specialmente per Fulvia che, pur in stato di gravidanza, non si fermava nel suo lavoro. La mamma le aveva insegnato: “Quando sei nell’angoscia e nella tribolazione, rivolgi il tuo pensiero a Gesù. Perché Lui affligge ma non abbandona.”. E ancora: “In quel borgo tutti si conoscevano, tutti erano amici, la dura vita di ogni giorno accomunava le famiglie che non appena avevano notizia di una disgrazia accorrevano per portare il loro aiuto e la loro solidarietà.”.
Fulvia, sebbene stia nevicando, deve andare al lavatoio, uno dei suoi compiti, che non può delegare alla vecchia suocera: “Fulvia doveva recarsi al pozzo e scendere nuovamente lungo il sentiero innevato con il cesto dei panni da risciacquare, ma per fortuna sulla neve fresca si camminava meglio che sul ghiaccio. Aveva come altre volte posato gli zoccoli, si era tolta i calzarotti e calzato le ciabatte per non avere sorprese su quel viottolo lungo e accidentato. Si era posta un sacco a cappuccio sopra la testa ed era uscita. La neve cadeva sulla faccia, a poco a poco il gelo avrebbe cominciato a farsi sentire sopra le mani che erano la parte del corpo più vulnerabile perché immobili nel reggere il cesto. I piedi affondavano nella neve e si muovevano e per il momento non davano problemi, ma appena Fulvia si fosse fermata al lavatoio sarebbe cominciata la ‘pena’ anche a quelli.
La ragazza aveva freddo, quel freddo che conosceva bene perché era il suo tormento, penetrava nella pelle e nelle ossa, ma non c’era altro da fare che sopportare, anche se la giornata era pessima era suo compito andare a risciacquare il cesto dei panni.
Più volte Fulvia presa dal dolore, fu costretta a togliere le mani dall’acqua e metterle nel grembiale, mentre per vincere il freddo ai piedi doveva tenerli avvolti nella giubba che di solito metteva sotto le ginocchia.
Dopo circa un’ora aveva terminato il lavoro, era completamente bagnata e non rimise neppure il succaporo sulla testa, vi caricò la cesta e riprese lentamente la strada di casa, mentre la neve continuava a cadere nel silenzio del paesaggio.”.
È una descrizione che non teme qualunque tipo di confronto.
Talvolta, all’interno di una situazione di ansia e di dolore, troviamo inserita una nota rasserenante, che pare neutra e non lo è, come la notte che Fulvia trascorse subito dopo l’operazione (a seguito di una caduta un ago le si era conficcato in una coscia): “Dovette ascoltare dall’orologio del campanile di Partigliano lo scandire di tutte le ore della notte”. Vi accorgerete che il fastidio che sembra pervadere Fulvia provocato da quei suoni, in realtà quando essi si trasformano in rintocchi lenti, monotoni e ficcanti le suscitano sopportazione e quiete.
In Fulvia il pensiero di Dio è sempre presente: “Fulvia era dispiaciuta perché la mattina successiva che era domenica, non sarebbe potuta andare a Messa ed avrebbe invece dovuto trascorrere la giornata a letto.”.
Il tempo è un’altra forza del romanzo. Scorre lento e noi viviamo quasi tutti i giorni di quell’anno 1908. Ciò genera una sensazione di pienezza della vita, che il lettore avverte.
Fin qui siamo arrivati solo a Febbraio, al tempo del carnevale, e abbiamo potuto assistere a tutti i dettagli di una vita di campagna aspra, dura e faticosa, con i suoi alti e bassi, con le sue difficoltà e le sue gioie.
È un altro pregio del libro quello di far diventare il tempo quasi un personaggio dalla solidità di un gigante: inattaccabile, incorruttibile, inarrestabile, sicuro di sé, presente nella sua invisibilità, nella sua sensazione di appartatezza e di assenza e nel suo silenzio.
Per tener fede alle tradizioni, non poteva mancare un personaggio leggendario, carico di storia, il linchetto, che l’autore denomina come ‘l’inchetto’. Non solo in Lucchesia, ma esso è diffuso nelle credenze di tanta parte della nostra penisola dove, a seconda della latitudine, assume anche altri nomi, ma il curioso e dispettoso personaggio, minuto e pressoché invisibile, è sempre lo stesso. Chi veramente è mai riuscito a vederlo?
Fulvia, a causa di un incidente accaduto al cognato Dante, teme di averlo in casa: “Non appena tornata a letto Fulvia fu presa da una particolare agitazione; nella camera buia vedeva apparire da un momento all’altro la figura dell’inchetto e poiché sapeva che quel diavoletto faceva quasi sempre la sua comparsa quando nell’arco della giornata non si era tenuto un comportamento corretto, era preoccupata. La ragazza sapeva anche che quello spiritello colpiva coloro che non dicevano regolarmente le preghiere ed i suoi cognati spesso disattendevano a quella regola.
Il più delle volte l’inchetto non colpiva il responsabile del cattivo comportamento ma andava a cercare un suo familiare e si sollazzava facendogli ogni tipo di scherzo. Una regola per tener lontano dalla casa quello spirito era quella di mettere un ramo di ginepro appeso alla porta, oppure in assenza di questo deterrente recitare tre volte l’Ave Maria ed il Padre Nostro in suffragio delle anime del purgatorio.
Quasi sempre era proprio il bisogno di preghiere da parte di queste ultime che faceva entrare in azione il l’inchetto.
Gli spiriti delle persone defunte che attendevano il termine della espiazione delle loro colpe, mandavano messaggi ai parenti ancora in vita per sollecitarli a pregare per la loro definitiva liberazione. Chi non recepiva questo messaggio e continuava nella sua vita spensierata ne subiva le conseguenze ricevendo attacchi da parte di quello spiritello diabolico che a volte esagerava causando addirittura la morte durante il sonno del destinatario dei suoi scherzi.
Questo accadeva quando l’inchetto, che si era introdotto in casa di nascosto, si faceva vivo nel momento in cui colui che aveva preso di mira stava dormendo. Gli praticava una forte pressione sul petto impedendogli di respirare e lo sventurato a poco a poco rimaneva senza riserve di ossigeno e moriva soffocato. Tante morti avvenute improvvisamente, in particolare nelle ore della notte, specialmente di persone anziane, erano attribuite alle ire di quel diavoletto.”.
È in questo modo che Andreuccetti ci racconta e ci consegna con felice rappresentazione una figura che pare di passaggio, ma che è stata sempre presente nella civiltà rurale di tante epoche, e che ancora da qualche parte permane. Così accadrà anche per quanto riguarda altri personaggi della leggenda popolare che incutevano paura soprattutto ai viaggiatori di notte: gli streghi. Andreuccetti ci racconterà storie che ci faranno rivivere le atmosfere di credulità e di superstizione che affliggevano quelle popolazioni. Fulvia era una delle più spaventate da queste leggende: “Quei numerosi pensieri affollavano la mente di Fulvia che lentamente con la secchia piena d’acqua sulla testa, saliva cercando di evitare le pietre sporgenti di quel sentiero accidentato e difficile. Non riuscire a volgere il capo all’indietro le creava angoscia, ruotava le orbite degli occhi ora a destra ora a sinistra, quasi a voler filtrare il buio ed abbracciare una porzione più ampia del misterioso panorama notturno, mentre la civetta, a mano a mano che si avvicinava alle case di Castello, tornava nuovamente a fare udire la sua voce.
Il cuore della ragazza pulsava forte, per la fatica causata dal pesante carico che gravava sopra la sua testa su quel viottolo impervio, ma soprattutto per il pensiero assillante di vedersi all’improvviso comparire davanti gli streghi.”.

Ma sono pensieri tipici della stagione invernale, in cui la notte arriva presto ed è lunga. Altra vita comincia con l’arrivo della primavera. Siamo arrivati a marzo: “La primavera ormai vicina cominciava a mostrarsi timidamente, la campagna era cambiata, facevano capolino qua e là nell’erba i primi timidi fiori e i susini e le albicocche cominciavano a ricoprirsi di un candido manto bianco e rosa.
Lungo la strada che portava i ragazzi nella selva i bucaneve avevano steso il loro tappeto sul suolo umido e ombroso intervallato dagli alti steli del cardo che mostravano il loro fiore già aperto. Anche l’aria era diversa, più tiepida, più dolce, la brezza leggera che spirava dalle Borre di Fondagno, annunciava l’approssimarsi della bella stagione.”.
La vita di campagna, a differenza di quella di città, dà risalto allo scorrere delle stagioni, le rimarca, ciascuna con le proprie particolarità di colture e di clima. Esse non arrivano mai all’improvviso, ma si annunciano e sono attese, siano esse stagioni calde, temperate o rigide. Ciascuna è necessaria. Perfino l’inverno che consente il riposo alla terra, alle piante e perfino agli animali, alcuni dei quali cadono in letargo. La natura è mossa da un orologio invisibile, ma di una precisione assoluta. La rotazione del nostro pianeta intorno al sole ci conferma un’alternanza che va avanti da millenni generando la vita.
Al ritmo di questi cicli immutabili che paiono alimentati da forze gigantesche e misteriose, l’uomo appare come un’esistenza minuta, minima, connessa agli ingranaggi di una realtà vasta e senza confini. Questa scena, in cui si descrive la rimondatura dei castagni, provate ad immaginarla vista dall’alto: “La legna a terra andava poi ridotta in pezzi di circa un metro, utilizzando lunghi segoni e poi accatastata sulle cioppaglie, mentre con i rami sottili venivano fatte fascine, legate ed anche queste ammassate in un angolo della selva. Terminato il lavoro della rimondatura iniziava la pulizia del sottobosco, operazione che richiedeva tempo e fatica perché bisognava tagliare prima le felci, i rovi ed i piccoli alberi nati spontanei, poi rastrellare e riunire il tutto in uno spazio aperto non appena il tempo lo avesse permesso, dare fuoco. Il lavoro della bruciatura avveniva sempre dopo un giorno di pioggia, quando tutta la campagna era umida e non c’era pericolo di propagandare incendi.”.
Il libro si rivela sempre più una storia non solo di uomini ma anche di un’altra rilevante protagonista, la natura, la quale li abbraccia, li accoglie dentro di sé, li osserva, li ammaestra, li custodisce, ne regola il ritmo.
Il bruscello “era una rappresentazione buffa, che veniva proposta proprio nel periodo di carnevale nelle corti e nelle piazze”. I paesani più dotati vi recitavano testi in versi sacri o classici della letteratura, come i capolavori cavallereschi dell’Ariosto e del Tasso. Soprattutto la “Gerusalemme liberata” e la “Pia dei Tolomei” tratta da Dante, rielaborate e adattate da autori locali, raccoglievano molto successo quando si celebravano i ‘maggi’, le feste della primavera, così partecipate e dispensatrici di gioia: “Portare in teatro un maggio non era semplice, ma occorrevano giorni e giorni di preparazione, bisognava allestire le scene, i costumi e sottoporsi a continue prove. Esistevano addirittura scuole di insegnamento dell’arte del maggio, alle quali partecipavano ragazzi di tutte le età, che venivano poi inseriti, all’inizio con piccole parti nelle varie rappresentazioni in allestimento.
I bambini facevano proprio il culto del maggio fin dalla tenera età, imparavano a memoria le varie quartine o ‘stanze’ come venivano chiamate ed era frequente vederli giocare fra loro come se fossero sopra un teatro. Per le strade, le aie, le piazze si potevano vedere ragazzi con bastoni e coperchi di casseruola che sostituivano le spade e gli scudi e che si lanciavano in aspri duelli emulando le gesta di Tancredi e di Rinaldo.”.
I paesani vi accorrevano sempre numerosi: “non c’era nessuno che non ne conoscesse almeno una strofa e addirittura c’era chi era in grado di recitare a memoria l’intero dramma.”.
Vivendo in città non vi ho mai assistito, e quando venni ad abitare a Montuolo i tempi erano passati per questa tradizione, ma se ne parlava con nostalgia e ancora si ricordavano i paesani più bravi, tra i quali c’era Antonio, il nonno di mia moglie. Anche il padre di mia moglie, Luigi, amava andare in giro per carnevale a fare scherzi e a tirare coriandoli mascherato un anno in un modo, e un altro con un costume diverso. Oggi è mio figlio Stefano che ha raccolto questa vena recitativa.
In campagna si poteva raggiungere l’autosufficienza sia materiale (la terra non faceva mancare lo stretto necessario) e dello spirito. La città era sempre remota, non anelata, non necessaria, e chi vi dovette traslocare per ragioni di lavoro, rimpianse quella vita agreste, aspra e faticosa, sì, ma anche piena di sapore e d’incanto.
Dalle descrizioni dei vari lavori, diversi ad ogni stagione, che occupavano i contadini di una volta, e che costituivano una grande occasione di stare insieme e gioire con canti, scherzi, schiamazzi, discussioni, piccoli dispetti, ed altro, si capisce – e questo è il messaggio -, quanto la modernità, con la sua arida tecnologia, ha tolto alla vita, l’ha mutata privandola dell’antico sapore: “Quella gente dimostrava tutta la gioia di vivere, la serenità nel dedicarsi giorno dopo giorno, anno dopo anno, stagione dopo stagione, sempre agli stessi faticosi lavori in quella dura e aspra terra.”.
Quando arriva il momento della partenza per l’America dell’amico di Roberto, Arturo, l’autore ci dà il senso di che cosa significasse emigrare. Speranza, ma anche mortificazione e dolore: “Arturo salutò e abbracciò tutti, su ogni volto era dipinta la tristezza, un figlio di quella terra se ne andava, un ragazzo che aveva condiviso ogni giorno le gioie, i dolori e le fatiche quotidiane di quella piccola comunità, si staccava da essa per andare incontro ad un futuro ignoto.
Gli anziani genitori, in disparte, seduti sopra una grande pietra sul ciglio della strada, avevano le guance rigate di lacrime. Arturo li aveva abbracciati e per consolarli aveva ripetuto loro quello che da un po’ di tempo diceva a tutti: ‘State tranquilli, io tornerò presto, vi scriverò, vi farò sapere tutto quello che farò a New York, ma quello che è più importante vi manderò dei soldi.’”.
Fulvia pensa spesso a quando toccherà a Roberto di partire: “Sì, sarebbe stato bello poter restare sempre uniti, non era nemmeno un anno che erano sposati, ma il destino aveva scelto una soluzione diversa, una distanza incolmabile li avrebbe separati, e chissà quando mai si sarebbero potuti riabbracciare.”.
La partenza di Roberto incombe sul romanzo. Si succedono i giorni, le settimane, gli impegni diversi e successivi richiesti dalla campagna, ma Fulvia, entrata nel quinto mese di gravidanza, è assillata dal pensiero che il momento della partenza di Roberto arriverà. Non esprime al marito le sue paure, le tiene per sé, ma l’angustiano e la consumano. Fra l’altro, una volta rimasta sola, teme le smancerie di Agostino, uomo ricco e dongiovanni, una specie di don Rodrigo manzoniano, che già qualche volta ha osato metterle le mani addosso, e anche di ciò ha mantenuto il segreto nei confronti del marito.

Siamo arrivati a Pasqua e Andreuccetti di lascia memoria del frugale pranzo che si consumava in campagna: “La Pasqua fu festeggiata anche a tavola, Beppone aveva tirato il collo ad un pollo e la moglie lo aveva spennato e messo a bollire e con il brodo stava cuocendo la minestra.
Quando Fulvia arrivò ebbe il tempo di apparecchiare e di andare a prendere l’acqua alla polla mentre Roberto si recò in cantina per avviare una damigiana di vino novello.
Appena la famiglia si trovò riunita Zeffira pronunciò la preghiera di ringraziamento, tutti si fecero il segno della croce e fu servita quindi la razione della minestra alla quale fece seguito un pezzo di carne di pollo con il contorno di erbe di monte.
In quella circostanza il pranzo fu finito in bellezza perché ci fu la possibilità di gustare anche la torta di verdura che la donna aveva cotto nel forno il giorno precedente.”.
Poi nel pomeriggio vanno ad assistere alla rappresentazione del maggio, e alla sera, ecco la parca cena: “C’era da preparare da mangiare e Fulvia posò sul fuoco il laveggio con il brodo del pomeriggio allungato con un po’ d’acqua, mentre la suocera spezzava un pane e lo distribuiva Nei piatti perché la cena di quella sera sarebbe consistita in un po’ di zuppa da consumare con gli avanzi della carne.
Zeffira decise che i resti del pollo se li sarebbero divisi Silvano, Beppone e poi Fulvia che ne aveva bisogno più di tutti considerato che portava in grembo una creatura. Fu finita anche la torta di verdura e la cena di quella sera di Pasqua fu sicuramente molto diversa dalle altre, una cena che non sarebbe stata così abbondante fino alla prossima festa.”.
Quando ci descrive la processione delle rogazioni (che “venivano fatte al mattino presto” tra aprile e maggio, prima della festa dell’Ascensione), utile a raccomandare a Dio il raccolto, l’autore precisa: “l’idea del sacro e del soprannaturale era ben presente nelle case dei contadini.”.
Di quanti riti, usanze, mestieri, proverbi e superstizioni è ricco questo romanzo, che nel raccontarci una storia, ci rappresenta il passato quale fu nella realtà, e non nell’invenzione di un artista! Il libro ha, dunque, in più, un forte valenza storica e documentale. Il 1908 è un anno simbolico e paradigmatico di quei tempi. I personaggi, anche quelli che sembrano esprimere la loro individualità, sono anche collettivi, e testimonianze, parametri, esemplificazioni di una vita fortemente comunitaria ed inserita nell’immutabile corso della natura, che se poteva variare nella piccola misura delle stagioni, in realtà si svolgeva sempre uguale a se stessa da secoli.
Ecco ora un esempio di come il contado considerò i primi operai che si recavano a lavorare presso un cotonificio situato in un paese, Piaggione, vicino a Valdottavo: “Gli uomini occupati in quella fabbrica erano pochi, ed ancora meno le donne perché non se la sentivano di sottoporsi a quei pesanti turni di lavoro ed ai lunghi viaggi di andata e ritorno, ma soprattutto perché non erano ben visti dalla gente del luogo. Quegli operai erano considerati alla stregua di fannulloni che non provavano nessun amore verso la terra e contravvenivano agli insegnamenti ed all’esempio dei loro padri. Avevano inoltre la cattiva fama di anticlericali perché rinchiudendosi fra le mura di una fabbrica rinunciavano a godere delle bellezze del creato e non partecipavano alle cerimonie religiose proprie della civiltà contadina.”.
Era l’inizio, da noi, dell’industrializzazione moderna, che avrebbe prevalso infine sull’attività agricola inducendo molti ad abbandonare la terra per un lavoro che li risparmiava da tante avversità e da tante incertezze. Successe così che l’occupazione in fabbrica divenne un’occasione d’oro per coloro a cui capitava di trovarvi una sistemazione che garantiva un salario sicuro, anche se misero.
Nella casa di Beppone e di Zeffira si pensava però solo alla campagna, dalla quale avevano ricavato da sempre il sostentamento. Tutti vi erano impegnati, uomini e donne. Fulvia si dava da fare, pur essendo al sesto mese di gravidanza. Siamo a maggio: “Il lavoro di Fulvia era aumentato, adesso non curava soltanto la casa, accudiva ai suoceri, pensava agli animali, ma doveva passare la maggior parte delle ore della giornata nell’orto, nella vigna e nell’oliveto per il taglio dell’erba. Si alzava prima dell’alba, i pomeriggi erano lunghi e le permettevano di fermarsi nel podere fino quasi all’ora di cena. Usava la falce che sapeva adoperare con maestria, con la mano sinistra prendeva il ciuffo dell’erba mentre con la destra passava la lama che lo recideva, faceva dei piccoli cumuli che doveva poi allargare sul terreno per una più veloce essiccazione.”.
Si deve anche notare che la scrittura di Andreuccetti s’insaporisce di vocaboli vernacolari molti dei quali usciti dall’uso comune e pressoché dimenticati. Ne facciamo un dovizioso elenco perché li si ricordino: stietti per schietti, abberinto per confusione, comodo per gabinetto, spazzandoro (o spazzandolo) per la pertica usata con un panno sulla cima per pulire il forno, gallonzori (o gallonsori) per rapini, brozza d’acqua per inzuppata d’acqua, bagnata zema per bagnata fradicia, succaporo per cercine, ossia il cerchio di stoffa che le donne si mettevano sulla testa per portare secchi ed altri oggetti, un bel bubbarone è il fuoco del caminetto che ha fatto una bella fiamma, scornocchiare il granturco per scartocciare, grembio per grembo, stitia come una lapa per stitica come un’ape, embricio per embrice, giornelloro per il boccale con manico corto con il quale si spargeva il perugino, ramina per piccolo recipiente di rame con manico lungo per bere, saboni per zoccoli robusti e speciali fatti di legno e latta, rappa per cima di pannocchia di granoturco e anche di spiga di grano, furicchio per bimbo vispo, lare (o larie) per alari del caminetto, cioppaglia per catasta di legna, la molenda è la parte di farina che spetta al mugnaio, bucchia per buccia, porca per striscia di terreno, telagnora per ragnatela, accia per matassina, carcato per calpestato, tufare per riscaldare, stiampa per scheggia di legna, coperta ugnora per coperta scempia, biccigna per bazzecola, arbuolo per ventilabro, caldarino o caldanino per scaldino, sciungia per sugna. Alcune di queste parole non compaiono nemmeno nei dizionari del nostro vernacolo lasciatici da Salvatore Bianchini e Idelfonso Nieri, dunque preziosi ancora di più.
Ed è pure ricca di proverbi, che, questi sì, ancora permangono, ne citiamo solo alcuni molto noti e che ancora si dicono tra la gente: “Moglie e buoi dei paesi tuoi”, “Per la santa candelora o se piove o se gragnola dell’inverno siamo fora, ma se è sole o solicello siamo sempre a mezzo inverno.”, oppure: “Per carnevale ogni burla vale”, “Chi vuole stare bene a questo mondo si deve accostare al campanile o al sasso tondo!”, “D’agosto quando va sotto il sole è buio tosto!”, “Aiutati che Iddio ti aiuta!”, , “Per San Martino ogni mosto diventa vino”, “Quando l’allegria è in cima alla scala la malinconia è in fondo”.
Anche le superstizioni hanno il loro ruolo. Cito questa che Fulvia rivela all’amica Martina, che, sposata da due anni, non riesce ad avere figli. Gliel’aveva confidato sua madre: “Dovevano lasciar dormire il marito solo per tre notti, e dopo essere tornati insieme, scambiarsi il posto nel letto.”.
L’uso del vernacolo e dei proverbi, le testimonianze di superstizioni ancora temute o seguite, sono cesellature che ornano il racconto e ne rivelano il suo nucleo popolare.
Stiamo aspettando che Roberto coroni il suo sogno di emigrare a New York. Le difficoltà non mancano. Agostino pretende che gli sia venduto un pezzo di terra che gli fa comodo e la famiglia di Roberto è costretta a privarsene, anche perché quei soldi ricavati dalla vendita si rivelano necessari per consentire a Roberto l’espatrio. I fratelli e i genitori sono concordi di cedere l’intero ricavato di duecentocinquanta lire a lui, che li avrebbe ricompensati con i guadagni realizzati con il nuovo lavoro.
La figura di Agostino sta prendendo campo nella scena del racconto. La sua arroganza e il suo desiderio di conquistare Fulvia si fanno via via più manifesti. Si comporta come se il suo aiuto fosse un gesto di solidarietà e di compassione, in realtà Fulvia intuisce che è lei la mira delle sue attenzioni.
Sul sogno di Roberto, fatto di buoni propositi, un sacrificio che lo allontana da casa per guadagnare denaro in aiuto della famiglia, grava dunque una perversità di cui il lettore avverte il pericolo e se ne avvince.

Andreuccetti ci ha scandito i tempi mese per mese, li ha riempiti dei pesanti lavori e delle usanze della campagna, li ha anche cronomisurati alla gravidanza di Fulvia, ma il lettore ora ha in mente Agostino e attende le sue mosse e se ci saranno le resistenze della donna, la sua prova di sposa fedele.
Nella quiete di una scrittura riposante e immersa tutta nelle dolcezze della natura, si apre un piccolo pertugio, niente di più che la puntura di un ago, da cui però prende ad uscire un veleno pericoloso. Anche al fratello Paride, che nutre idee di ribellione contro le ingiustizie della società, cominciano ad accadere fatti violenti. Una notte rientra a casa pestato a sangue dai suoi avversari: “Paride a fatica raccontò che lungo la strada che da Fondagno va verso Partigliano era stato aggredito da tre uomini che lo avevano preso a pugni sulla faccia e nello stomaco. Dopo averlo visto crollare a terra in una pozza di sangue se ne erano andati non prima di avergli assestato tre o quattro calci sulla testa e nella schiena. Non ricordava per quanto tempo fosse rimasto lì in terra svenuto, ma si era reso conto una volta riavutosi che era notte e che si trovava lontano da casa. Seppur sotto l’effetto di forti dolori, con la bocca piena di sangue e gli occhi semichiusi, era riuscito a rialzarsi ed a riprendere il cammino.”.
Il padre Beppone lo redarguisce: “Lo sai che non bisogna mai parlare male del governo? Lo sai che non si possono offendere i padroni? Tanto loro hanno il coltello dalla parte del manico e te la faranno sempre pagare!”.
Paride è sempre stato così da bambino, insofferente alle ingiustizie e alle angherie. I fratelli sapevano sopportare, lui no. Rappresentava una preoccupazione in più, anche se tutti gli volevano bene e lui, mai pigro sul lavoro, si faceva amare.
Le rivolte sociali cominciavano a farsi sentire, a scuotere le coscienze. Leggete questo brano che ci ricorda quello celebre del Manzoni quando Renzo entra a Milano e si ritrova in mezzo ad una folla che prende di mira i forni a seguito di un aumento del costo del pane ritenuto vessatorio: “Camminava da circa tre quarti d’ora, quando arrivò in vista delle prime case del paese e incontrò una diligenza carica di passeggeri che si stava muovendo adagio diretta verso Lucca. Proprio nel centro del Borgo, esattamente nella piazza con la torre di Castruccio, notò un grande assembramento di persone che vociavano ed inveivano e non si rendeva conto di quello che stava succedendo. Si fermò un attimo e provò a chiedere ad un uomo quale fosse il motivo di quella che aveva tutta l’aria di essere una protesta. Gli fu risposto che si stava facendo una manifestazione a favore del completamento dei lavori della ferrovia, che da diversi anni erano cominciati ma che stavano segnando il passo. Quel signore disse inoltre che la dirigenza che aveva attraversato da poco il paese, portava una delegazione di garfagnini a Lucca diretta verso il Palazzo della Provincia per elevare una protesta formale contro le lungaggini burocratiche che rallentavano la prosecuzione dei lavori.”. Ancora e sempre la burocrazia, un mostro che incombe e ci perseguita.
Roberto è in cammino a piedi diretto agli uffici del Comune di Borgo a Mozzano per ottenere i documenti necessario all’espatrio.
Quando vi giunge questo è il ritratto del paese che l’autore ci consegna: “Il paese di Borgo a Mozzano accolse Roberto con un brulicare di gente lungo la via principale e con le sue botteghe di artigiani intenti al lavoro, il calzolaio, il fabbro, il falegname, il fornaio. Sembrava che tutti avessero fretta, chi entrava e chi usciva dai vari portoni, chi recava oggetti sottobraccio e chi portava un carico sulle spalle. Davanti alle chiese facevano capannello i fedeli, soprattutto donne anziane avvolte da grandi scialli neri che lasciavano scoperto soltanto il volto, conversavano animosamente dopo aver effettuato la rituale visita giornaliera e recitato una preghiera in suffragio dei loro morti.
Il tintinnio di sonagli di un cavallo annunciava la vicinanza di un barroccio e bisognava farsi da parte, mentre l’orologio del campanile spandeva lento per l’aria il rintocco delle ore. Gli alti palazzi erano uno vicino all’altro, dalle finestre pendevano i numerosi panni stesi ad asciugare e le donne sui balconi chiacchieravano con le vicine lasciando ogni tanto la conversazione per chiamare a gran voce i bambini che giocavano in mezzo alla strada.”.
È, questo, un corposo esempio di architettura rurale in cui Andreuccetti consegna agli attuali abitanti di quel borgo una vita scomparsa tanti anni fa e che fu viva e animata in quei tempi lontani.
Andreuccetti ha capito anche che l’incombenza dell’avido e donnaiolo Agostino sulla famiglia, ma soprattutto su Fulvia, è motivo di attenzione e di attesa. E gioca una carta importante, facendo in modo che, per la necessità che Roberto ha di avere i soldi per emigrare, Fulvia finisca per andare a casa di Agostino a fare la domestica a ore. La preda è finita nella tana del lupo, e al lettore è arrivato il messaggio che la povertà ci espone a rischi, a prepotenze e sopraffazioni, anche se non dichiarate. Ancora viene in mente il rapporto don Rodrigo-Lucia, che ha molto in comune con il rapporto Agostino-Fulvia.
L’emigrazione diventa così il pretesto che il destino cala nella storia, per raccontare simultaneamente una sfida intima e impari. Chi la vincerà? Il prepotente, l’arrogante, il donnaiolo, o la povera vittima forte soltanto della sua integrità morale?
Staremo a vedere, ci fa capire l’autore.
Così la storia dell’emigrazione si mette in parallelo con la storia dell’arroganza e dello sfruttamento. Quando Fulvia si reca da Agostino per accettare di fare la domestica presso di lui, l’uomo le dice: “Spero tu ti renda conto di quanto faccio per te Fulvia e di come il tutto mi parta dal cuore, ma conto anche sulla tua gratitudine, Ricordalo!”.
Assisteremo alle viscide manovre di quest’uomo per conquistare Fulvia. Quando Fulvia gli chiede un anticipo sulla paga, lui è pronto: “Comunque voglio essere gentile ancora una volta e ti darò l’acconto, sappi che io non dico mai di no ad una donna!”.
I mesi trascorrono implacabili segnando anche i tempi della campagna. È arrivato il momento della battitura del grano, dopo che è stato mietuto: “Quelle percussioni ritmiche e violente, in quell’aria affollata, sotto il sole di luglio, cancellavano gli altri rumori, il canto delle cicale, il cinguettio delle rondini, il raglio degli asini nelle stalle.”.
Chi ricorda il ‘macinino’, con il quale si frantumavano i chicchi di caffè e di orzo?: “I granelli tostati erano immessi poi nel macinino, un piccolo contenitore di legno con alcuni ingranaggi che fatti roteare per mezzo di una manovella girevole, effettuavano la frantumazione e facevano cadere la polvere in un canterino estraibile.”.
Caffè e orzo oggi si trovano in vendita già pronti per il consumo, e dunque le nuove generazioni non sanno che quella è una comodità portata dal progresso, e che una volta costituiva invece un’altra delle tante incombenze, sebbene leggera e piacevole per l’aroma che ne emanava, specie del caffè, che spettava alle donne.
E sapete quale usanza si svolgeva in occasione della morte di un neonato? La tristezza e il dolore venivano scacciati nientemeno che dal suono gioioso delle campane: “Giorni prima infatti, aveva udito le campane che suonavano a festa per la morte di un neonato di Valdottavo che aveva lasciato questo mondo dopo solo pochi giorni di vita e dopo aver contratto la polmonite. Ogni bimbo piccolo che se ne andava, innocente e puro, secondo la credenza popolare veniva preso dagli angeli e portato in paradiso ed il prete, proprio per questo motivo, chiamava i campanari e li faceva suonare a distesa.”.
Andreuccetti continua a donarci con dovizia i suoi tesori, che sono frutto di un amore sviscerato per la sua terra. Non siamo arrivati ancora al termine del romanzo e abbiamo acquisito un patrimonio incommensurabile sulla vita contadina dei primi del Novecento. Ci è stato consentito di vivere ogni mese in tutta la sua fragranza e la sua luce: “C’era molta solidarietà fra quegli uomini che praticavano il duro mestiere del contadino, c’era rispetto per il compagno che condivideva le stesse fatiche, che conosceva il significato del sudore sulla fronte, il dolore nelle gambe e sulla schiena, le lunghe e interminabili ore di una giornata che iniziava all’alba e terminava al tramonto.”.
Maturano intanto in contemporanea entusiasmo e ansia nell’animo di Roberto, poiché è riuscito a ritirare anche il passaporto e dunque la strada per emigrare è aperta, ma lo grava il pensiero di lasciare la sposa in attesa di un figlio e la famiglia a cui verranno a mancare le sue braccia.
Lo stato d’animo è esattamente descritto: “Esaminava le tappe che avrebbe dovuto superare di lì a poco, la visita a quel distinto signore di Valdottavo per la consegna del passaporto, la conoscenza della data ufficiale della partenza, la prossima nascita di suo figlio, il lavoro da portare avanti in quegli ultimi giorni. Tutto turbinava nella sua mente come un mulinello, quel documento importante che ormai aveva con sé sembrava gli scottasse fra le mani e gli faceva alitare sul volto vampe di fuoco; se prima potevano sussistere incertezze sulla sua partenza, adesso tutti i dubbi erano stati fugati e nuove sensazioni si facevano strada nel suo animo, era certo ormai che avrebbe dovuto lasciare l’Italia per intraprendere quell’avventura che aveva tanto desiderato ma che adesso sembrava più grande di lui.”; “L’antico borgo disteso sulla collina gli sarebbe mancato là in America? Quel borgo circondato dagli olivi dove era nato e che lo aveva visto crescere accompagnandolo fino all’età di venti anni, con le sue vecchie vie dove aveva giocato con i compagni, con i prati, i boschi, i luoghi familiari che non avrebbe certamente ritrovato in quel mondo diverso che stava per venirgli incontro.”.
Fulvia cercava di rincuorarlo. Ma “Una civetta fece udire il suo stridulo canto nel silenzio della notte e Fulvia aggrottò la fronte perché sapeva che se avesse ascoltato quel suono una seconda volta qualunque sventura sarebbe potuta capitare non soltanto ad Arturo, ma anche a loro due.”. Arturo è l’amico che è già partito e non ha più dato notizie di sé.
Quelle credenze radicate si ravvivano come se fossero dei fantasmi nella mente di chi si trova in uno stato di ansia, come Fulvia. La natura si era compenetrata in lei anche attraverso i suoi oscuri misteri.

La data della partenza è fissata. Sarà per il 29 agosto 1908, ore otto, con imbarco a Genova sulla nave ‘Duca degli Abruzzi’. Ancora un mese, dunque, e poi avrebbe dato il saluto ai suoi cari e alla sua amata terra. La data era propizia: “Adesso aveva anche la certezza che avrebbe visto nascere suo figlio, perché Fulvia che finiva il tempo della gravidanza i primi di agosto, non avrebbe certamente aspettato la fine del mese per partorire.”.
Stiamo vivendo, come fossimo anche noi partecipi della storia, i palpiti, le incertezze, le ansie, le tristezze, le malinconie miste alle gioie che ogni emigrante ha provato in quegli anni di forte esodo.
La povera gente, soprattutto della campagna, aveva solo quella speranza per poter migliorare la propria condizione di vita e della propria famiglia: cercare fortuna altrove, fuori dell’Italia, ma soprattutto fuori dal quel mondo vissuto ed amato sin dall’infanzia, che lo aveva cresciuto e forgiato grazie ad un ambiente che, lontano da lì, non avrebbe più ritrovato. Quell’ambiente gli diceva addio e lo lasciava solo.
Spesso nei momenti difficili, i personaggi rivolgono preghiere a Dio e alla Madonna, prendono parte alle funzioni religiose affrontando la fatica di raggiungere la chiesa di Valdottavo percorrendo la scomoda e petrosa mulattiera che da Castello ve li conduceva.
La Fede in Dio e la fedeltà ai riti della Chiesa cattolica è uno dei temi che emerge e distingue il romanzo e si trasforma in un sentimento religioso che unisce gli abitanti del borgo e li rende comunità.
Andreuccetti attraverso le azioni dei suoi personaggi mette in risalto questo sentimento, che fu una delle caratteristiche più importanti della società rurale dei primi del Novecento.
Siamo all’alba del 14 agosto, Roberto e i suoi fratelli, assecondando una superstizione ancora fortemente seguita, sono fuori di casa ad attendere che si compia il parto di Fulvia. Zeffira assicura che il bambino nascerà da lì a poco. E infatti: “All’improvviso arrivò alle orecchie di quei ragazzi un brusio indefinito come il volo di un calabrone, poi quel brusio crebbe fino a modellarsi nel timbro di alcune voci che penetravano il silenzio di quel borgo ancora addormentato; a poco a poco le voci divenivano più forti, accompagnate dall’eco di passi concitati e di rumore di zoccoli sulle vecchie e levigate pietre della mulattiera.”.
Si ode la voce di Martina che chiama Roberto. Il parto è avvenuto. È nato Lidamo, un figlio maschio. Fulvia non ha sofferto più di tanto: “ha avuto un parto lungo, ma è andato tutto bene e non ci sono stati problemi, appena sarai in grado dovrai andare ad accendere un cero alla Madonna.”.
La comunità è unita e solidale: “Il paese di Castello era in festa, la comunità gioiva per quella ragazza di diciannove anni che aveva visto nascere e crescere, che amava fortemente perché buona e generosa, sempre disponibile con chi aveva bisogno, disposta a rinunciare a sé per donare agli altri.”.
Ci saranno ancora problemi, tuttavia, in quella casa, poiché Fulvia non ha latte e non può nutrire il suo bambino. Ci vogliono soldi per pagare una balia, ma i soldi non ci sono. Qualcuno suggerisce di ricorrere ancora una volta all’aiuto di Agostino, ma Roberto si rifiuta decisamene.
Andreuccetti alterna momenti di speranza e serenità a momenti più inquieti e drammatici.
Il Bene (il figlio Lidamo, il sogno americano) e il Male (vessazioni, rinunce, sacrifici e sofferenze) al momento camminano in parallelo. Muteranno? Si incroceranno?
Fulvia non può allattare il bambino. Trovano una balia, Maria, ma costa caro e potranno tenerla sì e no “per una ventina di giorni”. E poi?
Intanto si avvicina il giorno fissato per la partenza di Roberto, che si dovrà trovare a Genova qualche giorno prima del 29, ossia il 27 agosto, ormai molto vicino.
La balia Maria, che lavora presso l’intermediario della navigazione, lo stesso a cui si è rivolto Roberto, gli dà molti consigli, tra i quali: “Lo caldeggiava di non avere mai rapporti sessuali con ragazze sconosciute, di controllare bene le persone alle quali si fosse messo a fianco, che non avessero la tosse, che non si grattassero troppo, che non portassero i capelli lunghi e sudici, di non mangiare in una scodella dove aveva già mangiato un altro, e di non sedersi dove qualcuno in precedenza aveva orinato. Durante le tempeste non sarebbe dovuto rimanere in piedi, ma sdraiato per cercare di vincere il mal di mare ed accertarsi che non ci fosse nessuno vicino a lui che avesse potuto vomitargli addosso.
Infine, altro consiglio importantissimo, quello di stare attento agli individui privi di scrupoli, che avrebbero potuto rubargli il portafoglio e non solo, ma anche indumenti, ed oggetti personali. Era preferibile scegliere degli amici e stare sempre insieme a loro, muoversi in gruppo e cercare di rimanere con le persone della propria regione senza mischiarsi con le altre.”.
Prima di partire vuole imprimersi nella mente l’immagine del suo paese, per poterlo ritrovare una volta lontano: “La sera usciva per godere delle ore di fresco in mezzo alla gente di Castello che si riversava sulle panchine e sui muriccioli a fianco delle case. Era piacevole immergersi in quella calma serale, quando la natura respirava dopo una calda giornata e la gente si ritrovava per parlare e raccontare storie; i vecchi accovacciati sugli uscì polverosi delle case, tenevano i nipotini in braccio e raccontavano fole e le vecchie sedute su sedie di paglia sfilacciate, con mano esperta roteavano il fuso mormorando preghiere.
Quelle piacevoli ore se ne andavano però velocemente ed a poco a poco la gente rientrava nelle proprie case, prima i vecchi poi i bambini e le donne e rimanevano per ultimi i giovani che avevano da raccontarsi le loro avventure amorose e dovevano rimanere soli perché orecchi indiscreti avrebbero potuto carpire i loro piccoli segreti.
Quando anche i ragazzi si erano ritirati nelle loro abitazioni, nei vicoli di Castello rimaneva soltanto la brezza della sera che faceva muovere la chioma degli olivi illuminata dalla luce della luna e portava il suono dell’orologio del campanile che spandeva nel silenzio i suoi lenti rintocchi.”.
Come il lettore può vedere, sono resi tutti gli aspetti intimi che pervadevano l’animo dell’emigrante. Malinconia e voglia di rimanere. Non si abbandona mai volentieri la terra che ci ha visto nascere e crescere.
L’emigrazione ha, dunque, il volto amaro di una emergenza che ha forzato la nostra volontà per aprirci una strada ignota: “In quelle ultime sere che trascorrevano insieme, Roberto e Fulvia facevano un viaggio a ritroso nel tempo; tornavano con la mente ai giorni felici e spensierati della loro fanciullezza, alle corse sui prati della Valle, alle mascherate per carnevale, alle feste sull’aia, ripensavano al loro primo incontro, quando ancora giovanetti si erano trovati per caso mentre Fulvia pascolava le pecore.
Tutta la loro breve vita trascorsa a Castello passava davanti a loro come le pagine di un romanzo.”.
Fulvia è pervasa da un grande amore per lo sposo, gli promette che non avrà mai un altro uomo e chiede anche a lui la stessa promessa. Anche Roberto l’ama e non desidererà mai di sostituirla con un’altra donna.
È l’amore carnale che li preoccupa, che sta in agguato per sorprenderli, non l’amore puro che alberga dentro di loro, il quale non verrà mai meno: “Non mi tradire Roberto quando sarai in America, io non lo farò e ti aspetterò.”. È la giovane età che pulsa nella loro carne e vi attira e trascina il pensiero. Ma poi l’amore puro prende il sopravvento: “Roberto, ti voglio bene”; “Te ne voglio tanto che tu non puoi nemmeno immaginare, tanto quanto l’America ed il mare che la divide messi insieme.”.
È la notte che precede la partenza. Quando arriva l’alba e l’autore ci narra degli addii tra i familiari e soprattutto l’addio rivolto alla sposa, avvertiamo che quelle pagine sono una profonda celebrazione dell’amore. Non vi è gioia, bensì malinconia, ma proprio per questo esso emerge in tutto il suo splendore. Poi: “Il mulo prese a scendere piano, con il suo carico, lungo le pietre aspre della mulattiera, Roberto si girò indietro per raccogliere l’ultimo saluto rivoltogli con le mani da tutti i presenti, un ultimo sguardo alla madre, ai fratelli, alla moglie, al suo caro vecchio borgo di Castello.
Quelle persone seguirono il lento incedere del giovane e dell’animale lungo la discesa fintanto che una curva del sentiero non li separò alla loro vista.”.
L’emigrazione può contenere un sogno, ma è sempre una ferita: “in quella famiglia c’era poca voglia di parlare, il posto dove solitamente si sedeva Roberto era vuoto, sul tavolo il suo piatto mancava, ma soprattutto mancava la sua presenza. Quella famiglia non sembrava più la stessa”.
Andreuccetti vi affonda il bisturi, si trattiene a descriverci le conseguenze per chi resta: nuove tristezze e inattese solitudini. Delle quali è pronto chi ne vuole approfittare, l’insistente Agostino.
Quella famiglia è ridotta in miseria. L’assenza di Roberto si fa sentire, è pesante. L’amicizia di Agostino è diventata, perciò, ancora più indispensabile Il Male, dunque, ha davanti a sé una prateria sterminata.
Agostino gioca le sue carte, ha deciso di mettere in difficoltà Beppone e la sua famiglia, andandogli sfrontatamente a comunicare che non ha più bisogno di tenere in affitto il suo stallino dei maiali, e quindi ritirerà le bestie e non pagherà più il dovuto. Beppone e gli altri della famiglia non riescono a capire il voltafaccia, ma il motivo lo conosce bene solo Fulvia, che ancora resiste alle mire dell’uomo. Ha messo sull’avviso anche la balia Maria che era stata oggetto delle sue subdole attenzioni.
Roberto è lontano (è già trascorso quasi un mese da quando ha lasciato la casa); la sua partenza ha aperto varchi insidiosi che danno modo al lettore di compenetrarsi nei drammi provocati dall’emigrazione. Sono le conseguenze drammatiche di una lontananza. È l’altra faccia dell’emigrazione, questa che ci viene rappresentata, non quella che parte, bensì la faccia che resta, raramente raccontata.
Ma ora osservate la felicità descrittiva di questo passaggio. Siamo arrivati a settembre, la stagione della vendemmia. Sta piovendo forte: “Gli alberi offrivano alla violenza degli elementi le loro fronde indifese che erano spinte ora a destra e ora a sinistra e sembravano uccelli impegnati in uno strano balletto accompagnato da un ritmico battito d’ali. Le gocce d’acqua piombavano nelle pozzanghere innalzando spruzzi e formando numerose bolle ora più grandi ora più piccole che avevano la breve vita di un attimo, ma subito ne spuntavano di nuove, sotto l’incalzare frenetico della pioggia.”.
Ogni tanto descrizioni come questa ci fanno tirare un sospiro di sollievo. Sono pause rasserenanti, poiché ci ricordano che questa, sia pure mutevole, è la ordinaria nostra condizione di vita.
È Fulvia a pagare più di tutti la lontananza di Roberto. Le attenzioni di Agostino nei suoi confronti si fanno più ardite e la donna comincia a disperare temendo di non riuscire a resistere ai suoi assalti prepotenti e privi di scrupoli.

il Bene e il Male si stanno avvicinando per uno scontro.
È il filo rosso che ora emerge in superficie, e che ci fa intendere che è sulle conseguenze dell’emigrazioni che Andreuccetti ha voluto intrattenerci. Ci ha mostrato ciò a cui rinuncia (famiglia, ambiente, usi e abitudini) chi parte, e ciò che deve affrontare chi resta, e proprio a causa della sua assenza.
È anche una storia di solitudine, quella di Fulvia, una donna entrata in una casa estranea (“capiva quanti problemi aveva portato a quelle persone dal giorno che aveva messo piede nella loro casa.”), sempre attenta a non essere d’ingombro, a non far pesare la sua presenza, ed ora tutta presa ad allevare un figlio mentre il marito se n’è andato lontano: “perché era un cuore lacerato e sofferente di una persona troppo sola chiamata ad affrontare i mille problemi in una realtà più grande di lei.”.
Fulvia è la vera protagonista del romanzo, l’eroina esposta alle imprevedibilità e alle traversie della vita, a cui cerca di far fronte con la fede in Dio e con la forza di volontà. La sua strada è impervia, irta di ostacoli e tentazioni. Non si può permettere debolezze.
Roberto, lo sposo, è uscito di scena, ha dimostrato il suo amore e la sua volontà di aiutare la famiglia e in specie il figlio Lidamo, ma ora non c’è a confortare, a dare coraggio, ad aiutare.
Fulvia rappresenta tutte le donne che sono rimaste a casa quando i mariti sono partiti a cercare fortuna. Ne testimonia le fatiche, le ansie, le tribolazioni fisiche e morali, le fragilità, le resistenze, i tanti ostacoli che attraversano il loro cammino: “La ragazza nel silenzio di quella notte pregava, offriva le sue tribolazioni al Signore, nella speranza che le desse un po’ di coraggio e di conforto e che l’aiutasse a superare quei momenti difficili.”; “Ma poi si pentiva di questo suo momento di debolezza, di questa sua mancanza di fiducia e di coraggio, sapeva, anzi ne era certa che la Madonna non l’avrebbe abbandonata. Bisognava che la pregasse tanto, doveva prendere in mano più spesso la corona del rosario ed a volte colta dalla stanchezza e dal tanto lavoro se ne dimenticava.”.
È novembre. Piove e tira un forte vento: “Era in atto la eterna disputa fra le forze della natura, l’eterno contrapporsi del debole al potente; il grande leccio secolare ben piantato e con un apparato radicale profondo, era appena scalfito da quella furia, mentre il tenero ciliegio, cresciuto sopra un poggio, con il fusto ricurvo con qualche ramo secco, doveva lottare con tutte le sue forze per non soccombere e rischiava di essere schiantato e trascinato a terra dall’impeto del vento.”. Ma anche: “Dopo i giorni di pioggia novembre aveva cambiato volto, era arrivato il freddo, un gelo precoce ed improvviso aveva portato le prime abbondanti brinate nella campagna e la neve sulle cime più alte dei monti, gli alberi avevano iniziato a spogliarsi delle foglie multicolori che andavano dal giallo, al marrone, al rosso fuoco. La brezza di tramontana le carpiva e le portava con sé, a volte una a volte due a volte cento, si libravano per l’aria volteggiando e dondolando lentamente come se abbandonassero di malavoglia quella pianta che aveva dato loro la vita. Si posavano dolcemente a terra, rimanevano un attimo immobili e poi il vento le sollevava di nuovo e le portava più lontano, fino ad ammassarle in un angolo remoto, quasi una disperata ricerca della definitiva dimora.”.
Questa è la descrizione della nebbia che a poco a poco ricopre ogni cosa: “A mano a mano che si avvicinava gli alberi e le case sfumavano i contorni e perdevano forma, la nebbia toglieva la vista dei monti, si andava a confondere con le nuvole nere fino a lasciare davanti agli occhi solo un ammasso uniforme e grigio. Penetrava nei sentieri, nelle rughe e negli orti, ghermiva con la sua mano quelle povere case dove brillava nel camino solo una tremula, misera fiammella.”.
Il ciclo delle stagioni si sta completando con l’arrivo di dicembre e dell’inverno. Torna il freddo rigido e temuto. Fulvia e Lucia, la ragazza che ha sostituito la balia Maria nell’allattare Lidamo ed è stata accolta in casa da Beppone come una figlia, hanno un gran freddo ai piedi e non sanno come scaldarli. Un modo lo trovano: “Le due ragazze erano spesso costrette ad infilare i piedi nell’incavo della gamba formato dal polpaccio e dalla coscia, cercando di tenerli in quella posizione scomoda per diversi minuti, fintanto che il sangue non avesse ripreso a circolare riportandovi calore.”.
Di Roberto non si sa più niente; Fulvia si dispera.
E Andreuccetti coglie al balzo l’occasione per confrontare il sogno di Roberto con la realtà che ha abbandonato e, facendolo, ci suggerisce la sua preferenza: “Con i saboni che cantavano sopra la mulattiera ghiacciata, Francesco e gli altri fratelli che si erano alzati all’alba, stavano camminando per recarsi a fare una ricognizione nel bosco; si sarebbero trattenuti l’intera giornata in mezzo ai lecci, ai frassini ed alle querce, cercando di ripulire i sentieri intorno alle piazze delle carbonaie, fermando il lavoro soltanto per mangiare quel neccio che era da sempre il loro pranzo.
Eppure non si lagnavano della loro sorte, erano felici di vivere in mezzo alla natura, di lavorare sovrastati dalle regali evoluzioni della poiana, fra i sentieri battuti dalle volpi, dove l’aria era più tersa e dove era ben visibile il bianco cappuccio di neve sulle cime dei monti.
Quei ragazzi lavoravano contenti, esprimevano la gioia nel vivere la stagione per loro più bella, cantavano, e la loro voce invadeva le borre e le selve, si perdeva nei silenzi dei boschi e delle valli.”.
È arrivata la prima neve; il ciclo si chiude con il ritorno alla stagione dell’inizio, ma ora l’autore, vicino a congedarsi da noi, ci illumina e ci fa dono di questa stupenda descrizione: “Quando Fulvia si alzò per andare a dare mangiare alle bestie, trovò uno spettacolo diverso; i suoi occhi quasi furono abbagliati da un bianco improvviso, la neve era caduta copiosa durante la notte e continuava a scendere, lenta, morbida e silenziosa. La campagna era scomparsa sotto quella grande macchia candida, si intravedeva soltanto il verde dei cipressi che affiorava quando la neve che li ricopriva crollava a terra con un fruscio sommesso. Erano scomparsi i sentieri e le strade, mentre qua e là nella neve si distinguevano nitide le orme delle volpi che durante la notte erano andate in cerca di cibo vagando sopra quella coltre bianca. Il pagliaio in mezzo al prato mostrava soltanto il marrone del palo che affiorava dal soffice manto e lo faceva assomigliare ad un gigantesco fungo spuntato per caso in una magica e misteriosa notte. Qualche passero infreddolito si aggirava sotto i davanzali delle finestre alla disperata ricerca di un improbabile cibo.
Tutto era silenzio nel borgo di Castello interrotto soltanto dal raglio di un asino che arrivava da una stalla lontana, mentre la neve continuava a cadere insistente, fitta, copiosa ed andava ad accrescere il già alto strato formatosi durante la notte.”.
Ci pare di vedere un quadro di Bruegel il Vecchio.
Alla quale si aggiunge la descrizione della notte in cui i paesani di Castello scendono lungo la mulattiera per recarsi ad ascoltare la Messa di Natale. Do solo l’inizio: “La notte era fredda e l’aria tersa, nelle porche e nei campi si poteva già distinguere il luccichio dell’erba coperta di brina, nel cielo limpido le stelle mandavano il loro intermittente tremolio, quasi fossero tenute accese dal soffio tagliente della tramontana.”.
Due giorni dopo, arriva la lettera tanto attesa di Roberto. Va tutto bene, le scrive. Ha trovato lavoro e guadagna bene. Non è tutta la verità. E l’autore ci fa capire che nella loro vita futura ci saranno ad attenderli nuove e difficili prove.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart