Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Roberto Andreuccetti: “Quella porta sempre chiusa”

29 Ottobre 2021

di Bartolomeo Di Monaco

Vi si rievoca la vita di campagna degli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso, quando ancora erano presenti dappertutto le ferite della guerra: “Le ferite della guerra erano ancora aperte e la diversa interpretazione della stessa aveva portato al formarsi di ideali contrapposti. Ai soldati che avevano difeso fino all’ultimo il regime si contrapponevano i cosiddetti ‘disertori’, coloro cioè che si erano dati alla macchia ed avevano militato nelle file partigiane. Erano presenti ricordi di torti subiti e covavano ancora vecchi rancori.”.
La gente aveva imparato a resistere alla miseria. Si accontentava di poco e di qualche distrazione che a quel tempo era data dalla radio, nuova invenzione che li metteva in contatto con il resto del mondo.
Alcune descrizioni ci offrono l’idea di quel tempo già lontano, come questa: “Due figure procedevano adagio lungo il vicolo, quasi barcollando, dopo essere sbucate dalla loggia; camminavano ravvicinate l’un l’altra ed una delle due teneva in mano un lumino a olio che con la piccola fiamma del lucignolo, spandeva nell’aria la sua fioca luce senza riuscire ad illuminare i loro volti. La brezza della notte faceva muovere quella fiammella ora a destra ora a sinistra minacciando di spengerla, una mano cercava di farle da riparo, mentre il tremolio di quella luce creava sui muri delle vecchie case strane ombre.”.
Siamo nella campagna di Valdottavo, nella Mediavalle del Serchio, in Lucchesia. È il mondo dell’autore, che troviamo in tanti romanzi che hanno fatto seguito a questo, tutti intrisi del ricordo di una esistenza che non c’è più e ha lasciato solo labili segni.
Lorenzo, il protagonista, è un ragazzino immerso nei giochi della sua età e nello studio. Dai nonni Francesco e Sofia e dai genitori Renato e Maria sta imparando a vivere: “Francesco conduceva il bambino con sé nei campi e nella vigna, gli dava le nozioni più elementari relative alla vita contadina, gli parlava della semina, della vita delle piante, delle varie attività da portare avanti nel susseguirsi delle stagioni.”.
Al nipote, che desidera ascoltarlo, racconta spesso il periodo in cui era stato migrante in Brasile, a partire dal viaggio in mare trascorso nella stiva insieme con altri, in condizioni igieniche precarie. Il mare spesso s’ingrossava e scuoteva la nave: “Durante quelle furiose tempeste si formavano onde enormi, alte parecchi metri simili a montagne; la prua della nave le aggrediva, lo scafo si inclinava, con la poppa che quasi sembrava sommersa e quando la nave aveva raggiunto la sommità dell’onda era la prua che sprofondava fra i flutti mentre la poppa si innalzava sospinta da una forza gigantesca. In quei momenti le fiancate della nave investite dalla furia del mare erano messe a dura prova, si udivano gli scricchiolii ed i cigolii delle lamiere schiaffeggiate dall’acqua che sembrava infliggere loro enormi frustate.”.
Le qualità descrittive di Andreuccetti sono già evidenti in quest’opera, e si manterranno in seguito quando le incontreremo perfette e stimolanti nei lavori successivi.
Attraverso i racconti di nonno Francesco, ma non solo, vivremo le tribolazioni e le esperienze dei migranti, i quali spesso si sentivano soli e pensavano continuamente alla famiglia rimasta in Italia: “Quell’uomo si sentiva come rinchiuso in una campana di vetro, dentro la quale si stava muovendo senza avere la percezione dell’esterno, era prigioniero in un mondo che non era il suo, doveva ogni giorno recarsi al lavoro con il pensiero rivolto altrove. Quante volte socchiudeva gli occhi e rivedeva la sua vecchia casa, gli oliveti, i vigneti e la sua cara terra, sentiva gli antichi odori, il profumo dell’erba bagnata dalla rugiada del primo mattino, il gusto acre del letame appena sparto, l’aroma dolce del latte appena munto.”. Conosceremo anche le tribolazioni dei partenti nel momento in cui devono lasciare tutto per emigrare. L’autore ci tratteggia la tristezza che invade i ragazzi quando uno di loro deve partire e forse lasciarli per sempre: “Una lunga amicizia ed un rapporto bellissimo, un filo invisibile ma resistente e solido che aveva unito due cuori, improvvisamente si lacerava, come due foglie che dopo un’intera estate trascorsa a stretto contatto, rapite dal vento d’autunno sono divise e portate lontano.”.
Il mezzo attraverso il quale il nonno trasmette i suoi ricordi al nipote Lorenzo è quello tipico del racconto davanti al focolare.
Avvolti da quel calore, tutto diventa intimo e solidale.
Andreuccetti nelle sue opere ci parla spesso della guerra. I suoi personaggi devono quasi sempre fare i conti con essa.
Succede anche in questo romanzo, e il protagonista è Renato, il figlio di Francesco e padre di Lorenzo che, dopo l’8 settembre 1943, si dà alla macchia, piuttosto che arruolarsi nell’esercito della RSI, la repubblica sociale fondata da Mussolini dopo la sua liberazione dalla prigionia sul Gran Sasso.
Valdottavo non fu risparmiato dalle scorrerie e dai rastrellamenti dei tedeschi e si unisce al martirio di tante città offese dalla guerra civile che si protrasse ben oltre il 1945.
Sono pagine rievocative in grado di suscitare avversione per ogni forma di guerra.
Andreuccetti si avvale di una prosa semplice e chiara e i suoi messaggi giungono esemplificativi e espliciti al lettore: “La guerra, anche se terminata ebbe ulteriori strascichi negli anni a seguire. Alle morti avvenute durante il passaggio del fronte, un uomo assassinato per gioco da un tedesco mentre lavorava nella vigna, una ragazza uccisa perché trasportava soltanto un sacchetto di patate, ne seguirono altre dovute alle conseguenze della guerra.”.
Gli altri personaggi che appaiono nel libro, sebbene secondari, gettano luce su quei tempi di miseria, in cui la capacità di comprendere e solidarizzare era necessaria e desiderata. A questo scopo sono disegnate le figure di Carmen, una giovane che non lesinava a dar via il suo corpo per un po’ di cibo, Michele, l’ovaro, che girava i paesi per vendere e acquistare polli e uova, accompagnato dal suo mulo stracarico di mercanzia. Dove capitava portava il buon umore e l’allegria, raccontando storie: “La sera continuò con l’ovaro che raccontava episodi derivati dalla sua vita quotidiana, le lunghe trasferte da Loppeglia a Tempagnano attraverso le serre, le numerose avventure galanti che con molta frequenza si trovava a vivere, ma che la maggior parte delle volte enfatizzava, i numerosi incontri con i viandanti e con i boscaioli che lavoravano nella zona.”. Nonché Lelio, il venditore di dolciumi alla fiera di San Graziano, Enrico, lo zoppo senza lavoro che faticava ad allevare gli otto figli, il bonario Pacchione “bidello del complesso bandistico”, “era una figura caratteristica, un uomo d’altri tempi che non appena si presentava suscitava l’ilarità della gente, ma era amato e benvoluto da tutti.” e Dando, l’ubriacone: “Condivideva uno squallido locale, un’unica stanza nella quale era posizionata una branda da un lato ed un tavolo dall’altro, con tre capre macilente che erano la sua compagnia; e quegli animali dormivano sul tavolo della cucina e quando quell’uomo entrava e doveva mettersi a mangiare le scacciava, dava una passata con le mani sul legno per togliere il pelo e vi poggiava quindi il pane e quel poco altro che aveva ricevuto dal buon cuore della gente.”. Ne troveremo altri.
Di Carmen, che compare spesso nel romanzo, diventandone quasi un leitmotiv, ci piace questa descrizione che ne mostra la tristezza e la malinconica solitudine: “Fra i numerosi avventori del locale non mancava mai Carmen che si vedeva offrire bicchieri di vino dai giovani che desideravano usufruire poi delle sue grazie e che spesso facevano di tutto per stordirla. E allora la donna diventava un fiume in piena, raccontava i suoi approcci con gli uomini, rideva, ammiccava e scopriva compiacendosi l’epidermide del seno e delle gambe, prima di andare ad appartarsi con qualche giovane in una capanna od un fienile. Poi come ogni sera rimaneva da sola, con l’animo compresso dal peso di una squallida esistenza, mentre i giovani che avevano scherzato e si erano sollazzati con lei la lasciavano in disparte e la abbandonavano al suo destino.”. Siamo nella taverna di Sauro, l’oste: “La maggior parte degli avventori di quella misera taverna era gente semplice, uomini e donne spesso poveri di frequenza scolastica o addirittura analfabeti, persone che non avevano mai messo piede fuori dal paese e per le quali quel piccolo locale pieno di fumo con un odore asfissiante di vino era tutto il loro mondo.”.
Ogni tanto ci prende la nostalgia per una vita così semplice e schietta. Soprattutto quando l’autore ci descrive con dovizia di particolari le varie attività agricole tipiche di ogni stagione e i tanti usi e costumi che si tramandano da generazioni. Pregevole la lunga descrizione della trebbiatura del grano che così si conclude: “Andava così a terminare una giornata impegnativa, fatta di polvere e di sudore, ma anche densa di gioia, la gioia vera regalata da una vita semplice, da una amicizia fraterna e sincera, dalla consapevolezza di essere arrivati tutti insieme al conseguimento di un grande risultato, quello di poter gustare il frutto succoso del lavoro.”.

In Andreuccetti il passato è come una pellicola che scorre nel presente e lo anima. La sua memoria compie il trait-d’union tra l’ieri e l’oggi.
La sfortuna e le disgrazie che colpiscono ogni generazione si mescolano alla potenza della natura, che sovrasta ogni cosa e afferma il suo dominio.
La natura è sempre fortemente protagonista nei romanzi di Andreuccetti, partecipe o insensibile al dolore altrui: “Nel cielo grigio, color cenere, spuntava ad oriente una macchia di luce di un azzurro tenue, che lievitava a poco a poco e pareva in attesa di abbracciarlo completamente. Stavano sparendo ad una ad una le stelle e rimaneva soltanto uno spicchio di luna che perdeva la sua brillantezza in attesa dell’arrivo del sole che dopo un breve saluto l’avrebbe spenta. L’aria del primo mattino era resa frizzante da un lieve soffio di vento e le piante, le strade, le case, acquistavano più nitidi contorni, mentre i primi contrafforti delle Apuane si stagliavano verso il cielo sgombro.
Stava sorgendo il giorno.”.
Sulla famiglia di Lorenzo incombe una disgrazia, la malattia del nonno Francesco, la quale sarà sempre più presente nella storia, acquistando un certo valore simbolico e propedeutico. Nel rapporto tra nonno e nipote, che sta passando dalla gioia rigogliosa alla malinconia dell’inanità, si sviluppano i misteri dell’esistenza, da cui ogni uomo è posseduto, al punto che nessuno resta mai padrone dei propri sentimenti e della stessa vita. La porta chiusa sarà la porta della camera del nonno a cui il ragazzo non potrà più accedere, onde nascondergli il processo irreversibile della morte, il quale mette a dura prova i sentimenti: “Il ragazzo non poteva immaginare che nella stanza c’era un’altra lugubre figura, quel fantasma che aveva stazionato a lungo, per giorni fuori dalla porta era finalmente riuscito ad entrare e con la sua ombra se ne rimaneva in agguato in un angolo della camera; la morte stava solo aspettando il momento opportuno per entrare in scena, come una fiera che dopo un lungo appostamento sta per avventarsi sulla preda.”.
Lorenzo impara a sopportare la sconfitta e il patimento.
Ma anche a non cedere raccogliendo dalla natura le occasioni di felicità che essa offre, com’è è il caso del primo bagno nel fiume Serchio: “Quella strana e magica sensazione che si prova ogni volta che usciti dall’acqua ci si stende sulla spiaggia e sembra che il mondo cada ai nostri piedi; la sensazione che ci porta ad apprezzare la bellezza della natura grande e generosa, che regala prima il morbido abbraccio dell’acqua, poi il tepore della rena ed infine la carezza del sole sulla pelle umida.”. Il suo rapporto con il nonno è l’architrave di tutta la storia.
Attraverso di esso, il romanzo ci sta insegnando che non è facile l’esistenza. L’anelito alla felicità non abbandona mai l’uomo, ma esso si deve temperare col dolore; la realtà deve essere spogliata di ogni illusione e davanti ad essa deve emergere ciò che di forte è sempre presente in noi, e diventare l’antagonista della sofferenza.
Francesco, Sofia, Renato, Maria e il piccolo Lorenzo ci proveranno.
Quando Lorenzo e i genitori, di ritorno dalla festa di San Graziano, che si tiene il 5 agosto, si perdono nel bosco, l’autore ci regala un’altra descrizione da mandare a memoria: “Era ormai giunto il buio pesto di una notte senza luna ed erano sfumati i contorni delle cose, i grandi castagni secolari sembravano ombre di giganti con le membra rivolte verso il cielo, sotto i piedi il terreno appariva uniforme e tutto uguale, senza alcuna affidabilità ed era ormai inesistente la possibilità di riuscire a scorgere una traccia di sentiero. Ogni tanto si parava davanti al viso una fronda che bisognava allontanare con le mani per riuscire ad andare avanti mentre i gufi e le civette avevano iniziato a fare udire la loro voce, mimetizzati e nascosti nella profondità della notte.”.
Quando si tratta di descrivere la natura, l’autore mostra di conoscerla molto bene, e non risparmia di offrircene i dettagli come gesto di amore: “Tra gli steli si faceva strada il coleottero nero, lento ed altalenante, che appena incontrava un ostacolo, una foglia o un fiore, era costretto con fatica ad aggirarlo, la cavalletta che procedeva più sicura aiutata dalle lunghe zampe e che ogni tanto spiccava piccoli salti. Un poco più in alto volavano invece gli insetti intenti a suggere il nettare dei fiori, l’ape e la vespa, il calabrone nero e quello giallo accompagnati durante lo spostamento dal loro continuo ronzio. Sopra questo universo variegato volavano leggere le farfalle, ora di colore bianco ora di colore giallo, andavano e venivano, muovendosi senza una meta precisa, prima in avanti e poi indietro, librandosi cullate dal vento fino a quando non andavano a terminare i loro volteggi sopra un fiore con un tocco morbido.”.
Anche gli uomini sono osservati con la stessa perizia: “Nell’interno dell’osteria qualche coppia giocava a carte tenendo in mano la immancabile sigaretta che poggiava ogni tanto sul tavolo prima di fare la propria mossa. Era un alternarsi di giocate e di tirate, mentre il fumo che saliva in alto per poi ricadere espandendosi ed invadendo il locale, offendeva gli occhi facendo socchiudere le palpebre per non lacrimare. Le imprecazioni alla malasorte e le bestemmie per l’andamento del gioco che non era quello desiderato si sprecavano.”.
Viene rievocata anche una tradizione, “la scampanata”, che ormai sta scomparendo e che fu oggetto anche di un mio libro che ha quel titolo. Nella mia storia la scampanata è fatta col rumore di piatti, pentole, trombe e quant’altro di chiassoso ed è rivolta ad una donna adultera, onde renderne noto a tutti il peccato. Quella di Andreuccetti è composta in versi dileggianti la persona oggetto di scherno, che poteva anche non essere una donna, ma un uomo dotato di qualche vizio come, ad esempio, la taccagneria: “Le frasi sarcastiche e pungenti che arrivavano alle orecchie da lontano destavano ilarità e spesso la gente gioiva nel vedere preso di mira un vicino noioso e prepotente perché è sempre stata cosa piacevole e insita nell’uomo poter godere dei guai altrui.”.
Per chi vi capitava sotto, cambiava la vita, caduta nell’osceno o nel ridicolo per sempre.
Andreuccetti fa scorrere davanti a noi il modo in cui una famiglia di campagna affrontava una esistenza difficile e spesso tormentata dalle sventure. Ma non vi è pessimismo nel racconto. Tutto è accolto con la pazienza che discende dalle generazioni passate e le stagioni colorano con le loro bizzarrie, coi loro immancabili ritorni e la loro bellezza la vita di ciascuno: “Le giornate di quella gente, in quei primi difficili anni cinquanta, erano dettate da ritmi sempre uguali, il lavoro nei boschi con il taglio della legna ed il trasporto a valle, le ‘opre’ nei campi, negli oliveti e nelle vigne ed infine la quotidiana visita all’osteria ad affogare nel vino le sofferenze derivate dai problemi di sempre, la carenza di lavoro, la fatica e la fame.”.
È così che le terre di Valdottavo, grazie a questo autore che le ha sempre amate, diventano un microcosmo in cui si riflette l’esistenza universale.


Letto 371 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart