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LETTERATURA: SCRITTORI LUCCHESI: Stelvio Mestrovich: “La commedia nella leggenda e altre storie”

13 Ottobre 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Stelvio Mestrovich e Lucida Mansi

Mestrovich ha scritto molto, spaziando in vari campi della narrativa e della saggistica. Per quest’ultima valgono i tanti lavori dedicati ai grandi musicisti, tra cui Mozart e Salieri e alla scoperta di altri che furono famosi un tempo ed oggi dimenticati, come Andrea Luchesi (Motta di Livenza, 23 maggio 1741 – Bonn, 21 marzo 1801). Per la narrativa ha scritto diversi gialli, tra questi “Venezia rosso sangue”, che hanno avuto come protagonista un discendente del famoso violinista Giuseppe Tartini (Pirano, 8 aprile 1692 – Padova, 26 febbraio 1770: “Il trillo del diavolo”), ossia l’ispettore Giangiorgio Tartini.

Oggi desidero segnalare di nuovo questo autore, non solo per ricordare il suo racconto lungo, “Suzanne”, di cui ho già scritto e che è forse il migliore tra i suoi lavori, ma perché ne ha scritto un altro di altrettanta bellezza e originalità: “La commedia della leggenda” dedicata ad uno dei personaggi più conosciuti della città di Lucca: Lucida Mansi (Lucca, 1606 circa – Lucca, 12 febbraio 1649).

Lucida Mansi

Sposata in seconde nozze con Gaspare Mansi, molto più anziano di lei, ambasciatore della Repubblica di Lucca e frequentemente assente dalla città, Lucida è passata alla storia come una donna lussuriosa e insaziabile, i cui numerosi amanti venivano da lei uccisi, facendoli precipitare da una botola segreta. Per restare sempre giovane e bella, fece un patto col diavolo della durata di 30 anni, dopo i quali il diavolo l’avrebbe trascinata all’inferno. La leggenda vuole che il giorno della resa dei conti, la carrozza che la conduceva all’inferno passasse sopra le belle mura della città circondata di fiamme e precipitasse laddove oggi sorge, nell’Orto botanico, il laghetto della leggenda.

Tobino le dedicò il bel romanzo “La bella degli specchi”.

Nella realtà, le cose, però, non andarono così.
Pare che la suggestiva leggenda sia stata costruita in Germania da rivali della famiglia Mansi, che aspiravano a screditare la nobile e importante casata lucchese.

Lucida morì, infatti, a 43 anni di peste, e la sua figura fu di una bellezza normale, limpida e quieta, nient’affatto sensuale come la leggenda la descrive.
Anche sui suoi amanti i conti non tornano; forse non ne ebbe neppure.
Rugiada Salom Ferretti, una sua discendente, mi fece omaggio di una copia digitale del suo ritratto considerato autentico, che ne conferma la composta bellezza.

Il racconto di Mestrovich si immerge pienamente nella leggenda che la vuole sfrenata amante e dispettosa e sfrontata sposa nei confronti del marito, che, venuto a sapere dei suoi tradimenti, riceve da lei il rimprovero per la sua avanzata età e le sue continue assenze: “”Che cosa pretendi da me? Che i miei vent’anni ti aspettino ogni volta sempre più verginali?”.

L’autore costruisce il racconto annullando le successioni temporali e ponendo sullo stesso piano passato, presente e futuro, come se la protagonista si ripiegasse con la testa all’indietro e all’improvviso, con una elasticità sorprendente, si raddrizzasse per arrivare con slancio ai giorni nostri e alla sua futura leggenda, per poi, infine, tornare a piegarsi all’indietro e ripetere, di scatto, e più volte, lo stesso movimento. Non esistendo più passato, presente e futuro, accade così che gli stessi personaggi non muoiono mai, aggiornandosi in un sequel di reincarnazioni.

La Lucida di Mestrovich non ha mai cessato di vivere e anche oggi sta dietro le nostre spalle a osservarci e cattura ciò che le interessa e conviene, soprattutto quando si tratta di imprese d’amore. Le sue conquiste (non vittime, però) sono sempre ben scelte e sapienti, a volte anche più di lei, nei giochi erotici, dai quali entrambi escono sempre compiutamente felici.
Nel suo andirivieni attraverso un tempo divenuto omogeneo e piatto, Lucida mantiene intatta la sua carnalità. Di ciò si avvedono i suoi amanti. Non è mai un fantasma, non è mai eterea.

Il pittore Piero Beccafumi è il discendente di David Beccafumi che ritrasse Lucida e di cui fu focoso amante. Gli somiglia; sta restaurando un dipinto nella chiesa di san Francesco e quando la donna lo avvicina, avverte subito che si tratta della protagonista della leggenda. Fanno all’amore e Lucida rivive la lontana passione per l’antenato.

Lucida assiste anche ad una commedia recitata da cinque attori girovaghi davanti all’antica e fatiscente villa di Catureglio: “Il tetto mezzo sventrato, le impalcature, i secchi intrisi di calcina, mattoni e pezzi di intonaco dappertutto. Soltanto la lapide sopra il portone è stata risparmiata.”.

Anche in questa rappresentazione si rivela tutta l’abilità dello scrittore che, con un registro multiforme che va dalla commedia dell’arte alla commedia dell’assurdo, crea e vivifica perfino situazioni di coinvolgente comicità. È uno dei momenti che giudico eccezionale di questo bel racconto: “Leone X: ‘Ebbene, mangia-api, sciogli la lira sfilacciata della miseria umana e innalzala senza tossire dove tu solo puoi. E voi, cortigiani, accendete i fuochi, abbassate le tende, impugnate le forchette giudicatrici, immergetele nel divino intingolo e, con l’obbligo del silenzio, date libero sfogo alle mascelle parassite.’”.

Pare di essere seduti alla tavola di Trimalcione, il celebre personaggio del “Satyricon” di Petronio Arbitro.

E ancora: “Cortigiano: ‘Giovanni Gazoldo e Girolamo Britonio, così si chiamano quei due che stanno là fuori, hanno la vescica cerebrale gonfia di liquame latino.’”.

Si va di nuovo a ritroso. Lucida ha fatto lo scatto e ora ha il capo rivolto verso l’inizio della sua storia: “Lucca, 8 ottobre
Il mio nome è Lucida.
Scrivo questo diario e appunti sparsi per accusarmi e per difendermi, riportando alla memoria avvenimenti e situazioni, velleità e passioni, inimicizie e amori della mia vita di tanti anni fa.
La mia pena è estinta.
Oggi posso, reincarnata, passeggiare nuovamente tra i cedri degli abeti della mia villa di Segromigno in Monte, studiando me stessa e i miei dolci e angosciosi ricordi. Senza alcuna presunzione.
Ricuso ogni forma di pietà e di simpatia e di disprezzo.
Lasciatemi odorare i fiori, adagiare sull’erba, riposare vicino al piedistallo della statua di Diana.
O Giovinezza, in verità non ho io vissuto in un sogno?”.

La struttura narrativa ci presenta un altro colpo di genio. Lo si trova nell’ultima nota del diario, con la quale il racconto si conclude: “Il mio carteggio finisce qui.
Se è vero che sono morta ieri mattina sulla panchina di villa Mansi, ho pochissimo tempo a disposizione. Ignoro quale via spirituale dovrò imboccare. Quando verranno a prendermi, pregherò gli angeli giustizieri o i demoni ottusi di tenere conto che io sono una leggenda e, come tale non posso sottrarmi all’obbligo di farmi vedere ogni tanto nei luoghi dove sono fiorita e nei quali debbo continuare a vivere.”.

Il racconto termina con il suo inizio. Tutto il fiume di parole che è seguito nasce da qui, da questa ultima pagina. Il percorso è risalito alla sorgente. E la sorgente non è altro che il prodotto della morte, dalla quale risorge e scorre per diffondersi e manifestarsi fuori dal tempo, ossia nell’eternità.

Seguono 12 racconti tutti ben scritti: 5 ambientati in una Venezia intima e misteriosa, tanto cara all’autore; 5 in una Russia da cui risalta il forte attaccamento a questa terra ancora magica e suggestiva, e 1 a Vienna e l’ultimo in Italia, il quale si conclude con queste parole: “L’onnipotente si era manifestato a Giulio lì, in quella chiesetta umile e silenziosa, abbandonata e depredata, nelle pareti umili e lisce.
Giulio non pregò retoricamente.
Invisibilia Dei per ea, quae facta sunt, intellecta conspiciuntur.
Uscito di chiesa, il professore capì che la sua sofferenza era stata compensata. L’indagine interiore, che gli era costata una giovinezza e un’anzianità aride e buie, era approdata finalmente al giusto lido.
Il cammino letterario, amato e protetto da Dio, lo aveva salvato.”.


Letto 372 volte.


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Bart