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LETTERATURA: STORIA: Sfollati!

2 Luglio 2012

di Mario Camaiani

Si era verso la metà di giugno del 1943 e nella stazione ferroviaria di Livorno si trovavano molte persone cariche di valigie, in buona parte sgangherate, legate alla meglio con spago…: si trattava  di gente che “sfollava” dalla città, duramente colpita da un violento bombardamento aereo un paio di settimane prima, e che emigravano in località, almeno al momento, più sicure. Abbandonare la casa, altri familiari che lì rimanevano, verso un futuro incerto e grigio, non era certo una bella prospettiva; ed i volti cupi e tristi dei partenti esprimevano eloquentemente quanto grande fosse la loro sofferenza intima. In questo clima, quasi surreale, ci trovavamo pure noi, mia madre ed io, in attesa della partenza verso Arezzo, mèta del nostro sfollamento. Partimmo a mattinata inoltrata e mano a mano che il treno procedeva verso Firenze diversi viaggiatori, sfollati da Livorno, scendevano alle varie stazioni, come stabilito in precedenza. Intanto ammiravo la bella campagna toscana, con dolci colline degradanti, con pianure coltivate con cura: la natura lussureggiante era esplosa nella annuale rinascita, il tempo era magnifico e tutto ciò procurava un senso di quieto benessere, purtroppo amareggiato dal pensiero della nostra situazione di profughi. Nel secondo tratto del nostro viaggio, da Firenze ad Arezzo, salimmo su un treno ancora più affollato del precedente e trovammo a stento due posti a sedere in uno scompartimento nel quale, fra le varie persone presenti, c’erano due suore: una, giovane, magra e compunta; l’altra già anziana, di corporatura robusta. Ad un certo momento entrambe, sommessamente, recitarono delle preghiere; dopodiché un signore si rivolse a loro, dicendo: “Vi ammiro, sorelle, ché pur in questo periodo di guerra, di male, riuscite a mantenervi tranquille, senza prenderla con chicchessia…” Al che la suora anziana dopo averci pensato un po’ gli rispose: “Per noi persone consacrate, che in piena libertà abbiamo deciso di servire il Signore con la totalità della nostra vita, non ci è difficile non giudicare malamente il prossimo; mentre chi è preso dallo spirito del mondo attribuisce le colpe di ciò che va male agli altri, mai a se stessi; ed è da qui che nascono le contese, le incomprensioni, le lotte.” Allora un altro degli astanti esclamò: “Ma che significa spirito del mondo?”. “Per spirito del mondo s’intende lo spirito contrario a Dio – riprese la religiosa –, del quale sono pervasi coloro che vivono senza preoccuparsi di problemi spirituali, sempre alla ricerca di felicità terrene, carnali, che sono effimere, fugaci e che lasciano nell’amarezza e nel tormento coloro che le perseguono.” Un altro passeggero intervenne nella conversazione: “E’ in questo mondo che si svolge la lotta fra il bene ed il male, fra Dio e satana, per il possesso delle anime; per cui, se ogni essere umano ha al suo fianco l’ angelo custode, ha pure altresì il demonietto tentatore. Sta quindi ad ognuno di noi rispondere liberamente all’invito del Signore, per il nostro bene, sia terreno, che eterno”.

Frattanto il treno si fermava alla stazione di San Giovanni Valdarno, ed il viaggiatore che aveva provocato l’argomento religioso, mentre si apprestava a scendere, salutò cordialmente gli altri i quali, altrettanto con simpatia, gli contraccambiarono il saluto: si percepiva dunque che la conversazione aveva determinato un’ atmosfera di amicizia. Ancora un altro tratto di strada ferrata, ed eccoci ad Arezzo: il viaggio era terminato! Giunti a casa dei nostri parenti, mia madre ed io fummo da essi benevolmente accolti: ci destinarono una cameretta con due lettini e la sera consumammo una buona cena, parlando di tutti noi, del mio babbo e degli altri parenti di Livorno, della guerra, della situazione generale, di tutto, insomma; e così si giunse all’ora di coricarsi che ancora i vari argomenti non si esaurivano. Mio zio, Ugo, uomo alto, atletico, era un valente pittore-decoratore molto ricercato perché i suoi lavori venivano eseguiti con competenza, serietà e onestà. Aveva un carattere  forte, leale, molto generoso; e di questa sua prerogativa ne aveva dato prova ospitandoci in casa propria. Stefano, mio cugino, un ragazzo intelligente, svelto e scattante, di un’età di un paio di anni maggiore della mia, lavorava col padre, aiutandolo validamente; Leda, sua sorella, venticinquenne, di altezza media, bella e simpatica, dopo la morte di sua madre, sorella di mio padre,  avvenuta qualche  anno prima, accudiva a tutti i lavori domestici della casa. Essa era sposata con un giovane concittadino, che stava prestando servizio militare in marina, ed era mamma di un bambino, di circa cinque anni di età. L’indomani del nostro arrivo ad Arezzo, io e mia madre ci recammo al comune per ottenere la residenza provvisoria in qualità di sfollati, la richiesta del sussidio, il cambio delle tessere annonarie: questo percorso amministrativo ci impegnò per tutto il mattino. Così intanto potemmo ammirare le bellezze della città, in particolare la parte vecchia, storica, adagiata su un dolce declivio che partendo dal basso raggiungeva la sommità sulla quale si ergeva, maestoso e imponente il duomo con lo svettante campanile, meraviglioso complesso architettonico visibile anche da molto lontano, fuori città. I giorni passavano ed avevamo allacciato alcune amicizie: mia madre con una vicina di casa, Adele, vedova, che viveva da sola; ed io con degli amici di mio cugino, in particolare con Marco, giovane sano ed esuberante, mio coetaneo, nipote di Adele, che spesso si recava dalla nonna; e con Aldo, un giovane un po’ mingherlino, introverso; ma intelligente e studioso. Leda stava bene con mia madre, la considerava come fosse sua madre e insieme svolgevano le attività casalinghe. Spesso tante persone ci chiedevano particolari sul bombardamento che avevamo subìto a Livorno e si meravigliavano delle ristrettezze alimentari cui colà eravamo stati sottoposti. Già, perché infatti ad Arezzo, nonostante il tesseramento annonario, i generi di prima necessità si trovava da comperarli, a prezzo normale, oltre le quote stabilite. Un sabato l’ amico Marco mi invitò ad accompagnarlo ad una adunata di giovani fascisti: accettai e ci andammo, lui  vestito da avanguardista ed io in borghese, ché la mia divisa era rimasta a Livorno. Alla sezione, molto affollata, c’era pure Aldo; e Marco mi presentò agli altri: “Questi è Mario, mio amico, sfollato da Livorno” Allora uno dei capi esclamò forte: “Salutiamo e accogliamo con piacere il nostro camerata livornese!” E lanciò il rituale grido: “Eia Eia Eia” al che tutti risposero: “Alalà!”; e questo per tre volte. Poi venne commemorato il padre di uno dei ragazzi presenti, deceduto alcuni giorni prima ed alla fine l’oratore alzando la voce esclamò: “Camerata Guglielmo!”, e tutti risposero, col braccio destro alzato nel saluto fascista: ”Presente!”. Infine l’amico Aldo fu invitato a salire sul palco ed un gerarca, un uomo di mezza età, indicandolo, cominciò a parlare: “Questo giovane, ammalatosi di un principio di tubercolosi, e questo qui si può dire apertamente perché tutti lo sappiamo, ora si è completamente ristabilito grazie alle cure ricevute nel nostro sanatorio cittadino…Ecco – e da qui l’uomo prese lo spunto per spostare l’argomento della guarigione di Aldo su di un piano di propaganda del regime -, la lotta antitubercolare, contro siffatta malattia contagiosa, ha raggiunto i traguardi prefissati: la tisi è stata quasi debellata completamente grazie all’impegno del nostro governo che ha costruito per tale scopo appositi ospedali in tutta la nazione, i sanatori. E come in precedenza è stato debellato il vaiolo ed altri epidemici morbi, tuttora la sanità nazionale è impegnata a formare un popolo sano, civile e operoso, con riguardo particolare per i giovani, che rappresentano la futura ricchezza del paese; ed a tal proposito molto efficiente esiste la  ‘ONMI’ (Opera Nazionale Maternità e Infanzia), che tutela sia le madri che la loro prole. Guai a quella nazione nella quale la natalità fosse nettamente inferiore ai decessi: essa sarebbe destinata ad un ineluttabile declino! Inoltre, sempre per suddetti obiettivi di sanità nazionale, sono stati eseguiti grandi lavori di bonifica del territorio trasformando zone da malsane in salubri, creando nuovi centri, nuove città, come, nell’Agro Pontino, quelle di Littoria e di Sabaudia! – Detto questo l’oratore, dopo una pausa, con veemenza concluse: – Tutto questo in linea generale; ma scendendo al presente, ben sappiamo come la situazione bellica, per noi, stia attraversando un periodo difficile, ed allora bisogna moltiplicare gli sforzi di unità, di compattezza, di fiducia nella nostre Forze Armate onde meritarci la Vittoria!”. La conclusione del discorso fu suggellata da un lungo, scrosciante applauso collettivo; dopodiché l’oratore gridò il rituale: “saluto al Duce!”, al che tutti i convenuti, all’unisono, col braccio destro alzato, risposero: “A noi!” Poi intonarono a gran voce l’inno ufficiale del partito fascista: “Giovinezza”, mentre gli avanguardisti, continuando a cantare, incolonnati in ordine col gagliardetto fascista in testa, presero a marciare per le vie cittadine. Ma alcuni non presero parte alla sfilata: tra questi ultimi c’ero io, ed anche Aldo. Lo accompagnai fino alla sua abitazione e parlando dell’adunata appena conclusa commentammo come il tono trionfalistico di come era stata condotta era disdicevole rispetto alla pessima realtà attuale generale, soprattutto militare. Aldo, con certa mia sorpresa, aggiunse: “Chiaramente  ormai la guerra è perduta, gli Alleati stanno per sbarcare in Sicilia e a niente valgono i discorsi retorici, enfatici: sarebbe l’ora che i nostri  governanti chiedessero una pace onorevole onde evitare tante altre stragi”. Al che risposi approvando il suo dire, con movimenti del capo a mo’ di assenso. Ad un mese esatto dopo il primo bombardamento, Livorno ne subì un secondo: babbo ci scrisse subito che stava bene, ma che purtroppo l’incursione aveva causato la morte di alcuni nostri conoscenti. E ci comunicò che il sabato seguente sarebbe venuto a trovarci.

Così avvenne: l’incontro di babbo con me e mia madre fu particolarmente commovente ed anche i nostri parenti aretini parteciparono con affetto a questo bell’evento familiare. Durante il pasto conviviale, gli argomenti, intensi, sulla triste attualità, s’intrecciavano tra i commensali. Da notare questo dire di babbo: ”Dopo questa nuova incursione aerea la ‘metallurgica’ è stata colpita di nuovo, e più gravemente: sono rimasti in attività solo un paio di reparti, ma con bassa produzione e con difficoltà nei trasporti ferroviari del materiale. Alcuni stabilimenti, praticamente distrutti, hanno dovuto sospendere la produzione, ma se ci colpiscono ancora, pure noi subiremo la stessa sorte”. Un brivido di preoccupazione ci percosse; poi, per sdrammatizzare, parlammo di cose normali, anche allegre. Nel pomeriggio andammo a passeggio per la città, la sera ci recammo al cinema; ed  in specie per babbo sembrava inverosimile vivere tranquilli, senza allarmi, né attacchi aerei, rispetto a Livorno, così tanto martoriata. La mattina seguente, domenica, andammo alla Santa Messa nel monumentale duomo e qui con piacevole sorpresa assistemmo ad un matrimonio che lì veniva celebrato, fra un ufficiale dell’esercito, piuttosto anziano, ed un crocerossina, assai più giovane. Ambedue erano in alta uniforme e presso di loro, in grande semicerchio davanti all’altare, erano presenti molti loro colleghi, ufficiali e crocerossine. Indi, al termine della cerimonia, all’uscita dalla chiesa, gli ufficiali fecero un corridoio umano schierandosi frontalmente fra loro e con le spade sguainate levate in alto  rappresentarono un arco di trionfo, nel quale, tra grida di festa e applausi di tutti i presenti, transitarono i novelli sposi, seguiti dalle crocerossine come damigelle d’onore. Per noi fu come assistere ad un interessante spettacolo. Nel pomeriggio accompagnammo babbo alla stazione, con il proponimento che fra qualche settimana, se la situazione lo avesse consentito, mamma ed io avremmo fatto un breve ritorno alla nostra città. Intanto ai primi di luglio gli alleati sbarcano in Sicilia: la guerra è ormai in casa nostra, nel nostro territorio! Ed ecco che la situazione precipita: il 25 luglio ’43, al Gran Consiglio del Fascismo, Mussolini viene messo in minoranza alla mozione di sfiducia, per cui si dimette da capo del partito fascista ed anche da capo del governo: il Re lo fa arrestare e nomina il maresciallo Badoglio capo delle forze armate. Tra la popolazione ci sono segni di turbolenza, ma l’esercito viene impiegato per reprimere gli eventuali disordini e ripristinare la legalità. Anche ad Arezzo avvengono siffatti tumulti, ed io mi trovo, in via Colcitrone, mentre, sull’imbrunire, sta scoppiando una violenta lite tra due fazioni di persone che via via stanno aumentando di numero e di virulenza. Si sente urlare: “Voi fascisti avete rovinato l’Italia: bene che vi hanno tolto il potere!”  “Il fascismo ha fatto rinascere l’Italia dallo sfacelo prodotto dalle lotte dei partiti!” “Ma come – urlarono altri che sopraggiungevano -, avete ancora il coraggio di parlare? Dovresti vergognarvi e rintanarvi in casa!” “Voi dovreste vergognarvi, ché quando le cose andavano bene eravate tutti consenzienti al regime; ed ora che stanno andando male, cambiate bandiera!” “Come? Osate insultarci: botte ai fascisti!”. Ed i due gruppi contendenti stavano per venire alle mani quando, fortunatamente, sopraggiunse di corsa un drappello di soldati che, armi in pugno, divisero i due gruppi rivali. Il graduato che li comandava, con tono deciso e categorico, ad alta voce si rivolse a tutti: “Basta! Fatela finita, altrimenti vi porto tutti in caserma con l’accusa di sedizione: il fascismo è crollato, ed il Re ha preso direttamente il potere,  nominando il Maresciallo Pietro Badoglio capo del governo. La guerra continua e l’Italia è ancora al fianco della Germania, ed intanto noi militari abbiamo il compito interno di far rispettare l’ordine pubblico e – alzando ancora più la voce concluse -: con tutti i mezzi!”. La turbolenta assemblea si sciolse ed io pensai come, paradossalmente, l’Italia fosse, in questo frangente, militarmente occupata dal proprio esercito! Siamo ai primi di settembre1943 e la situazione si evolve velocemente attraverso episodi eclatanti: il giorno tre gli angloamericani sbarcano in Calabria, cominciando la conquista dell’Italia continentale; il giorno otto il capo del governo Badoglio concretizza un armistizio col comando alleato; il giorno seguente il Re fugge da Roma e si rifugia a Brindisi; l’esercito italiano, abbandonato a se stesso, si dissolve ed i militari escono dalle caserme e si dirigono disordinatamente ognuno verso le proprie località, verso le proprie case. Anche ad Arezzo c’è una confusione indescrivibile: i militari, quasi tutti disarmati, si precipitano alla stazione per prendere il treno, per tornare a casa loro: non c’è più alcuno che comandi; ma in siffatto caos la gente, paventando chissà mai cosa potesse capitar loro, resta abbastanza calma, in trepida attesa degli eventi. I quali non si fanno attendere: in questo anomalo clima, passati alcuni giorni, ecco che in città si grida la notizia clamorosa: “Arrivano i tedeschi, stanno transitando verso il Valdarno, verso Firenze; ma un distaccamento, una colonna sta occupando la nostra città!”. Stefano mi si rivolge: “Mario, corriamo a vedere quel che sta accadendo…” E giù di corsa fuori di casa: quando giungemmo alla grande strada, nella bassa cittadina, sembrava che tutta la popolazione si fosse li riversata, tanta che ce ne era! Tanti attoniti; alcuni palesemente contenti; ma i più silenziosi e preoccupati; tutti però ad osservare l’interminabile colonna militare germanica: camion, artiglieria, blindati, cingolati, insomma un esercito! Queste truppe provenivano dal sud, dove erano di stanza nelle zone di operazioni al fronte di guerra, che allora si trovava nel basso meridione italiano; mentre in seguito si seppe che altre forze invadevano il nord Italia, provenienti dal Brennero. Poi osservammo   come i tedeschi avessero occupato tutti i punti chiave della città: la stazione ferroviaria, le caserme, la prefettura, il comune, la questura, e così via: tutto in modo rapido, preciso, eseguendo un copione ben preparato.

L’indomani affissero manifesti murali che invitavano la cittadinanza a stare calma ed a collaborare con le forze occupanti, per il bene comune. Ed ecco che, dalla radio, dai giornali, pochi giorni dopo si seppe che con una azione di eccezionale perizia aeronautica, il 12 settembre era stato liberato dai tedeschi Benito Mussolini che era recluso nel rifugio di Campo Imperatore, al Gran Sasso d’Italia. In quei concitati giorni notai che la sede del partito fascista, che era praticamente chiusa dalla caduta del regime, aveva riaperto i battenti e c’era tutto un via vai di persone che la frequentavano: i fascisti quindi rialzavano la testa. Ancora qualche giorno, ed ecco che il 23 settembre viene fondata la Repubblica Sociale Italiana (R. S. I.) con a capo Mussolini e con  il Maresciallo Rodolfo Graziani nominato capo di Stato Maggiore. La sede di questo governo è Salò; ma è chiarissimo ed evidente che la creazione di detto nuovo stato è avvenuta per opera della Germania che così, quando il nuovo esercito repubblicano sarà costituito, potrà contare su un valido alleato per le operazioni belliche in Italia. La formazione delle forze repubblicane, da ottobre ’43, si svolge in modo rapido e frenetico, e di pari passo vengono istituiti i nuovi organi amministrativi (prefetture, giunte comunali, polizie locali…): i soldati sbandati vengono ricercati e avviati alle nuove caserme; i giovani di leva devono presentarsi ai distretti cui sono destinati…ed i volontari, in genere diciassettenni, che si presentano spontaneamente per essere arruolati. Ed anche, per contro, stanno nascendo le formazioni partigiane, composte da volontari di varie estrazioni politiche, i quali si prefiggono di combattere l’invasore tedesco ed i fascisti repubblicani loro alleati, vivendo nella clandestinità, ed operando azioni militari onde facilitare la vittoria degli angloamericani. Altri invece si danno alla macchia e stanno nascosti, in attesa che arrivino gli Alleati, che finisca la guerra. Purtroppo la nostra Nazione è ora divisa in due: sia sul piano del fronte di guerra, che su quello della guerra civile, ancora più doloroso. Frattanto si era giunti alla fine di ottobre e purtroppo a causa di detti travolgenti avvenimenti, susseguitisi a ritmo incalzante, da un certo tempo le poste non potevano funzionare regolarmente, finché, finalmente, mamma ed io, per via epistolare, avemmo notizie di mio padre, che erano soddisfacenti; e lui ebbe le nostre. Quindi decidemmo di andarlo a trovare, nella nostra Livorno; e così, con il pensiero gioioso di ritrovarci presto insieme, attenuammo i tristi pensieri dovuti alla brutta situazione contingente.


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1 commento

  1. Comment di Mario Camaiani — 2 Luglio 2012 @ 15:06

     Come di consueto, l’amico Gian Gabriele  mi ha inviato un suo  dotto commento al mio lavoretto, che qui trascrivo.
    Lo ringrazio sentitamente e lo saluto.
    Mario.
     

     

     BREVE E SEMPLICE COMMENTO

              Lucida e precisa rievocazione dei fatti, a testimonianza di una memoria viva e di quanto abbiano influito gli episodi narrati nell’animo e nella mente dell’autore.

              Continuano, così, le “stazioni”, che sfogliano una realtà tesa ad inerpicarsi a ritroso ed a riportarci eventi storici ben puntualizzati e momenti struggenti all’interno del cerchio personale.

              L’analitica narrazione mantiene immancabilmente il tono pacato e altamente obiettivo, senza mai arrivare a forzature di ordine ideologico. Anzi ne emergono, a dispetto del momento drammatico, concezioni morali, civili e religiose sull’esistenza improntate al più puro spirito cristiano e di generosità. Da sottolineare anche i felici rapporti familiari e di amicizia, che ci portano a capire la grande sensibilità dello stesso autore e la instancabile voglia della gente di una pace e di una serenità, sconvolte dalle vicissitudini belliche.

       E non vanno, infine, dimenticati, in tal senso, lo stupore e la meraviglia intimamente avvertiti di fronte alle bellezze naturali ed artistiche, nonostante tutto. Tanto da ribadirci quel desiderio struggente di rinascita.

              Dunque, ancora un documento prezioso, attento e “costruttivo”, per ricordare e non travisare gli avvenimenti. Il tutto presentato attraverso una prosa chiara, scorrevole, essenziale, significativa.

                                                                       Gian Gabriele Benedetti

     

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart