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LETTERATURA: Stendhal: “La certosa di Parma”

7 Febbraio 2021

di Bartolomeo Di Monaco
(Da: Sìlarus – Anno X – N. 54-55; Luglio-Ottobre 1974)

Le lodi che Balzac levò della “Certosa di Parma” appaiono al lettore di oggi certamente eccessive e dovute soprattutto alla suggestione che l’ampia scenografia dell’opera doveva dare ad una anima sensibile del secolo scorso; tuttavia, segnalando la precipitosa conclusione della vicenda, Balzac annotava che il libro non era stato scritto con metodo e necessitava di una revisione.
Stendhal non tenne conto di questi rilievi e la Certosa di Parma che oggi leggiamo è la stessa che apparve nel 1839.

Il soggetto

Bisogna avvertire il lettore che non incontrerà alcun certosino nel romanzo e non avrà modo alcuno di mettere il naso dentro la Certosa di Parma, che così superbamente dà il titolo a questo indiscusso capolavoro.
L’idea di rinchiudersi in una certosa, infatti, viene a Fabrizio al termine dell’opera e precisamente nel capitolo XXIV (l’opera è articolata in XXVIII capitoli) e il nome della certosa di Parma appare addirittura, appena accennato, nelle ultime venti righe.
E qui ci troviamo di fronte ad un primo interrogativo: perché Stendhal scelse, e sopratutto non mutò, questo titolo che sembra così estraneo al romanzo?
Se si pensi alle traversie subite proprio nel titolo da “I promessi sposi”, opera contemporanea che nella suggestione scenografica ha più di una affinità con la Certosa, non possiamo che stupirci dell’indifferenza con cui Stendhal confermò il titolo del suo capolavoro: a meno che esso non voglia rappresentare una precisa chiave di lettura, assai malinconica; e cioè che tutto il chiasso e il movimento di cui è colma l’opera sono schiacciati da un destino ineluttabile: la certosa di Parma, ovvero il silenzio, la morte. Ciò tuttavia non comporta necessariamente che noi mandiamo a mente questa lezione, anche perché, come si diceva, essa fa capolino nel finale, quasi trascurata, e noi dobbiamo tener dietro durante la lettura a ben altro clamore.
Due — secondo noi — sono i protagonisti della storia. In primo luogo, la stupenda corte di Parma la quale, coi numerosi intrighi, col suo schieramento cortigianesco davvero completo (vi è di tutto), fa da propulsatrice alla storia. Dovunque i personaggi si trovino infatti, a Milano, a Napoli, in Francia: non vi è personaggio o vicenda che non muova da quella corte. Così è sufficiente che noi ci sediamo sui gradini del palazzo del principe Ernesto IV per essere certi di avere sottomano il romanzo.
In secondo luogo, la bellissima duchessa Sanseverina che, pur muovendosi all’interno della corte di cui è costantemente il gioiello più luminoso, la sovrasta con la sua decisa volontà di riuscire a fare, ad onta della corte stessa, la fortuna del nipote Fabrizio.
Lo scontro tra il coacervo di sentimenti (intrighi, benevolenza, gelosia, odio, maldicenza) di cui è colma la corte e questa sublime determinazione — che pur tuttavia si afferma avvalendosi delle arti cortigianesche — rappresenta il soggetto del capolavoro.
Fabrizio, che apparentemente sembra giocare un gran ruolo nella storia, non è altro che una propaggine della Sanseverina e infatti — anche per l’amore che questa ha per il nipote — dietro le vicende anche sentimentali di Fabrizio non possiamo fare a meno di scorgere la grande figura della duchessa.

I personaggi

Il solo che può comprenderla e intuirne le intenzioni è il conte Mosca Della Rovere, primo ministro della corte di Parma e suo amante. Questa coppia giganteggia nel romanzo e se è vero che dietro le vicende di Fabrizio intravediamo sempre gli ansiti e le preoccupazioni della duchessa, dietro costei non possiamo non scorgere le trame continue del conte Mosca, intese a proteggere ed a facilitare l’opera dell’amante.
Ė grazie a questa figura che nella Certosa l’amore occupa il posto che merita. Il conte Mosca infatti, mattatore della corte e della città di Parma delle quali conosce ogni particolare, si espone per amore agli intrighi degli avversari, facendo proprio lo scopo della duchessa: quello di dare a Fabrizio (un del Dongo come lei) una posizione di prestigio nella società.
Dal momento in cui decide di far questo, la sua vita è legata a quella della Sanseverina; ed entrambi sono così stupendi sia nei casi tristi che nella fortuna, così ben aldisopra degli altri personaggi, così affini nella dedizione completa al sentimento che noi stentiamo a preferire l’una all’altro.
I due per tutto il romanzo hanno un bel da fare per sciogliere gli intrighi fatti contro di essi e contro Fabrizio dalla corte, oppure per imbastirne a loro volta. Gli avversari più accaniti sono guidati da una donna altrettanto astuta ed instancabile e quasi diabolica nel tendere tranelli o nel profittare di situazioni favorevoli (ad esempio la morte di Giletti ad opera di Fabrizio): la marchesa Raversi, nella quale possiamo trovare la quintessenza dell’intrigo.
A capo del partito opposto a quello del conte Mosca, la marchesa è altresì nipote del duca Sanseverina, da poco sposato dalla del Dongo: ha quindi due ragioni di combattere la coppia, quella politica contro il conte e quella personale (l’eredità del duca) contro la nuova duchessa.
“Questa signora — scrive efficacemente Stendhal — grande virago dai capelli nerissimi, notevole pei diamanti che portava fin dal mattino, e pel belletto di cui si copriva le gote…”.
Tra i suoi strumenti vi è un «miserabile chiamato Rassi, una specie di ministro della giustizia”, come un anonimo viaggiatore riferisce alla duchessa, e più esattamente il fiscale generale della città di Parma.
Tanto costui è capace nel condurre a termine un incarico che il conte Mosca lo teme, pur disprezzando il suo falso atteggiamento di sottomissione; e nel momento più difficile in cui è in gioco la vita di Fabrizio, arriva con riluttanza a solleticarne la vanagloria: lo farebbe nominare barone.
Il Rassi infatti ha questo scopo nella vita, di conseguire un titolo di nobiltà e da qui il suo comportamento viscido che lo vede confidente anche del conte Mosca, di cui è scopertamente invidioso.
Il titolo di barone di Riva gli permetterebbe di abbandonare il nome di Rassi “divenuto sinonimo nel paese di quanto può esserci dì basso e di vile; il popolino dava il nome di Rassi ai cani arrabbiati…” (cap. XVII).
Di lui, autentica espressione insieme con la Raversi dell’intrigo cortigianesco, Stendhal ci ha lasciato uno stupendo ritratto nel capitolo XIV, pregevole per sintesi ed efficacia, che ciascuno dovrebbe leggere per gustare una bella pagina d’arte.
Questi quattro testé ricordati sono i personaggi che danno movimento al romanzo e che consentono anche il verificarsi di fatti i cui protagonisti possono sembrare, a torto, superiori ad essi.
Fabrizio, ad esempio, è tra questi; eppure di lui il romanzo è colmo: egli è al centro di quasi tutte le azioni e quando la pagina non lo trova protagonista, parla comunque di fatti che sono legati a lui.
Noi vediamo bene, però, la differenza tra la Sanseverina, il conte Mosca, la marchesa Raversi e il fiscale Rassi (quest’ultimo per la sua qualità di esecutore degli intrighi e quindi propaggine della Raversi) da una parte e Fabrizio dall’altra: egli è soltanto un’occasione che dà modo agli altri di imbastire il romanzo. Senza l’affetto (l’amore) della Sanseverina, senza gli intrighi della corte, la storia di Fabrizio non avrebbe senso, neppure se si tenga mente che alla fine, secondo quanto dicevamo all’inizio, tocca proprio a lui dare significato al titolo dell’opera.
Quando poi dà vita a qualche azione che lo rende per un istante autonomo dalla corte (le sue avventure galanti, i suoi amori improvvisi), egli infiacchisce ed è ricolmo di contraddizioni spesso ridicole.
Ad esempio, nel capitolo XXVII, quando assume in tutta buona fede quell’aria di sant’uomo, egli si lascia andare a prediche infuocate che strappano lagrime ai presenti e a lui stesso; eppure al termine del sermone consulta “con precipitazione l’orologio” per affacciarsi alla finestra e veder passare Clelia, divenuta la marchesa Crescenzi. Durante altre prediche, tenute anche queste in crescente fama di santità, s’innamora di una giovinetta sua ammiratrice, Annetta Marini, la quale è l’ultima delle sue numerose conquiste: infatti Fabrizio, che pure è nella carriera ecclesiastica e addirittura coadiutore dell’arcivescovo di Parma, si ricorda assai poco della sua posizione e non si tira mai indietro di fronte ad una sottana.
La Mariettina Valserra, la Bettina, la Fausta, Clelia sono le altre sue compagne d’avventura. Tuttavia, c’è più d’un’ombra nella vita sentimentale di Fabrizio, ombre che egli getta spesso su di sé chiaramente: nel cap. VII, avendo intuito che la duchessa lo ama, si lascia andare a questa riflessione: “ed io non avrò altro da offrirle che l’amicizia più viva, ma senz’amore; la natura mi ha privato di questa specie di follia sublime”.
Ritorna su ciò nel cap. IX (“Giacché sembra che non debbo conoscere l’amore”), nel cap. XI (“l’anima mia non è suscettibile d’amore”), nel cap. XIII (“Io amo certamente, come alle sei ho appetito!”).
Un rilievo particolare merita la figura di Aniken, che occupa così stretto spazio nel romanzo: di cui stentiamo a ricordarci, se non fosse che un accenno a lei fatto da Fabrizio in un momento di malinconia ci sospinge a ritornare al capitolo V, in cui una delle figlie dell’albergatrice di Zonders, Aniken appunto, la minore e la più ingenua, dovendo congedarsi da Fabrizio sul punto di partire, “lo abbracciò senza complimenti… lo informò piangendo che si era noleggiato un cavallo per lui”. Questa è forse la sola volta che Fabrizio si innamora — lo riconosce lui stesso nell’accenno che si diceva — ed è un amore trepidante, giovane, tutto racchiuso in quel palpitare della piccola ragazza, di cui si perderà presto il ricordo; un amore certamente privo di tutti quei succedanei (gelosia, impazienza, calcolo) presenti invece nell’amore adulto del conte Mosca.
Nemmeno l’amore di Clelia (altro personaggio minore) ha tanta giovinezza; esso infatti sboccia insieme con una “gelosia mortale” per la duchessa (cap. XIX). Più tardi si preoccuperà di farsi paladina del presunto amore tra zia e nipote e si rimprovererà il cattivo progetto di dir male a Fabrizio “della donna ch’egli ama”; infine si abbandonerà a lui dopo una serie di indecisioni che fanno di questa figura un’espressione di contraddizioni spesso ridicole, come abbiamo già visto per Fabrizio. Si pensi al voto di Clelia di non veder mai più Fabrizio, cui la donna, divenuta la marchesa Crescenzi, crede e si fa puntiglio di rispettare ricevendo l’amante di notte, “e non c’erano mai lumi nell’appartamento”. Da quelle visite notturne nasce Sandrino, che presto muore per un’altra delle cose ridicole che i due progettano di combinare: il suo rapimento per consentire a Fabrizio di tenere con sé il bambino.
Questa coppia, davvero minore, è tanto piena di ipocrisia quanto l’altra, rappresentata dalla duchessa e dal conte Mosca, è magnifica nella dignità e sobrietà del sentimento.
Abbiamo parlato di Fabrizio e di Clelia prima di introdurre altri personaggi minori, poiché i due hanno tanta parte nei meccanismi del romanzo; ma sopra di essi sta certamente la figura dell’abate Blanés, al quale sono legate alcune delle parti più belle del romanzo, quali il viaggio che Fabrizio fa per visitarlo nel suo campanile, intento a scrutare le stelle (cap. VIII) e la vista che Fabrizio ha della festa di San Giovita dall’alto dello stesso campanile (cap. IX).
Il personaggio dà l’occasione all’autore di spargere nella sua opera un po’ di astrologia e Fabrizio porterà sempre dentro di sé una specie di culto pei presagi, a cui tuttavia, in fin dei conti, non crede (cap. II). Così può contenere un presagio la vista di un prete, di un corvo o la coincidenza dei sette ceri dinanzi alla madonna di Cimabue nella chiesa di S. Petronio a Bologna (cap. XII). A poco a poco, questa semicredenza nei presagi diviene per il giovane del Dongo una religione ed egli “si ostinava a cercare come potesse essere provata, reale, del genere della geometria” (cap. VIII).
Quanto l’abate Blanés sia ricolmo di questa scienza e ne viva tutte le sensazioni, possiamo vederlo nel congedo che egli dà a Fabrizio nel capitolo IX, allorché essendo vicino le dieci, momento in cui — secondo una sua profezia — Fabrizio avrebbe dovuto lasciare il campanile, non permette al giovane di abbracciarlo per non fargli perdere tempo: eppure egli era per Fabrizio “un vero padre” (cap. VIII).
Come l’astrologia ha il suo posto nel romanzo grazie al rilievo che vi prende l’abate Blanés, così il giacobinismo ha il suo portavoce in un altro magnifico personaggio: il medico-poeta Ferrante Palla, che appare nel capitolo XXI, cioè quando il romanzo volge ormai al termine; ed egli lo tonifica, lo ravviva con una presenza originalissima di uomo estroso, rivoluzionario, pieno di idealismo, un po’ disordinato, ma soprattutto onesto. Il suo incontro, che lo vede superbo protagonista, con la duchessa nella foresta intorno al castello di Sacca è reso con una pennellata meravigliosa:
“Ad una svolta improvvisa che fece la duchessa nel continuare la sua passeggiata, lo sconosciuto le si trovò così vicino ch’essa ebbe paura… Lo sconosciuto ebbe il tempo d’avvicinarsele e si gettò ai suoi piedi. Era giovane, bellissimo uomo, ma orribilmente mal vestito; i suoi abiti avevano strappi lunghi un piede, ma i suoi occhi spiravano il fuoco d’un’anima ardente”.
Sarà lui che per amore della duchessa (“vi seguivo non per chiedervi l’elemosina o derubarvi, ma come un selvaggio affascinato da un angelica beltà”) concepirà e manderà ad esecuzione il piano per liberare Fabrizio dalla torre Farnese. Durante l’insurrezione dei giacobini, soffocata dal conte Mosca, è lui che ne è l’ispiratore; ed è lui, ancora una volta, l’avvelenatore del principe!
Altra figura ben disegnata è la cantiniera che Fabrizio incontra nel capitolo III, di cui Stendhal si serve per dare nel modo originale che diremo più avanti i prodromi della grande tragedia di Waterloo; dobbiamo segnalare infine la Mariettina Valserra (si noti lo stesso cognome di Fabrizio), un’attricetta che il giovane incontra nel capitolo VIII, mentre recita “La locandiera” del Goldoni:
“era una ragazza ingenua che rideva lei per prima delle cose graziose che Goldoni le metteva in bocca, e che essa pareva tutta stupita di pronunziare”.
Ella ha simpatia per Fabrizio e non tarda, senza tanti scrupoli, ad incontrarsi con lui; il giovane si ricorderà con piacere di quei momenti nel capitolo IX: “Quante volte mi sono annoiato nei lunghi convegni che la bella duchessa mi accordava; mai niente di simile nella stanza mezzo cadente che serviva da cucina dove la Mariettina m’ha ricevuto due volte, e due minuti per volta”.
Tuttavia, è proprio a causa di Marietta che precipitano le sue sventure, poiché essa ha un amante geloso, lo spilungone Giletti, che alla fine provoca un duello con Fabrizio e ne resta ucciso, offrendo all’intrigante Raversi un’occasione per tentare di sconfiggere la duchessa e il conte Mosca.

Lo stile

Lo stile — ma noi aggiungiamo anche il temperamento (non sono forse legati tra loro?) — è ciò che sconcerta in questo capolavoro, così ricco di movimento, di personaggi, di scenografia.
Non entreremo nel merito della sintassi né di quella che Balzac chiama sgrammaticatura, poiché la lingua, fortunatamente, non è la nostra (e non abbiamo certo titolo per scagliare la prima pietra!), ma evidenzieremo due momenti in cui la narrazione ci stupisce e ci costringe a ritornare indietro per tentare di comprenderla.
Non tardiamo molto ad inciampare in uno di questi, allorché è introdotta, dopo le prime due pagine, la figura del luogotenente Roberto.
Questi, ad un certo punto, avvia un dialogo; e noi nel leggere l’espressione “mi diceva il luogotenente Roberto” ci siamo chiesti chi fosse l’improvviso interlocutore, che dà un così violento scossone al genere del romanzo, trasformandolo ex abrupto in una specie di diario.
Poiché è da escludere che si possa identificare nel canonico di Padova, al quale Stendhal finge di far risalire la storia (infatti questi avrebbe continuato a scrivere il suo annale in prima persona) ed è altresì da escludere Fabrizio, allora appena nato come viene precisato alcune pagine più avanti, noi dobbiamo presumere che qui l’autore sia rimasto invischiato nella rete della finzione letteraria che stava tessendo (il manoscritto trovato) e si sia lasciato scappare il tratto autobiografico.
L’altro momento è legato nel capitolo VI alla figura di Carlone, del quale l’autore dice che non sa scrivere e al quale, invece, il principe Ernesto IV detta la lettera anonima per il conte Mosca.
Qualche traduttore (Maria Ortiz – ed. Sansoni 1949, ad esempio), magnanimo e di buon gusto, ha reso quel “Carlone ne savait pas écrire” con “mancava d’educazione”; ma certo anche qui sta un segno del misterioso carattere di questo grande autore.
Ciò che più ci colpisce tuttavia e dobbiamo sottolineare, sono le numerose pagine in cui l’autore descrive situazioni o stati d’animo con una tale ingenuità — ma si deve dire più esattamente banalità — da farci dubitare che dalla stessa mano siano uscite descrizioni memorabili.
Abbiamo già detto del grosso difetto della parte finale del romanzo, così rapida da mozzare spietatamente il vasto respiro che fino a quel punto ha la storia; ora dobbiamo aggiungere che almeno per le prime cento pagine e comunque fino al capitolo VI il romanzo è prolisso e banale e stentiamo a credere che Stendhal si educasse a scrivere leggendo il codice civile, come lui stesso disse.
Così, ad esempio, sono svenevoli e colme di romanticismo deteriore la descrizione dello stato d’animo della duchessa (allora contessa Pietranera) mentre, dopo la morte del marito, passeggia con Fabrizio sulle rive del lago di Como (cap. II), oppure nel cap. III il desiderio di Fabrizio di conoscere il maresciallo Ney; come anche le parole che il giovane del Dongo, nel cap. IX, rivolge a Lodovico uscendo dalla chiesa di S. Petronio; o la gelosia dello sconosciuto conte M… per Fabrizio che gli insidia l’amante Fausta (cap. XIII), subito seguita — questa parte davvero ridicola — da un’agile ed efficace descrizione della caccia che il primo fa per scoprire l’identità del rivale nella chiesa di S. Giovanni.
Sono infine assai risibili le pagine dedicate ai sermoni di Fabrizio nella chiesa della Visitazione (cap. XXVII).
Ma di quest’aria madida di stucchevolezza v’è traccia in tutto il romanzo, che rimane così contrassegnato da una inevitabile imperfezione, fatto com’è di toni alti e bassi, di pagine di grand’arte e di pagine che paiono scritte da un adolescente innamorato.
Certo è che sui difetti che abbiamo dovuto purtroppo segnalare, la vince senza dubbio l’arte poiché, una volta terminata la lettura, tutte le smagliature scompaiono e restano ben salde nella memoria le pagine stupende che fanno della Certosa anche un capolavoro di stile.
Si vedano innanzitutto quelle iniziali in cui l’autore (riscattando i grossi difetti presenti in quest’avvio) fa rivivere la battaglia di Waterloo attraverso il movimento e lo stato d’animo di piccoli gruppi e di singole persone. Egli cioè pone l’obiettivo sugli avvenimenti a margine della battaglia e riesce a darci la sensazione della tragedia che si sta compiendo (si pensi, ad esempio, alla paura che Fabrizio ha che gli rubino il cavallo, così prezioso in quei momenti).
Ė qui che appare la figura della cantiniera, di cui abbiamo già parlato, la quale gira col suo carro per il campo di battaglia e del caporale coraggioso che porta alla salvezza i suoi uomini. Vi è poi il rapido passaggio del gruppo dei generali diretti al fronte; e l’episodio della trattoria del “Cavallo bianco”, allorché Fabrizio si trova comandato a far la guardia ad un ponte di legno da dove transitano via via gruppi di disertori. Ė proprio in seguito alle ferite riportate in questo incarico che Fabrizio finisce poi nell’albergo “della striglia”, dove troviamo la delicata Aniken.
Seguendo sempre la stessa tecnica, Stendhal ci offre un’altra descrizione magnifica nel capitolo IX, quando, dall’alto del campanile dove lo ospita l’abate Blanés, egli osserva dapprima i giardini della sua casa e poi i preparativi per la processione di San Giovita: “Proprio ai piedi del campanile, una quantità di giovinette vestite di bianco e divise in differenti schiere erano occupate a tracciare dei disegni con dei fiori rossi, azzurri e gialli, sul suolo delle strade per le quali doveva passare la processione”.
Quindi, osserva la partenza dei paesani al termine della festa: “Molte barche partirono piene di contadini che tornavano a Bellagio, a Menagio e ad altri villaggi sul lago; Fabrizio distingueva il rumore di ciascun colpo di remi”.
Di contro a dialoghi banali, a cui abbiamo più sopra fatto cenno, sta infine nel capitolo VIII l’umanissimo colloquio tra Fabrizio e l’abate Blanés.
Un altro aspetto dello stile di Stendhal è quello didattico, espresso dalla tendenza di questo autore a spiegare il significato di certi usi, di certo costume, di talune parole italiane. Di esempi il romanzo è pieno; citiamo tra tanti: nel cap. VIII la spiegazione delle compagnie comiche; dei mortaretti nel cap. IX; dell’uso del “tu” nel cap. V e del “voi” nel cap. XV; delle calze violette pei monsignori nel cap. VI; dell’espressione “terzo incomodo” nel cap. VII; del carattere vendicativo degli italiani nel cap. XXI; dell’avarizia nel cap. XXIII.


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Bart