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LETTERATURA: STORIA: Cola di Rienzo e Benito Mussolini

7 Febbraio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Come ci racconta la Storia il popolano Cola di Rienzo (Nicola figlio di Lorenzo) riuscì a raggiungere dal nulla una invidiabile potenza che lo mise a paragone di molti sovrani importanti di quel tempo, il XIV secolo. Voleva restituire all’Italia i fasti e il prestigio dell’antica Roma. Ma il potere gli diede alla testa, a tal punto che fece una misera fine. Avvertita la mala parata, si camuffò da contadino e cercò di mescolarsi alla folla. Senonché qualcuno notò che dalle maniche della sua veste spuntavano braccialetti d’oro ai polsi e anelli alle dita e fu riconosciuto. Da lì a gettargli contumelie e massacrarlo fu un amen. Il suo cadavere fu tenuto per due giorni appeso a testa in già, finché il suo corpo non fu bruciato.

A Luigi Barzini jr. la vita di Benito Mussolini ricorda quella di Cola di Rienzo.
Nel suo libro “Gli Italiani. Virtù e vizi di un popolo” descrive alcuni tratti del dittatore fascista:

“Un vecchio socialista di Bologna, Aldo Parini, uomo modesto ch’era buon amico di Benito Mussolini in gioventù, gli chiese di parlar- qualche anno prima dell’ultima guerra. Il duce lo ricevette a Palazzo Venezia. Parini non aveva nulla da chiedergli per sé; aveva un posto e la politica, disse, non lo interessava più. Implorò tutta- il dittatore di aiutare alcuni dei loro ex compagni, uomini onesti -e avevano combattuto con loro le battaglie socialiste all’inizio del secolo, ed erano adesso in miseria, nell’impossibilità di trovare lavoro; perseguitati dalla polizia. Non avrebbe potuto forse smettere di angustiare la loro vita e magari assegnare ai più anziani e ai più poveri □a piccola pensione, attingendo ai fondi segreti? Mussolini amava recitare la parte del principe magnanimo e generoso. Assicurò al vecchio compagno che quanto chiedeva sarebbe stato fatto, e annotò i nomi dei socialisti bisognosi. Poi prese a parlare della situazione in generale.
«Indossava un vestito di lino bianco. Era estate. Aveva la faccia abbronzata dal sole», mi disse anni dopo il vecchio socialista, quando Mussolini era ormai morto. «Si pavoneggiava, faceva smorfie, spingeva il mento in avanti, fletteva le ginocchia, con le mani sui fianchi, come solevano fare gli ufficiali di cavalleria, sempre d’ottimo umore. Ricordò alcuni comuni amici. Si vantò dei successi del suo regime. Io non aprii bocca. Allora mi disse: “Sei ostinato e sciocco a non divenire uno di noi. Perché non ti iscrivi al partito?”. Sentii che se avessi risposto affermativamente, se avessi detto di essere stanco di vivere isolato dal resto dei miei compatrioti, egli mi avrebbe dato la tessera li per li. Avrei risolto molte difficoltà. Ma volevo mantenermi fedele agli ideali della mia gioventù, e risposi di no, che ero contento così e non avevo bisogno di niente. Dissi: “Questo tuo regime, ho paura, finirà male. Succede sempre così. Benito, morirai come Cola di Rienzo”. A queste parole, che contenevano il mio vero pensiero, ma erano pronunciate in tono leggero, Mussolini fece una delle sue smorfie, che simulava orrore esagerato, e poi rise e si guardò le mani, aperte dinanzi a lui, con le dita ben tese, le larghe e corte mani da contadino. Quel che rispose non lo dimenticherò mai. Disse: “Non porto anelli, come vedi. A me non accadrà”.»

Mussolini nacque a Dovia di Predappio, vicino a Forlì, in Romagna, il 29 luglio del 1883. Suo padre era fabbro, un ardente rivoluzionario, (un «socialista primevo», lo chiamò qualcuno) e diede al suo primogenito il nome di Benito Juarez, il capo messicano della ribellione contro Massimiliano; sua madre era una maestra di scuola. Fu cresciuto nell’odio della Chiesa, dell’esercito, del re, dei carabinieri, della legge, dei ricchi, dei colti, dei ben lavati, di coloro che avevano avuto successo nella vita, di ogni sorta di autorità, tutte le cose che doveva in seguito difendere, amare e odiare, come aveva amato e odiato i rivoluzionari proletari della sua giovinezza: spesso li chiamava con disprezzo «tagliatelle socialiste». Era un ragazzo turbolento, deciso a primeggiare in tutto, fiero, litigioso, vanaglorioso, superstizioso e non sempre molto coraggioso. Un biografo amichevole scrisse: «Attaccava lite per il piacere di litigare; quando vinceva al gioco, voleva più della posta, quando perdeva si rifiutava di pagare». Fu espulso da due scuole per aver accoltellato col temperino due compagni. Molti dei suoi coetanei lo odiavano. Alcuni lo amavano e lo ubbidivano come un loro capo. I vecchi di Romagna ricordano ancora il suo acerbo fascino fanciullesco, i sorrisi seducenti, la feroce fedeltà che suscitava tra gli amici e il fanatismo tra i seguaci. Fu sempre convinto che lo aspettasse un grande destino. «Un giorno», disse alla madre quando era ancora ragazzo, «farò tremare il mondo.» E cosi fu.
Nel 1901 divenne insegnante elementare. L’anno dopo fuggi in Svizzera per evitare la coscrizione: si trattava allora di un dovere per un rivoluzionario serio. A Losanna tentò, una o due volte, di entrare effettivamente a far parte della classe lavoratrice trovando un posto da semplice operaio, ma si accorse che il lavoro duro non gli piaceva. Preferiva di gran lunga leggere letteratura rivoluzionaria e parlare. Lesse (come Cola di Rienzo i classici e la Bibbia) con voracità e senza alcuna discriminazione, per la massima parte ribelli pre-marxisti o non-marxisti, compresi Nietzsche, Sorel e Schopenhauer. Di Marx, a quanto pare, lesse soltanto il Manifesto. Predicava la violenza indiscriminata, l’ateismo, la lotta di classe, il «mito dello sciopero generale», e la rivoluzione per amor della rivoluzione, ai suoi compatrioti, quasi tutti poveri muratori immigrati, i quali rimasero talmente colpiti che lo elessero segretario del loro sindacato. Cercò la compagnia di altri rivoluzionari, ch’erano allora per la maggior parte nichilisti, anarchici e socialdemocratici russi. Lo chiamavano familiarmente Benituscka; lui si autodefiniva, più drammaticamente, un «apostolo della violenza».
Non si lavava mai, si radeva ogni tanto, portava i capelli, che andavano diradandosi, lunghi sulla nuca, e alloggiava dove poteva. Una volta dormi insieme a una ragazza in una cassa da imballaggio abbandonata sotto un ponte. La polizia lo teneva d’occhio e lo arrestò varie volte. Angelica Balabanova, la socialista russa, gli fu amica e per qualche tempo ne rimase affascinata. Si rese conto che, dietro lo schermo dei suoi discorsi spacconi, blasfemi e ribelli, egli era un uomo timido, a disagio quando si trovava alla presenza di persone che sospettava gli fossero superiori socialmente o intellettualmente. In realtà ammirava se stesso nell’interpretazione del grande personaggio che andava man mano inventando, una interpretazione un poco melodrammatica: nessun focoso rivoluzionario, rifugiato allora in Svizzera, intimoriva, nelle apparenze, quanto lui. Non certo Lenin, che, con diligenza, recitava invece la parte di un modesto professore.

Mussolini tornò in Italia nel 1904; era nato l’erede al trono e di conseguenza era stata concessa un’amnistia. Fece il maestro di scuola in un villaggio, andò sotto le armi come bersagliere (risultò essere, in fin dei conti, un buon soldato), si diplomò insegnante di francese per le scuole medie, e lavorò a tempo perduto come giornalista, agitatore socialista e organizzatore. Incominciò a migliorare la propria oratoria, elaborando a poco a poco una tecnica che doveva fare di lui imo degli oratori popolari più abili e più capaci di trascinare le folle. Si preoccupava ben poco della logica e della verità di quanto diceva, purché le sue asserzioni fossero energiche e travolgenti. I suoi gesti avevano ritmo e vigore. Si serviva di frasi brevi, incalzanti, senza alcuna chiara connessione tra loro, separate da pause lunghe e drammatiche; talora cambiava improvvisamente tono ed espressione, diventava didattico, o minaccioso, o pesantemente ironico e sferzante, per terminare in un crescendo di violenza, con una tempesta di vituperi. Quando il pubblico era trascinato dalle sue parole, si interrompeva a volte, i pugni sui fianchi, e poneva agli ascoltatori una perentoria domanda retorica. La folla urlava la risposta inevitabile. Il discorso diveniva allora ima specie di dialogo concitato, in seguito al quale gli spettatori rimanevano coinvolti in decisioni che non avevano avuto il tempo di meditare. Mediante gli scritti violenti e l’eloquenza incendiaria, si affermò nell’organizzazione del partito socialista, finché, nel 1912, venne nominato direttore dell’organo del partito, l’«Avanti!».
Come direttore del giornale ebbe un grande successo. La tiratura del- l’«Avanti!» salì da cinquantamila a duecentomila copie sotto la sua guida. La parte del giornalista popolare fu una delle poche in vita sua ch’egli non dovette recitare perché lo era davvero; fu forse il migliore del suo tempo in Italia, e si rivolse non alla prudente minoranza colta, che era esigua, ma alle masse praticamente analfabete e facilmente travolte da emozioni primitive, che erano milioni. Quelle stesse doti che facevano di lui un eccellente direttore di giornale, abile nello scatenare la folla, fecero di lui un pessimo statista: la sua intelligenza intuitiva e superficiale; la capacità di semplificare e drammatizzare; un interesse alla giornata soltanto per gli eventi più sensazionali; un punto di vista strettamente partigiano; la noncuranza per la verità, l’esattezza, l’obiettività e la logica quando ostacolavano le sue tesi e guastavano un bell’effetto; la capacità di perseguire i suoi scopi spettacolari senza lasciarsi turbare da scrupoli, dubbi o critiche; e, soprattutto, un’abilità istintiva nel cavalcare le ondate del tempo, quali che fossero, di sapere che cosa voleva sentirsi dire la gente, e da quali basse emozioni collettive si lasciasse più facilmente trascinare. Se gli italiani fossero stati un pubblico di lettori di giornali come quello inglese, l’«Avanti!» avrebbe raggiunto facilmente una tiratura di due o tre milioni di copie. Tenuto conto della situazione, duecentomila copie si devono considerare un miracolo.
Mussolini si trasferì allora a Milano con la famiglia, composta dalla sua compagna Rachele, ch’era la figlia giovanissima dell’amante del padre, e dalla figlioletta, Edda, che gli somigliava, con due grandi occhi neri in un viso pallido e ossuto. Vestiva solo un pochino meglio del- l’«apostolo della violenza» dei tempi di Losanna. Continuava a lavarsi di rado, si radeva due sole volte alla settimana, indossava lo stesso vestito finché non cadeva a pezzi, e dimenticava di allacciarsi le scarpe. Quando parlava faceva strane smorfie, si serviva di termini violenti e impubblicabili, aveva un’indole collerica, ma riusciva, come ai tempi di scuola, ad attrarre amici fedeli e seguaci fanatici.

V’era in lui qualcosa che stupiva e affascinava quasi tutti, compresi alcuni dei suoi avversari. Quasi tutti coloro che lo conoscevano bene, che parlavano spesso con lui, che lavoravano per lui, divennero le vittime di questo fascino inesplicabile. Molti uomini si innamoravano letteralmente di lui come se fosse stato una donna, irragionevolmente e ciecamente, disposti a perdonargli tutto, le debolezze, la villania, gli errori, le menzogne, la presunzione, la cocciutaggine e l’ignoranza. Uno di essi, che aveva lavorato con lui dal 1914, Manlio Morgagni, si tolse la vita nel luglio del 1943, dopo aver scritto queste parole su un pezzo di carta: «Il duce ha rassegnato le dimissioni. La mia vita è finita. Viva Mussolini!». Attraeva anche molte donne. Le trattava rudemente, come aveva fatto con le contadine di Forlì, prendendole a volte, senza alcuna spiegazione preliminare, sul duro pavimento del suo studio o in piedi contro una parete. Soltanto alcune di loro intuivano la sua timidezza, la sua mancanza di sicurezza, il suo desiderio di ammirazione e di affetto. Queste ultime duravano qualche tempo. Le altre, ipnotizzate e spaventate, venivano subito congedate.
La prima impressione che ebbi di lui, anni dopo, nel 1932, durante le grandi manovre, mi turbò. Portava un berretto bianco da yachtsman, il colletto aperto alla Robespierre, una giacca nocciola a doppio petto da uomo d’affari, calzoni militari grigioverdi al ginocchio, e stivali neri. Sembrava un personaggio da circo equestre, tra uno spettacolo e l’altro. Forse quel modo di vestire voleva simboleggiare la molteplicità dei suoi interessi: i cavalli, gli affari, il mare, la vita economica della nazione, la rivoluzione francese e l’esercito. Non alto di statura, tarchiato, dava l’impressione di essere rozzo e ostinato. Ricordo la grossa testa calva color avorio, gli sporgenti occhi neri nella faccia pallida, la mascella prominente, i denti gialli distanziati (segno di fortuna, stando alla credenza popolare), una piccola escrescenza sul cranio e il grosso neo nero sotto il mento. Muoveva le braccia e le gambe come fa un lottatore perché i vestiti gli si adattino meglio.
Scrissi nel mio diario: «Egli è il macchinista sulla locomotiva, noi siamo i passeggeri sul treno lanciato in gran corsa. Riuscirà sempre a vedere se i ponti più avanti sulla linea sono ancora in piedi o sono stati distrutti da una piena? Speriamo». È vero ch’io non ero stato esposto al suo fascino, in quanto non gli avevo parlato. Mi ero limitato a guardarlo, per giorni e giorni, da breve distanza, negli osservatorî. Lui, naturalmente, recitava la parte dell’uomo dalla volontà indomabile «che», come proclamavano pressappoco allora le grosse lettere nere sulle case dei villaggi, «solo Dio avrebbe potuto piegare.» In realtà, continuava ad essere, com’era stato sempre, sordo alle critiche, caparbio, sospettoso, ma anche timido, volubile, indeciso la maggior parte delle volte, incline ad adottare l’opinione dell’ultimo che gli parlava. Si sforzava di celare la sua irresolutezza e la sua paura dietro la maschera del condottiero pronto a tutto. Ma ero troppo giovane e inesperto per rendermene conto. Lo accettai per quello che sembrava.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart