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LETTERATURA: STORIA: I MAESTRI: L’Encyclopédie. Anche Goethe non capì

2 Giugno 2016

di Ermanno Migliorini
[da “La fiera letteraria”, numero 42, giovedì, 17 ottobre 1968]

Enciclopedia
ordinata da Diderot e D’Alembert
Laterza, pagine 916, lire 8000.

Relativamente da poco tempo un’at­tiva industria filologica si sta eserci­tando intorno a quella grande « mac­china da guerra » che fu l’Encyclopédie, cercando di chiarire i numerosis­simi misteri della sua storia interna, i complessi problemi sollevati dalle at­tribuzioni degli articoli o dalla ricogni­zione delle fonti. Lo studio dell’enor­me edificio enciclopedico, con i suoi diciassette volumi in folio più quelli delle planches, le sue 60.200 voci, ha la capacità di dare lavoro ancora per molti anni a schiere di storici anche senza pensare che sia mai possibile (e forse utile) rendere ragione sia pure soltanto dei particolari più rilevanti.

E’ questo comunque un compito che spetta proprio al nostro tempo, che è stato da noi coscientemente assunto come un dovere: ed è significativa la spontanea convergenza di attenzione che, nei confronti dell’Encyclopédie, si è prodotta ormai in tutto il mondo, unitamente a un’attenzione rinnovata per la sua fortuna e la sua diffusione fuori di Francia. Perché alla base del­l’interesse filologico e, in senso largo, « tecnico » per l’Enciclopedia sta ov­viamente « una diversa valutazione della rivoluzione borghese e della sua ideologia, una rinnovata consapevolez­za dei valori universali che essa espresse e non realizzò », come scrive con la solita acutezza uno dei nostri più attenti studiosi del pensiero illu­ministico, Paolo Casini, nell’introdu­zione a una sua recentissima scelta di « voci ».

Le speranze dell’Enciclopedia

Nella sua breve introduzione alla traduzione di un gruppo di articoli (scelti con molta oculatezza) Paolo Casini si sofferma proprio sulla fortu­na dell’Enciclopedia, sulla sua rapida diffusione e sul suo rapido declino quando il riflusso controrivoluzionario e antigiacobino addossò a Rousseau, Voltaire e agli enciclopedisti la faute del Terrore, e la borghesia che si era riconosciuta in quelle pagine rifiutò le conseguenze che sembravano derivar­ne: alle soglie del nuovo secolo, infat­ti, « il materialismo, l’irreligione, la critica sociale e politica, il pragmati­smo scientifico e tecnologico dell’Enci­clopedia — in una parola la filosofia dei philosophes — apparvero dotati di una carica eversiva che andava ben al di là dei nuovi compromessi raggiunti: ossia, demoni da esorcizzare ».

Il che se è verissimo per quanto ri­guarda la cultura letteraria e filosofica (e basta pensare in genere alla reazio­ne romantica e, fra l’altro, alla Enci­clopedia hegeliana) è forse meno vero, o meglio è vero per ragioni diverse, per quanto riguarda le tecniche e le scienze; certo è che il grande sogno diderotiano di lavorare per il futuro, di costituire la forma di un edificio desti­nato ad arricchirsi e a completarsi andò in gran parte deluso. La rivolu­zione spazzò via le speranze enciclope­diche; la profezia diderotiana, che po­neva appunto nel momento successivo a una grande e rovinosa rivoluzione il momento di maggiore utilità dell’Enci­clopedia, fu rovesciata: « Il momento di maggior gloria », scriveva infatti Di­derot nel Prospectus, « per un’opera di questa natura sarebbe quello immedia­tamente successivo a una grande ri­voluzione che avesse fermato il pro­gresso delle scienze, interrotto il lavo­ro delle arti, rituffato nelle tenebre una parte del nostro emisfero. Quale riconoscenza la generazione successi­va a un’epoca così oscura avrebbe per gli uomini che l’avessero paventa­ta da lungi, e ne avessero prevenuto i danni, ponendo a riparo le conoscenze dei secoli passati! ».

Sonante di martelli e di telai

Ma non fu, quello che venne, il mo­mento di maggior gloria, non vi fu riconoscenza. Il grande torto degli enci­clopedisti, per gli uomini della reazio­ne romantica, era stato quello di aver voluto realizzare il programma di una cultura unitaria o comunque di aver­ne avuto l’aspirazione e di averla tena­cemente difesa. L’Enciclopedia è uno degli ultimi tentativi di accostare in un’unica grande opera le tecniche (per la prima volta liberate dai miste­ri dei rituali corporativi e riportate ai loro princìpi teorici), le scienze e le discipline filosofiche, politiche, morali, religiose, in un’unità che fu il frutto di una temperie, di un equilibrio mo­mentaneo al cui mantenimento non furono estranee le forze della polemiica. Una specie di reticolato steso uni­formemente sul mondo per prenderne possesso.

Ma già Goethe manifestava il suo di­sgusto per la via enciclopedica alla cultura, il suo disprezzo per le tecni­che che, introdotte in quel modo nel­l’edificio enciclopedico, ne rappresen­tavano, forse più che le troppo note posizioni filosofiche, uno dei maggiori e sotterranei elementi sovvertitori. In quel contesto l’attenzione al lavoro dell’uomo, nel suo aspetto tecnico, ele­vava il lavoro a cultura. Ma la borghe­sia aveva scelto ormai altre strade, era in ben diverse disposizioni: l’Enci­clopedia sonante di martelli e di telai doveva dunque apparire qualcosa di mostruoso. I grandi opifici potevano esistere ormai anche senza che i lette­rati e i filosofi se ne occupassero: « Quando sentiamo parlare degli enci­clopedisti, o apriamo un volume della loro opera mostruosa », scriveva Goe­the, « ci accade come a chi vada tra gli innumerevoli rocchetti e telai in movimento di una grande fabbrica, ove, nel gran fragore e ronzio, dinanzi a macchinari che confondono sguardo e mente, a procedimenti che si connet­tono l’uno all’altro nel modo più vario e inafferrabile, osservando tutto ciò che è necessario per tessere un pezzo di stoffa finisca per prendere in uggia perfino l’abito che indossa ».

Questa avversione, come si è visto, è durata quasi fino ai nostri giorni.

 


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