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LETTERATURA: STORIA: Il silenzio delle Istituzioni e lo spirito di rassegnazione dei cittadini

17 Dicembre 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Rispondono mai le Istituzioni ai cittadini che ne chiedono l’intervento? Le volte che succede si contano sulle dita di una mano.
Le Istituzioni, almeno quelle italiane, sono affette da sordità e da pigrizia. Chi le rappresenta potrebbe essere dipinto da un moderno Bruegel il vecchio come uomo annoiato e ingrassato, seduto su di una sedia che gli va stretta e con una caraffa di birra mezza vuota perduta sotto una montagna di scartoffie impolverate e cascanti.
Che cosa potrebbe mai smuoverlo? Niente, poiché è stato vinto dai suoi vizi. Gli è rimasto solo il respiro per poter dire che è ancora vivo.
Mio padre ha consumato la sua vita a scrivere lettere ai vari ministri della Giustizia da cui dipendeva per protestare contro quelle che lui riteneva delle ingiustizie. Stava chinato sulla tavola di cucina e arrancava con la sua calligrafia di uomo che aveva fatto appena la seconda elementare. Imbucava le lettere e sperava. I colleghi gli dicevano che perdeva tempo. Ma lui credeva nelle Istituzioni ed era convinto che esse fossero cosa viva. I compagni, invece, avevano già capito e forse sotto sotto ridevano di lui.
Scriveva e scriveva e ogni volta si metteva vanamente in attesa. Avrebbe dovuto accettare i consigli dei compagni, lasciar perdere, ed invece, di fronte ad una nuova ingiustizia, tornava a scrivere con maggior puntiglio e risolutezza. Non ha mai ricevuto una risposta. È stato un uomo caparbio, refrattario all’ingiustizia ed è morto senza mai sentirsi sconfitto.
Le Istituzioni sono andate sempre più peggiorando da allora e ormai sono diventate autoreferenziali, si lodano tra di loro, si sono trasformate in una consorteria. Il cittadino è l’estraneo il quale sa che, se bussa alla porta, interrompe la celebrazione dei loro riti. E ha finito per rassegnarsi.
Sono spocchiose, superbe, irritabili e sprezzanti. Sanno di non godere della simpatia dei cittadini, ma non sono interessate al loro giudizio. I cittadini dicano quel che han voglia di dire, arrabbiati o ossequiosi. Saranno ripagati con la solita moneta del Palazzo, il silenzio.
Il silenzio si è eretto a simbolo della loro dignità e autorevolezza.
D’altra parte che cosa è mai il cittadino? Una volta lo si chiamava il servo della gleba, lo scalino più basso della società. Di lui ci si faceva un boccone. Prono a servire, non chiedeva altro. Non aveva diritti.
Sono passati tanti lustri e questi diritti sono arrivati; sono stati scritti. E lui crede di possederli, di poterli esercitare. Che cosa vuole di più? Gli si è dato l’illusione di decidere perfino nella scelta dei governanti, da cui deriva tutta la costellazione dei poteri! Gli si è fatto credere che la classe dirigente la sceglie lui!
Mai operazione è stata condotta con tanta abilità e furbizia. Si è fatto finta di cambiare per poter lasciare le cose come sono e come sono sempre state.
Il potere è aristocratico, non potrà mai confondersi con la gleba, potrà illuderla, giocarci come il gatto con il topo, ma mai gli presterà l’abito di corte. Il cittadino se ne stia alla porta a bussare e non pretenda che gli si risponda.
È scritto nella Carta costituzionale che regge il mondo. È stato e sarà sempre così.
Ci ho scritto perfino un libro e l’ho intitolato: “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart