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LETTERATURA: STORIA: La  pace,  finalmente!

25 Marzo 2013

di Mario Camaiani
(ringraziamo l’autore che con questa serie di articoli che si conclude oggi, ci ha raccontato brani dell’ultima guerra mondiale svoltisi in Lucchesia. bdm)

Dopo oltre sei mesi di permanenza del fronte in Garfagnana, cioè per  tutto il tempo dello ‘svernamento’ ’44 – ’45, le truppe anglo-americane ripresero ad avanzare, mentre le residue forze dell’Asse ripiegavano disordinatamente. Era la fatidica data del 18 aprile 1945 e da questa, per vari giorni seguenti, nella nostra zona noi della popolazione, inebetiti di gioia e  felici come fossimo della stessa famiglia, ci scambiavamo gesti di amicizia, che raggiunsero il culmine quando giunse la notizia che la linea del fronte non stava arretrando, ma era crollata; cioè gli italo-tedeschi non opponevano più resistenza, si arrendevano: la guerra era finita!!! E la conferma di ciò, esattamente il 25 aprile, avvenne una settimana dopo. Le campane del duomo di Barga, mute dall’ottobre del ’44, si ‘risvegliarono’ ed il loro suono si diffuse per tutta la valle, producendo nella gente commozione e lacrime di serenità.  L’indomani, domenica 29 aprile, mons. Lino Lombardi, proposto di Barga, indisse in Duomo una solenne funzione in ringraziamento al Signore per l’avvenuta pace, ed in suffragio di chi per la guerra aveva perso la vita. A Fornaci di Barga, come in tutti i centri del nostro territorio c’era un grande movimento di truppe e di popolazione: gli Alleati che continuavano ad arrivare, procedendo verso nord; le truppe italiane e tedesche che si arrendevano e venivano portate ai centri di prigionia; i partigiani, ora usciti allo scoperto, che insieme alla gente comune affollavano strade e piazze…Era una bolgia festosa e confusionaria non scevra però di alcuni episodi di tutt’altro contenuto. Uno di questi avvenne un paio di giorni dopo che il fronte si era mosso: una squadriglia di caccia americani prese a mitragliare e spezzonare una colonna di autocarri alleati che procedeva da Bolognana verso Gallicano, purtroppo provocando morti e feriti: Noi, da Fornaci di Barga, attoniti, osservammo la scena dell’attacco aereo, compiuto per errore: certamente i piloti avevano scambiato questa zona per quella a nord di Castelnuovo, ritenendo di colpire un’autocolonna dell’Asse in fuga. Poi, per giorni e giorni, si scatenò la caccia ai fascisti ed a chi aveva collaborato con i tedeschi: alcune donne vennero ‘rapate’ pubblicamente, fra i dileggi della gente; diversi uomini, compromessi col ‘Regime’, furono obbligati a lavorare per riparare i vari ponti posticci, approntati dai genieri alleati, ma rovinati dal passaggio di tanti carri armati e mezzi pesanti. Gli operatori delle azioni punitive erano i partigiani, molti dei quali avevano un fazzoletto rosso al collo: ricordo che al ponte della Loppora erano in molti che, armati, sorvegliavano detti lavori; ed accadde che ad uno di questi cadde per terra una bomba a mano che aveva agganciata alla cintura, ma che fortunatamente non esplose: fu un attimo di paura per tutti.

Tra i ‘requisiti’ c’erano anche dei tecnici della ‘metallurgica’, che con competenza presero a gestire l’esecuzione dei lavori affinché avvenissero nel migliore dei modi, e ciò fu loro concesso. Non lontano dalla mia abitazione risiedeva un anziano operaio di cui era noto che aveva partecipato alla ‘Marcia su Roma’, ed era insignito del titolo di ‘fascia littorio’: ebbene, una sera davanti alla sua casa si affollò una turba di uomini che cominciarono ad inveire contro di lui, per il suo essere fascista, rivolgendogli a gran voce frasi oltraggiose, accompagnate con canti, urla e  minacciosamente battendo forte alla porta di casa: “Camerata vigliacco, vieni fuori, se ne hai il coraggio!”, gli gridavano. Ma egli, ovviamente, se ne stava rintanato nella sua abitazione, insieme a sua moglie ed a sua figlia, Jolanda, una bella ragazza poco più giovane di me, con la quale avevo una buona amicizia e che mi piaceva molto: quindi ero turbato al pensiero ch’ella soffrisse, che fosse in lacrime, in detta brutta situazione. La cosa andava alle lunghe, da tempo era passata la mezzanotte ed anche noi non potevamo dormire. Mio padre, pur vecchio socialista, ma di genuino spirito democratico, non approvava un siffatto comportamento di quegli energumeni, ed addirittura ventilava l’idea che se essi non l’avessero fatta finita sarebbe sceso per strada a cercare di farli smettere la chiassata. Mia madre cercava di dissuadere babbo dal proposito di intervenire, quando infine costoro  desistettero dal tormentare quella famiglia e tutto finì. In quei giorni molti, che erano stati solerti sostenitori del partito al potere, non uscivano di casa, paventando simili affronti. Una sera un signore si presentò a casa nostra chiedendo di mio padre, il quale lo invitò cordialmente ad entrare: entrambi erano dipendenti della SMI, e ben si conoscevano. “Scusami Umberto, se ti disturbo…”, disse quello, evidentemente imbarazzato. “Non c’è alcun disturbo, Valerio”, gli rispose babbo, mettendolo a suo agio.  “Grazie . – indi fece una pausa e riprese: – Come penso che tu già sappia, io ho sempre creduto nel fascismo, ma non ho mai fatto del male a nessuno; anzi, semmai ho aiutato tante persone, specie al lavoro; ed anche dove abito i vicini e tutti quelli che mi conoscono possono testimoniarlo. Ma ora con l’attuale, esacerbato clima politico imperante, ho paura di uscire da solo, perché temo di essere affrontato, offeso; perciò sono qui per chiederti…”. “Dimmi pure – lo incoraggiò babbo -, che posso fare per te?”. “Che tu mi accompagni per Fornaci: al bar, alla fabbrica, dove voglio  presentarmi per cercare di riprendere il lavoro, ché  ho una famiglia da mantenere. Politicamente tu, Umberto, sei conosciuto per socialista, ed io al tuo fianco, mi sentirei al sicuro, difeso!”. “Farò volentieri ciò che mi chiedi, Valerio: domani stesso torna qui, che usciremo insieme!”. Così avvenne, tutto filò liscio e da allora Valerio e mio padre diventarono buoni amici. Quindi, tutto sommato, le ‘punizioni’, inflitte ai fascisti in quei giorni, non furono né cruente e neppure eccessive. Ma ecco che a fine aprile giunse una notizia straordinaria, eclatante: Mussolini, fatto prigioniero dai partigiani era stato da questi ucciso, giustiziato, come essi stessi dicevano; e con lui era  stata uccisa anche la sua compagna, Claretta. La gente non parlava d’altro ed i più approvavano l’esecuzione; ma c’era chi dissentiva; ed ad un crocchio di persone, per strada, una giovane donna protestava: “Non si può ammazzare delle persone senza processo: ciò è contrario ad ogni legge civile”. “So io perché l’hanno fatto – intervenne un uomo -: se il Duce lo avessero preso gli Alleati lo avrebbero processato e magari non lo avrebbero condannato a morte, quindi è bene che i partigiani, che sono arrivati prima di loro, lo abbiano ucciso subito!”. “Diciamo la verità – riprese la donna -, i partigiani sono sempre arrivati prima degli anglo-americani, liberando le città perché, essendo in loco, quando gli Alleati stavano per giungere, con le forze dell’Asse in fuga, era facile per loro prendere possesso del territorio, scacciando le retroguardie avversarie…- ma qui la donna tacque perché qualcuno rumoreggiava e la contestava; indi aggiunse con forza -: E questo lo posso dire a testa alta perché, come sapete, sono antifascista!”. “Ma non completamente – prese la parola un altro – ; perché tu, così dicendo,  svalorizzi le vittorie della Resistenza, che ha lottato per la libertà, per la giustizia, per la democrazia!”. La donna, con tacito gesto annuì e la contesa ebbe termine. 

Ancora qualche giorno, ed ecco che l’otto maggio ’45, un’altra straordinaria notizia eccitò tutti: anche la Germania, ormai divisa in due, con il congiungimento dell’esercito degli Alleati con quello dei Sovietici, i quali ultimi avevano espugnato Berlino, si era arresa!  La Pace, finalmente! Qui, in Europa; ché in estremo oriente il Giappone, pur allo stremo, continuava a resistere. Noi della popolazione, riversati per strada, si esternava la gioia di questo storico avvenimento, che poneva termine a tante sofferenze, con canti, brindisi e abbracci anche fra persone che poco o punto si conoscevano: era una situazione quasi irreale, ma meravigliosa! Qualche settimana più tardi, un giorno i miei genitori ed io, mentre passeggiavamo per Fornaci, giunti in prossimità della piazza principale di Fornaci di Barga, notammo, in un gruppetto di persone che procedeva verso di noi, un uomo che leggermente zoppicava: “Ma quello è Davide!”, fece babbo; ed ecco che amichevolmente con lui ci salutammo. Dopo i convenevoli, babbo prese a parlare con l’amico dei fatti contingenti e gli chiese: “Dimmi, Davide, tu che sei sempre bene informato: che notizie precise ci sono, riguardo agli ultimi avvenimenti accaduti?”. L’altro sorridendo rispose: “Quello che so proviene  soprattutto da notizie radiofoniche, anche straniere; e, da fonti abbastanza sicure, sembra che Hitler sia morto suicida assieme a Eva, sua donna, e che i loro cadaveri, introvabili,  siano stati cremati perché non andassero in mano dei russi.”. “Una notizia che, umanamente,  fa rabbrividire”, commentò babbo. “Ma c’è di peggio – riprese Davide –: dopo l’uccisione di Mussolini e di Claretta, anche diversi gerarchi sono stati ammazzati – e qui l’uomo abbassò la voce -; ed i cadaveri di tutti questi sono stati esposti in una piazza di Milano, attaccati ad una intelaiatura di una edicola di giornali, impiccati per i piedi come animali macellati, offerti al pubblico ludibrio ad una moltitudine di gente che di fronte ad una siffatta gogna cadaverica, ebbe comunque una briciola di  umanità, se è vero che la gonna di Claretta fu legata in modo che non le  si scoprisse parte della sua nudità”. La conversazione, fra varie persone, si svolgeva presso ad una panchina dei giardini pubblici del paese, ed una delle presenti intervenne: “Lei, Davide, è veramente un buon cristiano: si sente che cerca di sdrammatizzare fatti incresciosi, come questo, cercando di far emergere quel qualcosa di buono che sta sotto il male”. Al che Davide le rispose: “La ringrazio per il suo giudizio positivo nei miei confronti; ma il dispensatore di ogni bene è il Signore: è Lui che ci ispira i buoni sentimenti ai quali ogni cristiano deve conformarsi. – Poi continuò -:  Infine, di fronte alla vergogna delle salme elevate a testa in giù, ed oltraggiate a furore di popolo, i partigiani provvidero a deporre i cadaveri dall’obbrobriosa posizione, in siffatto patibolo.  Da notare che da folla inferocita di vendetta, come questa descritta, possono scaturire conversioni, esempi di santità: sono tanti infatti i santi canonizzati, che in origine erano tutt’altra cosa.”. Frattanto fu ripristinata la fornitura dell’energia elettrica e dell’acqua corrente nelle abitazioni, laddove era stata interrotta; la viabilità, con lavori di riassestamento delle strade e dei ponti provvisori (quelli definitivi verranno ricostruiti in tempi seguenti); piano piano i negozi riaprirono, e così pure ripartirono il commercio e le piccole attività lavorative.

Ed anche il servizio postale ricominciò a funzionare: da Livorno ci giunse una lettera dei  miei zii, che stavano bene, e ci chiedevano notizie. Così si intraprese con loro una corrispondenza epistolare con la quale ci aggiornammo dei fatti accadutoci durante il lungo periodo di interruzione di comunicazioni, noi proponendo, quando possibile, di recarci a Livorno. Allo stabilimento metallurgico di Fornaci erano in corso i lavori di riparazione dei danni provocati dalle numerose incursioni aeree e dai cannoneggiamenti; ma la ripresa della produzione era lontana perché la viabilità  stradale, con tutti i ponti posticci, era mal praticabile dagli autocarri; e quella ferroviaria, con ponti e strada ferrata a soqquadro, impossibilitata (verrà ripristinata l’anno seguente). Inoltre c’era agitazione sindacale e politica, con manifestazioni, occupazione della fabbrica ed addirittura si parlava di costituzione di consigli di gestione: gli anziani vedevano, in questa instabilità sociale, un ripetersi dei disordini che avvennero dopo la prima guerra mondiale. Ma fortuna che detto stato conflittuale di questo primo dopoguerra, che in altre parti d’Italia degenerava con scontri e lotte, nella nostra zona rimaneva in un limite accettabile di civile competizione.   Nel contempo alcuni noti attivisti fascisti e  reduci delle formazioni della R.S.I., che erano riusciti a fare ritorno alle loro case, furono segnalati all’autorità militare alleata che li spedì nel campo di concentramento di Coltano, presso Pisa, appositamente messo in servizio dall’aprile ’45; e sembra, da informazioni avute in seguito, trattati dai carcerieri in modo estremamente duro. Nei negozi di alimentari ritornarono gli approvvigionamenti, da acquistare a razione mediante carte annonarie, che continuarono a funzionare per lungo tempo (alcune delle quali, avanzate, le ho conservate). Da Livorno ci giunse una lettera di Cesare (che in precedenza ci aveva ceduto il suo appartamento, ritornando con la sua famiglia nella città labronica), il quale ci annunciava che in un dato giorno sarebbe venuto da noi con un camion, a prendere i suoi mobili. Così avvenne: Cesare arrivò su di un vecchio autocarro sgangherato sul quale sistemammo i mobili che poterono essere caricati, mentre quelli che non entrarono nel cassone ce li lasciò a noi; indi trattenemmo lui e l’autista a pranzo, durante il quale Cesare , dopo aver dato varie notizie: dei miei zii, della sua famiglia, del suo lavoro, comunicò a mio padre una sorprendente proposta, da parte di mio zio Gino: “Tuo fratello mi ha incaricato di dirti che l’esercito americano, nel ritirare truppe ed armamenti dall’Italia, ha istituito, a Livorno, un centro di lavoro onde riportare in patria quelle armi ancora in buono stato; e questo  dopo essere state verificate e rimesse a nuovo, imballate ed incassate come si deve: a questo centro già lavorano in tanti, giovani e meno giovani… perciò, se ciò vi può interessare, Mario potrebbe venire quanto prima da noi per  detta occupazione, che è a tempo limitato: mia moglie ed io saremmo felici di ospitarlo!” Un fulmine a ciel sereno! Io, rosso in volto dall’emozione, acconsenti subito; mamma era un po’ titubante, ma babbo ruppe gli indugi: “Come no! E’ un’occasione da non perdere; così, Mario, ci precederesti nella nostra città per quando, speriamo presto, riaprendo lo stabilimento S.M.I. a Livorno, ci ritorneremo pure noi!”.

Allora Cesare aggiunse: “Se volete, Mario può partire oggi stesso con me, ché nella cabina del camion in tre ci possiamo stare…” Tutto eccitato io accettai questa immediata soluzione e febbrilmente mi preparai per la imprevista partenza, con molto piacere, sì;  ma anche con un certo dispiacere nel separarmi dai miei genitori. Ed eccomi in viaggio su strade sconnesse, con quasi nullo traffico di automezzi civili e molti di quelli americani; e nel tardo pomeriggio, arrivato a destinazione, sceso dal camion e col cuore in gola, suonai il campanello, ed ecco lo zio Gino, sua moglie  Ines e abbracci e lacrime fra tutti e tre…Poi salutai Cesare e l’autista, ringraziandoli, e con commozione entrai in quello che era stato l’appartamento nel quale avevo vissuto tanti anni con i miei genitori ed i miei nonni. L’indomani mio zio mi accompagnò all’ufficio preposto per l’assunzione al lavoro dalle forze armate statunitensi, esattamente quelle della quinta armata e, dopo aver chiarito che io, pur sfollato a Barga, risultavo sempre residente a Livorno, ebbi l’autorizzazione. Così il giorno dopo mi presentai al lavoro, che era ubicato nell’area dell’ex silurificio Moto Fides; e fui sorpreso nel ritrovarmi nello stabilimento nel quale un paio di anni prima frequentavo il corso aziendale di scuola-lavoro, poi interrotto causa bombardamenti. E che tristezza vedere i reparti devastati dalle esplosioni, in specie il capannone principale dove, con catena di montaggio, venivano montati i siluri: tutto irriconoscibile. Fui destinato al controllo-ricupero dei fucili, i quali arrivavano continuamente in grande quantità, trasportati dai robusti autocarri tre assi, dell’esercito. Poi si scartavano quelli avariati, mentre gli altri venivano smontati, ripuliti, oleati; ma il lavoro più grosso era quello di sverniciare i calci, grattandoli con apposite lame, levigandoli con spazzole a mola, ed infine riverniciarli con olio di lino. Infine i fucili venivano rimontati, avvolti con teli e, protetti da materiali antiurto, imballati in cassette di legno (che venivano costruite in loco), pronti per ritornare negli Stati Uniti. Il lavoro mi piaceva ed ebbi la qualifica di armaiolo. Ma l’ambiente era esasperato dalla politica, dove imperavano i comunisti, filorussi, antiamericani; contro i capitalisti, i monarchici, i cattolici…e non parliamo di chi supponevano essere fascista: insomma, chi non era della loro ideologia era osteggiato in vari modi. Un giorno nel tempo del desinare, un amico, mi confidò che il suo nome era Benito, ma che aveva ottenuto dal comune di commutarlo in Renato, per non avere seccature, per vivere in pace. Un altro, anch’egli di me fidandosi, mi mostrò, in segreto, la sua tessera della democrazia cristiana. Con questi due, e con altri, diventai amico; ma altrettanto ciò avvenne anche con dei comunisti, ma moderati, tolleranti. Ritrovai gli amici, vicini di casa: Enzo e Roberto: io e quest’ultimo un giorno ci recammo a far visita a don Giulio, il nostro parroco, che mi salutò benevolmente, aggiungendo : “Speriamo che tu resti qui da noi, ché c’è bisogno di giovani che sappiano difendere il loro credo, la loro fede!”. “E’ vero – disse Roberto -: oggigiorno non è più come prima, quando la fede religiosa era cosa normale; ed anche chi la pensava diversamente se ne stava al suo posto; oggi, invece ci sono ideologie, attivamente avverse alla dottrina cristiana.”. “Ben detto, Roberto – commentò il sacerdote  -; e molto è combattuto il sacramento del matrimonio, sia dai marxisti, che propugnano sposalizi civili, sia dal liberismo della democrazia americana che annulla l’indissolubilità del matrimonio cristiano con il divorzio, giustificato con la scusa della libertà di agire, che invece è in realtà  un egoismo, spesso a danno del coniuge, ma soprattutto a danno dei figli”. 

Ed ecco che mi recai dal mio grande amico Elio, in via del Fagiano: ebbi un’accoglienza da lui e dai suoi degna come fossi uno di famiglia;  vollero che restassi a cena da loro, e quella sera si fece  tardi, a raccontarci le nostre reciproche notizie; poi furono tirati fuori chitarra, mandolini; e musica e canti, come ai bei tempi di pochi anni fa. Ma questo non fu che l’inizio di un ripresa di frequentazione: si andava a giro, al cinema, a ballare; poi essendo alla fine di giugno, quindi già in stagione calda, ripresero i balli nell’aia,  presso la casa e sempre con la loro musica, e  lì ritrovai Marusca, con la quale avevo avuto una particolare amicizia, un incipiente innamoramento; ma lei in quella sera mi disse subito che nel frattempo si era fidanzata. Un giorno Elio ed io, osservando la merce esposta al mercatino ebraico, incontrammo Daniele, un giovane ebreo che conoscevamo, e ci fermammo a parlare con lui, alla sua bancarella: il discorso cadde sulle tremende notizie che la radio e la stampa riportavano vistosamente riguardo alla ‘scoperta’, fatta dalle truppe russe    in Polonia dei campi di sterminio di ebrei e di oppositori al regime nazionalsocialista tedesco (da notare che l’equivalente termine ‘nazista, che era pochissimo usato, dal dopoguerra verrà invece citato quasi unicamente, non tanto per abbreviazione; bensì per significato spregevole). I genitori di Daniele ci mostrarono su un giornale foto scattate in detti campi: una cosa orribile, che supera ogni umana immaginazione di crudeltà; cadaveri ammucchiati in attesa di essere distrutti nei forni crematori; superstiti (uomini, donne, bambini), ridotti come scheletri viventi…“C’è da vergognarci, noi italiani, di essere stati alleati della Germania!”, fece un signore che era li, con altri clienti, presso la bancarella. “Ma forse le nostre autorità non erano al corrente di simili nefandezze – intervenne una signora -, dato che sembra che anche i servizi segreti degli alleati ritenessero che si trattava di campi di lavoro coatto”. “E delle leggi razziali emanate nel 1938, in Italia, che discriminavano gli ebrei, che ne dice, signora?”, le chiese il padre di Daniele.

La donna rimase interdetta da siffatta domanda, e replicò: “Furono leggi ingiuste; anzi, inique. Forse furono ‘consigliate’  dall’alleato tedesco; comunque anche se indegne di un popolo civile, non c’è da paragonarle al genocidio degli ebrei in Germania”. Allora il primo che aveva aperto il dibattito riprese: “Da stime da approfondire pare che gli ebrei ammazzati dai tedeschi in questo olocausto, si contino a milioni: se la Germania non fosse stata sconfitta,  avrebbe eliminato tutta la razza ebraica!”. “Questo no di certo – entrò con decisione il padre di Daniele -, perché  Iddio,  pur permettendo che il suo popolo subisca persecuzioni, a causa delle prevaricazioni ai suoi comandamenti, mai permetterà che venga distrutto, e ciò è detto nella Bibbia: la Sacra Scrittura non può avere torto, altrimenti crollerebbe la nostra fede. E di persecuzioni, di deportazioni, di stermini, il popolo ebraico ne ha subìte tanti; ma dopo circa duemila anni di diaspora, sparsi per il mondo, senza patria, noi ebrei abbiamo mantenuta integra la nostra fede, la nostra etnia; ed addirittura, dopo questo olocausto, con i nostri carnefici che sono stati distrutti, aneliamo e cerchiamo di concretizzare un grande sogno: quello di avere una nostra Patria, nella nostra terra, la Palestina: una nazione, che se pur piccola  rappresenti un punto di riferimento per gli ebrei di tutto il mondo, un faro di luce  della nostra civiltà!”.  I miei genitori, come preannunciato con lettera, un domenica di luglio vennero a Livorno, a farci visita! Una cosa meravigliosa, riessere con loro in quella che era stata la nostra casa! Quanti ricordi, quanta commozione, che contagiava anche gli zii! A pranzo ci dilungammo in conversazioni, poi andammo a fare un giro per la città ed infine, nel tardo pomeriggio, accompagnammo i miei genitori alla stazione, che ripartirono per Barga.  Una sera mi recai da Elio, e trovai la casa in subbuglio, con quelli della famiglia in agitazione; e pure c’erano anche altre persone, parenti, conoscenti: che cosa era accaduto? La risposta l’ebbi dall’amico Elio: “Oggi, nel pomeriggio, sono venuti qui in casa dei soldati  americani della M.P. (Polizia militare), armati, e si sono messi a rovistare,  mettendo tutto a soqquadro, aprendo armadi, cassetti, buttando i contenuti per terra… In casa c’erano soltanto mia madre e mia nonna, che si sono spaventate; anzi, nonna sta male, è li in poltrona, non si è ancora ripresa”. “Erano in tanti, facevano paura; uno era talmente alto che col capo toccava lo stipite della porta”, fece l’anziana donna. E suo marito esclamò, furioso: “Se c’ero io, mi sarei rovinato, ma li buttavo giù dalla scala!”. Qualcuno chiedeva il perché di siffatta violenta perquisizione, ed allora il babbo di Elio spiegò: “Il cortile della casa confina da un lato con il piazzale della caserma della nostra artiglieria, ora occupata dagli americani: sul muro di cinta, vedete – e lo indicò -, corre il filo spinato, messo a suo tempo dai soldati italiani, a protezione contro eventuali malintenzionati.

Quindi è probabile che agli americani sia sparito qualcosa, armi, materiale, chissà; e, nell’ipotesi che questo furto sia avvenuto scavalcando il muro di cinta, hanno fatto un sopralluogo sospettando che noi si fosse i responsabili”. “Comunque – intervenne la madre di Elio -,  quando si sono presentati, quello che parlava italiano ci ha salutato e al termine della perquisizione si è scusato per il disordine, salutandoci di nuovo.”. “La città è in mano dei militari americani – disse uno dei presenti -,  che, con la loro polizia, possono  fare ciò che credono, come in questo caso.”. “E’ vero – ed io presi la parola -, pure a me è accaduto un fatto che conferma questo. Giorni fa mi trovavo all’Ardenza in attesa del filobus quando sopraggiunse una pattuglia di due motociclisti della M.P., in giro di sorveglianza (uno era bianco, l’altro nero). Si fermarono  a me appresso, ed il bianco, grassone, che evidentemente era quello che comandava, rimanendo a cavalcioni della grossa moto, col pistolone che gli ciondolava ad un fianco, mi si rivolse con arroganza: ‘Boy, scarpe…’ –, e indicò le mie, facendo un gesto con la mano come dire che le avevo rubate (già perché io calzavo un paio di scarponi dell’esercito americano, che me li aveva dati un sergente del magazzino al centro militare dove lavoravo, in via di favore, come anche ad altri). Io gli spiegai  tutto questo, ma quegli sembrava non capisse e continuava ad incolparmi, con gesti e con parole, in inglese. Alcune persone si erano radunate ad osservare la scena;  ma ecco che stava arrivando il filobus ed io d’istinto feci l’atto di togliermi uno scarpone, gridandogli ‘li vuoi? Te li do!’. Ma alzando lo sguardo vidi che il poliziotto nero mi guardava sorridendo, con benevolenza; ed allora ruppi gli indugi e scappai via, salendo sul filobus, mentre l’altro lasciò perdere”. Il nonno di Elio commentò: “Gli alleati si comportano come vincitori, anche se la loro durezza è mitigata per il fatto che le forze armate del governo del centro sud ed i partigiani hanno combattuto al loro fianco nella fase finale della guerra: però chissà in che modo  ci puniranno, al trattato di pace”. “Ci prenderanno tutte le nostre colonie, i possedimenti –, entrò Gianfranco, un cugino di Elio, studente universitario -; anzi, già abbiamo perso tutto: l’Eritrea, la Somalia, la Libia, le isole del Dodecaneso; ed inoltre gli jugoslavi del maresciallo Tito sono già in possesso della Dalmazia, con la città di Zara; dell’Istria, con la città di Pola; delle   isole di Cherso e Lussino; addirittura sono a Trieste!”. Ci fu un po’ di silenzio, e poi Gianfranco riprese: “Male che vadano a noi queste cose, per la Germania sarà molto peggio, per il fatto che i tedeschi hanno combattuto, uniti fino in fondo, senza tentennamenti, senza costituzione di nessun tipo di partigiani, senza veruna resistenza contro il dittatoriale regime  al potere: praticamente la quasi totalità del popolo germanico, fino alla resa finale, è stata fedele al partito nazionalsocialista, o nazista, che dir si voglia, nonostante che fosse  molto più ‘duro’ di quello fascista in Italia”. Poi Gianfranco continuò -: Dagli Alleati, U.S.A. in particolare, veniamo aiutati a risorgere, partendo dagli aiuti alimentari, economici, alla ricostruzione, sì; ma purché si resti nella loro orbita politica, nel loro ordinamento di come intendono il loro vivere civile, sociale, con democrazia, con libertà. Se invece aderissimo al sistema comunista, vigente in Russia, diametralmente opposto, le cose cambierebbero. Ed a questo proposito, purtroppo – concluse il giovane -, ci sono già le avvisaglie di contrasti tra gli Alleati e l’U.R.S.S.”. Si era nel pieno dell’estate ’45, a Livorno mi godevo la bella stagione e, insieme agli amici, frequentavo la spiaggia, con delle belle nuotate; i cinema; i locali dove si ballava;…e la casa di Elio, che era come un circolo familiare nel quale, divertendomi, imparavo musica ed a suonare il mandolino. Ma la seconda guerra mondiale, pur terminata in Europa da un paio di mesi, continuava ancora dall’altra parte del globo, dove il Giappone che, insieme agli alleati Germania ed Italia aveva formato il Tripartito, ancora resisteva alla forza preponderante degli Alleati i quali dopo un cedimento iniziale avevano preso il sopravvento. Infatti nei primi due anni di guerra, iniziatasi nel 1941, il Giappone compì rapide e vaste avanzate nel continente asiatico, raggiungendo Honk Hong, Singapore, la Birmania…; e, in mare, le Filippine, Giava, le isole Salomone, le Aleutine…e così via. Ma dal ’42-’43 le forze anglo-americane, organizzatesi e rafforzatesi, passarono alla controffensiva vincendo importanti battaglie navali, ed in seguito rioccupando tanti territori come la Birmania, la Nuova Guinea, le Salomone, e tant’altro. Infine, nel ’45, sbarcarono a Iwo Jima,  a Okinawa: a quel punto l’arcipelago giapponese era quindi ormai stretto in una morsa dalle imponenti forze navali ed aeree degli alleati che lo assediavano, ed il Giappone veniva attaccato nel suo territorio nazionale dalle innumerevoli formazioni di bombardieri americani detti ‘fortezze volanti’, tristemente da noi già conosciuti, che colpivano le sue città. Ma la vittoria finale si prospettava lunga e con enorme perdite di vite umane; ed allora gli Alleati, assumendosi la tremenda responsabilità, ricorsero all’utilizzo delle bombe atomiche, da poco approntate, onde concludere rapidamente la tragedia della guerra, perciò in modo più estremamente tragico. Il sei luglio la  prima atomica colpì Hiroshima; tre giorni dopo fu la volta di Nagasaki: ambedue le città furono distrutte con un numero incalcolabile di morti e feriti.

E il Giappone si arrese: la capitolazione avvenne il 2 settembre 1945: la seconda guerra mondiale, iniziata sei anni prima, era finalmente terminata!!!  Ormai il lavoro dagli americani, per  la restaurazione delle armi da rispedire negli Stati Uniti stava terminando; il numero dei soldati Alleati diminuiva e di conseguenza anche il traffico in città degli autocarri militari, finora intenso, per trasportare il personale da vari punti cittadini al luogo di lavoro e viceversa, del quale usufruivo anch’io, era calato. I miei genitori erano rivenuti qualche volta a trovarmi a Livorno, ed io pure, saltuariamente, ero tornato a Fornaci di Barga.  Babbo mi aveva detto che già potevo entrare al lavoro alla ‘metallurgica’ di Fornaci: la decisione stava a me. A Livorno altri lavori era difficile trovarli, ché l’industria non ripartiva; i miei zii però erano disponibili a tenermi con loro ed anche dalla famiglia di Elio mi veniva proposta la stessa cosa; ma io non volli approfittare della loro generosità e comunque, preferendo stare con i miei genitori, decisi per questa soluzione. Tanto più che c’era la quasi certezza che in un non lontano futuro la ‘metallurgica’ di Livorno  avrebbe ripreso l’attività lavorativa, per cui saremmo potuti tornare tutti e tre nella nostra città. Cosicché nell’ottobre, terminato il lavoro al centro militare, salutando e ringraziando zii, amici, e in cuor mio dicendo ‘arrivederci’ ad un andamento di vita cui mi ero abituato ed affezionato, tra piacere e mestizia, feci ritorno in Garfagnana. Come stabilito, entrai a lavorare alla ‘metallurgica’ di Fornaci, nella quale già prestava la sua opera l’amico Viviano, e ripresi a condurre la vita paesana con vecchie e nuove amicizie.  Trascorsero alcuni mesi ed ecco che giunsero nel nostro comprensorio delle famiglie di profughi dalla Dalmazia, dall’Istria, dove gli jugoslavi perseguitavano gli italiani, alcuni dei quali presero dimora a Fornaci di Barga (fra questi, in seguito, arrivò da noi un giovane sacerdote, don Giuseppe Stagni, con i genitori, profughi dall’isola di Cherso, che diventò parroco di Ponte all’Ania, nel nostro comune, e fu quello che unì in matrimonio mia moglie e me). Questi fuggitivi narrarono di violenze, talvolta fino alla morte, che gli italiani subivano, e parlarono di ‘Foibe’, profonde caverne verticali sui monti dell’altopiano carsico, nelle quali i nostri connazionali venivano gettati. Le proporzioni di dette fughe furono così grandi che si trattò di un vero e proprio esodo, e detti profughi furono ospitati in tante parti d’Italia. 

La guerra era terminata, ma le sue conseguenze colpivano ancora, come una bomba a scoppio ritardato! Come in tutta la nazione, anche nel nostro territorio le varie ricorrenze della guerra, dalla sua fine, vengono celebrate  sia dai partigiani, che dagli alpini, che di altre armi; e con vasta partecipazione  di presenze di autorità e di mezzi d’informazione. Ma altresì, e senza nessuna di dette eco, quasi in privato, anche i reduci della repubblica di Salò fanno altrettanto, trovandosi insieme annualmente, in una data domenica di aprile, a Palleroso, nel comune di Castelnuovo Garfagnana, posto su quella che è stata la linea gotica. Iniziano il raduno con la Santa Messa; poi il ricordo dei caduti, il pranzo conviviale… sempre ben accolti dalla popolazione locale. Inoltre nella medesima località detti reduci, in particolare quelli della divisione alpina ‘Monterosa’,  hanno contribuito alla costruzione di un piccolo santuario, come su lapide vi è descritto nel suo interno, che ricorda i caduti militari e civili di questo fronte. Moltissimi anni dopo fu ricevuta nel comune di Barga, giustamente con molto onore, una delegazione di veterani della divisione afro-americana “Buffalo”, che qui combatté. Talvolta Viviano ed io, che insieme abbiamo convissuto tanti episodi relativi al tempo del fronte, abbiamo ipotizzato che, forse, anche dei reduci tedeschi, magari in incognito, possono essere qui tornati per rivedere i luoghi dove hanno combattuto e dove sono morti molti loro commilitoni. Ma non sarebbe bello, per pace costruttiva, che i vincitori, con grande atto magnanimo degno di società democratiche, che in ogni caso sono sempre più giuste di quelle dittatoriali, facessero qui riunire insieme una rappresentanza di reduci, o di loro familiari, di tutte le parti? E questo al di sopra delle ideologie umane, che sempre hanno delle lacune; ma con Spirito Cristiano, che mai delude!

Concludendo, lo stabilimento metallurgico S.M I. di Livorno, distrutto dai bombardamenti americani, non fu più riattivato per cui babbo ed io, occupati presso il confratello stabilimento S.M.I. di Fornaci di Barga, qui si rimase definitivamente residenti; indi mi sposai, diventai babbo, in seguito i miei genitori vennero a mancare ed infine, e da tanti anni, sono pensionato e nonno…Ecco: dalle tristi vicende della guerra, è scaturita questa mia nuova terra d’adozione nella quale ben volentieri sono da sempre felicemente inserito, anche se in fondo al cuore spesso fa capolino una piccola velata nostalgia della mia terra d’origine nella quale ho trascorso la prima parte della mia vita.


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4 Comments

  1. Comment di Mario Camaiani — 25 Marzo 2013 @ 20:06

    Ciao Bartolomeo,

    la benevola citazione che hai fatto a conclusione dei miei articoli sul tempo di guerra, mi lusinga e mi riempie di gioia. Ma sono io che ti debbo ringraziare, perché è solo per l’ospitalità che hai concesso ai miei scritti nella tua rivista letteraria, che ho avuto l’opportunità di descrivere queste testimonianze.

    Con amicizia

    Mario

     

  2. Comment di Mario Camaiani — 25 Marzo 2013 @ 20:14

    Dall’amico Gian Gabriele ho ricevuto il seguente bellissimo e molto ben articolato commento, a questa mia narrazione del tempo di guerra:

    “Con questo ampio, ben puntualizzato, interessante racconto si concludono le sezioni-stazioni (mi si permetta di chiamarle così) di un microcosmo (o macrocosmo?), che riporta segmenti precisi di un tracciato storico e personale. Anche il presente capitolo si attesta come parte viva di un’opera organica, che ci accompagna, quasi per mano, attraverso ricordi e precisi eventi, ben strutturalmente “stratificati”, secondo quell’ampio e preciso respiro tipico dell’autore, ci accompagna (ripeto) lungo un cammino di momenti concreti, di fatti, di spazi, di realtà, di rapporti, di considerazioni, di visioni, di presa di coscienza… In questo nitido e ben articolato repertorio, supportato da tangibili qualità narrative, lampeggia decisa e benefica la luce vivida di una pace più e più invocata, che acquista un riflesso di una sostanziosa e sofferta lunga attesa, finalmente esaudita. L’analitica esposizione, nel racchiudere tra le sue righe la consapevolezza della fine di un dramma e l’immensa gioia, i sinceri entusiasmi di chi ha patito per troppo tempo, prosegue la sua catena di episodi, di incontri, di viaggi, di amicizie ritrovate, di affetti, di impegni, cioè di quella rinnovata gioia di riprendere una vita degna di tal nome. Offre, così, un quadro umano e sociale per un’inversione totale del vivere stesso e per dimenticare. In questa situazione non mancano, però, aspetti contrastanti, dovuti alle diverse ideologie, intese in modo troppo esasperato e, pertanto, negativamente. Si assiste, a questo proposito, ad episodi anche inquietanti (in qualche caso di stampo barbaro), che testimoniano una voglia, non sempre (forse mai) giusta e giustificata, di rivalsa, se non di vendetta, verso chi viene considerato “avversario”, dimenticando, in tal modo, quei sacrosanti principi cristiani, tesi a spingerci ad amare persino il “nemico”. Ma in siffatte cadute di umanità, non sempre, ripeto, pienamente giustificabili, emerge, come di consueto, l’animo generoso di molta gente e soprattutto dell’autore. Animo che è proiettato sinceramente e intensamente verso la rinascita dei giorni, che vanno oltre i tempi contingenti, oltre ogni male, oltre ogni fede ideologica e di parte. E ciò è prerogativa dell’aspetto migliore dell’uomo, che, pur dopo immani tragedie, può, se vuole, trovare ancora la forza di guardare il cielo e di sentirsi vicino al fratello.

              Non dimenticherei, in questo contesto, la struggente delicatezza dell’intimo di Mario che si rifà, nelle righe finali, ad una commovente nostalgia. Ciò diviene substrato essenziale di un’anima sensibile e si fa altresì percorso delicatamente poetico.

    Gian Gabriele Benedetti.”

    Grazie, Gian Gabriele.

    Mario.

                                        

  3. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 26 Marzo 2013 @ 16:19

    Caro Mario, mi aspetto  nuove cose da te.

  4. Comment di Mario Camaiani — 26 Marzo 2013 @ 21:43

    Certamente, Bartolomeo:

    continuerò a scrivere!

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart