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LETTERATURA: STORIA: Luciano Luciani: “Le donzelline. Donne d’amore nell’Italia rinascimentale”

6 Gennaio 2021

di Bartolomeo Di Monaco

Dalla scuola lucchese sono usciti insegnanti che si sono dedicati alla scrittura. Tra questi Luciano Luciani, romano di nascita ma che ha trascorso a Lucca buona parte della sua vita, e da ultimo insegnando letteratura italiana e latina presso il locale prestigioso liceo classico “Machiavelli”. La sua attività non si limita alla scrittura, ma si distende su di un ampio arco di iniziative culturali che lo pongono tra gli uomini di punta della cultura cittadina.
Nel 2020 ha dato alle stampe una raccolta di trenta suoi articoli frutto di accurate ricerche storiche: “Santo sudicio! Trenta storie tra sporco e pulito”, in cui conferma la sua vena laica, ironica e perfino dissacratoria.
Ma voglio parlarvi, invece, di un suo libro che uscì nel 2014, sempre presso l’editrice Ets, frutto, anche questo, di accurate ricerche: “Le donzelline. Donne d’amore nell’Italia rinascimentale”. C’è un motivo. Nel 1971, fu pubblicata a puntate sulla rivista “Sìlarus” una mia ricerca dal titolo: “Alcuni aspetti del costume amoroso nella Francia medioevale e moderna”. Scelsi, dunque, la Francia, una nazione già dominante, che faceva scuola almeno in Europa. Come oggi è d’obbligo conoscere la lingua inglese e nell’antichità le lingue greca e latina, così in quegli anni, tra le classi dominanti, era d’obbligo conoscere la lingua di Molière.
La ricerca di Luciani viene a coprire perciò lo spazio coevo, da me trascurato, di una società quale quella spezzettata dell’Italia, divisa in un nugolo di staterelli, spesso in guerra tra di loro e i cui costumi si erano forgiati, a causa delle dominazioni straniere, in modi assai diversificati.
Curiosità, dunque, come motivo di interesse, ma non solo. Conosco Luciani da tanti anni, apprezzandone l’impegno culturale e sociale. Difficile ancora oggi, che non è più giovanissimo, che si tiri indietro quando c’è da dare un contributo utile agli altri. Egli fa dono di sé con generosità e altruismo rari.
Lo leggo sempre quando trovo qua e là qualche suo articolo e ne continuo ad apprezzare lo stile quieto e, quando occorre, scherzoso.
Lo stile di Luciani è immarcescibile. La sua personalità e la sua scrittura si identificano. Perfino quando tiene una conferenza o si ha con lui un dialogo, egli si esprime allo stesso modo che con la scrittura. Un garbato e piacevole monolite.
Veniamo al libro.
Si parte da un racconto del Boccaccio per indicare nei bagni termali del tempo uno dei luoghi deputati all’amore e al sesso in specie. Sui bagni ci sarebbe da scrivere molto. A Pompei si sono trovati esempi da cui si evince che la pratica di utilizzare tali occasioni per incontri lascivi era diffusissima e non affatto scandalosa. Uomini e donne si ritrovavano immersi nella stessa vasca Da cui poi cominciavano i contatti per continuare nelle già predisposte camere d’amore. Numerosi disegni erotici ornavano le pareti dei luoghi, onde fare, ove ce ne fosse stato bisogno, da stimolo al desiderio e all’amplesso.
Questi luoghi e queste pratiche erano considerati utili e necessari (e così è stato anche per i bordelli moderni finché furono aboliti in Italia dalla famigerata Legge Merlin del 1958): ad essi “si riconosceva un’importante utilità sociale: intanto costituiva un vincolo alla violenza contro le donne, pratica assai diffusa allora ben più di oggi; poi, rappresentava un elemento di freno nei confronti di una sregolata attività sessuale considerata peccaminosa anche all’interno del matrimonio che doveva essere finalizzato alla sola procreazione; quindi, distoglieva da altri due peccati considerati orrendi agli occhi di Dio come la masturbazione è la sodomia.”.
L’autore ci ricorda quanto San Tommaso d’Aquino scrive nella “Scolastica”: “la donna pubblica è nella società ciò che la sentina è in mare e la cloaca nel palazzo. Togli la cloaca e l’intero palazzo ne sarà infettato.”.
La Chiesa fu intransigente nel considerare peccaminosa la vita sessuale al di fuori del matrimonio e non ebbe alcuna esitazione a dichiarare peccato mortale ogni tipo di amore che non fosse tra uomo e donna. Numerose sono le citazioni che Luciani porta a conforto di questa tesi, riferendoci anche esempi di una esagerata condanna nei casi di masturbazione – condanna che discende addirittura dalla Genesi (Onan che si rifiuta di versare il suo seme nel ventre di Tamar, la vedova di suo fratello ER) – e di omosessualità. Sulla sodomia, nota è la storia narrata nella Bibbia della distruzione delle due città Sodoma e Gomorra dove era largamente diffusa e praticata. Giustiniano arriverà a comminare la pena della “decapitazione con la spada”, prevista già per l’adulterio, nel caso di sodomia. Bernardino da Siena (1380-1444), famoso ed ascoltato predicatore, fu uno dei più accaniti persecutori della sodomia.

L’autore non esita a far trasparire dalle righe la sua avversione per la crudeltà con cui la Chiesa, nel corso dei secoli, si è accanita a condannare soprattutto la sodomia, con pene brutali e disumane (il rogo, l’impiccagione e così via): “L’Alto e il Basso Medioevo non offrono in materia altro che un susseguirsi di orrori teologici e mostruosità giuridiche con tutto il loro carico di tragiche conseguenze: il diritto ecclesiastico e quello civile fanno a gara nel precisare, con una cura maniacale del dettaglio, gli ambiti della trasgressione del ‘crimen sodomiae’ per reprimere, controllare e punire un peccato individuato come foriero di molte e gravi disgrazie, la guerra e la peste, la carestia e i disordini civili.”. Ed anche traspare il senso di ridicolo a cui i convincimenti della Chiesa esponevano la coppia regolarmente sposata: “Tra le lenzuola la donna ha l’obbligo di mantenersi passiva, mentre l’iniziativa e qualsiasi altra attività sono prerogative lasciate all’uomo che le deve svolgere in maniera moderata e senza particolare entusiasmo.”. Scrive l’autore: “La chiesa, con la sua organizzazione capillare, attraverso la predicazione e l’esempio dei suoi esponenti migliori contribuì potentemente al diffondersi di una concezione sessuofobica e sessuorepressiva, che se anche non prevalse con pienezza sempre e dovunque, pure lasciò tracce profonde nel costume e nella mentalità di generazioni e generazioni di europei.”.
Tornando alla donna, essa, sebbene considerata, grazie alla prostituzione regolata e controllata, una via d’uscita dal vizio della masturbazione e dalla omosessualità, fu vista anche, fino alla più tarda modernità, come espressione del male e del demonio. Scrive san Girolamo: “La donna è la porta del demonio, la via della perfidia, l’aculeo dello scorpione, insomma una cosa pericolosa.”, tanto che, come sappiamo, nei secoli XVI e XVII fu incrudelita la loro persecuzione attraverso i processi alla stregoneria, pratica considerata diffusa tra le donne: “E su questo retroterra di accuse lapidarie e pregiudizi, maldicenze e luoghi comuni che crescerà la mala pianta della caccia alle streghe: un’allucinazione collettiva, una malattia sociale, la demonopatia che intossicherà per oltre due secoli la coscienza europea, equamente distribuita tra mondo cattolico e protestante.”.
Molte, oltre ad essere torturate, furono arse vive. Un bel libro della lucchese Giuliana Ricci si occupa delle streghe perseguitate a Soraggio, una piccola frazione della Garfagnana, e ci dà l’idea di ciò che le donne patirono, a causa di invidie e gelosie, oltre che di vendette. Le streghe più celebri restano quelle di Loudun, una località francese, che sono state oggetto di un famoso libro di Aldous Huxley: “I diavoli di Loudun”. Non era difficile innestare un legame tra pornografia e stregoneria e spesso una moglie tradita, tacciava di stregoneria l’amante del marito.
Se si salva l’antichità, dove l’idea del peccato era assente dalla sessualità, sin dal Medioevo e fino all’Ottocento e poco oltre, la misoginia ebbe gran parte nel determinare le condizioni di vita della società, e ben poche furono le donne che riuscirono a svincolarsi dagli stretti ambiti in cui l’uomo le aveva relegate. Queste donne ebbero nel loro patrimonio genetico intelligenza, coraggio e determinazione. Emersero a poco a poco in tutto il mondo. Nella letteratura dell’Occidente si prendano ad esempio Madame de Staël, George Sand (Amantine Lucile Dupin), Emily Dickinson, Edith Warton, Jane Austen, le sorelle Brönte, Virginia Woolf, Colette, la lucchese Teresa Bandettini, per fare solo alcuni nomi.
L’autore prende in considerazione tre città dove la prostituzione aveva un largo giro di interessi e di veri e propri affari, Roma (“Venere sempre sarà”), Firenze (“La mala femmina è come l’ellera: disfà il muro che abbraccia”) e Venezia (“Al son de sta campana, ogni donna da ben si fa puttana”) e il lettore potrà soddisfare molte curiosità e farsi un’idea del perché essa sia ancora oggi radicata nei costumi non solo della nostra società, ma di tutte le società del mondo. Un esponente dell’Umanesimo italiano, Antonio Beccadelli (Palermo, 1394 – Napoli, 1471), arriverà ad “affermare che le cortigiane sono più utili al mondo delle monache più devote.”. Queste tre città saranno tenute sempre presenti, anche nella parte finale, come riassuntive di un costume diffuso.
E, infatti, che cosa accadeva nel resto d’Italia? Tutto il mondo è paese, verrebbe da dire, e in tema di prostituzione in modo del tutto speciale: “A Genova, per esempio, le meretrici non potevano uscire dall’area di Monte Albano individuata per le loro attività che ogni lustro veniva data in appalto al miglior offerente, a cui le prostitute pagavano una tassa di cinque genovini al giorno. A loro non era concesso vestire ‘alla genovese’, ma rigorosamente di giallo per distinguerle con assoluta evidenza dalle donne per bene, non dovevano essere originarie della città e potevano circolare liberamente solo nella giornata di sabato. In occasione della festività di san Giovanni erano autorizzate a seguire la processione dietro l’immagine della Maddalena, loro protettrice.”.
A Viterbo se ne trovavano vicino alle sorgenti solforose presso le quali sostavano i pellegrini che percorrevano la nota via francigena; a Perugia erano gli studenti universitari che affollavano i postriboli. Ma non solo. L’autore riporta che anche un “cardinale segretario di Stato Carlo Carafa”, rimase impigliato nella rete, nientemeno che nipote del papa Paolo IV. Invitò a palazzo ben quattordici “putane che a quelli tempi se trovavano in Perugia”.
E la città di Lucca, cara a me come all’autore?: “Lucca è, forse, la prima città in Italia a istituzionalizzare la prostituzione dopo la terribile pestilenza del 1348, poiché sembrava che, dopo quel terribile flagello, un’altra peste avesse colpita la città, quella del ‘vitium sodomiticum’.”. Per tranquillizzare le coscienze fu deciso che le entrate delle “donzelline” fossero destinate “a fini pubblici, filantropici e sociali. Così, nel 1369 una parte di quelle somme contribuì alla costruzione del ponte sul fiume Serchio, a occidente della città, intitolato a San Pietro.”.
A poco a poco i postriboli si moltiplicarono nella città di Lucca e non vi si posero impedimenti, poiché ancora permaneva l’assillo della sodomia, e dunque più erano numerosi i postriboli e più essi avrebbero contribuito a debellarla o almeno ad affievolirla.
A Pistoia, “Ogni donna, poi, non doveva pagare più di trenta soldi al mese per esercitare la sua attività che non poteva svolgersi in altri luoghi della città: l’orario si protraeva dalla mattina fino al massimo alle due di notte. Una qualche attenzione era dedicata anche alla struttura che le accoglieva ‘insino a cinque o sei camerette’, minimamente confortevoli, in muratura e a prova di pioggia.”. Da Pistoia ci viene una descrizione del postribolo, così riferita dall’autore: “Si ritrova nella città Toscana una tipica struttura postribolare: un’ampia sala a pianterreno, su cui si aprivano le stanze da letto, in genere una per ogni prostituta, ambienti riscaldati da bracieri e protetti, se danno sulla strada, da robuste inferriate per scoraggiare violenze e turbative dell’ordine pubblico. Il primo piano, invece, accoglieva camere ed altri vani adibiti alle necessità della vita quotidiana.”.
Seguono esempi di scene e spettacoli amorosi che avevano come protagoniste le ‘donzelline’ educate e raffinate a questo genere di prestazioni, esempi tratti da documenti dell’epoca: “Si istruirono, impararono a parlare e a muoversi con eleganza, non trascurarono la letteratura, la musica, la politica e neppure il latino…”.

Ė una parte assai ricca di citazioni (primeggiano per succosità quelle tratte da Pietro Aretino), di personaggi femminili, e di fatterelli gustosi e piccanti che daranno al lettore l’impressione di ritrovarsi a vivere quei tempi e a partecipare ai lussuriosi conversari. Ogni cosa, ogni gesto, ogni parola, miravano all’appuntamento galante, fino alla soddisfazione sessuale: “Erano belle, le cortigiane? Certo, anche perché dovevano esserlo! Belle e, soprattutto, appetibili. Anche per ragioni sottilmente legate alla morale cristiana. Più i loro corpi, infatti, si presentavano seducenti e abbaglianti in egual misura, per i loro amanti, diminuiva la colpa.”. Un particolare spazio viene offerto alla giovanissima Fiammetta Michaelis, che fece innamorare di sé il cardinale Iacopo Ammannati, il quale, alla sua morte, le lasciò una cospicua eredità, e dovette intervenire il papa Sisto V per spartirla con gli altri eredi rimasti a bocca asciutta. Comunque a Fiammetta toccò una parte considerevole che le consentì di condurre una vita agiata e senza preoccupazioni. Divenne più tardi l’amante di Cesare Borgia, figlio del papa Alessandro VI e fratello della celebre Lucrezia. A Roma “Una piccola piazza del Rione Ponte porta il suo nome e la ricorda ancora.”.
Finché si arriva a tratteggiare tre figure femminili che sovrastano tutte le altre e che hanno marcato l’epoca amorosa rinascimentale.
Tullia d’Aragona, figlia del cardinale Luigi d’Aragona (1474-1519), “alta, bionda, due splendidi, grandi occhi non affidava le sue capacità di seduzione al solo aspetto fisico, ma a esso aggiungeva il tono di una voce morbida e ben intonata e la capacità di fare versi”. Fra i suoi ammiratori ebbe Bernardo Tasso, il padre del più famoso Torquato, l’autore della “Gerusalemme liberata”. Salvatore Quasimodo nella sua raccolta “Lirica d’amore italiana” riporta una sua poesia, “Amore un tempo in così lento foco”.
La personalità di Veronica Franco, “animatrice del più raffinato e importante salotto letterario di Venezia” dominerà con la sua vulcanica presenza la vita mondana della celebre città lagunare: “Donna di piacere, ma di altissimo livello, la Franco seppe legarsi sempre agli uomini più potenti e colti del suo tempo, intessendo con loro legami non solo carnali, ma artistici, letterari, filosofici.”. Fu la musa del Tintoretto, che la ritrasse più volte. Della sua poesia parla benevolmente Benedetto Croce nei suoi “Quaderni della critica”.
La terza donna è Imperia, “la più famosa cortigiana del Rinascimento romano”: “Si elargirono a Roma due gran doni / Marte le die’ l’impero, Venere Imperia.”, scrive il poeta Giano Vitale nell’”Imperiae panegyricus”; “Bella, ammirata, desiderata, era dotata di straordinario fascino e del potere che le derivava dagli uomini a cui si accompagnava”. Tra questi, Agostino Chigi (1465 – 1520), costruttore della Farnesina. Fu modella “e quasi per certo amante” di Raffaello Sanzio. Fu amata anche da Matteo Bandello, l’autore delle celebri “Novelle”.
Le tre donne sunnominate formano il cuore dell’opera di Luciani. La loro vita, che nei capitoli ad esse dedicati è percorsa in tutte vicende più salienti, compresa la morte, mostra al lettore la potenza della donna derivante non soltanto dalla bellezza, ma dall’arte della seduzione che, quando sapientemente presentata e offerta, non si poneva limiti, fino a conquistare e dominare personalità illustri e addirittura re e imperatori. Il lettore assaporerà in queste pagine il gusto della ricerca, e lo scrupolo, con cui l’autore ha voluto rappresentare un mondo, quello femminile, che, pur così influente, resta nascosto e sotterraneo rispetto a quello pomposo ma caduco degli uomini.
Altre, numerose, ebbero ruoli meno importanti ma si fa notare che esse costituirono “Un vero e proprio popolo di donne pronte a soddisfare qualsiasi esigenza maschile, dalla conversazione intellettuale e raffinata alla fisicità più greve, desiderate e disprezzate, ambite e perseguitate, superbe nel fiore della giovinezza, disposte ‘a farsi chiavar per duo giuli per comprar da cena’ nell’età matura.”.
Un suggerimento che scaturisce spontaneo dalla lettura di quest’opera è quello di correre subito a leggere Pietro Aretino, forse il maggior conoscitore in questo campo, sia nel caso si tratti delle cortigiane “oneste”, ossia “di alto livello sociale e intellettuale”, che di quelle “da candela”, di più basso livello e che “indicavano la durata della loro prestazione con una tacca incisa nella cera, che corrispondeva poco più, poco meno, a mezz’ora. Lavandaie, cucitrici, tessitrici, fantesche, ambulanti che non riuscivano a vivere col solo guadagno del loro lavoro erano costrette a integrarlo, prostituendosi.”.
Chi è amante di questo genere di storie, intriganti e pruriginose, non resterà deluso dall’opera di Luciani (troveremo citato come ‘puttaniere’ anche il Machiavelli, e riportata da lui stesso una sua disavventura, e una succinta storia della sifilide con gli illustri nomi dei contagiati), che sa offrire il tutto con la pacatezza e l’eleganza della sua scrittura. Importante la parte finale, che rende con tutta evidenza gli effetti che la Controriforma, avviata a seguito del Concilio di Trento ((1545-1563), produsse nel mortificare e debellare lo spirito laico, libertario, creativo e gioioso del Rinascimento. Tuttavia: “Il patrimonio culturale ereditato dal Rinascimento era troppo cospicuo per essere completamente dilapidato in un breve volgere di anni Il crepuscolo della grande cultura italiana fu in grado di mandare ancora per qualche decennio intensi e luminosi bagliori.”; “Eppure è proprio il travaglio di questi personaggi – un Tasso o un Caravaggio (1571 – 1610), un Bruno (1548 – 1600) o un Campanella (1568 – 1639), incompresi dai contemporanei, spiritualmente tormentati, perseguitati dal potere e, ‘disadattati’ rispetto al loro tempo, perennemente ‘in esilio’ o in ricerca – a riscattare le pigrizie e le negligenze, le piccole e le grandi viltà della maggioranza degli intellettuali italiani.”.


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Bart