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LETTERATURA: STORIA: Marcello Pera: l’integrazione e la guerra

1 Gennaio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Credo che questa riflessione del lucchese Marcello Pera sull’integrazione e sulla guerra possa essere utile. La traggo dal libro scritto con Papa Ratzinger “Senza radici”, uscito per Mondadori nel 2004:

“La Sua analisi (di Papa Ratzinger, allora cardinale, sarebbe diventato Papa l’anno successivo, 2005, ndr) è decisamente drammatica, quando dice che, vista dall’esterno, si ha «l’impressione che il sistema di valori dell’Europa, la sua cultura e la sua fede, ciò su cui si basa la sua identità, sia giunto alla fine e sia anzi già uscito di scena»; o quando sostiene che «l’Europa … sembra svuotata dall’interno, come paralizzata». Personalmente, concordo con Lei che esista «un odio di sé dell’Occidente», il quale ha «qualcosa di patologico» e «vede oramai soltanto ciò che è deprecabile».
Questa patologia si avverte dappertutto e io la percepisco soprattutto in quella gabbia di insincerità e ipocrisia che è il «linguaggio politicamente corretto» in cui l’Europa si è rinchiusa semplice- mente per paura di dire cose che non sono affatto scorrette ma banalmente vere e per evitare di far fronte alle responsabilità e alle conseguenze delle cose eventualmente dette. In questo linguaggio ci è concessa qualche libertà. Ad esempio, se a qualcuno gli va e ci crede davvero, magari perché è privo di gusto estetico, gli è concesso dire che lo smoking è migliore del caffetano. Ma provi qualcuno a dire che le nazioni degli uomini dello smoking, dopo secoli di sforzi e anche di massacri, hanno messo in piedi stati e società migliori di quelle degli uomini del caffetano. Fuor di metafora: provi qualcuno a dire che le istituzioni occidentali sono migliori delle istituzioni dei paesi islamici. Arriva un ordine di arresto culturale, si è espulsi dai salotti, dai circoli, dalle accademie, non si vincono premi letterari, non si è invitati a convegni o conferenze. «Migliore» non si può dire. «Preferibile» è sospetto. «Desiderabile» va così e così, purché si abbia l’accortezza di usarlo soggettivamente, come per la Sacher Torte. «Uguale» invece va benissimo, magari col sottinteso che tutte le società sono uguali e qualcuna è … «più uguale» delle altre.
Il reciproco della proibizione, ovviamente anche se assai stranamente, non vale. Un esempio? Mille. Se il presidente Bush dice che c’è un «asse del male», non è uno che, al più, sbaglia politica, ma un «cow boy», un «analfabeta», ciò che naturalmente non si può dire dell’intellettuale europeo, che è sempre tanto saggio, profondo, esperto. Noam Chomsky può tranquillamente sostenere che gli Stati Uniti sono «uno Stato guida del terrorismo». José Saramago può paragonare il premier Sharon a Hitler, gli israeliani ai nazisti e può persino arrivare a scrivere: «Oh, sì, gli orrendi massacri dei civili causati dai cosiddetti terroristi suicidi … orrendi, senza dubbio; condannabili, certamente; ma Israele deve ancora imparare parecchio se non è capace di comprendere le ragioni che possono portare un essere umano a trasformarsi in una bomba».
Si potrebbe dire lo stesso o anche solo qualcosa di meno, magari in forma più politicamente corretta, di qualche altro Stato o del governo palestinese? Guai. Lei stesso, nel Suo intervento, offre un altro esempio di questa mancanza di reciprocità: «Nella nostra società attuale, grazie a Dio, viene multato chi disonora la fede di Israele … Viene multato anche chiunque vilipenda il Corano … Se invece si tratta di Cristo e di ciò che è sacro per i cristiani, ecco che allora la libertà di opinione diventa il bene supremo». Strano, no, in un mondo in cui tutte le culture sarebbero equipollenti?
Un effetto della patologia dell’Occidente Lei lo rintraccia nel modo in cui l’Europa professa il multiculturalismo. Concordo. L’Europa, che è sempre più centro di attrazione migratoria per il suo benessere e per i suoi diritti, ha cercato di convivere con questo fenomeno trasformandosi lentamente e senza un preciso disegno deliberato in un melting pot all’americana. Ha dimenticato però che nel melting pot americano ogni entrante sottostà alle leggi dell’ospitante, e l’ospitante, mentre rispetta l’entrante, non ha abdicato a niente di sé, non alle leggi, alla bandiera, alla Costituzione. La quale Costituzione non è un documento qualsiasi fatto per la semplice convivenza di culture diverse, ma come scrisse uno dei padri fondatori dell’America, John Adams, «è fatta sol-tanto per un popolo morale e religioso». Togliete quella religione e il melting pot cadrà. Oppure riferitevi a quella religione come a una semplice «eredità spirituale» e il melting pot diventerà un’aggregazione indistinta senza effettiva integrazione.
Per integrare qualcuno bisogna prima avere ben chiaro e fermo ciò entro cui lo si vuole integrare. Non lo si può integrare dicendogli che la nostra casa è tanto ospitale, tanto larga, tanto priva di insegne proprie (a cominciare dal Crocefisso), che può accogliere lui come qualunque altro e lasciarlo libero di fare qualunque cosa. Così, come Lei dice, ci si dà solo alla «fuga dalle cose proprie». Integrare è diverso da aggregare, profonda-mente diverso: l’integrazione presuppone un dialogo a partire dalla mia posizione («a partire dai valori propri», come Lei dice), l’aggregazione presuppone solo l’accondiscendenza. L’integrazione non implica la parità delle posizioni di partenza; implica la pari disponibilità ad accettare l’eventuale approdo comune.

C’è poi un altro sintomo, che si è manifestato recentemente, della patologia dell’Occidente europeo. Si tratta della guerra. Il tema, lo so, è delicato, ma occorre parlarne.
Non entro nel merito se fosse cosa giusta o il momento giusto o il modo giusto di muovere le truppe contro l’Iraq di Saddam Hussein. Parlo della guerra in quanto tale, proprio perché oggi gran parte dell’opinione pubblica europea la rifiuta in quanto tale. L’Europa, ha scritto il leader della Catalogna Jordi Pujol, è affetta da «angelismo». In un loro appello-manifesto del giugno 2003, due filosofi europei – Jacques Derrida e Jürgen Habermas – hanno addirittura indicato come «segnale della nascita di un’opinione pubblica europea» la data del 15 febbraio 2003, quando «le manifestazioni di massa a Londra, Roma, Madrid e Barcellona, Berlino e Parigi reagirono a questo colpo di mano», cioè la firma da parte di otto paesi europei di un documento di dissociazione da altri due paesi europei contrari alla politica americana di intervento in Iraq.
Per dare sostanza e qualche quarto di nobiltà alle loro tesi, gli intellettuali laici europei si rifugiano nella «pace perpetua» di Kant, dimenticando che per il vecchio Immanuel il governo mondiale che tale pace potrebbe assicurare è un’«idea» e non un «concetto». E la Chiesa e la cultura cristiana, soprattutto il clero, li seguono in questa convinzione pacifista.
L’irenismo è certamente attraente, ma non può esserlo a spese del realismo, a meno di pensare, ad esempio, che Auschwitz, i lager, la seconda guerra mondiale e tanti altri conflitti e massacri fra popoli si debbano alla disattenzione del buon Dio o a un incidente fortuito della ragion pura di Kant. Il male, nel mondo di qua, esiste, e l’uomo non è più un angelo, perché ha mangiato all’albero della conoscenza e ha perduto il paradiso terrestre. Le relazioni internazionali, per quanti tentativi si facciano per civilizzarle, legalizzarle, democratizzarle (cioè approssimarle all’idea di Kant), sono soggette alla forza e comunque non possono prescinderne. Per i popoli la guerra è un fatto della storia e della convivenza, come è un fatto della biologia e dello sviluppo la morte per gli uomini.
Né si può dire che la guerra sia un fatto immorale, perché ciò sarebbe una metábasis eis állo génos: sarebbe come dire che la morte è immorale. No: immorale è la guerra immorale, ad esempio quella fatta per annettere uno Stato, così come immorale è la morte immorale, ad esempio quella provocata per assassinio. Un fatto è un fatto. Che si debba fare tutto il possibile per allontanarlo, questo fatto della guerra, o evitarlo più che si può, è così ovvio che non vale la pena spenderci parola. Ma che, quando c’è, si debba voltare lo sguardo altrove non mi pare neppure cosa utile per la causa della pace. Beati sono i «costruttori di pace», non i pacifisti. Beati sono coloro che riescono a evitare una guerra, non quelli che ne ripudiano il concetto. E beati sono coloro che, quando la guerra c’è, riescono a combatterla col minimo danno, non quelli che alzano le mani di fronte al nemico.
Perché allora l’Europa rifiuta questo fatto? Perché quella stessa Chiesa che fece le crociate oggi si rifiuta o tarda a comprendere che è stata dichiarata proprio una «guerra contro ebrei e crociati», come ci dicono ogni giorno i terroristi islamici? Hanno chiaro, questa Chiesa e questa Europa, che è la loro esistenza che è minacciata, la loro civiltà che è bersagliata, la loro cultura che è osteggiata? E perciò che sono chiamate a difendere la propria identità? Con la cultura, certo, l’educazione, le relazioni diplomatiche, i rapporti politici, gli scambi economici, il dialogo, la predicazione, ma anche, quando fosse il caso, con la forza?
Temo che l’Europa non l’abbia chiaro. E temo perciò che il pacifismo europeo, per quanto nobile e generoso, più che una scelta realistica, meditata, consapevole, sia piuttosto un gesto irriflesso e passivo conseguente al suo relativismo angelico. Per questo parlo di «spirito di Monaco». Il quale ha un’aggravante in più, oggi. Che il relativismo, dopo averci dato l’idea che tutte le culture e tutte le civiltà sono uguali, contraddittoriamente ci sta insinuando anche l’idea che la nostra è spesso peggiore delle altrui, sì che, soprattutto attraverso l’Europa, si è sparso, assieme a un sentimento di soddisfazione per lo scampato pericolo, anche un senso di colpa, di autoflagellazione, di bisogno di perdoni, da cui non è rimasta esente neppure la Chiesa. Il massacro dell’11 settembre? Colpa dei nostri genocidi, dice Chomsky. Gli attacchi terroristici suicidi? Colpa nostra, che abbiamo ridotto i palestinesi alla disperazione, dice Saramago. E così via, battendosi il petto sempre più forte. Come si fa a richiamare al realismo un’Europa che pensa così?”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart