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LETTERATURA: STORIA: Mussolini interprete e regista di se stesso

8 Febbraio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

La figura di Benito Mussolini occupa molte pagine del libro di Luigi Barzini jr “Gli Italiani. Virtù e vizi di un popolo”. È stato un testimone diretto e, dunque, le sue sono pagine importanti, in cui si ritrovano anche particolari non rilevati dagli storici. Una lettura, dunque, integrativa per chi di quel triste periodo conosce già molte cose.

“Il suo insuccesso si può forse spiegare dicendo che egli non falli affatto. Perdette la guerra, il potere, il paese, l’amante, il posto che credeva di aver conquistato nella storia e la vita stessa, ma riuscì in ciò che aveva veramente voluto intraprendere il giorno in cui si era impadronito del potere. A giudicare da ciò che fece e non da ciò che disse
o scrisse o fece scrivere, il suo vero disegno non era quello di rendere il paese sicuro, forte, rispettato e prospero, né desiderava di preparare l’Italia a sostenere con onore e qualche probabilità di vittoria una guerra moderna tra imperi industriali, ma soltanto di mettere in scena il più vasto e durevole spettacolo mai visto, di cui egli era lo sceneggiatore, il regista, e il protagonista eroico. In questo suo compito (che egli stesso, probabilmente, non avrebbe ammesso ma che la storia deve riconoscergli) riusci mirabilmente. Per cui non è esatto confrontarlo a Cesare, Cromwell, Cavour, Bismarck, o Talleyrand, ma a personaggi come William Randolph Hearst, che scatenò una guerra per aumentare le vendite dei suoi giornali, come P. T. Bamum e Cecil B. De Mille, che entrambi tentarono di creare the greatest show on earth, o ad attori eroici come Ernesto Rossi e Tomaso Salvini.
Lo spettacolo non si dimenticherà facilmente. Fu senza dubbio il più costoso che il mondo abbia mai visto. La regia era quasi impeccabile nel suo genere: stupende parate militari, riviste navali, saggi ginnici, fantasie di cavalieri arabi, uniformi splendide che mutavano ogni pochi anni, titoli fantastici, musiche, cori, bandiere, simboli, riti, contro lo splendido scenario della natura italiana e delle antiche città gloriose. Ma lo spettacolo sarebbe stato nulla senza il suo primo attore. Assunse molte parti, o piuttosto ima parte mutevole, sfaccettata, dai molti volti. Era eroico condottiero del Rinascimento, freddo pensatore machiavellico, capo di una minoranza decisa a tutto come Lenin, dittatore dalla volontà d’acciaio, despota umanitario, filosofo, educatore, superuomo nietzschiano, rurale, minatore, cavaliere, pilota, buon padre di famiglia, dongiovanni spietato, e molte altre cose. L’unica parte che tentò solo per breve tempo, all’inizio, (alla conferenza di Locarno, per esempio), e non gli riuscì fu quella dell’uomo di mondo. Al repertorio, negli ultimi anni, aggiunse il genio napoleonico, con i ben noti risultati, e, poco prima di morire, il riformatore socialista della società. Alla fine, come ogni buon attore, non ricordava più chi egli fosse veramente, che cosa volesse, sentisse e credesse. Ugo Ojetti soleva dire: «Non posso fare a meno di pensare, quando lo vedo, quanto gli deve far male la faccia, la sera, al momento di coricarsi». Che recitasse si capiva chiaramente guardandolo: in pubblico si pavoneggiava, camminava a passi concitati, si girava su un tacco, e si muoveva nello stile di un tragico un poco démodé che trascini dietro e faccia roteare con le spalle un grande immaginario mantello drappeggiato. Quando restava solo, sopra pensiero, sembrava svuotato e qualche volta stanco.
Ora ridiamo rivedendolo nei vecchi films. Forse la sua capacità di in-cantare le folle era effimera come certi vini che non resistono all’invecchiamento o agli spostamenti, ma che sono eccellenti se consumati l’anno stesso della loro produzione e nel loro ambiente, o come le prime pagine dei giornali. La tecnica di lui era esagerata, scoperta, ridicola, tutta esteriore, ma efficacissima; piaceva cioè al pubblico al quale si indirizzava, le masse plebee e semi-analfabete dalle quali egli era emerso, gli italiani patriarcali dei villaggi e delle campagne che anelavano all’antica pace perduta con la rivoluzione industriale e con la prima guerra mondiale; la piccola borghesia « bigotta e reazionaria », come la definiva Mario Missiroli, che voleva occuparsi dei suoi meschini affari e lasciare che fossero altri a crucciarsi dei grandi problemi; gli intellettuali immaturi e inesperti e i nazionalisti frustrati che si sentivano umiliati essendo nati e vivendo in un mediocre paese dal grande nome, un paese facilmente sconfitto da rivali meno gloriosi ma più efficienti.
Fu più popolare in Italia e acclamato di quanto lo sarà mai chiunque altro. Le sue fotografie venivano ritagliate da giornali e riviste e incollate alle pareti delle povere casupole dei contadini, accanto alla Madonna e a San Giuseppe. Le studentesse si innamoravano di lui come di un divo cinematografico. I suoi detti più memorabili figuravano in grandi lettere sulle case dei villaggi affinché tutti li leggessero. Uno dei suoi collaboratori, dopo averlo ascoltato annunciare dal balcone che l’Etiopia era stata conquistata e che Roma era ridivenuta la capitale di un impero, nel maggio del 1936, esclamò: «È come un dio…». «Come un dio? No, no», disse un altro. «È un dio.» La sua tecnica di attore non poteva piacere agli uomini seri, di gusto e di cultura. In Italia costoro erano, del resto, una minoranza senza potere; molti, come Benedetto Croce, il loro capo spirituale, resistettero fermamente al regime; molti affrontarono la morte in esilio o il carcere a vita; pochi altri collaborarono con la dittatura, alla fine, sia perché intimiditi e impauriti, oppure perché decisi ad approfittare delle opportunità meravigliose che essa offriva a chi non avesse principi.

Io lo ricordo, un giorno, durante le manovre militari nelle Langhe, nel 1932, camminare in una vasta e nuda piana di stoppie gialle, orlata in lontananza da colline verdi, da alberi e dai campanili dei villaggi. Contadini accorrevano da ogni parte, accesi in viso, ansimanti, per vederlo, per toccarlo, per acclamarlo. Uno dei suoi segretari lo seguiva con una borsa di cuoio dalle dimensioni esatte delle banconote da mille lire, per distribuire biglietti di banca ai più bisognosi con il gesto di un giocatore che distribuisce le carte. Ben presto Mussolini fu alla testa di un corteo di migliaia di entusiasti e gesticolanti seguaci. Sul volto non traspariva alcuna espressione tranne la solita legnosa risolutezza. Madri sollevavano in alto i bambini nella speranza che egli li vedesse e li toccasse, come le madri avevano fatto al passaggio dei re nel Medioevo. A un certo punto sopraggiunsero di corsa alcune suore, con i volti raggianti e i lunghi veli neri ondeggianti nel vento, che portavano cestini di pesche appena colte da offrirgli. Egli accettò l’omaggio senza ringraziarle, senza voltare la testa o sorridere, e mordendo una pesca, porse il resto al suo seguito. Nessuno di coloro che vi assistettero dimenticherà mai un altro spettacolo, quello delle piazze cittadine gremite di folle in ascolto; le teste erano vicine le une alle altre come tessere di un mosaico, tutti gli occhi si volgevano verso lo stesso punto focale, il balcone o il podio dai quali egli stava parlando. Era una scena minacciosa e terrificante.
All’inizio il suo compito era stato relativamente facile, eoa facile da ingannare anche lui. Non esisteva, in quei primi anni, che una modesta frattura tra la realtà e la rappresentazione ufficiale. Si realizzarono molte cose, alcuni dei problemi più semplici vennero affrontati, progetti pronti da anni, che attendevano solo un ordine e uno stanziamento, vennero varati con successo. Lo spettacolo, allora, serviva veramente ad elettrizzare gli animi, a infondere fiducia, a promuovere iniziative. Il paese stava comunque progredendo per forza propria, le miserabili condizioni di vita cominciavano a migliorare, l’economia si rafforzava, cosi come avveniva negli anni venti in quasi tutto il mondo. Mussolini aveva ereditato dall’Italia liberale una buona burocrazia ed era ancora disposto ad ascoltarne i consigli. Poi, poco per volta, il compito divenne gradatamente più difficile. La crisi economica, la grave e minacciosa situazione internazionale, l’accumularsi in Italia di vecchi e nuovi problemi richiedevano una politica vera e non un simulacro di politica. Lo spettacolo non fu più soltanto un mezzo di propaganda ma venne utilizzato sempre più cerne instrumentum regni, come un mascheramento della triste realtà. La frattura tra verità e finzione si allargò, di anno in anno, in modo sempre più pericoloso.
Gran parte degli italiani non si rendevano conto di essere comparse in una immensa rappresentazione inebriante in un’epopea di cartapesta che egli stesso, l’autore, non immaginava come sarebbe andata a finire. La maggioranza si occupava delle proprie faccende e non sapeva che egli non studiava e non si poneva nessun vero problema. La propaganda, la regia, i continui colpi di scena avevano narcotizzato il paese Quasi tutti avevano perduto o dimenticato la capacità di giudicare le cose con freddo spirito indipendente: si lasciavano trascinare dall’ondata delle emozioni. Tra coloro che erano allarmati dalla piega che stavano prendendo gli avvenimenti, – intellettuali, lettori di giornali stranieri, gente di buon senso, – ve n’erano molti che tentavano di ingannarsi e dicevano che, dopo tutto, lui era sempre là, a Palazzo Venezia, l’insonne, che lavorava duro, che sapeva tutto, che dominava la situazione, che non aveva ancora commesso nessun errore irreparabile, e che essendo italiano anche lui, e quindi non un fesso, e sapendo che il suo destino era legato a quello dell’Italia, avrebbe, alla fine, per salvare se stesso, salvato anche tutti gli altri. Anche i più pessimisti erano certi che egli avrebbe evitato lo show-down, le scontro tra la sua finta potenza e la vera potenza degli altri. Nessuno avrebbe immaginato che egli non conoscesse le reali condizioni del paese. Come è sempre avvenuto nella storia, il vuoto tra lo spettacolo e la realtà venne empito alla fine di sangue vero, di rovine vere, di veri morti.

(…)

In realtà egli non sospettava che dietro la sua facciata fascista non v’era praticamente nulla. Non seppe mai quanto, in realtà, fosse debole, disarmato e demoralizzato il paese. Credette sinceramente di poter prendere parte al gioco con il suo esercito disorganizzato, i suoi servili generali, i suoi cannoni Biedermeier, gli aeroplani giocattolo, i fragili carri armati e le industrie arcaiche. Come mai? Questo è, alla fine, l’enigma che gli storici dovranno risolvere. Mussolini, come si è detto, non era uno sciocco. Non era pazzo. Anche se un po’ logorato e prematuramente invecchiato da una vita intensa, dalle avventure amorose (Claretta Petacci era entrata nella sua esistenza nel 1936, quando lui aveva 53 anni e lei 24) e dalla cattiva salute (soffriva di crampi nervosi allo stomaco che gli procuravano intensi dolori nei momenti di crisi), era in complesso ancora consapevole di quanto accadeva. Era male informato solo perché preferiva essere male informato. Non sapeva quasi nulla dei preparativi militari dell’Italia. Era stato ingannato da se stesso, cosi come un malato di cancro riesce a non sapere nulla della gravità della sua malattia, benché intorno a lui siano chiare indicazioni e segni inequivocabili.
Aveva tentato, di quando in quando, nei primi anni, di squarciare il sipario dell’ossequio ufficiale e le mezze verità e gli inganni ufficiali. Fino a quando il fratello Arnaldo visse (mori nel 1931) e finché ricevette alcuni vecchi amici onesti e collaboratori seri, non si distaccò gran che dalla realtà. Ma a poco a poco l’atmosfera inebriante della altissima posizione prevalse. Per una ragione o per l’altra non fu capace di difendersi dai suoi effetti deleteri. L’artefice delle finzioni riusciva sempre meno a riconoscere le finzioni quando erano gli altri ad avvalersene con lui. Questo, naturalmente, è il nocciolo della questione.
La sua resistenza all’inganno, che non fu mai forte, si ridusse gradata- mente e fini con lo scomparire del tutto. Quando qualcuno lo poneva in guardia contro le adulazioni, alzava le spalle. Si credeva impervio. In uno dei primi mesi di governo, nel 1923, un anziano e illustre ambasciatore tornò da Ginevra, ove aveva rappresentato l’Italia a una conferenza per vietare l’impiego dei gas asfissianti. Quando il venerabile gentiluomo entrò nello studio dell’uomo più giovane, questi non alzò neppure gli occhi dalla scrivania e continuò a scrivere. Infine, dopo alcuni lunghi minuti, distolse lo sguardo dal foglio e, spingendo il mento in avanti, domandò in tono sdegnoso: «Quali sono i gas più pericolosi, ambasciatore?». L’ambasciatore rispose in tono grave: «L’incenso è il più letale di tutti, Eccellenza». Ben presto fu collocato in congedo. Con il trascorrere degli anni, Mussolini divenne drogato d’adulazione, completamente prigioniero del paradiso artificiale che aveva creato per gli altri. Ogni anno gli occorrevano dosi sempre maggiori di lusinghe e di inganni. In ultimo, anche le menzogne più assurde e improbabili, purché lusingassero il concetto ch’egli aveva di se stesso e confermassero i suoi pregiudizi, gli sembravano l’espressione semplice e disadorna della verità obiettiva.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart