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LETTERATURA: STORIA: Piero Tarticchio: “Nascinguerra”

10 Maggio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

La ristampa di questo libro, uscito per la prima volta nel 2001, è il segno che la difesa di certi valori storici e morali è ancora viva. Piero Tarticchio, classe 1936, ha passato una vita a sensibilizzare i suoi lettori al dovuto rispetto dei popoli contro i tentativi di epurazione e di mortificazione. Ha difeso il diritto alla vita e alla dignità di ciascuno a qualsiasi etnia o religione appartenga. Nel 2019 è uscito un altro romanzo, carico di questo significato: “Maria Peschle e il suo giardino di vetro”, che ci narra il calvario che dovettero subire le popolazioni dalmate e istriane. Il padre di Piero fu uno dei tanti infoibati e lui era ancora un bambino, quando fu costretto a lasciare la propria casa.
“Nascinguerra” è un romanzo fortunato, poiché è stato accolto favorevolmente dal pubblico, non solo per la bravura narrativa dell’autore, ma proprio e soprattutto per il messaggio che recava con sé. Questa ristampa ne conferma il successo.
Il primo che avvia il romanzo si chiama Adelchi, nato nel 1937 (un anno dopo l’autore, da ciò è facile individuare che si tratta dell’autore stesso) in un paesino intorno a Pola, Gallesano, che, per la tranquillità che regna tra gli abitanti, costituisce la radice della storia, da cui tutto parte e a cui tutto fa riferimento: “Più che altrove la bellezza si vestiva di semplicità e ogni più piccolo spazio, inserito in un contesto intricato come una ragnatela tessuta da un ragno sapiente, aveva la sua ragione d’essere. (…) Il tutto avveniva secondo una sequenza di riti e tradizioni, indispensabili per la sopravvivenza della popolazione contadina vissuta nella prima metà del Ventesimo secolo.”.
Il suo nome, Adelchi, richiama l’omonima tragedia manzoniana e ne riassume benissimo lo spirito di sofferenza.
Il romanzo si avvarrà di vari narratori, i quali paiono includersi l’uno nell’altro e interscambiarsi per l’unicità dei fini. Adelchi, in ogni caso, rimarrà sempre sottotraccia a ciascuno di costoro
Adelchi cresce tra la guerra e i racconti di guerra di suo padre, il quale intanto gli costruiva, lui ancora bambino, una biblioteca che lo avrebbe aiutato a diventare un uomo.
Dunque, ecco già rappresentati gli architravi di un’esistenza che voglia essere non solo felice, ma in grado di offrire sostegno nella vita di ciascuno: affetto, serenità, istruzione, famiglia.
Sono architravi che non devono cedere al peso di una modernità che potrebbe corroderli e distruggerli. La guerra è il veleno che li inquina e li logora, poiché fatta di sopraffazioni e di crudeltà: “Il tempo passò e la guerra, quella vera, quella che semina distruzione e morte, arrivò a pochi passi da casa mia. Nel 1944 le bombe caddero a grappoli su Pola e molta gente morì sotto le macerie.”.
Bisogna saperla capire, la guerra, per non esserne sopraffatti. Essa, mentre tutto sconquassa, ha un fantasma che la rappresenta e lo si deve saper vedere, con il suo colore cupo e con la sua vastità simile ad una nuvola nera: “Anche se avevamo appena sette anni, eravamo in grado di capire che a Pola, tra esplosioni fragorose, lingue di fuoco che si levavano alte nel cielo, colonne di polvere e case sventrate, la gente moriva davvero.”.
È un romanzo che, avvalendosi della verità, non ha remore e denuncia ogni ingiustizia sorta dalla guerra. I partigiani titini sono all’opera per cacciare gli italiani dalle loro case, e non risparmiano violenza ed eccidi. Troppo forti per opporre loro una resistenza degna di questo nome.
Ancora sopraffazione e violenza, crudeltà nascoste sotto false mascherature, s’impongono: “Sentivo mio padre raccontare che nell’entroterra istriano i partigiani slavi di Tito avanzavano, terrorizzando la popolazione e soffocando ogni afflato di italianità.”.
Si avvertono le premesse di una tragedia immane, quale sarà quella istriano-dalmata, che ancora oggi è appena mormorata e se, qualche più vigoroso accento si è conquistata, lo si deve a scrittori come Piero Tarticchio.
Il lettore si accorgerà presto che non sta leggendo un romanzo ma la cronaca di una calamità che ha riguardato un popolo. Le terre istriano-dalmate saranno pressoché desertificate dall’azione dei titini, che si macchiarono di reati turpi come quelli delle foibe, i crateri profondi in cui gettavano legati con filo di ferro coppie di essere umani ancora vivi.
È un romanzo della memoria, un romanzo che non dimentica; un romanzo di rifiuto e di resistenza: “Non mi persi d’animo. Non ebbi cedimenti neppure quando fui costretto a lasciare la terra dove ero nato e, insieme a quanto restava della mia famiglia, affrontare l’esilio come una scelta di libertà.”.
Non è vendetta quella che si evoca in questo libro, bensì giustizia, la giustizia della Storia. La verità che spetta a chi ha sofferto: “io non volevo né guarire, né dimenticare.”. La definizione che dà dell’opera d’arte, può chiarire ulteriormente: “Ogni creazione racchiude in sé ispirazione, fascino e misticismo. Raramente è un fenomeno fortuito, destinato a cadere nel vuoto. Sin dal suo concepimento l’opera d’arte si distacca dal suo autore e acquisisce una propria autonomia, diventando un’entità indipendente dotata di un soffio vitale.”.

L’ufficiale e giornalista inglese, Charles Graham Fortune, che impianterà le fondamenta della storia narrata nel romanzo, chiede a Adelchi un incontro perché ha da narrargli un fatto importante accaduto nella sua terra, della quale tesse le lodi e dice, fra l’altro, significativamente: “Attraverso leggende e ballate sono state tramandate storie di uomini venuti da lontano che provarono a domare un territorio impervio e difficile. Sopravvissuti al ferro romano, furono indotti al retaggio della terra, ma non vennero mai totalmente purificati dai loro impulsi primordiali. Si dice che il rosso cinabro delle zolle smosse dall’aratro sia simile al colore del sangue rappreso di coloro che hanno difeso quella frontiera. Lì più che altrove la dignità, l’onore, l’orgoglio, la fedeltà, la passione, il dolore e la morte, non hanno solo valenze prive di anima, ma assumono per certi versi i loro significati più puri e autentici.”.
I popoli non si estinguono; nessuna violenza li doma.
Quando comincia il racconto del giornalista si eleva a sdegno e a rivolta la scelta dell’Italia di soccombere alla Conferenza di Pace tenutasi il 16 ottobre 1946 a Parigi, allorché le Forze vincitrici della guerra stabilirono che “buona parte dei territori dell’Istria, con Pola, Fiume e la Dalmazia”, sarebbero passati alla Jugoslavia.”.
Espressione del dolore e della protesta è una donna toscana, Maria Pasquinelli, che uccide il rappresentante degli Alleati in quelle terre, il generale inglese Robert de Winton.
Sono una protesta e un dolore che esprimono senza equivoci la volontà corale di restare su quelle terre amate e di restarvi come italiani: “L’esodo, per noi istriani, è la fine del nostro mondo. Noi non siamo emigranti e nemmeno profughi, come vuole farci credere il C.L.N., ma esuli. L’emigrante parte per sua libera scelta, anche se dolorosa; altrettanto fa il profugo, ma entrambi sanno che se vorranno un giorno potranno far ritorno alle loro case. L’esule invece non ha certezze, né speranze: sa perfettamente che il biglietto di viaggio che gli è stato consegnato è di sola andata.”.
Il romanzo è tutto volto alla conferma di questo amore e di questa resistenza, alla fine mortificata ingiustamente e con crudeltà. La delusione nei confronti dell’Italia è palpabile e ci accompagnerà per l’intero romanzo: “noi speriamo sempre che il trattato di pace che vorrebbero imporci gli Alleati venga respinto dal governo italiano.”; “Non ci resta che confidare in un colpo di scena che rimetta tutto in discussione. Se dovessimo abbandonare in massa questa terra, per noi sarebbe la fine del nostro mondo.”. Dirà più avanti l’anziana maestra signorina Egle Schwarz: “Tutte le sere prima di addormentarmi rivolgo un pensiero a Dio e gli chiedo: fa’ che questo momento sia solo un brutto sogno. Fa’ che domani svegliandomi possa scoprire che tutto è rimasto com’era prima della guerra.”.
Nascinguerra (soprannome di Armando Benussi) ne è il simbolo più elevato e ce ne viene narrata la commovente e suggestiva storia (anche quella del suo bisnonno Tristan Fournier, sergente maggiore dell’esercito francese reduce della campagna di Russia combattuta da Bonaparte, di cui ci fa conoscere il tortuoso peregrinare), quale espressione di una tragedia che coinvolse tanti di quella terra: “Sotto i bombardamenti perì sua figlia Iole, insieme a Tino suo marito, poi fu la volta della moglie Fosca e per ultimo, travolto da un destino infame, se ne andò anche suo nipote Martìn.”.
In lui si può riconoscere l’intero popolo istriano-dalmata: “Nascinguerra parlava con il mare, si identificava in lui, la sua persona emanava un profumo di salsedine. Amava il mare così profondamente da portarselo dentro e custodirlo come il bene più prezioso: il mare era il suo mondo e lui lo elevò oltre ogni limite dell’immaginazione”. Era uso dire: “Per risorgere bisogna prima morire.”.
Il ricordo che, al momento in cui la bara sta calando nella fossa, gli tributa un’anziana donna, la signorina Egle Schwarz, che era stata la maestra del villaggio, la quale ha deposto su di essa dei fiori, ha il tono di una rivendicazione e di una rivalsa che non si piegano alla sconfitta e all’umiliazione: “nessuno potrà più chiederti se vuoi essere italiano o slavo.”.
Come si vede, i valori che questo romanzo esprime sono quelli che discendono da una tragedia mai dimenticata, la cui ferita conserva, racchiuso nella cicatrice, il grande amore per l’Italia, che ora pare averli dimenticati: “Una città in agonia si spegneva fra l’indifferenza dell’Italia, che trent’anni prima l’aveva fortemente voluta e ora la stava abbandonando con il fastidio che si prova per un’amante scomoda. I polesani lasciavano le case al loro destino, con la stessa rassegnazione con la quale si vede morire un malato terminale. Sembravano ritornati i tempi della peste, le porte e le finestre erano sprangate con tavole inchiodate agli infissi come croci di Sant’Andrea. Un velo di tristezza calava dal cielo: una sottile malinconia, palpabile e opprimente si espandeva nelle strade vuote, nelle piazze, nei vicoli, sulle rive, si avviluppava al mobilio e alle povere cose, ammucchiate sulla via in attesa di essere caricate sulle navi.”.
Tarticchio sa raccontare, la sua scrittura ci scivola addosso lasciandoci un senso di freschezza e di appagamento e al lettore è consentito tutto lo spazio per capire e riflettere. Qui abbiamo la dimostrazione di una capacità di sintesi esemplare: “Dal cielo la pioggia scendeva a dirotto e, spinta da forti raffiche di vento investiva di traverso i muri delle case fino a renderli traslucidi.”.
Di Nascinguerra, (quando il giornalista lo conobbe era ospite di una casa di riposo per marinai) sa tracciare un ritratto che è espressione di quella terra e del suo dolore: “Quando mi trovai di fronte all’anziano pescatore, notai sul suo volto i segni di una profonda sofferenza, un dolore antico, nascosto nei tratti di un candore primitivo. Mi colpirono i suoi occhi, di una tonalità che non avevo mai visto prima: erano viola con l’iride illuminata da pagliuzze dorate. Lo sguardo sembrava spento, come se dopo essere passato attraverso una lunga e tormentata esistenza avesse perduto ogni interesse per la vita.”.
Vi si leggono bellezza e delusione, il prima e il dopo. Qui, il dopo si è fatto tragico: “Mentre lasciavo l’Istituto l’avevo visto rientrare, trascinando penosamente la gamba di legno, con una mano reggeva la gabbietta, con l’altra si appoggiava a una gruccia.”.
Il lettore si accorgerà che ogni personaggio, non solo Nascinguerra, rappresenta quella terra ferita e abbandonata. Terra e uomini sono una cosa sola, così che la storia del vecchio marinaio è la storia di un dolore.
Il romanzo si apre anche ad ampi spazi consentiti dalla genealogia di Nascinguerra, che il lettore gusterà con piacere, soprattutto quando si rievocherà la ritirata dell’esercito francese di Napoleone Bonaparte a seguito delle sconfitte subite in Russia nel 1812, che segnarono il suo declino. Sono pagine che ci fanno ricordare quelle narrate da Victor Hugo ne “I miserabili”. La signorina Egle Schwarz, che narra la storia di un antenato di Nascinguerra, un sergente francese di nome Tristan Fournier, ci dice che la pronipote di questi, Angiola (che poi è la madre di Nascinguerra), affermava che il bisnonno: “Malediva quella terra desolata e la neve che la ricopriva a perdita d’occhio, ma soprattutto odiava il gelo che gli paralizzava le membra.
Aveva percorso migliaia di miglia, sopportando privazioni di ogni sorta, in cambio di niente.”.
Questo è ciò che osserva e incontra nella sua ritirata: “I soli riscontri in tanto biancore erano i cadaveri dei soldati non ancora ricoperti dalla neve, le carcasse irrigidite dei cavalli, le sagome dei carri e gli affusti dei cannoni bloccati nella morsa del gelo.”.
Ci sono momenti in cui il romanzo diventa epico e dimostra che siamo di fronte a un autore che sa modulare i vari registri della sua storia. Gli stessi passaggi da un narratore all’altro sono fluenti, quasi impercettibili. Sappiamo che la scala di essi è composta in alto da Adelchi. sotto il quale giganteggia il giornalista inglese per il suo interesse e la sua curiosità che fanno da stantuffo al treno del racconto, e subito dopo gli altri, dall’inglese stesso generati, anch’essi in una successione che li marca e dà loro spessore.
Questo, ad esempio, è il ritratto di uno di loro, Gigi Bucher: “Bucher evitava le scampagnate nei paesi dell’entroterra, aborriva gli scherzi goliardici, mal sopportava le baldorie chiassose che finivano in pantagrueliche abbuffate e colossali bevute.
Si rifiutava di esporre la sua pelle delicata ai raggi del sole d’estate e in quanto ai bagni di mare, non sapendo nuotare, li schivava come il diavolo evita l’acqua santa.
Biasimava gli amici che bazzicavano i bordelli, frequentati da sciami di marinai. Non gli piaceva il gioco delle carte, tantomeno amava le sfide al biliardo.
Per contro gli piaceva andare alla stazione, preferibilmente di sera per assistere alla partenza dei treni. Lo esaltavano le locomotive a vapore, quelle che dalla ciminiera sbuffante emettevano un fumo acre misto a scintille le quali, dopo il calar del sole brillavano come lucciole nella notte. Gli piaceva passeggiare sotto la pioggia. Aveva una vera passione per il cinematografo ma non perdeva mai l’occasione per assistere alle rappresentazioni liriche che si tenevano d’estate nella grande Arena.”; “Si era scordato persino di prendere moglie, non tanto perché provasse indifferenza per le donne, ma semplicemente perché, preso com’era dai suoi libri non trovava il tempo per avvicinarle, conoscerle, frequentarle e corteggiarle a dovere.”.
Sono descrizioni che hanno caratura psicologica, in cui si nota una scrittura limpida e classica, con la quale il ritratto del libraio esce a tutto tondo con la rappresentazione di un’anima incerta tra l’essere adulta o ancora un po’ bambina. Per quanto riguarda la sua fisicità, essa è resa in maniera visiva: “L’aspetto del libraio era quello di uno spilungone, magro e precocemente ingobbito. Aveva il volto pallido e affilato, una folta chioma di capelli scuri e crespi, il naso ricurvo, gli occhi nerissimi e infossati nelle orbite erano sovrastati da sopraccigli arruffati. Portava costantemente un paio di occhiali a pinza piccoli e stretti.”. I dettagli con cui sono disegnate talune descrizioni rivelano che Tarticchio, oltre che scrittore, è attento e sapiente grafico e pittore (le sue opere figurano in musei, circoli culturali, biblioteche, collezioni pubbliche e private), capace quindi di evidenziare, con bella sintesi, particolari minuti e significativi
Questa è la descrizione dell’anziana maestra Egle Schwarz: “Minuta nel fisico, tanto da sembrare più piccola di quanto non fosse, l’anziana maestra aveva il volto racchiuso in un perfetto ovale, incorniciato da capelli bianchi argentati, lisci e gonfi ai lati e raccolti sul capo con un pettine ambrato di tartaruga. Aveva gli occhi grandi e chiari, lo sguardo sereno ma deciso, come di una persona sicura di sé che sa ciò che vuole e come ottenerlo.
Portava occhiali piccoli, con una montatura sottile e vestiva con la raffinata eleganza delle signore del suo rango, senza mai ostentare stravaganze o civetterie di sorta. Indossava camicette di crepe de chine bianche, grigie o nere, rifinite con pizzi di sangallo. Le piaceva adornarsi con cammei finemente lavorati, spille di pietre dure tagliate a marquise oppure con medaglioni fermati al collo da una fettuccia di velluto nero. Diceva di non amare le perle, perché le considerava lacrime degli innamorati delusi, raccolte dalla luna per evitare che andassero perdute. Un concetto decisamente romantico che contrastava con la sua volontà energica riguardo le sue scelte esistenziali.
Calzava stivaletti allacciati da una fila di bottoni che arrivavano fino oltre la caviglia, sfoggiava cappellini dai toni scuri, molto sobri, tutti rigorosamente muniti di veletta che le celava parzialmente il viso. Nonostante i suoi settantasette anni aveva la pelle bianchissima, liscia, esangue; le mani sempre ben curate, le dita lunghe e affusolate.”.
Una descrizione puntigliosa. Un’altra, questa volta corale, il lettore potrà trovarla più avanti quando è tratteggiato il mercato di un paese di nome Dignano. Ciò per avvalorare le qualità plurime dell’autore.
Un ulteriore esempio della felice e piacevole scrittura di cui è capace, lo si potrà rilevare e godere dalle belle pagine che descrivono il maldestro approccio di Gigi Bucher con la signorina Eleonora Balducci, nativa di Lucca e impiegata delle Poste di quel paese, una cliente della sua libreria, che gli si presenta così: “Per qualche anno ho studiato pianoforte. Noi, gente della Lucchesia, siamo stati un po’ contagiati dall’artista di casa nostra, quel Giacomo Puccini che lei avrà di certo sentito nominare.”.
Esse sono, per la loro qualità artistica, pagine di rilievo del romanzo, che troveranno una replica più avanti quando il bisnonno di Nascinguerra, Tristan Fournier, incontrerà quella che diventerà sua moglie, la bella mugnaia di nome Fiorina: “La bella mugnaia non rispose, tuttavia l’uomo comprese che quel complimento, come un dardo di Cupido, aveva colto nel segno. Non abituata alle galanterie, che la sua grazia e la sua bellezza avrebbero meritato, la giovane riprese il suo lavoro, non prima di essersi passata il grembiule sul viso, per ravvivare il biancore delle gote dovuto alla cipria di frumento.”; “La giovane possedeva un dono prezioso, che molte ragazze hanno sempre sognato: sorrideva con lo sguardo.”.

Il lettore si accorgerà da sé che sono narrazioni, anche quella che riguarda l’incidente della piccola Régine, figlia prediletta di Tristan, di una compostezza esemplare. E anche quando c’è da rappresentare una tragedia, come quella che si troverà nella Parte seconda, allorché una furiosa tempesta di mare colpirà Nascinguerra intento alla sua pesca, l’autore, come se stesse dipingendo un quadro, sa rendere viva e pregna l’immagine drammatica, padroneggiandola.
Tornano gli accenni alla Seconda guerra mondiale che, oltre alle stragi causate dai bombardamenti su quelle terre, aggiunse la lotta che i partigiani titini facevano agli italiani senza risparmio di crudeltà: “Gli stessi antifascisti, che consideravano i partigiani di Tito come liberatori, hanno dovuto ricredersi davanti alla ferocia dimostrata dagli slavi nei confronti degli italiani durante i quarantaquattro giorni in cui hanno occupato la città, prima che arrivassero gli Alleati.
Negli archivi del G. M. A. – Governo Militare Alleato – sono depositati migliaia di rapporti che denunciano esecuzioni sommarie, torture, stupri e vessazioni di ogni genere commesse dagli slavi di Tito a persone civili di ogni età, sesso e convinzione politica; per non parlare della crudeltà dimostrata contro militari italiani disarmati. I titini hanno palesato subito la loro ferocia diventando persecutori della peggiore specie.”.
Quella lotta si ripercosse in Italia: “Nell’Italia del dopoguerra, i comunisti di Togliatti, che avevano abbracciato la causa della falce e martello agli ordini impartiti dal Soviet Supremo di Mosca, divulgarono l’equazione che tutti gli esuli erano reazionari e fascisti, mentre i titini, marxisti-leninisti, venivano considerati liberatori.”. Verso la fine troveremo: “Arrivando in Italia, molti esuli vennero accolti con indifferenza o addirittura con il fastidio che si prova per un parente scomodo. Eravamo un corpo estraneo che tentava di inserirsi in un tessuto sociale che non voleva intrusioni. Da una parte degli italiani fummo considerati individui politicamente pericolosi; un branco di opportunisti, che sfruttavano la loro condizione di profughi per accaparrarsi il poco lavoro disponibile. Ai funzionari delle questure fu ordinato di prenderci le impronte digitali e di schedarci, quasi fossimo dei delinquenti. Lei non può nemmeno immaginare quanto avremmo voluto che la nostra diaspora fosse conosciuta e ricordata, invece intorno a noi si costruì un muro di silenzio.”.
Sappiamo dalla Storia il boicottaggio a cui gli esuli furono sottoposti, ai quali si negò, durante le soste alle stazioni ferroviarie, perfino l’acqua per dissetarsi.
Il romanzo è la narrazione di una morte annunciata. A poco a poco la vitalità di quella gente operosa si spegne nella rassegnazione dolorosa: “Stiamo tentando di sbarazzarci di tutto: pentole, posate, piatti, boccali, bicchieri, tavoli e sedie.”. Pola, la città cara all’autore, è la vittima per antonomasia di una sopraffazione che non ha trovato difensori: “Alle volte mi domando da che parte stia Dio”.
La riflessione che incontriamo nella Parte seconda, può essere una risposta? Scrive l’autore, mettendo le parole in bocca ad un pescatore, Nicolèto Papadopolis, che fu amico di Nascinguerra, il quale ha deciso di restare e per questo è accusato ingiustamente di simpatizzare per Tito: “Tutte le cose animate e inanimate del pianeta possiedono uno spirito che le guida e che si manifesta attraverso forme diverse, non sempre facili da individuare.”. E nell’esergo con cui apre un capitolo dedicato proprio all’altro amico, ‘l Grego, troviamo queste parole di Anthony Burgess, tratte da “L’antica lama”: “A Dio non interessa che si neghi la sua esistenza: lui sa di esistere e ciò gli basta.”.
Quella di credere in Dio è una scelta non facile. ‘L Greco l’ha rifiutata: “Confesso che non ho mai cercato Dio, né Lui, credo, abbia cercato me. Nascinguerra tentò di convincermi a percorrere con lui la via della fede, ma quella strada io non l’ho mai trovata, forse perché la mia mente era confusa e piena di dubbi. Non so nemmeno se sono stato battezzato.”.
‘L Grego è l‘espressione della caparbietà e della disperazione: ossia di una ribellione che si conquista stringendo i denti: “Ma questo è il mio mondo, mi appartiene per diritto di nascita e io non lo rinnegherò mai.
Voglio vivere qui fino alla fine dei miei giorni, perché mio padre era istriano e il padre di mio padre lo era da generazioni. Non mi importa il prezzo che dovrò pagare per questa scelta.”.
Attraverso le parole del giornalista è rivendicato il diritto degli istriani di abitare quelle terre che occupano da millenni; “Nonostante le diversità storiche e culturali, per secoli italiani e slavi hanno avuto rapporti di buon vicinato, tolleranza reciproca, pur mantenendo ognuno la propria identità, la propria lingua, la propria religione, i propri usi e costumi.”.
L’inglese, però, richiama il suo interlocutore alla verità dei fatti: “Molti italiani nella penisola credono di avere vinto la guerra solo perché una parte di essi, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si è schierata contro il fascismo. La verità è che l’Italia è stata sconfitta e la cambiale che ora deve pagare si chiama Istria, Fiume e Dalmazia.”. E con triste partecipazione al dolore, prosegue: “credo che passeranno molti anni prima che la tragedia dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati possa venire riconosciuta nella sua giusta dimensione. Quando questo avverrà, se mai avverrà, del passato culturale istro-latino-veneto, sopravvissuto per quasi venti secoli su questa terra, sarà rimasto poco o nulla.”.
Quando cominciamo a conoscere meglio Nascinguerra (la sua figura domina la Parte seconda del romanzo), ci pare di vederlo nella sua modesta casa di pescatore, avvolto da riti e tradizioni che lo avevano formato. In casa teneva un piccolo lume acceso davanti all’immagine della Madonna per ricordare la suocera Catina, la madre della moglie Fosca: “Il culto dei morti sì perpetuava in Istria da secoli, attraverso una minuscola fiammella tenuta accesa giorno e notte. Sì pensava che quel piccolo bagliore avesse il potere di attirare e di trattenere le anime dei defunti nel luogo dove avevano vissuto durante la loro vita terrena.”.
Quando si alza al mattino presto per andare a pescare con la sua barca, una ‘batana’ chiamata ‘Mia Regina’: “Inspirò profondamente l’aria del mattino e diede il buon giorno al mare, alla natura circostante e alla vita. Era una sorta di rito propiziatorio che l’uomo compiva tutte le volte che andava a pesca. Così facendo, Nascinguerra era convinto di diventare parte integrante degli elementi, che riconoscendosi in lui lo avrebbero accolto non come un estraneo ma come un amico.
Ripetendo quel gesto arcaico, tramandato per generazioni, il pescatore rivelava la parte più pura e più ingenua del suo essere.”.
A certe usanze al limite della superstizione, come quella che riguarda ‘il nodo di Salomone’, l’autore dedicherà alcune pagine illustrative: “le fiamme, che si levavano alte nella notte, simulavano il rogo sul quale un tempo venivano bruciate le streghe, con quel rituale anche le contrade venivano ripulite da ogni malocchio o sortilegio.”; “Lo sanno tutti che Nascinguerra era un convinto animista, che da giovane esercitava i segni. Perché farne un mistero?”; “Il simbolo della ‘Croce di Salomone’ era il solo mezzo, conosciuto dal naufrago, per difendersi dal dolore esorcizzando l’aggressione del male.”. Avremo un capitolo intero dedicato al diavolo: “Ebbe la sensazione che due fanali accesi gli frugassero nell’anima. Gli sembrò che in quell’occhiata si concentrasse un’energia sorprendente: il potere sordido di un essere malvagio dotato di una forza medianica devastante.”; “Un acre odore di zolfo bruciato, come di fiammiferi da cucina appena accesi, si diffuse tutt’intorno ammorbando l’aria.”.

Nascinguerra diventa in qualche modo il simbolo del popolo istriano. Dirà ‘l Grego: “Dalle nostre parti, indipendentemente dal fatto che si sia credenti o meno, tutto ciò che è bene viene identificato con Dio, il male invece è sempre opera del demonio.”. E forse anche qualcosa di più assoluto che ci consente di immedesimare quel popolo non solo al mare ma alla natura tutta, visibile e invisibile. Nacinguerra aveva detto all’ufficiale giornalista: “Ho venduto l’anima al diavolo in cambio di una gamba nuova.”. Di lui troveremo scritto: “Il mare era tutta la sua vita e molti suoi compagni asserivano che nelle sue vene scorresse sangue salato.”. C’è un gabbiano, ‘il cucal’, a cui ha dato il nome di Checo, che lo aspetta ogni mattina e appena lui muove i remi, si alza in volo e lo segue: “l’uccello lanciò un grido acuto, come il vagito di un neonato, spiccò un salto, si levò in volo e puntò diritto verso il largo.”. Sarà Checo a svelare ai compagni che lo stanno cercando dove si trovi Nascinguerra, ferito e in balia della tempesta: “Era incredibile che quella creatura selvaggia, nata libera e vissuta in spazi aperti, provasse una forma di riconoscenza, nei riguardi di colui che l’aveva sfamata.”.
Gli animali hanno una gran parte nella vita di Nascinguerra prima e dopo la menomazione fisica che lo costringerà a camminare con una gamba di legno. Infatti, abbiamo già visto come il gabbiano sia stato importante per la sua salvezza, ma a guarirlo dalla prostrazione in cui era caduto, fu una piccola cagnetta, una ‘s’gnèsola’ (che significa: piccola cosa, di poco conto), “dal mantello sale e pepe, con sopracciglia e mustacchi spioventi, occhi neri e fulvi e un musetto dall’espressione buffa.”; “Grazie alla sua vivacità, al suo scodinzolare allegro e spensierato, avvenne il miracolo che la donna auspicava: in meno di tre mesi al pescatore tornò la voglia di vivere.”. C’è anche un pesce, il grongo, “un re marino”, che gli comparve quando era isolato sullo scoglio e, alla sua vista, gli tornarono la volontà e la forza di resistere: “Non ho dubbi, è stata la presenza del grongo a rendere più sopportabili le lunghe ore di solitudine.”; “Dopo due anni quel legame divenne così saldo, che la bestia gli veniva incontro a prendere i bocconi direttamente dalle sue mani.”. Il suo rapporto con il grongo avrà una svolta tragica che in qualche modo ci ricorda, oltre al Giuda del Vangelo, il rapporto tra il capitano Achab e la balena bianca in “Moby Dick”, il capolavoro di Herman Melville. Quelle sulla morte del “grongo gigantesco”, ma specie sulla terribile tempesta che gli devasterà la barca, saranno pagine avvincenti sia sotto il profilo psicologico che avventuroso, che creeranno una suspense che si scioglierà solo a conclusione del libro.
La disgrazia accaduta al nostro protagonista è una sorgente di valori positivi che devono appartenere agli uomini, e che invece sono spesso repressi o addirittura dimenticati; tra questi la solidarietà. I paesani regalano a Nascinguerra una barca in tutto simile a quella che era andata distrutta. Non solo gliela comprano, ma la dipingono dello stesso colore, battezzandola, in aggiunta, con il nome “Mia regina II”, affinché gli ricordasse quella di prima.
È un altro momento in cui la scrittura fa emergere la coralità dei fatti e dei sentimenti quali gangli vitali della nostra esistenza: “Questo dono è un atto di amore e di stima nei tuoi confronti perché nasce dal cuore di coloro che ti vogliono bene.”; “Non viene, come tu pensi, dalla pietà della gente, ma dalla loro solidarietà.”.
Il mito che avvolge la figura di Nascinguerra, con la sua forza e poi la sua sconfitta, riassume la storia del popolo esule, che millenni di storia avevano radicato e fatto crescere sulla terra rossa davanti al mare Adriatico e che la ingiustizia unita al sopruso e alla violenza avevano cacciato in direzione di una Italia “creduta madre per lingua e tradizioni, ma che accolse i suoi figli con il cuore duro di una matrigna.”.
Le pagine finali paiono riassuntive dello spirito che sempre ha aleggiato sul romanzo, quello malinconico di un addio: “Il nostro dramma è di sentirci stranieri nei luoghi in cui siamo nati e dove abbiamo vissuto per millenni”; “I cambiamenti sostanziali, avvenuti in Istria con la balcanizzazione, evidenziavano nuove realtà. La lingua, i suoni, i sapori e le usanze si rivelavano estranei e incompatibili con qualsiasi riferimento con il passato.”. Furono in tutto 350.000 gli esuli di quelle terre, “i cui antenati hanno vissuto qui per millenni”; “Dei 32.000 abitanti di Pola, 28.000 optarono per l’Italia.”.
Il romanzo (che in appendice contiene una ricostruzione storica del dramma giuliano-dalmata), compenetrato nella storia di Nascinguerra, si rivela essere, dunque, un grido di dolore e di rabbia volto a far ricordare, a chi ha colpevolmente dimenticato, la tragedia di un popolo cacciato dalla sua terra; e porta dentro di sé, palpitante, il sogno e la mestizia del suo autore.


Letto 154 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart