Libri, leggende, informazioni sulla cittĂ  di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download gratuito VIVERE CON L'ACUFENE.

STORIA :I MAESTRI: La rivolta studentesca. Ancora massimalismo

3 Luglio 2013

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 5, giovedì 1 febbraio 1968]

L’Università italiana è malata (di vecchiaia probabil­mente) e come ogni organismo sofferente è scossa dalla febbre. Da qualche anno le cronache registrano quasi quo­tidianamente il decorso di questa malattia. (ìli accessi feb­brili (agitazioni, scioperi, occupazioni di facoltà, ecc. ecc.) sono sempre più violenti. Il malato riuscirà a sopravvive­re? Le cure proposte (vedi la riforma Cui che attende l’approvazione della Camera) sembrano già tardive.

Su un punto le persone responsabili sono d’accordo: l’UniversitĂ  italiana è inadeguata alle realtĂ  d’oggi. Era, prima della guerra, si dice, un’UniversitĂ  di Ă©lite che ri­spondeva allo scopo per cui era nata; oggi, che il numero degli studenti s’è moltiplicato, è rimasta la stessa, non ha subito aggiornamenti.

Siamo giusti: l’Università italiana era antiquata e ina­deguata da un pezzo, già prima della guerra. Somigliava a un guscio vuoto. Certe facoltà, vedi giurisprudenza, ave­vano un gran numero di iscritti e pochissimi frequentatori. Le lezioni erano retoriche concioni di un sordo davanti a un uditorio, peraltro ristretto, di muti. Gli esami una for­malità; le tesi (spesso compilate da altri studenti, se non da professori di liceo, per un modesto compenso) piatte sco­piazzature; la laurea niente di più di un titolo di nobiltà (« la nobiltà del piccolo borghese », diceva Gobetti) privo di reale valore.

Tutti se ne rendevano conto. Ma l’epoca non incorag­giava le proteste, anche se di natura amministrativa. Così il mondo universitario, professori e studenti, vegetò tran­quillo per venti anni: un fenomeno che riguardava più il costume che la cultura; per alcune città di antiche tradi­zioni goliardiche (Pisa, Pavia, Padova) una nota di colore e una fonte di reddito.

Oggi il disagio s’è accresciuto, non foss’altro, per ragio­ni di spazio. Le centinaia di migliaia di studenti non trova­no posto nelle aule e negli istituti di una volta. L’ambiente è più infiammabile; la protesta esplode. Negli anni scor­si era misurata, contenuta nell’ambito amministrativo; og­gi investe tutto l’ordinamento universitario, forma e con­tenuto, e la società che lo alimenta.

Visto il teatro, vediamo ora i protagonisti della dispu­ta: i professori, gli studenti. I professori, tranne alcune ec­cezioni, sono irritati. BenchĂ© sappiano benissimo che il vecchio ordinamento è sotto ogni aspetto negativo, alme­no per la cultura, vi restano piĂą o meno attaccati. E’ in­fatti molto comodo, e, da un punto di vista personale e pratico, molto vantaggioso. Chi non lo sa? Si legga in pro­posito ciò che ha scritto l’« Economist », che non è certo una rivista sovversiva. « Le cattedre universitarie in Italia sono diventate feudi di un gruppo di professori che si auto- eleggono… ».

In maggioranza, il novanta per cento, gli studenti non mostrano che indifferenza: i più per naturale apatia (11011 è sempre stato così?) gli altri perché pensano ai casi propri e provano fastidio per le agitazioni (di qualsiasi tipo) e gli agitatori. E’ anche vero che quest’ultimi hanno assunto una fisionomia così accesa e partigiana che è più facile es­serne respinti che attratti.

Anche dentro l’Università non riescono simpatici. Sono fra l’altro accusati d’essere studenti di professione, al ser­vizio di questo o quel partito (il comunista e il democra­tico cristiano che anche qui si fanno accanitamente la concorrenza) estranei ai veri problemi di facoltà (didattici, amministrativi), che però sono pronti a utilizzare come pre­testo. Vero. Ma questa accusa riguarda soprattutto il pas­sato. Oggi infatti i nuovi agitatori sembrano sfuggire al controllo politico. Pretendono di fare una politica loro, che forse non è completamente accetta ai partiti che li dirige­vano, anche se questi per il momento non la contrastano pensando di raccoglierne i frutti.

Le loro richieste (come ad esempio che sia lo studente e non il professore a scegliere il corso da svolgere) formu­late in maniera brutale, sembrano a prima vista scanda­lose. Se le esaminiamo più attentamente si vedrà che con­tengono non pochi elementi seri. Non è forse vero che la ricerca, per essere produttiva, ha bisogno della collabora­zione più che dell’imposizione? E d’altra parte lo studente universitario non è più un bambino in ammirazione pas­siva verso i grandi, capace solo di imparare e ripetere ciò che gli insegnano.

Ciò che disturba negli agitatori universitari non è il contenuto della protesta, è l’abito, il tono, il vocabolario. Li vorremmo originali (loro che parlano di spontaneità, creatività) e invece li sentiamo ripetere con astratto furo­re, delle formule politiche che vengono da lontano. Viene il sospetto che, come certi rivoluzionari meridio­nali, amino più la terminologia rivoluzionaria che la rivo­luzione. Parlano di contestazione, di agitazione permanen­te. Non sentono la sproporzione che c’è fra queste frasi e la realtà cui pretendono applicarle?

La rivoluzione di cui parlano è infatti pensabile solo a patto che tutta la società sia rivoluzionata. E’ contro lo Stato. Si basa infatti sull’autonomia, e non solo ammini­strativa, sul controllo politico diretto da parte della « ba­se ». Come si può pensare che venga tollerata dallo Stato e dalla società contro cui è diretta?

Sappiamo per esperienza quali sono i risultati del rivoluzionarismo a parole, del massimalismo. Provoca sempre la reazione. E i massimalisti finiscono per essere i migliori alleati dei conservatori. Non escludo che, nel caso in que­stione, l’acquiescenza di molti professori alle tesi più avan­zate degli agitatori, sia calcolata. Tantoché mi viene fatto di concludere che il minor male sia la pronta approvazione della riforma Gui. Sarà inadeguata; ma è pur sempre un passo.


Letto 6167 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart