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STORIA: I MAESTRI: La rivolta studentesca. Du-tschke Du-tschke

6 Luglio 2013

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 17, giovedì 25 aprile 1968]

L’attentato a Rudi Rutschke ha fatto parlare, in Germa­nia e fuori, di radicalizzazione della lotta politica, di ripre­sa degli estremismi, di guerra civile e di altri pericoli. Ho l’impressione che si esageri. La democrazia tedesca, per de­bole che sia, non è quella di Weimar. Quanto alla rivoluzio­ne credo che in sostanza sia ancora valido il giudizio poli­tico espresso nel primo dopoguerra da un noto giornalista: in Germania il più acceso sindacalista scatterà sempre su­gli attenti davanti a un sergente dell’esercito o della poli­zia.

Non parliamo dunque della Germania, tema che si pre­sta a troppo vaghe generalizzazioni. Parliamo piuttosto del­l’eco che l’attentato ha avuto nel mondo: anche in Italia. Così Rudi il rosso è entrato a far parte della mitologia ri­voluzionaria giovanile, accanto a Mao, Giap, Fidel Castro, Ernesto « Che » Guevara.

Non dobbiamo meravigliarci: la gioventù ha sempre avuto bisogno di idoli. Niente di strano quindi che la scelta sia ora caduta sul giovane rivoluzionario tedesco. E tutta­via c’è qualcosa che non mi convince.

Il movimento studentesco che in Italia e fuori si pre­senta come avanguardia della rivoluzione, rifiuta, col siste­ma, la democrazia rappresentativa, che considera una ma­schera ipocrita dell’autoritarismo, del classismo, della con­servazione. In suo luogo auspica la democrazia diretta, quella cioè senza delega, dove ogni cittadino esprime per­sonalmente la frazione di potere di cui dispone. E’ dunque, o almeno vorrebbe essere, un movimento liberatore da tut­te le servitù, da tutte le « alienazioni », da tutte le rinunce; un movimento per l’uomo integrale.

Non è una speranza nuova. L’ideologia che la ispira ri­sale almeno all’altro secolo. La sua prima applicazione pra­tica (finita in un disastro e in un massacro) si ebbe nella Comune di Parigi. L’ultima, anch’essa conclusasi tragica­mente, nella rivoluzione anarchica catalana nell’estate del ’36.

Non voglio insistere sui lati negativi del libertarismo. E’ una vecchia polemica che riguarda i rivoluzionari. Mi limito a rilevare la contraddizione che c’è negli ammiratori di Dutschke che scandivano il suo nome nelle piazze d’Eu­ropa. Essi sono contro l’autorità, le istituzioni (rappresen­tative o no) il potere; rifiutano di delegare ad altri la fra­zione di esso che possiedono per natura, e misticamente ac­clamano un capo, dieci capi, una guida, dieci guide, si danno a loro in un accesso di entusiasmo.

Mai come in questi tempi di eclissi delle ideologie e di lotta contro il culto della personalità (la estrema degenera­zione del potere) si è così personalizzata la lotta politica. I giovani rivoluzionari adorano Mao, Castro, Guevara, Dut­schke. Odiano l’autorità delle istituzioni, non quella delle persone. Ma quale delle due è più pericolosa?

Si dirà: « Non bisogna interpretare a questo modo gl’in­genui trasporti della gioventù: quei nomi sono soprattutto dei simboli ». Sta bene, ma io credo che la fede nel capo, l’adorazione per la guida, l’ispiratore, il profeta, sia lo sboc­co inevitabile di ogni movimento libertario che distrugga l’autorità dello Stato.

Ed è naturale che sia così. Su che cosa si può reggere (abolito lo Stato e le sue inevitabilmente autoritarie istitu­zioni) una società articolata in gruppi autonomi, tendenti all’autogoverno (è quella più o meno chiaramente auspica­ta dalla gioventù rivoluzionaria) se non sul prestigio, l’a­scendente, l’autorità morale dei più attivi, del più attivo, dei migliori, del migliore?

Si ricordi ciò che accadde nella rivoluzione catalana del ’:ìG succeduta al putsch franchista. I comitati si sostituiro­no ovunque al potere centrale; e di lì a poco, un uomo, spesso un avventuriero (più attivo degli altri, certo) si so­stituì dovunque ai comitati. Finì lo Stato centralizzato d’o­rigine giacobina; rinacque quello « feudale », basato sull’in­dipendenza dei singoli capi locali, legati al capo centrale da un rapporto di fiducia, di fede. Gli abusi, gli arbitri, le vio­lenze, gli atti personali di autoritarismo, gettarono sulla repubblica un’ombra nefasta.

Gli studenti italiani che dimostravano a Milano o a Ro­ma per il collega tedesco ferito dall’attentatore nazista scandivano in coro: Du-tschke, Du-tschke. Ai nostri orecchi quell’invocazione ricordava tempi tristi. Pensavo: lo Stato, le leggi, le istituzioni rappresentative, la burocrazia, sono certamente cose orribili. Ma una volta scomparse, come vorrebbero questi giovani, chi ci salverà dagli arbitri, le prepotenze, gli abusi, le pagliacciate dei ras locali, dei compagni più compagni degli altri, del ras dei ras, del grande compagno, e (trattandosi della Germania) del Führer?

 


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