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STORIA: I MAESTRI: La rivolta studentesca. Per conto terzi

4 Luglio 2013

di Carpendras (Manlio Cancogni)
[da “La fiera letteraria”, numero 19, giovedì, 9 maggio 1968]

Ancora gli studenti, in Italia, in Europa, dappertutto. Ogni altro problema, di fronte a quelli ch’essi pongono, ap­pare secondario, superato. Anche il Vietnam, che ci augu­riamo proceda verso una rapida soluzione; anche il Medio Oriente, nonostante le minacce di Nasser; anche il neonazi­smo, che nelle ultime elezioni in Germania ha sollevato nuovamente la testa.

L’Università, ormai l’hanno capito tutti, non c’entra più. E’ stato solo un punto di partenza, l’avvio di un movimen­to che investe ben altre realtà, persegue obiettivi ben più lontani. Gli studenti, almeno quelli più decisamente avan­zati, lo dichiarano apertamente: non daranno più esami, perderanno l’anno, abbandoneranno gli studi. Vogliono de­dicarsi a un altro lavoro: la rivoluzione.

Ma quale rivoluzione? Contro chi? In nome di che cosa? Finora non si hanno risposte chiare e concordi a queste do­mande. C’è in proposito molta confusione e incertezza, sia negli studenti che in coloro che li appoggiano, più o meno disinteressatamente, con l’illusione, non si sa bene, se di guidarli o di frenarli.

E’ chiaro che quando si dice rivoluzione non si allude più a quella che ha segnato come un filo rosso la storia del nostro secolo. Oggi, le masse operaie che ne erano le portatrici, sono integrate, come si dice, nel sistema. Se pro­testano, è solo per un’integrazione più completa, più effica­ce. Quanto ai partiti che le dirigevano, e tuttora le dirigo­no, si sa, battono il passo, battono semmai la strada del ri­formismo.

La rivoluzione di cui si parla è dunque un’altra. Certe affermazioni (contro l’imperialismo, contro il neocoloniali­smo, contro il razzismo) ci rimandano a modelli extra-europei, alla Cina di Mao Tse-tung, a Cuba, ai movimenti che serpeggiano nel terzo mondo, dall’Asia all’America Latina. (E c’è chi sostiene, non so con quali prove, che la Cina è presente, nelle agitazioni che turbano l’Europa occidentale, non soltanto come simbolo). Certe altre, contro lo Stato, l’autorità, il potere, ci riportano indietro nel tempo, come si è già detto su questo giornale, all’Ottocento, quando la rivoluzione, specie in Italia, s’incarnava nella figura dell’anarchico, ed era un rifiuto totale della società borghese e di tutte le sue istituzioni.

Eppure, anche se vi sono gruppi che paiono consapevol­mente allineati su queste posizioni, non ci sentiremmo di dire che interpretino tutto ciò che bolle nella pentola. Sono infatti altrettanto numerosi quelli che non vogliono sentir parlare di Cina e di Mao, di Cuba e di Castro; che voltano le spalle a Marx e Lenin; che non sanno nemmeno chi fos­se Bakunin. E che tuttavia non si sentono meno rivoluzio­nari.

E’ difficile, quasi impossibile, prevedere gli sbocchi di questa tempesta. Ora si pensa che fra non molto si quie­terà per esaurimento, come se si trattasse di un tornado o di un altro fenomeno naturale. Ora che assisteremo a una repressione da parte delle autorità, più drastica di quanto non sia avvenuto in passato. Sono ipotesi, forse speranze. Non credo però che corrispondano alla realtà.

Facciamo allora un’altra ipotesi. Supponiamo che l’agi­tazione degli studenti sia un sintomo, come la febbre, di un altro fenomeno, che non riguarda solo loro. Gli studenti in definitiva, sono l’intellettualità di domani. E non potrebbe allora darsi che essi, con la loro confusa agitazione, i loro simboli rivoluzionari, esprimano soprattutto lo scontento della categoria a cui appartengono, quella degli intellettua­li, che non si riconosce più in nessuna classe?

E’ uno scontento, quello degli intellettuali, d’antica da­ta. Essi, non gli operai, non i contadini, non il sottoproleta­riato, non i popoli del terzo mondo, sono i veri nemici, in­conciliabili nemici del sistema economico, sociale, politico, che regna nel inondo occidentale. Perché? Perché se ne sentono esclusi.

Il sistema si muove secondo proprie leggi, leggi di più alta produttività, di più alta efficienza, di più alto consumo, di più grande espansione. E’ impersonale. E l’intellettuale, in quanto persona, si sente come defraudato di un suo di­ritto: quello di intervenire, di dire la sua, di controllare, e, perché no, di dirigere. A tutti gli altri, dall’imprenditore al­l’operaio, il sistema dà, o almeno promette di dare. A lui solo toglie: iniziativa, prestigio, potere, riducendolo al gra­do di uomo qualunque, o, nel migliore dei casi, zimbello dei potenti.

L’intellettuale, confessiamolo, s’adattava benissimo, al­meno finora, a questa condizione. Piangeva sui guasti pro­dotti dalla civiltĂ  industriale, sulla fine della bellezza, della libertĂ , dell’amore, dell’arte. Lanciava moniti, inascoltati; profezie, ignorate, sull’inevitabile catastrofe che ci attende­rebbe. Non pretendeva altro.

Ed ecco che i giovani lo scavalcano. Loro non si conten­tano di lacrime, lamenti, elegie. Se è vero che il sistema è un « mostro » come predicano i maestri, vogliono affrontar­lo, ridurlo alla ragione, non esserne travolti. Credono di parlare in nome di Mao, di Guevara, di Castro, o di qualche profeta ottocentesco dell’anarchismo; in realtà può darsi che siano soltanto un’inconsapevole avanguardia, la lancia spezzata dell’intellettualità che finora non ha mai osato prendere iniziative, e pur non perdendo l’occasione di par­lare di impegno, ha sempre preferito, protestando, andare al rimorchio degli avvenimenti.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart