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LETTERATURA: Svalbard – racconto di Toni La Malfa

6 Marzo 2008
[Un altro bel racconto di Toni La Malfa si può leggere qui]

Cara Irene,
oggi, 16 febbraio, è il primo giorno di luce. Il sole ce l’ha fatta: ha fatto capolino verso le undici e si è visto per un paio d’ore. E’ stata una grande emozione. Mi mancava, caspita se mi mancava. Da quattro mesi, da quando sono arrivato.
Nel buio più totale, un po’ come mi sentivo io. Cominciavo a dubitare di poter rivedere il sole. Me l’avevano detto, mi avevano assicurato che oggi l’avremmo potuto rivedere, nebbia e nuvole permettendo. E l’ho visto. L’alba, a cui ha fatto seguito il tramonto. Che emozione. In programmazione: l’alba-tramonto, della durata di un film. Ci sono un sacco di cose che dai per scontato, come il fatto che l’indomani il sole sorgerà, me ne sono reso conto da queste parti. Hai dei legami, dei legami invisibili, che non sai di avere. Con il sole, ad esempio. Dopo quattro mesi di buio totale, dubiti fortemente che lo rivedrai. E’ una sensazione pesante. Ho distribuito Xanax come caramelle. Qui non hai bisogno di alcun permesso di soggiorno. Vieni, ti cerchi un lavoro – il che non è molto facile – e nessuno ti chiede niente. Ma la maggior parte della gente torna via, non resiste, nemmeno se trova un lavoro. Non c’entra la tempra al freddo, la razza, devi essere a posto con te stesso, oppure non devi avere nulla da perdere, come alcune thailandesi che stanno qui, probabilmente erano alla fame, o forse stavano chiuse giorno e notte in un bordello. Dopo i russi ed i norvegesi, la terza etnia residente qui è thailandese. Molti minatori russi negli anni 70 hanno fatto delle vacanze ai tropici, alcuni si sono sposati e poi se le sono portate qui. E con loro, pian piano, altri familiari. Ci sono persone di 24 nazionalità diverse tra queste duemila e passa persone, una specie di legione straniera. Qui non hai bisogno della tua storia. Nemmeno le case hanno fondamenta, sono imbullonate su una base piatta, ancorata nel terreno con viti particolarmente penetranti. Ti dicevo dei legami invisibili. Davanti alla mia casa c’è una strada. La scorsa settimana i pneumatici di un camion provocarono il distacco della lastra di ghiaccio e, nonostante il buio, riuscii a vedere l’asfalto. Mi mancava anche l’asfalto, pensa un po’, l’ho rivisto con piacere. Mi sono ricordato di come spesso, davanti a casa nostra, qualche ostinato ciuffo d’erba riuscisse a perforare o a crescere attraverso qualche crepa dell’asfalto, almeno sul bordo. La rivincita della vita, si potrebbe dire; beh, mi manca anche quel ciuffetto. Qui non ce ne sono. Mi dicono che in qualche punto dell’isola crescerà, tra poco, un po’ di vegetazione artica, muschi, licheni e qualche arbusto che non supera i cinque centimetri. Non vedo l’ora. Desidero anche quella. Perchè qui la nascita è difficile. Se stai per partorire, ti mandano in Norvegia per qualche settimana. Non siamo attrezzati per le complicazioni, spero che non succeda. Ho ricucito qualche ubriaco che si è tagliuzzato con pezzi di bottiglia, per ora niente di più drammatico. Altrimenti ti rimandano in aereo in Norvegia.
Ci sono anche i legami visibili. I miei bambini. I nostri bambini. Certe volte mi pare di impazzire. Anche se li vedo in Cam tutti i giorni. Sono piatti sul video, proprio come il ghiaccio. E temo di dimenticarmeli. Non completamente, intendo. Ma mi pare che la neve di queste parti cada anche sui ricordi. Silenziosa, incolpevole. E pian piano ti restano le forme. L’idea che ho dei miei bambini è sicuramente diversa da come i bambini sono adesso. E non vorrei amare una mia immagine, desidero il loro contatto, il loro odore. L’odore mi pare di sentirlo, però. A casa, quando erano già addormentati, nelle loro camerette, a volte affondavo il naso nei loro capelli. Con quell’odore potevo ricostruire tutto il resto, anche se avevo gli occhi chiusi. E quando sono partito, sapevo di questi legami. Questi non erano affatto invisibili, ma non li credevo così forti. Un anno, pensavo, passa in fretta. E invece sono qui a rimuginare se tornare in anticipo. Ho un contratto, dovrei pagare una forte penale, ma pazienza; potrei avvertire i colleghi del poliambulatorio che sto per tornare. Poi torno sui miei passi, anche se non so esattamente perché.
So perché sono partito. C’era buio tra noi, Irene, ora sto uscendo dal buio. La tua immagine è più sfuggente rispetto a quella dei bimbi, nonostante che stiano crescendo, cambiando. Ma anche la tua crescita è ripartita. Negli ultimi anni sei cambiata più che nei precedenti quindici. Anche io. Narcisisticamente cerchiamo di guardarci l’un l’altra e di riconoscere noi stessi, quella parte che abbiamo inoculato nell’altro. Forse infettato? Una specie di malattia, io per te e tu per me. Non so, ci devo pensare a fondo. A pensarci bene, sì, nello scorso anno, prima che io partissi, abbiamo – sia io che te, senza dircelo – cercato dei rimedi che potessero eliminare dal nostro corpo la nostra parte di storia comune, e dei vaccini che impedissero di contaminarci ulteriormente. Abbiamo ridotto i tempi condivisi, bimbi permettendo. Poi me ne sono partito. Ne abbiamo parlato, almeno un po’. Tu non avevi nulla in contrario. Hai alzato le spalle. Eri sorpresa, ovvio. Forse anche spaventata, ma niente di insuperabile.
E adesso, dopo quattro mesi di buio, avverto dei legami invisibili, che non percepivo, anche nei tuoi confronti.
Ho dei flash. Un viaggio in Spagna, a Cadaques, vicino ad una strana casa di Salvador Dalì: noi che stiamo scendendo a piedi verso la spiaggia di scoglio; il giorno in cui siamo rientrati dall’ospedale con Giacomo: in tre, con la carrozzina che non passava dalla porta di casa; un’alba davanti a Ross Castle, in Irlanda: avevamo dormito in macchina, neanche un letto in ostello libero, e alla radio davano quella canzone di Suzanne Vega, all’inizio solo voce, niente musica, e la luce del sole.
Ho una storia, e questi legami mi disorientano, forse mi spingono verso di te. Forse. Ti offro questo spiraglio, insieme a questa alba-tramonto.
La tenaglia di ghiaccio che stringe l’isola si sta allentando, il mare è ancora silenzioso, le onde inizieranno la loro danza, prima o poi. Ho dei legami invisibili anche con le onde, non me lo sarei mai immaginato.
Arriverà una nave rompighiaccio. Tra qualche giorno.


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2 Comments

  1. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 6 Marzo 2008 @ 20:54

    Hai il sentimento mistico e incantato del viaggiatore. Bello, Toni.

  2. Commento by Toni La Malfa — 7 Marzo 2008 @ 10:02

    Grazie, Bart.
    Nella dimensione di viaggio, però. si spera sempre di avere un’Itaca verso cui tornare e da dove ripartire, come scrive Kavafis:
    “…Itaca ti ha dato il bel viaggio,
    senza di lei mai ti saresti messo
    in viaggio…”
    Un caro saluto
    Toni

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