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LETTERATURA: Tempo (cosa rimane)

21 Maggio 2008

di Matteo Ongari 

Già, cosa rimane nel fondo della nostra mente.
Cosa resta di una sera come tante, nel pieno dell’estate, passata dentro una bettola.
Ti resta il brusio rimbombante delle voci, il pianto dei poppanti, le facce dei camerieri con gli occhi stanchi e il sorriso forzato, lo sfrigolio di piatti che si impilano ed la voce metallica dell’altoparlante che annuncia il prossimo dibattito.
Ti scivola, invece, la morbosa e falsa ipocrisia della gente impegnata a guardare gli altri, il suo prossimo, con occhi critici.
Impossibile non notare comportamenti estremamente ricalcati da antichi stereotipi.
La meschina compiacenza nel passaggio delle pietanze tra sconosciuti, la falsa indifferenza di genitori compiacenti alle lusinghe dirette ai propri bimbi, il tentativo vano di ostentare pazienza nell’attendere il proprio turno, il misurare ogni movimento ed ogni passo come se fosse studiato, appropriato per non disturbare l’altrui spazio.
Occhi che vagano per la sala, che non guardano e non fissano: solamente girano e studiano volti, sagome, busti, vestiti, acconciature, difetti; bocche sguaiate infornano cibo, bambini corrono scappando verso la notte afosa, bicchieri pieni pronti per essere vuotati, sorrisi di circostanza e sudore vero.
Padri e madri passeggiano lentamente, quasi fossero loro teleguidati dalla carrozzella che invece spingono, senza voglia né trasporto, solamente per accontentarsi di assomigliare alla umana moltitudine nella loro stessa condizione.
Gesti che hanno perso la genuinità.
Tra tutto questo bailamme trovo altresì momenti di spontaneità.
Tre bambine, di cui due della stessa età ma non amiche, semplici compagne di scuola, e l’altra molto più piccina, giocano assieme.
A scrutarle bene sembra che si conoscano da una vita, specialmente le due grandi, ma è solo un’impressione perché alla loro età basta uno sguardo per accendere la miccia della confidenza, della complicità.
Due le conosco come le mie tasche, sono le mie bambine.
L’altra di nome fa Elena e sembra una piccola top model.
E’ bella, al contrario dei suoi genitori, seduti non lontano da noi.
La coda di cavallo le stringe i biondi capelli lisci, incorniciando un viso dall’ovale estremamente proporzionato: due occhi verdi come giada sembrano trapassarti mentre ti guarda, sono distanziati da un naso piccolo, non sottile.
Porta una t-shirt bianca, sul petto un grosso cuore; indossa una gonna plissettata e calza zoccoletti trasparenti che le danno aria da teen ager.
Loro tre giocano tranquille appena fuori la baracca, nello spazio delle giostre.
Si prendono e si lasciano. Veloci ondeggiano sulle altalene, salgono e rapide scendono dagli scivoli, poi stanno appollaiate sui seggiolini a confidarsi.
Ogni quanto, la piccola si stanca e se ne aggira per conto suo; troppa differenza di spirito e di idee con le altre due. Quando si sente presa in mezzo si allontana ed osserva il mondo circostante in perfetta solitudine.
Elena dovrebbe mangiare, le nostre figlie hanno già cenato a casa.
Ma l’ultimo pensiero di Elena è il cibo. Nonostante i ripetuti richiami del padre, lei zompa avanti e indietro incurante del piatto che si fredda sulla tovaglia pulita.
Sciamano invece come api al sole di mezzogiorno tra le ludiche attrazioni immerse nell’erba, madida di rugiada, della notte agostana.
Talvolta tornano dentro, rigorosamente assieme, per uscir di nuovo col boccone ancora tra i denti. Altrimenti con un filo d’acqua che scende lungo il mento.
Come d’incanto si fermano: strette su una panchina addentano patatine fritte, pescandole dal contenitore e leccandosi i polpastrelli incrostati di sale.
A vederle da fuori parrebbero molto legate, mentre invece si sono appena incontrate.
Ma d’altronde loro non hanno bisogno di barriere da abbattere, di confidenze da sciogliere, di relazioni sociali da dover scoperchiare.
Il loro tempo vale e conta quanto il nostro,  ma loro con gli istanti ci giocano, burlone, e li deridono e se ne fanno beffa.
Possono e devono farlo, l’età con loro è ancora clemente.
Per noi adulti quel corso è finito: misuriamo tutto in base al tempo, ci va sempre stretto, ci fa affannosamente rincorrere qualcosa, che tuttavia non sappiamo identificare se non nel momento del rammarico.
Allora mi sovviene quando anche io giocavo fuori dalle feste dell’unità, mentre i miei genitori mangiavano in allegre compagnie tra tavoloni di legno apparecchiati con gommose tovaglie dalle trame a fiori e le panche gialle, nel caldo fumoso ed appiccicoso delle estati padane.
Che belle sere, che strani e dolci ricordi, quanti bambini conosciuti e dispersi nel giro di poche ore, di pochi giorni al massimo.
Ora il tempo sembra serrare nodi alquanto stretti.
I bambini riescono, se non a fermare, a scrollarsi di dosso le ore e per questo li invidio: si, sono geloso della loro facilità, della loro spudorata sfrontatezza nell’affrontare le situazioni, nel giocare con i giorni che passano.
La vita è cosi, bianco e nero.
Io sono così: bianco e nero, le ore liete trascorse e ciò che adesso sembra mancarmi.
Io sono “Estate” dei Negramaro, eppure io sono anche “Wake me up when september comes” dei Green Day.
Vorrei vivere ogni singolo momento, ma svegliatemi quando tutto sarà finito.


Letto 2024 volte.


2 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: Tempo (cosa rimane) - Il blog degli studenti. — 21 Maggio 2008 @ 19:57

    […] Paolo Cacciolati: […]

  2. Pingback by Puntaspilli : Oltre l’Argine — 22 Maggio 2008 @ 08:36

    […] appendice per segnalare che ieri 21 Maggio è apparso sulla rivista d’arte Parliamone un mio […]

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