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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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LETTERATURA: Thomas Hardy

1 Febbraio 2021

di Bartolomeo Di Monaco
(Da: Sìlarus – Anno XII – NN. 63 e 64; Gennaio-Febbraio e Marzo-Aprile 1976)

Non sono molti i critici italiani che si sono interessati all’opera di Hardy; gli vengono rimproverati alcuni difetti (certe esagerazioni, troppe considerazioni, macchinosità) e ciò sembra sufficiente a giustificarne l’indifferenza o quantomeno il mancato approfondimento.
Devo dire subito di essere rimasto affascinato dalle opere di questo straordinario scrittore e di averle trovate ricche di molte qualità: dalla grandiosità degli scenari naturali alla minuziosa rappresentazione del particolare, dalla vivezza di ambienti sociali soprattutto rurali alla descrizione di singoli stati d’animo, alla sensazione del tempo, ecc.
Il paesaggio, e più precisamente la natura, ha gran parte in Hardy; egli ne è affascinato, senza temerla tuttavia; sempre cerca di rappresentarla allo stato selvaggio, libero, nel quale si dispieghi appieno.
Forse è solo così che possiamo comprenderla, poiché se è vero che Jude è persuaso che “la natura schernisce i più puri sentimenti dell’uomo e rimane indifferente alle sue aspirazioni”, in Hardy non vi è la convinzione di una natura cattiva, che si accanisce addirittura contro l’uomo; piuttosto il desiderio di arrivare a conoscerne l’essenza attraverso la rappresentazione delle sue manifestazioni.
L’uomo ignora che cosa sia la natura e resta disorientato, stupefatto, anche affascinato da lei. In “Tess dei d’Urberville”, al cap. XIV, i contadini stanno falciando il grano con una grossa macchina: “…il grano in piedi si riduceva ad un’area sempre piĂą ristretta col trascorrere della mattina. Conigli, lepri, serpenti, ratti, topi si rifugiavano nell’interno come in una fortezza, inconsapevoli della natura effimera del ricovero e della condanna che li attendeva in un’ora piĂą tarda del giorno allorquando… si sarebbero trovati ammucchiati insieme, amici e nemici, finchĂ© gli ultimi pochi metri di grano in piedi sarebbero caduti anch’essi sotto i denti dell’infallibile falciatrice ed essi sarebbero stati tutti messi a morte dai bastoni e dai sassi dei mietitori”.
Al capo. XLIII dello stesso libro si legge: “… sopravvenne un incantesimo di gelo secco, in cui strani uccelli sopravvenuti da regioni oltre il polo australe cominciarono ad arrivare silenziosamente sull’altipiano di Flintcomb-Ash; magre creature spettrali dagli occhi tragici, occhi che avevano contemplato scene di orribili cataclismi in regioni polari inaccessibili,… occhi che avevano veduto l’urto degli icebergs e lo smottamento di colline di neve alla luce saettante delle aurore boreali; occhi che erano stati quasi accecati dal turbine di tempeste colossali…”.
Ecco la natura dispiegare la sua potenza nel temporale di “Via dalla pazza folla”: “… il grande albero sulla collina… apparve quasi infuocato… Fu uno scoppio stupefacente, secco e spietato… egli vide che t’albero si era spaccato per tutta la sua altezza e sembrava che un’enorme fetta della sua corteccia fosse stata asportata… Un fetore solforoso riempì l’aria…. Cap. XXXVII); oppure manifestare la sua cupa, silenziosa bellezza ne “Il ritorno del nativo”: “Il luogo {la brughiera di Egdon) aveva in realtĂ  una stretta parentela con la notte e, quando la notte sopraggiungeva, appariva evidente la tendenza delle sue ombre a fondersi col paesaggio… e la terra esalava tenebra con lo stesso ritmo con cui la riversava il cielo” (libro I, Cap. I).
In “Via dalla pazza folla” è la natura che spinge il “cane giovane, figlio di Giorgio” a guidare le pecore nel precipizio; al sopraggiungere di Oak “gli si fece vicino; gli leccò la mano, e dette a divedere che si aspettava qualche grande ricompensa per gli straordinari servizi prestati» (Cap. V); e in “Tess” raduna “tra i rami folti” i fagiani morenti, che poi nel corso della notte “erano caduti giĂą ad uno ad uno”: “Sotto gli alberi giacevano sparsi parecchi fagiani, con le penne variopinte spruzzate di sangue; alcuni erano morti, alcuni torcevano debolmente un’ala, alcuni fissavano con occhi sbarrati il cielo, altri erano scossi da un palpito febbrile, altri giacevano contorti, altri ancora distesi… e tutti tremavano di sofferenza» (cap. XLI).
Poi ecco che l’uomo, in una notte chiara, osserva dalla sommitĂ  della collina la volta celeste e contempla, come il pastore Oak, “il proprio solenne incedere attraverso le stelle” (Via dalla pazza folla”, cap. II).
Anche Henchard, dopo aver venduto Susan al marinaio, uscito dalla tenda contempla il crepuscolo: “Nell’assistere a questa scena., s’avvertiva l’istinto naturale di rinnegare l’uomo, sgorbio in un universo altrimenti benevolo” (cap. II).
La natura non è giudicata, quindi, ma osservata in ogni suo stato, dal quale emana il fascino di un misterioso sistema che stravolge il nostro ordine, sistema nel quale anche l’uomo in certi momenti riesce ad inserirsi armoniosamente, e provare una sensazione cosmica. Lo abbiamo visto piĂą sopra per Oak, ma ritroviamo questi straordinari momenti nella passeggiata che Tess ed Angelo fanno all’alba, nel cap. XX: “Ella gli appariva spettrale, come se fosse soltanto un’anima disincarnata… In quelle ore non umane potevano avvicinarsi agli uccelli acquatici…”; o nella cavalcata di Batsceba: “La ragazza, che non indossava abito da cavallerizza, si guardò intorno per un momento, come per assicurarsi che ogni essere umano fosse fuori di vista, poi si stese supina sulla groppa del cavallo, la testa sulla coda, i piedi sulle spalle e gli occhi al cielo” (cap. III).
Hardy è ricco di sensazioni magiche, dense di mistero: ciò discende dalla concezione che egli ha della natura, come di un’entità dalla essenza sconosciuta.

I suoi personaggi sono attenti ad ogni avvenimento, dal quale traggono presagi; oppure consultano lo stregone o “l’indovino completo” per cercare una spiegazione a fatti incompresi o per leggere nel futuro.
Così in “Via dalla pazza folla” Marianna, preoccupata del ritardo di Batsceba, ricorda che ha “lasciato cadere la chiave, e cadendo sul pavimento di pietra si è rotta in due. Rompere una chiave è un pauroso presagio” (cap. XXXIII).
Jude, ancora giovane e disorientato, dà la colpa delle sue disgrazie alla lettura troppo assidua dei libri pagani (cap. V). Tess, osservata finalmente da Angelo, gli ricorda che si erano già incontrati al ballo: “ma non volesti danzare con me. Oh, spero che quello non sia stato per noi un infausto presagio” (cap. XXX). Henchard consulta il veggente “Fumo” sulle condizioni del tempo atmosferico (cap. XXVI).
Ė tuttavia ne “Il ritorno del nativo” che il magico pregna di sé tutto il racconto. Quando Eustacia, acceso il falò, vede arrivare Wildeve, gli dice: “Ho deciso che saresti venuto; e sei venuto infatti! Ho avuto la prova del mio potere” (libro I, cap. VI). Susan, la madre che crede di avere la sua bambina stregata da Eustacia, punge quest’ultima in chiesa con “un lungo ferro da calza”. Sempre lei, modella una figurina di cera raffigurante Eustacia e la trafigge di spilli, poi mentre scaglia nel fuoco quell’immagine, recita il Padre Nostro a rovescio (libro I, cap. VII).
Questa presenza del magico (anche nei racconti minori, ad esempio “L’impronta”) che arriva ad assumere toni così cupi, crea quel rapporto di soggezione dell’uomo alla natura più ancora delle manifestazioni dirette della natura stessa. Se è vero che il magico deriva dal non comprendere l’uomo le ragioni di molteplici espressioni della natura, da tale sensazione (di stupore, di sgomento, di meraviglia, eccetera) egli fa derivare un sistema di difesa (presagi, superstizioni, riti) che tende a separarlo dalla natura, di cui infine egli medesimo è manifestazione.
Così l’errore dell’uomo è quello di tentare di opporsi alla natura o quantomeno di sentirsi diverso da lei; da ciò la conseguenza che una normale sensazione, per esempio di stupore, di sbigottimento, si trasforma in dramma, disperazione, ostilità, odio.
Oltre al fascino della natura, Hardy sentì straordinariamente quello del passato, e più ancora del tempo.
Non condivido il giudizio di Cassola quando scrive che Hardy ha saputo rendere il sentimento del tempo in poesia (si veda, fra le tante “Vecchia panchina” e “Fieri canterini”), ma non nella narrazione. Mentre nei fantasmi di Christminster (in “Jude”) o nella legione di soldati di Adriano (ne “Il sindaco…”) che appaiono suggestivamente ai protagonisti, o nei tumuli che s’incontrano via via nel paesaggio hardiano, noi riconosciamo il sentimento del passato, e piĂą esattamente la resistenza alla morte che si realizza attraverso il pensiero dei vivi, in altre stupende pagine vediamo rappresentato un immenso creato in cui il tempo non distrugge, ma circola incessantemente combinando passato e presente in un unico flusso che impregna di sĂ© tutto, uomini animali cose. Il tempo quindi, nel suo fluire che potremmo definire circolare (alle soglie della immobilitĂ ), non annienta, non trascorre per non tornare piĂą, ma compie un eterno moto in cui tutto ciò che esiste rivive continuamente.
Questa sensazione (questo sentimento del tempo) è davvero straordinaria.
Nella brughiera di Egdon il sibilo dei campanellini “dell’erica fiorita nell’estate scorsa”: “era il prodotto complessivo di cause vegetali infinitesimali, che non erano però né steli, né foglie, né frutti, né fili d’erba, né rovi, né licheni, né muschio” (“Il ritorno del nativo”, libro I, cap. VI).
Venn, sempre nella brughiera, osserva “un’anatra selvatica, appena giunta dalla patria dei venti settentrionali, ricca di un’immensa conoscenza del Nord. Catastrofi glaciali e episodi legati a tempeste di neve, luminosi effetti aurorali, la Stella Polare allo zenit, i relitti della spedizione Franklin al di sotto: tutta una meravigliosa serie di fenomeni per lei assolutamente normali” (ibid., libro I, cap. X).
La signora Yeobright vede dinanzi a sé una colonia di formiche che trasportano “faticando senza interruzione” grevi carichi: “Ricordò che da anni si verificava in quel punto lo stesso movimento di formiche: quelle di un tempo eran certo le antenate delle formiche che passavano ora”, (ibid. libro IV, cap. VI. Si veda anche la successiva bellissima descrizione dell’airone).
Così è ritratto il sopraggiungere della bella stagione in “Tess”, cap. XX: “La stagione si sviluppò e maturò. Un’altra generazione di fiori, foglie, usignoli, tordi, fringuelli e simili creature effimere occupò le posizioni in cui solo un anno prima altri erano stati al loro posto allorquando questi non erano che germi e particelle inorganiche”.
In una conversazione tra Angelo e Tess, questa dice: “La cosa migliore è dimenticarci che la nostra natura e le nostre azioni trascorse sono state in tutto eguali a quelle di migliaia e migliaia di persone, e che la nostra vita e le azioni avvenire saranno simili a quelle di migliaia e migliaia di altri” (ib. cap. XIX).
Forse è il sentimento del tempo (questo meccanicismo e onnicomprensività dell’esistenza), così forte nell’opera di Hardy, che genera lentamente nei protagonisti un senso di stanchezza, un anelito della morte come occasione finalmente di pace.
La capricciosa, l’irrefrenabile Eustacia, anche lei ne è toccata e a Clym dichiara: “…un posto vale l’altro per arrivare alla tomba dove troverò finalmente pace” (“Il ritorno del nativo” libro V, cap. III).
La moglie di Henchard, Susan, forse più di lui anela alla morte e tutta la sua vita è segnata dalla sofferenza, dalla stanchezza: come pure la povera Fanny che scompare silenziosamente com’era vissuta. Davvero straordinario questo personaggio minore a cui è legata una delle più belle descrizioni di Hardy, allorché Fanny, camminando sopra la neve di sera, si porta sotto la finestra della caserma dove alloggia Troy («Via dalla pazza folla», cap. XI).
Anche Jude desidera morire ma “la riposante morte lo disprezzava e non aveva voluto prenderlo con sé” (“Jude”, cap. XI); tuttavia è soprattutto in Tess che il pensiero della morte è costante e vi assume il significato che con essa l’uomo, annientandosi, terminerebbe il suo scontro con la natura.
Come le sensazioni descritte più sopra, le quali hanno armoniosamente unito i personaggi alla natura, anche la morte può rappresentare qui, più che un annientamento in senso stretto, un ritorno, una rinuncia alla propria personalità per scorrere, insieme alle altre cose, nel flusso perenne della natura; la chiave per la conoscenza delle sue leggi, insomma la pace.
Così pensa Tess nel cap. XIV: “tra pochi anni sarebbe stato come se tutti non fossero mai esistiti ed ella stessa ricoperta d’erba e obliata”; e nel cap. XV: “c’era ancora un’altra data di maggiore importanza per lei…. la data della sua morte”.
La domanda che infine farà ad Angelo: “credi che c’incontreremo ancora dopo la morte? Voglio saperlo” (cap. LVIII) rivela l’inquietudine che deriva da un ordine universale che l’uomo non riesce a comprendere e la speranza che la morte non rappresenti un annientamento ma il misterioso passaggio, attraverso quel flusso perenne, ad altre esistenze.
Pure il testamento di Henchard, così terribile, spietato (“che nessuno si ricordi di me”) esprime il ripudio della vita in quanto esperienza nella quale si è inesorabilmente dominati dall’ignoto.

II

I personaggi dei romanzi quanto più sono analizzati nel loro intimo tanto meno si avvicinano alla realtà. Questa considerazione mi viene suggerita dall’altra, a mio avviso, non meno importante e cioè che ogni uomo non può conoscerne un altro se non esteriormente, o meglio naturalisticamente (al pari di una pianta, di una casa, di un animale).
Neppure è corretto dire che possa conoscerlo per quel che appare, perché ciò include pur sempre che attraverso l’esterno sia possibile discendere nell’intimo dell’uomo. Questa operazione, quando avvenga, è fatta sempre sulla misura (sulla esperienza personale) di chi la compie; conduce pertanto al risultato (fallace) di una realtà a misura di chi la osservi.
Se ciò può anche essere tollerato con riguardo all’osservatore singolo il quale consideri il rapporto tra la realtà e se medesimo, non può più esserlo nel momento che si voglia considerare tutta la realtà, nei suoi molteplici rapporti con più singoli. Ciascuno di questi rapporti, così come ciascuno di questi uomini, è diverse e sconosciuto all’altro. L’osservatore non può fare altrimenti che immaginare ed analizzare a sua misura, con ciò operando nell’unico nodo possibile ma pur sempre erroneamente.
Da ciò quindi discende quanto dicevo all’inizio, e cioè che i personaggi dei romanzi possono forse soddisfare il solo rapporto del loro autore con la realtà ed apparire veri a lui e, probabilmente, verosimili a quei lettori il cui rapporto con la realtà è più vicino a quello dello scrittore; resta però vero che nessuno, nemmeno l’autore, può dirsi certo che quei personaggi, sopratutto se esaminati anche interiormente, possano esistere nella realtà.
Si deve concludere che lo scrittore rappresenta piĂą propriamente il rapporto realtĂ  – personaggio anzichĂ© quello di realtĂ  – uomo, ed apre al lettore la porta ad un mondo fantastico, distinto — ed anche meglio analizzabile perchĂ© l’autore ne possiede la chiave — dell’altro.
Tutto questo per dire altresì che i personaggi di Hardy sono straordinari. Egli li scava a fondo sia attraverso l’analisi dei sentimenti, sia con l’annotazione di taluni loro atti e sia anche con la storia stessa che rappresentano. Tutto ciò insieme costituisce l’amalgama di un personaggio palpabile, vivo e per di più leggibile fino nell’intimo.
Li accomuna la medesima lotta contro il destino, l’ignoto che si presenta improvvisamente a sconvolgere la loro vita; tuttavia sono diversi l’uno dall’altro, e nella diversità, stupendi.
Eustacia compare la prima volta di notte sulla sommitĂ  del Rainbarrow in una descrizione ricca di densitĂ  e di fascino, tra le migliori di Hardy. Ä– il venditore di ocra Venn che la osserva: “Guardando, mentre si riposava, la montagnola, l’uomo notò come sulla cima, ch’era stata sinora il punto piĂą alto dell’intero paesaggio, fosse comparso qualcosa di piĂą alto ancora. Emergeva dal monticello emisferico come il chiodo di un elmetto. Uno straniero dotato di fantasia avrebbe potuto credere che si trattasse d’uno degli antichi celti costruttori del tumulo, a tal punto era assente dalla scena ogni traccia di modernitĂ . La sua figura rimaneva lĂ , immobile come il colle su cui posava” (libro I, cap. II).
Ė il personaggio più affascinante, in continua lotta contro tutto; avida di sentimento, superba, inquieta, passionale; la sua presenza provoca suggestione negli altri (una donna la crede addirittura strega). Odia la brughiera, senza accorgersi che ne è parte essenziale (più di Thomasin, che invece l’ama), che solo là può dispiegarsi: “Sono malinconica per natura: come se avessi la tristezza nel sangue” (libro I, cap. VI).
La sua sconfitta ha le radici nel suo carattere che ha “perduto l’idea divina di poter fare quel che si vuole e non (ha) acquistato il gusto modesto di fare quel che si può” (libro I, cap. VII). Ė una sognatrice che si dispera per la impossibilità di vivere il sogno (una notte sogna di essere baciata da un cavaliere chiuso in un’armatura d’argento (libro II, cap. III).
V’è nella sua vita l’occasione di trovare la pace: il matrimonio con Clym. Ella alla fine riconosce la bontĂ  di quell’unione, ma è troppo tardi; le pare ormai sciupata irreparabilmente. Nella notte che si avvia ad incontrare Wildeve così pensa: “Infrangere i miei voti coniugali per lui….non e un buttarmi via? Avrei tanto, tanto voluto essere una donna eccezionale, e il destino mi è stato avverso!… Oh, perchĂ© ho aperto gli occhi in questo mondo così mal combinato?…” (libro V, cap. VII). Noi sappiamo dal venditore d’ocra Venn che Eustacia aveva ancora tentato di resistere al destino quella notte, recandosi da lui per chiedere aiuto; poi all’ultimo momento aveva desistito: “Sentii un suono di pianto e di singhiozzi – racconta Venn – Aprii la porta e misi fuori la lanterna e, proprio al punto estremo in cui arrivava la luce vidi una donna che. quando la luce la colpì, voltò la testa, poi corse giĂą per la collina” (libro V, cap. VIII).
Anche Tes è una lottatrice, piĂą semplice ma assai tenace. La sua bellezza, al contrario di quella di Eustacia, non mette soggezione, anzi attira gli uomini, e ancora bambina Tess dovrĂ  portarsi dietro la colpa di aver ceduto ad Alec e combattere così contro le convenzioni. Si isolerĂ  da tutti: “l’unica idea sua sembrava quella di evitare l’umanitĂ ” (cap. XIII); e anche dopo la rottura dell’unione con Angelo sceglierĂ  di isolarsi a Flintcomb-Ash.
Abbandona la cura della sua persona per “non correre altri rischi derivanti dal suo aspetto”(cap.XLII). Infine (come Eustacia dispera ormai di riconciliarsi con Clym) Tess non spera piĂą in un ritorno di Angelo, tanto atteso, e cade di nuovo nelle braccia di Alec.
Eustacia non compie quest’ultimo passo verso Wildeve, preferisce affogare nel la diga. Tess reagirĂ  subito dopo, non appena vede che il suo Angelo è tornato a cercarla; uccide l’amante e raggiunge Angelo: “Era così pallida, così ansante, così tremante in ogni muscolo che egli non le rivolse alcuna domanda ma, prendendole la mano e mettendosela sotto il braccio, la condusse con sĂ©” (cap. LVII).
Poi sarĂ  la “giustizia” ad uccidere Tess.
Dobbiamo dire che Henchard rende forse piĂą di tutti, e tragicamente, l’immagine dell’uomo colpito dal destino.
Batsceba è invece una vincitrice. Anche lei ad un certo momento desidera morire, quando scopre il neonato nella bara di Fanny; ma è pensiero rapido, subito respinto.
Ella è corteggiata come Tess, ma sa tenere testa agli uomini. Dopo l’amara dichiarazione di Troy (“non sei nulla per me, nulla” – cap. XLIII), confiderĂ  alla domestica Liddy: “Ho riflettuto su ogni cosa stamani, e ho scelto la mia via. Una moglie fuggita è un ingombro per tutti, un peso per se stessa, e un oggetto di ridicolo … Liddy, se mai tu dovessi sposarti … ti troverai in una spaventevole situazione: ma ricordati questo: non mollare” (cap. XLIV).

Dirige con abilità una fattoria e al mercato attira l’attenzione di tutti per la sua bellezza e la capacità negli affari. Boldwood, un fittavolo composto, riflessivo, perderà la testa per lei, dando vita ad uno straordinario personaggio drammatico contro cui il destino si accanisce crudelmente: “Per tutta quella notte si sarebbe potuto vedere la cupa forma di Boldwood errare per le colline e le brughiere di Weatherbury, come un’ombra infelice pei campi funerei dell’Acheronte” (cap. XXXIV).
Batsceba ha la freschezza della fanciulla (si veda la cavalcata del cap. III), la sensualità della donna (“amò Troy nel modo in cui amano soltanto donne indipendenti, quando abbandonano la propria indipendenza”, cap. XXIX), la dolce caparbietà dell’innamorata. Anche su di lei tuttavia le avversità lasciano il segno e Hardy ci dirà al momento delle nozze con Gabriele che Batsceba “ora non rideva mai apertamente”.
Accanto a questi grossi personaggi ve ne sono altri ben disegnati e di rilievo come Boldwood, Fanny, Wildeve, Arabella, il simpatico Giuseppe Poorgrass, Vilbert, la signora Yeobright, Lucetta, Alec (assai meno Angelo), Clym, Jude; tuttavia tre personaggi: Oak, Venn e Farfrae (ed anche Phillotson), pur non assumendo nel romanzo la dimensione gigantesca delle tre donne e di Henchard (un po’ meno Sue), ne sono una straordinaria chiave di lettura. Sono tutti uomini pazienti, tenaci, ordinati, “le cui virtù erano come filoni metallici in una miniera” (“Via dalla pazza folla”, cap. XXIX).
Essi paiono alla fine i personaggi emergenti, emblematici della concezione hardiana della vita, secondo la quale l’uomo può resistere al destino soltanto se sa attendere, osservare attorno, controllare se medesimo di fronte agli sconvolgimenti dell’esistenza. Non è un caso che Batsceba, vincitrice nella lotta con il proprio destino, ha con essi più di una caratteristica in comune.
“Jude l’oscuro” rappresenta la più dura e scoperta denuncia delle convenzioni sociali, e già in “Tess” il contenuto aspro di tale denuncia comincia ad apparire chiaramente; ma nei romanzi di Hardy vi è la presenza sotterranea costante di una di queste convenzioni: il rango, ossia la distinzione sociale. Oak avverte duramente che la perdita del gregge lo trasformerà da fittavolo a fattore e sentirà a differenza di prima uno stacco da Batsceba. Eustacia è sdegnata di sentire un’attrazione verso Wildeve, “un uomo non apprezzato da una donna (Thomasin) a lei tanto inferiore” (cap. XI, libro I), la tragedia di Henchard e il successo di Farfrae rappresentano un’altalena di questo motivo; Tess avverte la sua dura condizione nei confronti del “cugino” Alec; Jude dedica alla conquista di una migliore posizione sociale tutto il suo dramma.
Il rango ha certamente un ruolo di primo piano nelle tragedie di Henchard, Tess, Jude. Proprio perché è così, si può dire che Hardy indugi con maggior simpatia laddove questa crudele distinzione non ha posto, non è sentita; vi si sofferma quasi con sollievo.
I gruppi, davvero meravigliosi, descritti da Hardy hanno questo significato, evidenziano una unità, una compattezza, un’armonia che li sbalza in primo piano; e li rende portatori di una serenità che manca agli altri, ai grossi personaggi, per esempio.
In “Via dalla pazza folla” si raccolgono forse le rappresentazioni più belle, più ampie, più luminose: la birreria di Warren, il giorno di paga dei dipendenti di Batsceba (che sono una galleria ricca di caratterizzazioni spesso spassose: Poorgrass, Cainino Ball, Henery Frey, Labano Tali); il circo dove si è rifugiato Troy.
Descrizioni di gente meno chiacchierona, fervida nel lavoro e negli affari ci vengono dalla piazza del mercato in “Vita e morte del sindaco di Casterbridge”: “Qui mareggiavano … formando un piccolo mondo di ghette, di fruste e di sacchetti campione: uomini dalle pance spaziose, in pendìo come fianchi d’una montagna; uomini le cui teste nel camminare si piegavano simili agli alberi nei venti di novembre, che nel parlare si dimenavano in vari atteggiamenti, s’abbassavano, allargando i ginocchi, e schiaffandosi le mani in tasca nei piĂą remoti recessi della giacchetta…” (cap. XXII).
Si veda anche questo incidente sulla “strada alta”: “… una ruota posteriore aveva urtato contro il muro della chiesa vicina; e l’intera montagna del carico s’era rovesciata, mentre due delle quattro ruote s’erano alzate per aria insieme al cavallo, attaccato alla stanga. Invece di pensare a mettere in sesto il carico, i due uomini erano scesi a vie di fatto” (ib. cap. XXVII).
Suggestiva è la conversazione di uomini e donne intorno ai falò sul Rainbarrow ne “Il ritorno del nativo”, dove appaiono personaggi, come nonno Cantle, che ricordano quelli della birreria di Warren; e carica di sensualità la festa campestre al chiaro di luna, dove Eustacia incontra Wildeve.
La danza sulla torba in “Tess dei d’Urberville” ha più di una affinità con questa festa (entrambe notturne e cariche di sensualità).
Di nuovo luminoso ed ampio è il gruppo della vaccheria di Talbothays. Anche in “Jude”, Hardy non manca di cogliere questi momenti collettivi (si veda la processione dei rettori e la festa della rimembranza), ma qui vi è una vena malinconica, ed essi sono distanti da Jude: paiono rivoltarglisi contro.
Ė necessario soffermarsi ora su due motivi che sembrano accentuati piuttosto dall’autore che dal romanzo: la sessualità (o meglio la asessualità) e la crudeltà di certi accadimenti.

Un solo personaggio è veramente ricco di sessualitĂ : Arabella. Questo protagonista minore è in realtĂ  di spicco per il suo modo pratico, abile di vivere (si ricordino le sue “fossette”), contrapposto all’inquietudine spesso cerebrale dei suoi maggiori. Quando ha in mente uno scopo (per esempio sposare Jude) non va per il sottile e trova l’occasione per concedersi a lui: “… voglio che faccia qualcosa di piĂą che innamorarsi. Voglio essere sua, che mi sposi. Voglio averlo. Non ci posso rinunciare … Impazzirò se non posso darmi completamente a lui” (cap. VII).
Passa da un uomo all’altro, fino a darsi a Vilbert per il solo piacere di godere la vita in tutte le sue forme.
Di Jude sappiamo che è un passionale (cap. X), ma certamente assai sbiadito se, per sposare Arabella, prende una bella sbornia e accetta di vivere a quel modo con Sue.
Tess attrae gli uomini, ma ella non ne è attratta ed anzi è facile per lei starne lontano. Eustacia s’incontra con Wildeve sopratutto per il piacere di ribellarsi ai modelli di una società che sente soffocata.
Gli altri personaggi sono freddi, indifferenti, persino asessuali (Clym, Angelo); normale ci pare Batsceba, e un’atmosfera di sensualità è più propria di certe situazioni collettive che di singoli personaggi, secondo quanto è stato già sottolineato.
Hardy tuttavia fa proprio di Arabella un ritratto che predilige, ad esempio, a Sue, come fa della spontaneità di Tess una caratteristica positiva del personaggio (anche se la società poi ne approfitta). Egli ha simpatia per ciò che si lascia trasportare dal moto della natura, imprevedibile, improvvisa, esplosiva, e dà a questo flusso il dono di una perennità che fa sopravvivere l’uomo (Tess non è toccata da quelle che la società chiama “colpe”, come Arabella riesce a non soccombere grazie alla sua sessualità).
Troviamo nei romanzi di Hardy circostanze dalle quali dipendono avvenimenti importanti; e spesso esse sono tanto piĂą insignificanti, minute, quanto piĂą ne derivano delle calamitĂ . Soltanto “Jude l’oscuro” ci pare meno esposto a questo motivo caratteristico di Hardy, ma gli altri romanzi ne sono colmi. Ecco che nella notte in cui Troy prova pietĂ  per Fanny e amore per Batsceba, la prima muore e provoca in lui quella terribile dichiarazione che raggela Batsceba (“non sei nulla per me, nulla”). Anche la tomba di Fanny, curata con amore pure da Batsceba, viene deturpata dallo scroscio di una canala: “Quasi tutti i fiori erano stati addirittura sradicati dall’acqua, fuori dalla terra, e giacevano con le radici all’aria, nei punti dove erano stati sballottati dall’acqua” (cap. XLVI).
Eustacia non vuole aprire alla signora Yeobright e quando si decide a farlo, questa se n’è andata: durante il ritorno morirà sfinita dalla stanchezza. Clym la scaccerà per questo. Eustacia attende che Clym la richiami a sé; non vuole tornare da Wildeve, ma ecco che la lettera che Clym le scrive per fare pace con lei viene dimenticata dal capitano Vye, e Eustacia si getterà nella diga.
Tess vuol confessare ad Angelo, prima di sposarlo, la sua colpa con Alec; gli scriverà una lettera, ma questa finirà sotto il tappeto e non sarà letta da lui. Quando Tess, la prima notte di nozze, vorrà rivelarglielo, Angelo rimarrà turbato e si distaccherà da lei. Tess, come Eustacia, lo attende pazientemente e proprio nel momento in cui, stanca, sfinita dall’attesa, si butterà nelle braccia del seduttore Alec, ecco che Angelo ritorna.
Ä– però nel “Sindaco” che il motivo assume toni drammatici, fino a provocare l’annientamento del protagonista Henchard. Non appena questi ha confessato ad Elisabetta di essere suo padre, una lettera della defunta moglie gli rivela che non lo è: è figlia del marinaio a cui l’aveva venduta. Quando sta per riavvicinarsi ad Elisabetta, ad amarla di nuovo, compare il vero padre, il marinaio Newson.
Intanto Farfrae, da lui avviato al commercio del grano, gli ruba il cuore della ragazza, infine quello di Lucetta e trae la sua fortuna nel commercio dalla rovina di Henchard. Quando costui, ormai derelitto, si decide a visitare Elisabetta e Farfrae, frattanto sposatisi, non viene riconosciuto dai domestici né, quindi, ricevuto dai padroni. Questi, intuito più tardi che si trattava di Henchard, lo andranno a cercare, ma lo troveranno già morto, con accanto il terribile testamento.
Questo motivo a volte genera nel romanzo una certa macchinosità, dà inverosimiglianza a taluni fatti, e noi non possiamo fare a meno di immaginare l’autore nel momento in cui, forse con sarcasmo, dipinge quelle circostanze. Tuttavia, riconosciamo che è da esse che prendono il via i grandi personaggi hardiani; ed è proprio dal fatto che drammi così terrificanti alla fine dipendono da circostanze tanto banali che la particolare visione del mondo dello scrittore tocca tonalità e grandiosità uniche.


Letto 142 volte.


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Bart