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LETTERATURA: Tobino scrittore

21 Gennaio 2021

di Bartolomeo Di Monaco
(Da: Sìlarus Anno XI -nn.60-61; Luglio-Ottobre 1975)

Il manicomio di Maggiano (così sinistro di notte, con le numerose finestrelle illuminate) è in linea d’aria a circa un chilometro dalla collina di Cocombola, dietro casa mia. Quando, passeggiando con la famiglia, raggiungo la cima, nel punto detto “a melano”, lo vedo sulla mia destra, imponente. Ė qui che ha lavorato per 35 anni, immerso in un paesaggio ancora verdeggiante e silenzioso, Mario Tobino, e qui verosimilmente hanno visto la luce, nelle notti spesso agitate del manicomio, i suoi libri e quindi i suoi personaggi.

La misura del dire è forse la qualità che ha fatto di Tobino un poeta e un narratore. Non è facile trovare nella letteratura buoni poeti che siano anche buoni scrittori, anzi si può riscontrare questa proporzione, che quanto più un artista è poeta tanto meno è narratore. Infatti: il primo trasfigura la realtà, la sublima, tanto che i valori che ne risultano escono fuori del tempo e dello spazio; il secondo, al contrario, rappresenta la realtà quale è, ed anche gli uomini che vi si muovono dentro, i cui sentimenti ed azioni sono legati al tempo e allo spazio.
Ė comprensibile perciò che un artista incline a sublimare la realtà si trovi impacciato nel momento in cui abbia necessità di raffigurarla, e viceversa.
Tobino può costituire un esempio di come, grazie alla misura del dire, si possano conciliare i bisogni e il temperamento del poeta con quelli del narratore.
In effetti, nei momenti in cui il poeta esplode e la realtà è per farsi sempre più rarefatta, impalpabile, oppure la furia del sentimento sta per prendere il sopravvento sull’uomo, Tobino, con un atto apparentemente semplice ma che richiede un grande sforzo e forse un grande sacrificio, si arresta; l’immagine, l’azione sono come sospesi, mozzati, quasi incompiuti, e il lettore intuisce la recisa determinazione di non andare oltre.
Subito dopo, le prime parole tracciano già un disegno disteso, sereno, in cui la mente riprende fiato, si riposa. Si avvertono, allora, il pericolo in cui la storia era per precipitare, la tempesta che aveva attraversato l’artista, nonché la lucida e sofferta determinazione di vincerla.
Tale qualità di Tobino emerge certamente anche per il tipo di narrazione scelta, legata a cose assai concrete quali sono i fatti della propria vita (le sue opere sono tutte autobiografiche, alcune cronachistiche come “Il clandestino” o diaristiche come “Le libere donne di Magliano”); in questo modo il poeta trova nel ricordo, nello svolgersi dolce della memoria il suo spazio espressivo, e il narratore nella concretezza degli avvenimenti e dei personaggi pone un vincolo, un limite sicuro al poeta (Tobino autore di romanzi di pura fantasia avrebbe incontrato nel suo temperamento profondamente poetico occasioni di smarrimento).
La poesia invece prende il posto della fantasia, scruta i fatti e i personaggi, sradicando dal loro intimo immagini e sentimenti.
Gli occhi hanno gran parte in questa operazione fondamentale dello stile narrativo di Tobino. Protagonisti e personaggi minori sono aggrediti nell’intimo dal Tobino poeta attraverso gli occhi: “gli occhi celesti piccoli e mobili” di Oscar Pilli; “gli occhi neri e vivi di un allegra pazzia” di Fatma; “gli occhi neri a volte smarriti in una vaga implorazione” di Summonti; “due occhi neri di velluto” di Jole; “due occhi giallini che fuggivano non per paura ma perché l’assenza di pensieri a ogni secondo li sgambettava” di Patrizi; “gli occhi grigi imperativi e brillanti di gioia” di Ippolito; “gli occhi belli, chiusi, serrati, leggermente gonfi” della Pitti; “i suoi occhi neri ancora due stelle che risplendono senza perché, senza curiosità” della Grimalda.
Vi è anche una gran voglia di narrare. Quando assiste a qualche avvenimento, desidera subito dopo rinchiudersi nel suo stanzino dentro il manicomio e scrivere: “mi nasceva il desiderio di ripartire, tornare in quella città che abitavo, in quella stanza che mi era capitato occupare, per mettermi a lavorare, descrivere quelle memorie” (“La brace dei Biassoli”).
Non si cura molto dello stile, preferisce seguire il cuore e scrivere nella lingua del popolo; donde certe anarchie strutturali (il taccuino del tenente Marcello, inserito bruscamente ne “Il deserto della Libia”), certi incastri, anche interessanti, certe riprese, come la notizia del figlio militare di Achille o la decisione del Bonaccorsi di concludere la sua vita non lontano dal manicomio, (in “Per le antiche scale”), ripetute più volte da Tobino, inframettendo altri fatti.
Anche questa dello stile non troppo lindo, spesso ribelle alla sintassi, è una sua scelta, e direi una scelta da poeta, il quale sente nella lingua del popolo un vigore che la rende viva, immortale.
Le sue intemperanze grammaticali: ad esempio la maiuscola dopo i due punti o la virgola anziché il punto e virgola, e più ancora le sue costruzioni davvero personali: “parlare con lui una volta almeno ancora” (in “Per le antiche scale”), “Ogni volta che Patrizi veniva dai Biassoli un lucignolo soffocava, stridendo un sibilo come fanno gli uccelli acquattati, la notturna civetta li serra” (in “La brace dei Biassoli”), tutto sommato rendono sanguigna la sua prosa, ricca di libertà, ribelle, e perciò anche superba, vigorosa.
Non manca una civettuola ricerca di preziositĂ , forse di stravaganze, comunque di parole desuete, piĂą propria — direi — all’uomo che all’artista: la carcere; pensamenti; svegliare sospetti; farandolare; rubatore; ebluire; allumare; brusichìo; udirò; spenderono; vivettero; lucettero; timiditĂ ; pinzòchere; offerere; cauteloso; giĂą per su.
Il dialetto, secondo quanto si è detto, ha notevole parte e il suo uso interessa tanto la scelta della singola parola quanto la sintassi: aprire e chiudere (della luce); loro lì; agguantare; mentovare; dittaggio; rinvangare; pacciugare; sbilercio; strinare (per rimproverare); ci parlavo (per gli parlavo).

Il lavoro di medico di manicomio è stato congeniale senza dubbio al temperamento di Tobino, e forse è stata anche questa una scelta precisa. Ė in lui una grande quantità d’amore che lo stimola, direi lo obbliga, ad una ricerca infaticabile di altrettanto amore negli altri. Tutti i suoi personaggi sono al fondo buoni; la cattiveria è come una scorza, pericolosa sì, ma che non riesce ad incidere sul sentimento, che resta sempre puro, candido: “Tutto dipendeva dall’intelletto, era lui che si viziava, insaniva, lui la serpe.
I sentimenti erano puri, intoccabili” (“Per le antiche scale”).
Non incontriamo alcun personaggio profondamente cattivo nei romanzi di Tobino, nemmeno Inghirenti ne “Il clandestino”, il quale si diverte a torturare i prigionieri con una pistola a piumini più per la sua malattia che per cattiveria.
La letteratura diviene per Tobino lo strumento di tale ricerca. Durante la giornata è osservatore attento, non v’è gesto d’amore che, pur in mezzo alla cattiveria o alla pazzia, non sia colto dalla sua sensibilità. Nasce così il desiderio di analizzare più compiutamente quel gesto, di scoprire la storia o meglio la verità dell’uomo che lo ha compiuto.
La solitudine della sua stanzetta nel manicomio gli offre la quiete, la serenitĂ  per questa analisi, che ambisce toccare i recessi dell’uomo, che scava a fondo tra complesse e dense nebbie, le quali anzichĂ© scoraggiare danno forza a tanto accanito ricercatore.
Non mancano momenti di sconforto: “Oggi è Natale, ero solo, non sapevo dove andare e non mi riusciva scacciare, mentre si avvicinava mezzogiorno, una sconsolazione che sempre più mi pungeva come volesse farmi arrivare al pianto» (“Le libere donne di Magliano”).
Ma la sua scelta è un atto d’amore definitivo, un sacrificio vòlto a dare una speranza a tutti: “La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo” (“Le libere donne di Magliano”).
Le opere di Tobino son tutte quante il frutto di questa ricerca, sentita e desiderata, che tocca personaggi importanti e minori i cui gesti, anche insignificanti, diventano una chiave di lettura per penetrare in profondità. Gli occhi, si è già detto, giocano il ruolo più importante, ma qualsiasi gesto può diventare lo specchio di quella verità che l’autore cerca, e che è la bontà dell’uomo.
Leggete, ad esempio, questa stupenda descrizione di un gesto (per afferrare il cavallino-giocattolo) della zia Anna ne “La brace dei Biassoli”: “Quella povera donna stese lentamente l’artiglio della sua mano, il braccio mi parve lunghissimo, afferrò la groppa… Se lo avvicinò al petto, ve lo strinse”.
Il manicomio, ossia il mondo dei malati di mente, è così per Tobino, ricco di speranza e di coraggio, l’occasione di estendere la sua analisi anche laddove la ragione dell’uomo è sconvolta, e di renderla, con ciò, compiuta.
Anche la follia, è scritto in “Per le antiche scale”, è assetata d’amore, e il risultato a cui giunge è ancora quello che i sentimenti sono puri, intoccabili. Certo è che ogni volta che lo scrittore si cala attraverso i meandri della pazzia sino all’anima dell’uomo, ne restiamo sconvolti, terrorizzati. L’analisi della follia di suor Fulgenzia, del Federale, dell’Alfonsa, per citare qualche esempio, richiedono al lettore uno sforzo imponente per non esserne travolto, come se qualcosa di sovrumano, incomprensibile, dirompente ferisse la mente.
La follia infatti (dalle “ali di pipistrello”) è per Tobino anche questo: “Cosa significa essere matti? perché si è matti? Una malattia della quale non si sa l’origine né il meccanismo, né perché finisce o perché continua. E questa malattia, che non si sa se è una malattia, la nostra superbia ha denominato pazzia” (“Le libere donne di Magliano”).
E dobbiamo dire che tutti i personaggi migliori, taluni anche di rilievo, sono toccati dalla follia. Si guardi Bonaccorsi, Oscar Pilli, Saverio, Aimone, Inghirenti, Nencini, Alfonsine, la vecchia vicina di casa dell’R.T. (“gli occhi, due strabiche capocchie di spillo”), la Franciò, zia Anna, zia Virginia, Patrizi; le ali di pipistrello della pazzia svolazzano, fanno da sfondo a tutte le vicende dei suoi romanzi.
Essa, così misteriosa, imprevedibile, radicata dentro l’uomo, ha in sé anche il fascino della libertà e dell’anarchia, due temi che qua e là all’improvviso prorompono e incendiano il romanzo.
Annota in “Per le antiche scale”: “Sopra di me aleggiava la dittatura. Per consolazione avevo la psichiatria”.

Certe pagine di Tobino suscitano atmosfere suggestive, non prive di quiete, come se ad un tratto tutto rallentasse in attesa dell’avvenimento; con ciò lo stile non si fa prolisso, ma sollecita un’attenzione costante.
Sono pagine non frequenti, per la veritĂ , ma allorchĂ© s’incontrano non si cancellano piĂą dalla memoria; ricordiamo la esumazione di Alfeo, la storia di Alessandrina, l’uccisione di Alfonsine. Troviamo anche descrizioni rapide, di notevole intensitĂ  ed efficacia, quali quella della strega ne “Il deserto della Libia”, delle mosche (ibidem), dell’incontro del Bonaccorsi con la sorella “morta” in “Per le antiche scale”.
Eppure, se tutto quanto si è detto sin qui può bastare per fare di Tobino un singolare ed autentico artista, non si è ancora evidenziata la sua più significativa caratteristica, la quale è presente, aleggia al pari della pazzia in tutte le sue opere: la sensualità.
Ciò che dà piacere ai sensi: agli occhi, al tatto, al gusto in particolare, nel momento che è percepito dall’autore si arricchisce di umori profondi. I suoi personaggi sono, chi più chi meno, toccati dalla sensualità, dal piacere di nulla perdere di ciò che sta intorno e può dare voluttà, ebbrezza. Saverio, la Nelly, il Rindi, Oscar Pilli, zia Anna, zia Virginia, Bobi, la Franciò, Bonaccorsi sono alcuni esempi.
Ma tale sensualitĂ  non nasce dagli sviluppi del romanzo come fatto casuale; essa affonda le sue radici nell’anima di Tobino; gli stimoli esterni che possono anche esser dati dallo svolgersi naturale della storia o del personaggio sono raccolti dall’anima sensibilissima di Tobino ed arricchiti dalla sua enorme sensualitĂ .
Una conferma significativa di ciò può esser data dall’episodio del tenente Marcello che, come medico, visita le tre giovani donne nella casa di MahmĂąd, in cui d’improvviso l’ambiente si carica di sensualitĂ  che coinvolge tutti: autore, lettore e chiunque altro metta lo sguardo dentro quelle stanze. Altra conferma è offerta dalla descrizione della processione ne “Le libere donne di Magliano”, ove l’autore (come Stendhal, ma questi con miglior arte, piĂą ricca e suggestiva) va a cogliere, nella generale confusione, un particolare, e cioè una ragazza seduta in disparte: “Sulla destra, seduta in quell’ombra, inconsapevole forse della sua bellezza, c’era una ragazza, splendente di gioventù”.
Ma ve ne sono molte altre, come gli eccessi di Oscar Pilli, l’amore tra Teresa ed Adriatico, la libidine del Bonaccorsi o delle nobildonne del Cairo “che poco imporporate dal pudore” segretamente si recavano al mercato di Murzuk “a scegliersi schiavi grandi come monumenti” (in “Il deserto della Libia”) o la misteriosa araba inseguita dal tenente Marcello.
Questa peculiarità di Tobino ha gran parte nella sua arte, e più precisamente nel momento in cui si mescola con la pazzia. Soprattutto le donne sono vivificate, illuminate da tale rimescolamento e, come ho avuto modo di dire in un altro scritto (“Le donne di Moravia”), Tobino è, insieme con Moravia e Tecchi, un grande creatore di figure femminili.
Le sue, a differenza di quelle degli altri due autori (anche queste tra loro diverse) sono sventurate, minate dal male, che le trasforma in furie quasi sovrannaturali, scatenate in piena libertĂ  ed anarchia.
Gli occhi di Tobino entrano dentro di loro, percorrono le viscere, toccano i più nascosti recessi; niente sfugge, in un’analisi che, seppure affascinante, è spietata. Tobino resterà nella storia dell’arte per queste donne disperate; sconvolte nella mente, esse ritrovano nella sensualità più libera, più disordinata, l’ultima speranza.
Sono figure indimenticabili la Maresca: “si spogliava nuda sotto la doccia dei bagni stipati di gente e davanti a tutti si divertiva a lasciarsi zampillare per ogni dove i fili dell’acqua” (“Le libere donne di Magliano”), la signora Alfonsa, la Fratesi (“una tenerezza sempre vicina al pianto”), la Galli, che crede di essere violentata ogni notte, la Benni (“se l’infermiera era disattenta, si alzava le sottane e esponeva il sesso”), la “bionda”, la Pitti, la Crivelli, la “faina”: “Levava gli occhi. Lei, malata di mente, capiva con inappuntabilità matematica se chi aveva aperto la porta era un ingenuo. Allora, per pochi secondi ancora rimaneva immobile, come a bearsi di quel che era per succedere, poi si lanciava con nel volto la stessa espressione, teneva le due dita, indice e medio, acute, a forcella, e cavava” (“Le libere donne di Magliano”); la Marchi, Suor Fulgenzia, l’Armida, la Grimalda, la Sercambi, la Campani: “Ancora imberbe divenne meretrice dei soldati e con maggior piacere ricercava gli accampamenti della soldataglia fascista godendo alle loro bestemmie” (Ibidem); insomma una galleria eccezionale di donne, quando violente, quando tenere, quando piene di speranza, quando intristite dal male.
Tra tutte, lascia un ricordo assai delicato, ma anche tragico per il mistero che aleggia intorno alla pazzia, la quale ci può toccare repentinamente e poi anche subito sparire per sempre, la ragazza livornese “alta, bruna, il corpo duro michelangiolesco, bella e furente nella chioma nera e nell’espressione del volto, il petto sodo e gonfio, il ventre liscio, le cosce robuste, affusolate le gambe”. Scomparsa la malattia “si vergognò di trovarsi nuda, nascose le sue grazie, cancellò ogni precedente manifestazione” (“Le libere donne di Magliano”).


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Bart