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LETTERATURA: Tommaso Gallarati Scotti: “La confessione di Flavio Dossi”, 1942

13 Luglio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Il romanzo era uscito nello stesso anno con il titolo “Un passo nella notte”.
Si apre con un funerale; è quello di Flavio Dossi, autore teatrale che aveva riscosso un tempo un certo successo e che poi era stato dimenticato e finito in miseria. Pochi lo accompagnano al cimitero, vecchie attrici e collaboratori, anch’essi ridotti in povertà, avvizziti in volto e con abiti fuori moda: “chi ha cercato di piacere al bel mondo nella luce della ribalta è messo da parte senza pietà e non sa più come trascinare i suoi ultimi giorni nella luce del sole…”; “Nemmeno due righe di necrologio sui giornali”. E a proposito dei giornalisti si legge una verità che è rimasta tale nel tempo: “oggi prima di scrivere fiutano il vento e misurano i loro giudizi secondo i loro interessi…”.

Alcuni bisbigliano di un mistero che ha accompagnato la vita dell’autore: “Qualcuno ha parlato di una storia complicata ed oscura con l’attrice che fu la sua ultima amante…”.

Si comincia, così, a raccontare questa misteriosa storia di Flavio, cinquant’anni, “alto, snello, nervoso”, che inizia allorquando un giorno alla sua porta bussa un’antica fiamma, Erica, che, consumata dai patimenti, ha bisogno del suo aiuto.

Si affacciano subito timbri romantici e crepuscolari (l’autore fu amico ed estimatore di Antonio Fogazzaro, nonché suo autorevole biografo), che la scrittura assorbe morbidamente rendendo godibile la lettura.

Bravo nei ritratti, vi trascina spore ambientali che immediatamente filtrano le emozioni della società del tempo, come nel caso della nobildonna Giacinta Ghislandi, dominante nella città di Milano, di “florida bellezza”, trentenne, il cui salotto mondano è ricercato. Donna con pretese d’artista, si lascia tuttavia lusingare ed ingannare dagli amici che approfittano delle sue debolezze: “Le avevano strappato di mano tre insulse novelle lascive, gabbandole per tre capolavori.”. Troveremo poi quello della “donna paurosamente brutta”, Ermagora, sessant’anni, vicina di casa di Flavio: “le palpebre a ciglia bianchiccie degli albini, le braccia di lunghezza sproporzionata, ricoperte da una pelosità fulva, i capelli radi, e un musetto scimmiesco che scopriva i pochi denti guasti nell’acido riso. (…) Camminava con certe pantofole felpate, non facendo più rumore che non ne faccia un gatto all’agguato dei sorci.”. Le vecchie, inoltre, sono spesso delle pettegole che ricordano il modello intramontabile di Perpetua e Agnese, de “I promessi sposi”: “Invece l’indomani il racconto aveva serpeggiato già per vie occulte e si era diffuso per rivoletti sottili, gonfiandosi di tutte le variazioni e le interpretazioni più insensate, che nascono per un bisogno che ha ciascuno di rivivere fantasticamente la testimonianza di un altro, fino a rendere irriconoscibile la verità originaria di un fatto.”.

Le ambizioni istigate a Flavio dalla nobildonna Ghislandi si scontrano assai presto con un fatto di cronaca raccapricciante. Erica (il suo nome è Enrica Ambri, di anni 25), dopo aver alloggiato nella casa di Flavio, all’insaputa di questi, accolta e nascosta dal buon cuore della vecchia domestica Odilia, ne è fuggita di notte ed è stata trovata moribonda sull’argine del fiume, dopo aver partorito una bambina. Interrogata in ospedale, si era riusciti a capire che era andata al fiume per annegare se stessa e la neonata, e inoltre aveva fatto il nome di Flavio.

Un commissario di Pubblica Sicurezza, incaricato delle indagini, gli fa visita. Flavio ne sostiene l’interrogatorio con tutta sicurezza. Del resto, che cosa c’entra lui con il tentativo di suicidio di Erica?

Il racconto si fa subito affascinante, intuendosi che avremo a che fare con argomentazioni e sottigliezze anche psicologiche, in cui si potrà misurare l’abilità e la padronanza della materia da parte dell’autore.

All’ospedale, dove il commissario conduce Flavio per un confronto con Erica, va loro incontro una suora. Riportiamo il passo che la introduce, poiché significativo della spiritualità del Gallarati Scotti, molto vicino al mondo cattolico (lunga la sua relazione con il suo istruttore di catechismo don Achille Ratti, divenuto poi Papa Pio XI), ed anche del suo schietto stile: “Veniva loro incontro, in quel momento, una piccola suora grassoccia, una sollecita Marta dall’aspetto sano e bonario, come sono in genere le monache ospedaliere lombarde, che sgobbano da mattina a sera nella vigna del Signore, con lo stesso vigore attivo e lieto che avrebbero messo nei lavori dei campi, fosser rimaste contadine e massaie.”.

Purtroppo la suora dà loro la notizia che Erica è nel frattempo spirata. Il confronto dunque è impossibile e Flavio s’illude che la faccenda sia ormai chiusa, “quasi che nella vita vera, in cui tutto continua, si potesse come nei drammi inventati scrivere la parola fine.”.

Invece, accade che intorno a lui a poco a poco si faccia il deserto. Gli invidiosi della sua brillante carriera letteraria, raccolgono e ampliano le insinuazioni di modo che si arriva a sospettarlo colpevole di quella morte: “Così Flavio si sentì circondare poco a poco da un gelo di antipatia.”. Sta sperimentando un nuova realtà e di quanto sia labile la fortuna: “Se il giornalaio che prima gli metteva da parte le copie dei principali quotidiani e gli parlava con bonaria simpatia dei suoi trionfi teatrali, gli rispondeva ora seccamente: ‘esaurito’, egli sentiva in quella sola parola la muta inimicizia di tutta la città.”.

È anche questo uno dei temi del romanzo: risalita o sconfitta nei confronti “dell’opinione pubblica”, ovvero di una società così facilmente ambigua e mutevole. Persino la sua vecchia domestica non gli rivolge più la parola: “Anche Odilia non gli parlava più. Ed egli non sapeva dire una sola parola a Odilia.”. La quale gli rivela di voler lasciare la casa per ritirarsi in campagna, portando con sé, adottandola, la bimba nata da Erica.

Così che Flavio comincia a domandarsi se sia veramente innocente. Infatti, quella notte che Erica era uscita di casa, egli nel sonno ne aveva udito i passi e non si era preoccupato di andare a vedere.  Sarà il suo tormento: “Nei giorni che seguirono il suo stato nervoso andò peggiorando. (…) Il suo dramma segreto si era fatto di giorno in giorno più acuto.”; “… eppure se anche qualcuno, per assurdo, avesse udito e veduto, come avrebbe potuto concludere a condanna contro di me? (…) Quale azione, anche minima, ho io commessa che possa essere portata di fronte a un tribunale?”. Par di rivivere la notte dell’Innominato.

Ricorre alle cure di uno psichiatra, Valdo Paladini, per riuscire a superare il difficile momento, ma prova paura e delusione e non va oltre il primo colloquio. Congedandosi, gli dice: “questo povero, povero, piccolo essere umano sperduto nell’universo, solo, è così solo che non può confidarsi a nessuno, che non può dire a nessuno il suo tormento, se l’ha. Noi siamo impenetrabili gli uni agli altri… Che può fare la vostra scienza contro questa legge della nostra solitudine?”. Si convince che per superare la crisi ha bisogno di tornare ad immergersi nella vita: “si tratta di rieducare il nostro spirito alla gioia, di farlo aderire alla vita terrestre, obbligando il nostro cervello a non fissare più quel punto nero nel vuoto, a non ricordare più…”.

È una scelta che richiede una notevole dose di coraggio. Si tratta di risalire da un abisso più o meno profondo (“cavità cupe”), di cui solo a risultato conseguito si può misurare la inquietante vastità.

L’autore è attratto da una tale indagine sull’essere umano il quale si sia smarrito a causa di un senso di colpa che ne ha compromesso l’integrità. Vi immerge il suo bisturi. Flavio, “guardandosi allo specchio, si vide per la prima volta diverso, diventato improvvisamente vecchio, con una espressione cupa e strana che lo rendeva irriconoscibile a se stesso.”.

Alla prima di una sua nuova commedia, da dietro il sipario spia l’arrivo degli spettatori e gli pare di scorgere sui loro volti un’espressione malevola e preconcetta nei confronti del suo lavoro. È inquieto e agitato: “era sicuro che solo di lui potevano parlare.”. Il fiasco della commedia lo getta nella più totale confusione. Esce dal teatro e vede intorno a sé solo ombre e fantasmi: “Ad ogni angolo gli si drizzavano contro delle sfingi dai volti colossali di pietra, con le orbite vuote, dilatate nell’ombra.”.

Flavio ne rimarrà segnato per anni, ricoverato in una “Casa di salute”. Qui non parla con nessuno, resta chiuso in se stesso: “Era una fatica immane la sua, un martirio senza nome che lo consumava, che non lo lasciava dormire di notte, e in cui nessuno riusciva a portargli sollievo.”. Quel passo di Erica udito nella notte gli è entrato nella mente e non riesce a liberarsene. Il medico, ai rari che gli chiedono informazioni sul ricoverato, risponde sempre la stessa cosa: “… Sempre lo stesso… Non si vede possibilità di guarigione…”.

Ricordate la domestica Odilia, che aveva abbandonato la casa, portando con sé la neonata figlia di Erica? Ricompare facendo visita a Flavio e recandogli la bambina, a cui ha dato lo stesso nome della mamma di lui, Lucia. Bastano quell’incontro e quell’emozione per richiamarlo alla vita, ma “ritornava in un mondo che non lo riconosceva più, che lo credeva già sepolto, che parlava un altro linguaggio dal suo”.

Gli echi crepuscolari e romantici hanno preso ormai il sopravvento. Quel poco di manzoniano che abbiamo incontrato è scomparso. Un timbro fogazzariano si va facendo sempre più marcato.

Ritornare alla vita per Flavio significa riprendere a scrivere, ricominciare la lunga trafila fatta di suppliche, di speranze, di delusioni. Quando sale le scale della sua vecchia Casa Editrice, pensa di far visita al dottor Favretto, l’editor, come si direbbe oggi, l’unico che forse può capirlo e nutrire un po’ di compassione per la sua sventura. L’autore approfitta per darci una immagine di questo Favretto e attraverso di lui di tanti altri che, accostatisi al mondo letterario con l’aspirazione di essere scrittori, si ritrovano a leggere i manoscritti degli altri. Una condizione giudicata frustante: “E per ironia della sorte quella stessa raffinata sensibilità estetica che gli aveva reso sempre più difficile la propria creazione artistica, lo aveva ridotto per dovere di ufficio, a leggere da mattina a sera manoscritti di altri, romanzi sopra romanzi, volumi di versi sopra volumi di versi, biografie più o meno prolisse, traduzioni più o meno pedestri, novelle sbiadite, fino alla sazietà e fino alla nausea. Egli che avrebbe amato di viver raccolto in un lavoro di proprio genio, gustando la bellezza antica e nutrendosi dei suoi classici prediletti, era stato costretto a veder trascorrere l’esistenza in mezzo alla fiera della vanità.”.

Si direbbe proprio che, almeno in questo campo, il mondo non sia per nulla cambiato.

Flavio sa che ricominciare tutto da capo, dopo sette anni di malattia, non è cosa facile. Ricevuto da Favretto, glielo confida apertamente: “Eppure il mio destino, il mio dovere mi comandano questa cosa difficile… Bisogna pure che in qualche modo io viva… (…) Io sono assetato di pietà… Vengo da un sepolcro dei vivi e non ritrovo più nulla di quello che fu il mio mondo di ieri.”.

Favretto gli risponde: “l’unica dignità che nessuno ci può togliere è quella della nostra fatica quotidiana… L’unico comandamento che ci può confortare a vivere è: lavora, non disperarti…”.

Su insistenza di Flavio, gli propone un lavoro, avvertendolo che è un incarico umiliante. Di che si tratta? Lo conduce in un sotterraneo buio e umido e gli mostra una enorme catasta di libri che nessuno più richiede: quelle che oggi si chiamano giacenze di magazzino, e gli propone di esaminare quei libri per deciderne la sorte: o al macero o presso le “bancherelle dei rivenditori”. Il nostro disgraziato protagonista accetta, portando questa riflessione: “Ho cominciato a vedere che la vita è ben altra cosa che non questo mestiere dello scrivere…”.

Sono stati riportati questi passaggi, in quanto indicativi di una contrapposizione forte tra la vita e la letteratura. Il Flavio scrittore aveva relazione con una vita inventata, per quanto cercasse di avvicinarla alla realtà. Poiché il contatto non può mai avvenire in modo completo, all’autore che si sia immerso nella realtà fittizia la vita può riservare delle lezioni anche severe.

Flavio le ha subite e le sta subendo. Nella pensione dove si è rifugiato – una pensione modesta proporzionata al modesto guadagno – incontra vari personaggi, tutti più o meno in lotta per la sopravvivenza; tra questi un giovane emaciato e indocile, che prova sentimenti di rivolta contro la società. Fanno amicizia, ma ad un certo punto Flavio scopre che costui è lo stesso giovane che dalla platea, in occasione del fiasco della sua ultima commedia, gli aveva gridato il nome di Erica (“il grido che lo aveva fatto smarrire…”). Flavio è tanto mai mutato nell’aspetto che il giovane non lo ha riconosciuto, ma il giorno dopo quello in cui Flavio gli si è rivelato, il giovane abbandona la pensione. Un altro rimorso attanaglia il disgraziato protagonista, quello di non avergli steso la mano per una riconciliazione e raccontato il dramma che lo aveva afflitto. Si domanda che cosa altro gli riservi l’esistenza e attende il proprio destino con la stessa ansia “per quel che di fatale che ciascun personaggio porta in sé e che trascende la volontà dell’autore.”.

Trascorre un mese di vacanza nella povera casa di Odilia che “sorgeva a mezza costa sulle pendici appenniniche da cui discende il Curone e dominava i larghi ondeggiamenti di una catena montagnosa”. Con Odilia vive la bambina adottata, Luciòla (vezzeggiativo di Lucia). Il contatto con la natura lo rigenera; la vita semplice lo attrae. A casa di Odilia ha sentito raccontare di un frate cieco che fa miracoli e che è tanto buono e ha parole di conforto per ognuno. È frate Giovanni. Perché non andare da lui per ricevere un po’ di sollievo al suo spirito sempre in lotta con il rimorso del passato?

Il tema religioso è trattato dall’autore con pacatezza e inclinazione a scrutarne i positivi riflessi interiori, non solo per il credente.

Flavio decide di accettare l’invito di Odilia e Luciòla a recarsi insieme con loro in pellegrinaggio dal frate, ma una broncopolmonite colpirà la bambina e il progetto andrà a monte.

La vicinanza e l’affetto della bambina portano Flavio a convincersi che la piccola sia sua figlia: “Per la prima volta sentiva che quel corpo soavemente puro era suo, del suo sangue”. Ma la bambina muore.

Gli accenti drammatici e fortemente crepuscolari sono resi con una invidiabile padronanza della scrittura e del sentimento. Nessuna insistenza e nessun compiacimento infastidiscono il lettore. Gallarati Scotti si rivela ottimo conoscitore degli strumenti letterari: “La boccuccia semiaperta non respirava più e le pupille vitree erano fisse, assorte in un’estasi, mentre si sbiancava tutta e prendeva il color della cera.”.

La spiritualità s’appropria della parte finale del romanzo e la esalta. Quando Flavio e Odilia si recano al convento dei frati ciechi di Sant’Alberto, l’autore ci dà questa descrizione di frate Giovanni: “Non pareva uomo di carne. Non aveva età. Il lungo travaglio dello spirito, le penitenze, le veglie e più ancora il chiuso dramma dibattuto con Dio, avevano consumato il suo corpo fino a non lasciargli di materia se non quanto basta per soffrire fuori dal sepolcro. I neri capelli radi, lisci, intonsi, gli cadevano sulle spalle magre e curve come a un pauroso Cristo bizantino.”.

Davanti al monaco si assiste alla liberazione e alla catarsi del protagonista: “Dei piaceri goduti non gli risaliva alla bocca che il disgusto quasi fisico. E della sua brillante vita letteraria non risentiva che la profonda umiliazione…”. Nascondendosi il viso tra le mani, farà una rivelazione su quella notte tragica, in cui Erica si era avvicinata alla porta della sua camera per chiedergli aiuto: “Ero sveglio… ero sveglio… E con piena consapevolezza ho deciso di abbandonarla a se stessa, di lasciarla andare dove la sua disperazione la portava… verso l’ombra… verso il fiume…”.

È la lezione che si ricava dal romanzo, nel corso del quale la negazione di un gesto minimo di carità ha prodotto uno sconvolgimento così atroce: “Io non sapevo allora quale fosse il valore di questa tragica cosa: una vita umana… Mi pareva che una piccola esistenza non potesse contare più che una goccia in un oceano, in questa massa nera di milioni e milioni di individui destinati ad essere assorbiti dalla morte… (…) Mai quella donna è stata così viva e presente come dopo che io la vidi sparire ai miei occhi nel suo lenzuolo funebre…”.

Vi sono leggi non scritte, gli dice il frate, che, se non osservate, producono tali lacerazioni che la vita diventa impossibile, a meno che non si guardi dentro di noi per sperare nella salvezza: “Ascoltate bene dentro di voi… C’è qualcuno che piange e prega per noi quando non sappiamo più né pregare né piangere…”.

 

 


Letto 97 volte.


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Bart