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LETTERATURA: Vincenzo Pardini: “Gnenco il pirata”

6 Maggio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Bisogna premettere che il libro vanta le illustrazioni del pittore lucchese Riccardo Benvenuti, morto nel 2018, famoso nel mondo per le sue stupende donne eteree (una di queste, la troverete nelle illustrazioni), che racchiudono in sé un’eleganza quasi mitologica e la leggerezza di un’alta ispirazione.
Pardini, nella narrativa, si è espresso in tutti i campi, dal romanzo, al racconto, per il quale è tra i migliori in Italia, al libro per ragazzi, come questo di cui parleremo, uscito nel 1990, esattamente trent’anni fa.
Si comincia con un bell’incipit, che non sempre è impresa facile: “Il villaggio era racchiuso, circondato da muraglie come una fortezza. Ad ogni angolo nelle torri, armate fino ai denti, vegliavano le sentinelle. Da qualche tempo, in mare veleggiavano strani e giganteschi galeoni. Gli abitanti s’erano allora messi sul ‘chi vive’ ricorrendo alle vedette come nel passato, quando i corsari li avevano depredati. Ma tutto sembrava poi essere tornato normale. E nel paesetto, nelle case addossate una sull’altra, si viveva come sempre: poca gente nelle vie, meno nelle locande. Quasi avessero voluto nascondersi, oltre ai galeoni, al solstizio, quando tutto diventava abbacinante e le scogliere, in quel mare di perla, imbiancavano come la calce.”.
Occorre andare in perlustrazione per capire che cosa ci stesse a fare un galeone davanti alla loro spiaggia. Ma la paura terrorizzava tutti. Sbucò allora Gnenco, un ragazzo con l’argento addosso, che portava “due revolver ficcati nella cintola.”. Si diceva fosse figlio di un brigante: “Alle ragazze, invece, quel giovanottone dai capelli rossi e arricciati, il volto lentigginoso, le spalle larghe e la vita da lanciatore di giavellotto, piaceva.”. È lui che si offre per l’impresa.
Il Pardini che conosciamo è già tutto qui, nella scrittura rocciosa, nell’immaginazione fervida, nell’amore verso l’ambiente selvaggio e rustico.
Salito sulla canoa deve fare i conti con i pescecani, in quel tratto di mare numerosi e voraci. Gli distruggono la canoa, ma egli, con un doppio salto mortale, riesce ad afferrarsi alla catena dell’àncora e a salire a bordo. Non c’è nessuno. Forse i marinai sono usciti tutti a rifornirsi d’acqua. Strano però che non vi sia una sentinella. Si sente già capitano di quel galeone: “Non c’è che dire. Diventerò un grande lupo di mare”.
Pardini, nel mentre racconta dell’impresa di Gnenco, inserisce dei flash che ne ricordano la vita. Già da ragazzo amava le sfide. In montagna, per andare a trovare il padre brigante, riusciva a farla in barba alle guardie del Duca, poi: “S’abbracciavano. e per il ragazzo era un sollievo accostarsi alla barba del genitore e vederne gli occhi cupi e profondi, poi, discostandosene, avvertiva un tinnire di ferri. Dopo salivano insieme sui falsopiani. Qui il padre gli dava il cannocchiale: nel cerchio della lente apparivano i berretti delle guardie, i cavalli e i fucili. Gnenco, a volte, aveva sentito anche le sparatorie e aveva visto le guardie tornare a valle ferite.”. Quando si afferra alla catena dell’àncora, gli pare di arrampicarsi sull’albero della cuccagna del suo villaggio: “Il medesimo nel suo paese nel giorno dell’Epifania e l’agonismo di loro ragazzi era grande: talvolta anche le contese, che finivano in furibonde cazzottature.”.
Gnenco affronta questa impresa come se fosse un gioco, un’occasione di divertimento non diverso da quelli che praticava con gli amici.
Gnenco, in realtà, è caduto in una trappola e ora si trova prigioniero dei pirati della nave corsara capitanati da uno detto il Magro.
Sembra di vedere davanti ai nostri occhi la esuberante intraprendenza di Peter Pan, il celebre personaggio uscito dalla penna dello scrittore scozzese James Matthew Barrie nel 1902. E il Magro non vi ricorda, salvo la mano, Capitan Uncino?
Ma quando sanno che suo padre è il brigante “Gerpe il galantuomo”, lo mettono in libertà, ad una condizione, però: “Se non vuoi pendolare dalla corda, devi essere dei nostri.”. Gnenco non ci pensa un secondo di più, accetta e il Magro, di rimando, tutto soddisfatto: “Buon sangue non mente: tuo padre era pirata di terra, mentre noi, e adesso anche tu, lo siamo di mare. Bene. Farai il mozzo. Si comincia così.”.
Il nostro eroe è diventato, dunque, pirata, e ne attendiamo con ansia le imprese, poiché dal titolo abbiamo intuito che diventerà in qualche modo eroe della fantasia corsara. Un Francis Drake, il pirata inglese che terrorizzava i mari?
Quando scorgono una flotta nemica, Pardini ci descrive i suoi tenebrosi compagni che accorrono sul pontte: “Sbucarono fuori i soliti individui, che a Gnenco restavano sconosciuti. E avevano, quegli uomini, i movimenti dei lupi che calano a valle nei giorni della neve e della fame. Rapidi, alcuni si misero attorno ai cannoni, altri sulle sartie.”.
Il Magro e i suoi avranno la peggio. Molti moriranno, attaccati dalle navi turche. Gnenco viene caricato su una nave di costoro e torturato: “Si riprese che lo stavano soffocando: erano – s’avvide – gli scrosci d’acqua scaraventatigli in faccia da qualcuno con calzoni a mezza gamba, i polpacci enormi e una maglia tigrata. Sdraiato com’era, si vide attorniato da maschere ghignanti.”.
Anche qui ci sovviene il celebre cartoon di Walt Disney, quando ci disegna il marinaio addetto a trasportare sulla barca Capitan Uncino, pure lui con la maglia tigrata, i calzoni a mezza gamba e i polpacci grossi.
Pardini s’ispira alla tradizione piratesca che abbellisce con il suo inconfondibile stile, asciutto e stringente, senza orpelli.
Gnenco è incatenato tra gli altri rematori del galeone: “Da qui a fin quando non creperai, avrai modo di sgranchirti.”.
La carriera piratesca di Gnenco è già finita? È finita così miseramente?
Vediamo che cosa ci riserva l’autore.
A causa del mare agitato un aguzzino cade in mezzo ai rematori. Ha le chiavi delle catene. Rapidi gliele tolgono e si liberano. Salgono sul ponte e hanno la meglio sui marinai turchi che finiscono in mare. Il galeone, pur danneggiato, si tiene a galla: “sebbene gli alberi fossero troncati e le vele sbrindellate”. Lo svuotano dell’acqua che era penetrata dalle fessure causate dalla tempesta e riprendono la navigazione. Quando i venti tornarono favorevoli “Una sera il nostromo gridò che si guardasse cosa stava accadendo. Qualcuno s’affacciò alle sponde: nelle acque arrossate dal tramonto galleggiavano corpi di pirati preziosamente vestiti: i loro pallidi volti e le loro espressioni parevano annunciare distruzione e vendetta. Poi i gorghi, fattisi d’improvviso impetuosi, ricacciarono lontano quei cadaveri. La ciurma, spaventata, prese a dire ch’essi, i morti, sarebbero prima o dopo riemersi in carne e ossa per la resa dei conti e, ammutoliti, guardavano il cielo: scongiuravano la Luna che li salvasse dall’agguato degli spettri.”. Sono i cadaveri vittime dello scontro avvenuto.
Rammentiamoci che la storia è ambientata tra XVII e XVIII secolo, quando la superstizione dominava incontrastata, soprattutto tra il popolo, e si erano accesi i roghi dell’Inquisizione su cui si bruciavano streghi e streghe.
Gnenco si comporta ormai come il capo di quella ciurma sgangherata ma decisa a mantenere la libertà. È lui che dà gli ordini. Si avvicinano alcune navi. Sono navi turche venute in soccorso dei compagni? Si avvia un’altra furibonda battaglia a colpi di cannone.
Pardini mantiene tesa la trama, non dà tregua al lettore, lo tiene col fiato sospeso. Vincerà Gnenco? Quale altra gloriosa impresa lo attende?

Si deve pazientare ancora: “Gnenco aveva dato ordine ai suoi di non opporre resistenza. Tra i cigolii delle sartie, e l’urto dello speronamento, gli avversari, brandendo mannaie e lacci, piombavano sul ponte appesi alle funi che fungevano loro da altalena. Primi a cadere nei lacci furono Gnenco e il nostromo: un individuo alto, calvo e dalla faccia da mongolo. Allora Gnenco chiese, secondo quanto prevedeva in certe circostanze la legge della filibusteria, di poter conferire col comandante avversario I corsari, benché impazienti di cominciare la strage a colpi di mannaia, si passarono la voce.”.
Gli assalitori non sono venuti per vendicare i turchi, ma sono anch’essi pirati. Del regno di Messala. Ne consegue che Gnenco e i suoi sono messi in libertà.
Tornati sulla loro nave, un indovino appartenente all’equipaggio, “un nano dalla testa enorme e la gobba a cassetta”, “parlò di Gnenco come di colui che, nonostante fosse stato chiamato a grandi imprese, avrebbe dovuto sopportare anche mille difficoltà.”.
Gli indovini furono, nell’antichità, coloro che spesso segnavano il destino degli eroi mitologici.
I galeoni si dirigono a Messala e Gnenco e il comandante che lo aveva liberato si recano a palazzo a rapporto con l’ammiraglio: “Dinanzi al palazzo dai tetti a guglia, in divisa messalese, camminavano le sentinelle che, alla loro vista, scattarono sugli attenti.”.
Pare di essere dentro una delle fiabe del celebre capolavoro del X secolo, “Le mille e una notte”.
Così è descritto l’ammiraglio: “Dietro a un tavolo, avvolto in quell’abbaglio, sedeva un uomo dalla capigliatura incollata alla cute, il volto scarno da vecchio cavallo, lo sguardo del blu che si inalza dietro le colline nei mattini d’inverno.”; “Gnenco s’avvide allora che il vecchio uomo di mare, al posto di un piede, aveva una stampella.”.
Come non ricordare il personaggio Long John Silver de “L’isola del tesoro” di Robert Louis Stevenson, del 1883?
Chi ha un po’ di dimestichezza con i romanzi favolistici e di avventura s’accorge che Pardini molti, in qualche modo, ne rammemora che hanno arricchito la fantasia dei ragazzi.
L’ammiraglio, che si chiama Desdo Valdine, gli dà l’incarico di liberare Aida, la figlia del re, rapita dagli arabi: “Ogni spedizione s’è perduta nel nulla, cosicché nessuno vuole più tentare. Nemmeno se, condannato a morte nelle galere del regno, potesse ottenere con quell’impresa la grazia. Di te so la storia e mi dai fiducia, di’, vuoi tentare? Tu riportassi Aida diverresti l’uomo più ricco del mondo”; “L’ammiraglio Desdo Valdine, poggiatosi sulla finta gamba, lo guardò e sorrise: un sorriso che avrebbe voluto essere accattivante ma che invece era soltanto mellifluo.”.
Quel ‘mellifluo’, che ancora di più lo avvicina a Long John Silver, ci apre la porta del dubbio, dell’attesa e della fantasia.
Ma come era avvenuto il rapimento della principessa? Le due piraterie, quella araba e quella messalese erano sempre in guerra tra loro e non mancavano “agguati e imboscate.”. Un giorno, “niente lasciava presagire cosa sarebbe accaduto: il mare era calmo, il sole splendido e Aida, felice, assisteva alla parata che i più famosi corsari le dedicavano in onore del suo diciottesimo compleanno. Ma mentre la galea della fanciulla entrava nella baia, gli arabi, sbucati da dietro gli scogli con le scialuppe d’assalto, affiancata l’imbarcazione, si issarono a bordo e, massacrata la scorta reale, rapirono la giovane.”.
Il compiacimento dell’autore nei riguardi della sua fantasia e della storia che ne ricava è già sufficientemente esplicito, ma qui si manifesta senza veli: descrive la cittadina di Messala, la quale ha anche un liquore tutto suo, che Pardini chiama il “messillo”: “Al mattino e alla sera le case divenivano colore del corallo; dietro ai cancelli dei palazzi, al seguito di donne belle come fate, passeggiavano tigri e ghepardi. Era l’ora in cui vicoli e piazze si popolavano di corsari vestiti in variopinti uniformi. Nell’aria, proveniente non si capiva da dove, passava una musica che ammaliava l’anima.”.
Ci si potrebbe fare un film, come già è accaduto al libro, sempre di Pardini: “Jodo Cartamigli”, del 1989, tradotto in pellicola da Giovanni Veronesi nel 1998 con il titolo “Il mio West”.
Ora leggete qui: “Le sue gesta avevano fatto il giro del mondo. Le streghe e le fattucchiere, nel segreto dei loro tuguri, lo maledivano e lo benedivano. Bambini e adolescenti sostenevano d’aver veduto Gnenco, d’essergli stati per un attimo, un attimo solo, vicini. Decantavano la sua spada, gli stivali di cuoio marrone lucente, la giacca svolazzante, il cappello alla Franklin messo alla brava.”.
Questa immagine non vi ricorda il Gatto con gli stivali, soggetto di una serie di avventure narrate da tanti favolisti, a partire da Giovanni Francesco Straparola, vissuto nel XVI secolo e da molti ritenuto il padre della favola moderna, per arrivare a Charles Perrault e ai Fratelli Grimm? Anche Gustave Dorè, noto per le sue illustrazioni della Divina Commedia di Dante Alighieri, gli dedicò una incisione.
Gnenco si è affezionato al suo galeone: “Instancabile, lo ispezionava da poppa a prua, scendeva nella stiva a carezzarne le pareti. Ed era felice. Tanto più lo diveniva nei momenti in cui il libeccio faceva cigolare il sartiame, e a lui sembrava d’essere nelle foreste del suo paese quando la tramontana piegava gli alberi e spezzava i rami.”.
Con quel galeone egli avrebbe guidato la flotta messalese nel luogo in cui era tenuta prigioniera la principessa Aida. Il re e la regina gli hanno inviato un cofanetto che Gnenco però non apre, riservandosi di farlo “quando sarebbe tornato nelle sue valli per unirsi ai briganti che avevano fatto parte della banda di suo padre. Con loro, e con altri che senz’altro avrebbe reclutato, gli sarebbe stato facile affrontare e sconfiggere la gendarmeria ducale e, quindi, mettere in fuga il duca e il suo seguito. Allora le sue valli e le sue montagne, i cui ghiacciai erano perennemente incappucciati dalle nubi viola, sarebbero state finalmente libere dal tiranno.”. Del cofanetto non sapremo altro, ma è indubbio che esso rappresenti una aspirazione alla libertà.
Il viaggio è pieno di insidie. Ai pirati appaiono visioni strane, alle quali Gnenco sa resistere, generando lo stupore di tutti, alla maniera di quanto accade a Ulisse nello straordinario viaggio di ritorno dalla guerra di Troia, narrato da Omero nell’Odissea: il tormentato passaggio, ad esempio, tra Scilla e Cariddi.
Lungo una cordigliera rocciosa scorgono una fessura. I galeoni vi possono passare uno alla volta. Poi si apre davanti a loro “un mare di inenarrabile tempesta.”; “L’uragano non cessava e i galeoni parevano finire a picco da un istante all’altro”; “un branco di orche fu loro addosso. Enormi, sembravano vincere la furia degli elementi.”.
Arrivano allo scontro con gli arabi, che sono bravissimi nell’uso delle armi e stanno, infatti, per prevalere, quando Gnenco “con un solo fendente, mozzò la testa a due degli avversari più valorosi. Gli altri, datisi alla fuga, vennero raggiunti e uccisi dai bucanieri.”.
La strada verso il castello dove è tenuta prigioniera la principessa sembra spianata. Ma non è così. Tra il fogliame compare un serpente velenoso: “Gnenco, sebbene coi movimenti anchilosati, vibrò contro quella piatta e squamosa testa un colpo di spada. Il crotalo, evitato il colpo, si slanciò dalla pianta piombando, a tronco eretto, in mezzo al drappello dei corsari che, risvegliatisi, si scagliarono sul grande rettile, uccidendolo.”.
Il lettore scoprirà da sé le magherie che proteggono il castello, le quali ricordano, in qualche parte, la scena del principe Filippo quando a cavallo attraversa la foresta magata per liberare la principessa Aurora, così ben rappresentata nel capolavoro di Walt Disney del 1959, che aveva preso spunto dalla favola narrata da Charles Perrault: “La bella addormentata nel bosco”.
Avviene l’aspro scontro con i guardiani del castello guidati dal loro principe che, “col suo volto angoloso, gli occhi incassati sotto l’aggrondamento della fronte, raddoppiò la furia degli assalti.”.
Ma il principe muore e Aida viene liberata.
Gnenco è ora un pirata venerato da tutti, che lo considerano “il vincitore dei vincitori”.
Scrive Pardini, a conclusione: “Da quel giorno, con una flotta tutta sua, Gnenco, con la benda sull’occhio perduto, solca gli oceani passando da avventura in avventura.”.
È diventato una leggenda.


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Bart