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LETTERATURA: Scrittori Lucchesi: Vincenzo Pardini: “Il postale” – Fandango

28 Luglio 2013

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Finii di leggere “Il postale” la prima volta alle ore 11,06 del 20 luglio 2013.
Lo riprendo in mano oggi, 10 febbraio 2021, alle ore 11,41.
Liberio Fraterni, “d’una trentina d’anni”, possiede una diligenza con la quale esercita la professione di postale (procaccia); reca la posta dalla Garfagnana a Lucca e viceversa, due volte al giorno.
La storia si svolge tra fine Ottocento e i primi del Novecento.
Recatosi alla fiera degli equini a Borgo a Mozzano, un paese della Lucchesia, vede Balio, un cavallo dal pelo nero, molto bello, la cui razza si perde al tempo dei faraoni. Chi glielo vende, a poco prezzo, gli dice che si troverà bene e addirittura Balio gli farà guadagnare molti soldi.
Lo acquista e se lo porta a casa, dove lo aspetta la moglie Altea Arcangeli, “incinta di pochi mesi.”.
Lo rinchiude nella stalla, assieme agli altri cavalli. Ma lui è irrequieto e il suo comportamento crea tensione. Sembra diverso. Alcuni, nel vederlo e ammirarlo, hanno il sospetto che non sia un cavallo da diligenza.
Siamo già ammirati per l’atmosfera che si sta creando, rinvigorita da una scrittura quasi aerea, leggera, sospesa. La chiarità d’un acqua sorgiva: “Ma, nella scuderia, vagava un’atmosfera insolita quasi si fosse riempita della tensione che annuncia i temporali; gli altri cavalli tenevano le teste alte, le orecchie tese, pronti, sembrava, a darsi alla fuga.”.
Un collega di nome Arino, “il più vecchio dei barrocciai e socio di una stazione di posta” gli consiglia di mettere subito Balio alla stanga. Si calmerà. Liberio non ne è convinto; non ascolta volentieri i consigli degli altri; è cocciuto: “Non gli andava di discutere.”.
Avverte che con quel cavallo qualcosa di nuovo è entrato nella sua vita: “A Liberio pareva che qualcosa della vita gli stesse cambiando. Non tanto perché doveva nascergli un figlio, ma perché quel cavallo gli trasmetteva percezioni mai provate: attimi in cui si aprivano spiragli di un passato che gli sembrava di non avere mai avuto.”.
Pardini ha già creato interesse alla storia con un inizio fulminante e suggestivo. Il lettore si aspetta qualcosa di straordinario dal legame tra Liberio e Balio.
Avverte da subito che la storia è partita bene e gli darà molte emozioni.
Bisogna dire che Pardini, in questo inizio, ha sfoderato la sua arte migliore, che offre già la sensazione di trovarci immersi in una storia in cui natura e umanità si fonderanno, dando vita a un binomio imprescindibile.
Al mattino lo attacca alla diligenza, al posto di Drago, divenuto vecchio. Tutta la notte Balio è stato irrequieto, muovendosi e tirando calci: “Liberio aprì la scuderia. La lucerna illuminò gli occhi di Balio, fessure di nero acceso. Con gli zoccoli aveva inciso il selciato di pietra dura, squamandolo.”.
Lo vuole bardare, come ha fatto per gli altri tre cavalli: “Poi fu la volta di Balio, che lo seguì a passo veloce. Ma lo tenne a briglia corta, affinché non facesse di testa sua. Accostato il muso all’acqua, bevve. Iniziò a bardarlo. Ad ogni suo movimento l’equino restava imperturbabile, come non avesse nessuno accanto. Quando però gli mise cavezza e paraocchi, alzò e abbassò il collo con violenza; scuotendo la testa, rampò. Non riusciva a tenerlo fermo. Rifiutati i paraocchi, gli altri finimenti li accettò di buon grado.”.
Ma quando comincia il viaggio, subito si avvede che Balio ha il passo più veloce degli altri e sbilancia la diligenza. Decide di riportarlo nella stalla e di fare a meno di lui, ma Arino glielo sconsiglia. Deve tenerlo attaccato, e questa volta da solo, lasciando gli altri tre nella stalla. Segue il consiglio: “Salito a cassetta, gli dette il via. Subito cominciò a correre, ma in maniera diversa da tutti quelli che aveva guidato: battendo l’ambio, avanzava compatto e uniforme; un’onda nera che divorava la strada, tra sentori di polvere umida. La diligenza cigolava e, nelle curve, le sale parevano piegarsi.”.
A quei tempi il viaggio, che aveva delle soste per far riposare i cavalli e ritirare la posta, era pieno di pericoli: “Briganti, nei pressi del Ponte della Maddalena o in quel di Rivangaio, avevano assalito qualche diligenza derubando i passeggeri e picchiando il postiglione. A lui non doveva accadere e stava in guardia, attento ai movimenti al margine della strada: i banditi potevano sbucare fuori nei punti boscosi, profittando della stanchezza dei cavalli o della distrazione di chi li guidava. Lui cercava di risparmiarli nei percorsi meno a rischio, per incitarli lungo gli altri. Una diligenza in corsa incuteva soggezione.”.
Balio non vuole avere altri cavalli intorno a sé. A trainare la diligenza basta da solo: “Balio riprese la corsa. Nella luce del mattino sembrava ancora più nero; e, nei tratti alberati, diveniva una sagoma buia; le zampe, tanto filavano, erano invisibili.”.
È l’immagine di un Ribot o di un Varenne.
Come pure questa immagine di Lucca, nell’area di piazza Santa Maria, all’interno di Porta Giannotti, è tanto vivida da riuscire a vedere i movimenti che vi si svolgono: “Superate le ultime curve, si delineò Lucca: dapprima lo scorcio delle Mura che sembravano quelle di un castello poi, man a mano che acquistavano visibilità, quelle di un’antica fortezza. Era, adesso, nelle adiacenze della porta di ingresso: un grande arco centrale per il transito di carri e vetture, affiancato da altri due più stretti, dai quali entrava e usciva gente. Nella piazza, il consueto andirivieni di persone, barrocci, calessi e landò, chi sospingeva carretti a mano, qualcuno andava in bicicletta. All’ombra dei platani sostavano i barrocci dei vetturini, che schiamazzavano e bevevano all’osteria Ofemia. Il loro vociare, a momenti, era soverchiato dallo scarrucolare delle ruote. Liberio s’era fermato sotto i tre platani, al margine della piazza, punto di attesa dei postali: giunto in anticipo, doveva attendere La Fischia, una diligenza locale che si annunciava con un suono di tromba analogo a un sibilo, con la quale avrebbe scambiato i sacchi.”.
Un lucchese non può che compiacersi di una tale bravura, che sa ricostruire il passato e riproporlo come se una macchina del tempo ci avesse riportato a quegli anni. Noi, del XXI secolo, mescolati agli uomini e ai paesaggi di allora.
Balio è già avvolto dal mito: “Nonostante la galoppata, Balio non sembrava nemmeno sudato.”. Addirittura è Liberio a sentirsi affaticato: “A spossarlo, era stata anche la concentrazione che aveva dovuto tenere a cassetta senza mai allentare le redini, e l’aria, che la velocità di Balio spaccava, gli comprimeva corpo e mente, togliendogli respiro.”; “Ma nessuno di quei cavalli poteva essere accostato a Balio: lui era diverso in tutto; una diversità nascosta e imprevedibile, che si manifestava come accade in quegli eventi che cambiano il modo di vedere cose e persone.”.
Annotate questa frase d’inizio capitolo: “Liberio si destò col mattino che entrava in camera.”. Mi ha ricordato l’incipit del capolavoro di Carlo Sgorlon, “Il trono di legno”, del 1973: “Da ragazzo vissi sempre con la testa piena di vento.”.
Liberio ha cura della sua diligenza, la tiene pulita e lustra: “Di olmo, quercia, frassino e salcio silvestre, legno oltremodo robusto e flessibile, in breve, la diligenza brillò al sole come fosse nuova. Tutta nera, ben s’intonava col mantello di Balio. Nonostante gli anni, assetti e colori non erano stati intaccati dalle intemperie. Le caratteristiche un po’ antiquate ne accentuavano la bellezza: era e rimaneva la vettura del postale, adesso del più veloce, pensava Liberio con orgoglio.”.
Trasporterà anche Giovanni Pascoli, portatogli da Alfredo Caselli (Pardini ci narrerà anche di un suo viaggio con Caselli fino a San Pellegrino in Alpe), il titolare del caffè, oggi Di Simo, dove s’incontravano gli intellettuali, tra i quali anche Giacomo Puccini ed Enrico Pea. Liberio non conosce il Pascoli. Avverte nella sua voce l’accento romagnolo: “era un poco claudicante e teneva in mano una borsa di cuoio nera.”; “All’osteria Al Ritrovo del platano di Ponte di Campia, il passeggero scese. Al prezzo che gli doveva per la corsa, aggiunse una mancia. Poi, in silenzio, guardò il cavallo, accarezzandolo. Balio non mostrò ostilità alcuna, anzi emise un borbottio di compiacenza.”.
All’osteria di Ponte di Campia, da dove parte in salita la strada per Castelnuovo Garfagnana, Pascoli soleva trattenersi per giocare a carte e chiacchierare con i paesani. Vi arrivava in calesse da Castelvecchio, oggi nominato Castelvecchio Pascoli, in suo onore, dove, nella sua casa, è sepolto insieme con la sorella Mariù.
Lascerà detto al padrone dell’osteria, Luigi Lemetti, che “non aveva mai fatto un viaggio simile: gli è parso di correre tra vento e nuvole.”.
Sul Pascoli troveremo anche: “Presto, si diceva, la locomotiva sarebbe arrivata a Ponte di Campia. La voleva Giovanni Pascoli, di cui c’era chi parlava male. Dicevano si ficcasse in mezzo alle liti di paese, perfino col parroco che non avrebbe voluto suonasse le campane; inoltre, per futili motivi non mancava di bisticciare coi contadini del vicinato. I quali lo ripagavano irridendolo. A loro si aggiungeva il vetturino del calesse che lo portava, insieme alla sorella, dal Colle di Caprona al Ritrovo del platano. A suo parere i fratelli Pascoli erano una coppia di matti. Gli era accaduto di assistere a loro discussioni in dialetto romagnolo. Giovanni faceva addirittura dei versi con la bocca, che non capiva se per beffare Maria o rincarare la dose nei confronti dell’argomento della disputa. Poi, d’improvviso, si placavano fumando, entrambi, un sigaro Toscano. Il vetturino sosteneva che Pascoli avesse amicizie molto influenti, tanto da aver fatto rilasciare all’oste del Platano, la licenza di Sale & Tabacchi. Adesso avrebbe fatto avanzare la via ferrata, che da Ponte all’Ania, per gradi, doveva arrivare a Castelnuovo Garfagnana.”. E ancora: siamo a Barga al Caffè Capretz: “Era tempo che non ci passava. L’ultima volta ci aveva visto Pascoli e l’allora sindaco Antonio Mordini: giocavano a biliardo. Lento e un poco goffo, col sigaro in bocca, Pascoli s’accostava al tavolo verde senza impugnare l’asta; Mordini, piccolo e i capelli bianchi, gli stava di fronte e sorrideva. Un Pascoli ancora in salute; non quello che poi incontrò all’osteria del Platano quando aveva abbracciato Balio, e che di lì a poco sarebbe morto a Bologna.”. Troveremo anche Garibaldi. Liberio su di lui e su Mordini si sentirà raccontare: “Non so cosa pensi di Garibaldi, né voglio toglierti dall’opinione che ne avrai. Ma, di un brigante e un avventuriero, ne abbiamo fatto un eroe. Catturato in Argentina mentre rubava cavalli, gli tagliarono addirittura i lobi. Per questo portava i capelli lunghi. Non era meglio Antonio Mordini, suo luogotenente, che lo imitava in tutto. Perfino nel modo di fumare il Toscano. La loro vera storia sarebbe da riscrivere, una storia terribile e segreta, fatta di violenze e di eccidi, anche se in nome della libertà, ma una libertà immaginaria. L’uomo non sarà mai libero, tantomeno se crede di divenirlo con le guerre o le rivoluzioni come quella francese: non creano che sudditanza ai vincitori. Solo puntando su alti intenti come giustizia, legalità e fratellanza universali possiamo sperare nel riscatto del genere umano.”. Prosegue: “Aggiungo solo come era Garibaldi. Piccolo di statura, esibizionista e megalomane, acclamava soltanto se stesso. Nessuno sa che incognito, di notte, arrivò a Barga con una vecchia dirigenza, postiglione un tuo antenato. Andò dall’amico Mordini.”. Si accennerà, più avanti, anche a santa Gemma Galgani, la mistica lucchese, a cui è stato eretto, appena fuori delle mura di Lucca, un grande Santuario. Libero un giorno l’aveva trasportata sulla diligenza e Altea gli chiede il suo nome: “Gemma Galgani. A Lucca, molti, dicono che la faranno santa. Credo che lo fosse davvero. Benché l’abbia veduta una sola volta, basta che la pensi e la sua immagine, il suo volto mi tornano davanti come il giorno che, dalla stazione di posta di Carignano, su richiesta dei Giannini, ricca famiglia della città, la portai fino alla loro abitazione, dentro Lucca.”. Com’era? gli chiede ancora Altea: “Dire bella è dire poco, anche perché la sua bellezza è inesprimibile. Mi è rimasta negli occhi e nell’anima. Una sensazione che non ho più provato di fronte a nessun’altra donna.” E com’era d’aspetto?: “Non molto alta, aveva i capelli castani, gli occhi azzurri azzurri, l’incarnato roseo. Vestita di nero, aveva le mani fasciate che, quasi, teneva nascoste.”. Perché?: “Ci aveva le stimmate.”. Ti parlò?: “Sì, scesa, mi disse grazie e sorrise. Poi ricordo quando morì. Raccontavano fosse morta crocifissa, sudava sangue e Satana non le dava pace. La città si riempì di calessi, barrocci e biciclette. Tutti avrebbero voluto vederla.”.
Balio (“svolgeva il lavoro di quattro bestie”), da quando da solo trainava la diligenza, aveva fatto guadagnare molto a Liberio, che mise su una stazione di posta tutta sua e di Altea, dove avrebbe impiegato gli altri cavalli, aiutato nel lavoro dal padre e da Arino.
Liberio confiderà alla moglie: “… non le nascondeva di non essere riuscito a entrarvi in sintonia come con gli altri cavalli, coi quali si creavano intesa e amicizia. Balio continuava a restargli estraneo. Si capivano soltanto al momento della corsa. Tralasciò di aggiungere che gli dava un continuo stato di inquietudine: sia durante i viaggi sia quando era in scuderia. Ma, qualcosa gli impediva di disfarsene. Era divenuto uno stato d’animo.”.
Trasporterà anche Giacomo Puccini: “Un giorno, vicino mezzodì, stava conversando col postale di Pisa, quando vide venirsi incontro un distinto signore, con la sigaretta in bocca e le mani nelle tasche del cappotto, che gli chiese di essere trasportato a Convalle, nei pressi di Pescaglia.”.
Quando torna a casa, contento di riferire l’incontro ad Altea, viene a sapere, dalle donne che si trovano in casa, che la moglie ha le doglie e sta partorendo. Le fasi del parto sono rese con tutta la loro drammaticità; la donna afferrata dai lamenti e dalle grida, fino a che il figlio, un maschio, non viene alla luce: “Colore del vino, la balia tenne qualche istante il piccolo a testa in giù. Poi lo accostò a sé, mani e petto rossi di sangue. Il cui odore, forte e dolce, impregnava l’aria.”; “Il padre di Liberio, Arino e i vicini erano sulla soglia di casa. Ma non la varcavano. Volevano solo rendere omaggio a una nuova vita.”.
Tutte le emozioni di Liberio nel vedere il figlio (lo chiameranno Amilcare) sono rese minutamente: “Nel soggiorno, in braccio a Carola, c’era il piccolo, vestito di bianco, la testa paonazza e gli occhi socchiusi. S’avvicinò, per meglio vederlo, al lume della Lucerna. Velate, le pupille blu scuro lo guardavano come cercassero qualcuno. Forse lui, il padre. Un’emozione forte, quasi un brivido di dolore, percorse Liberio da capo a piedi. Non vedeva che quel piccolo volto, la bocca dischiusa, il naso che sembrava cosparso di polvere bianca. S’abbassò per baciarlo, ma senza accostare le labbra alla sua fronte: temeva di fargli male. Carola avrebbe anche voluto darglielo in braccio. Ebbe di nuovo timore di fargli male.”.
Meraviglia ancora una volta la sensibilità raffinata dell’autore e la sua capacità di cogliere i dettagli dei personaggi, anche quelli interiori, i più difficili.
Altea gli confessa di aver temuto di morire e di aver visto la morte: “Una maschera torbida che ti scruta, ma senza espressione.”.
È la morte che Pardini ha sempre reso presente nei suoi scritti e alla quale fa fare spesso capolino, affinché non ci se ne dimentichi, e con la quale tutti dovremo fare i conti.
All’Aldilà è continuamente rivolto il suo sguardo, anche quando racconta del Beato Michele da Barca, vissuto nel XV secolo, che, come Gesù con Lazzaro, aveva riportato in vita un bambino morto, con le stesse parole: Alzati e cammina: “Il Beato Michele se lo portava invece dentro fin da quando, bambino, gli avevano raccontato i suoi miracoli.”.
I racconti e i romanzi di Pardini non sono mai solo storie di fatti, ma anche di anime. Sono sempre avvolti da un’aura di imponderabilità e di mistero, come sospesi in una esistenza non ancora decifrata e sempre incombente.
Ecco come sono descritti i rapporti tra Liberio e la moglie Altea: “Ma più che conversare si guardarono. Non avevano bisogno di parole. Gli bastavano i pensieri. Ognuno avvertiva quelli dell’altro. S’erano sempre capiti così. Liberio avvertiva l’estro, la forza e la pacatezza della moglie, e lei le sue incertezze, oscurità e angosce. E gli andava in soccorso, assai più che con le parole, con atteggiamento e pensieri. I quali, vera forza di una persona, si diceva Liberio, ne riflettono anima e mente. Una loro consuetudine scambiarseli in silenzio.”.
Un temporale furioso si scatena in Lucchesia. Tornando dalla città, giunto a Borgo a Mozzano, Liberio ebbe paura di morire; le acque del Serchio avevano invaso la strada: “Doveva cercare la salvezza. Soltanto Balio poteva dargliela. Sfiorava il Ponte del Diavolo; attorno gli vorticava un gorgo e la gente era salita sui tetti delle case. Lo scroscio del fango gli arrivava quasi a cassetta, ma Balio riusciva ancora a divaricarlo. Se le stanghe della diligenza si fossero spezzate, gli sarebbe saltato in groppa.”; “A metà mattinata, rientrato negli argini, il Serchio scorreva gonfio e torbido di fango; tronchi d’albero, botti, resti di barrocci e altro galleggiavano, allontanandosi. Di tanto in tanto comparivano, anche, carogne di vacche, pecore e cavalli: la piena li aveva strappati dalle stalle e portati nei gorghi. Il frastuono delle acque sovrastava ogni rumore e le persone comunicavano più a gesti che a parole.”.
Si sta costruendo la ferrovia che, già arrivata da Lucca fino a Ponte all’Ania, dovrà giungere a Castelnuovo Garfagnana.
Il tramonto del postale a vantaggio del treno costituirà uno dei motivi portanti e malinconici di questo romanzo: “La strada ferrata avanzava. Liberio vedeva uomini lavorarvi dall’alba al tramonto. Sentiva le mazze spaccare le pietre, che gli scalpellini, seduti a terra, trituravano coi martelli, trasformandole in ghiaia che sarebbe servita per consolidare il percorso delle verghe. Lungo l’argine del Serchio, molti alberi erano stati atterrati, cambiandone la prospettiva: il suo alveo appariva più largo e vicino, come avesse straripato. A Liberio pareva di aver perduto una parte di sé.”.
Il postale ogni tanto si trova a fianco il treno e Balio ne è scosso, come gli fosse lanciata una sfida: “Ma la locomotiva stava superando il postale. Quando Balio, allo stesso modo in cui era fuggito all’uragano, divenne un’ombra, che Liberio scorgeva appaiata al locomotore. Saettavano avvolti dal gran trambusto delle rotaie e le gittate del fumo. Nel rettilineo, Balio acquistò vantaggio, lasciando la macchina alle spalle. Allora Liberio ebbe la percezione che Balio avesse infranto qualcosa di proibito, legato non soltanto alla velocità, ma alle oscure leggi che governano il tempo.”.
Balio non è soltanto, dunque, la rappresentazione del mito, ma anche del mistero.
Il mistero è un’altra componente essenziale dell’arte di Pardini. Tutto: cosa, pianta, animale e persona, ne è avvolto. La realtà esiste solo a misura del mistero che sta oltre il velo. Scriverà anche: “I cataclismi della mente, pensò, sono più forti di quelli della natura.”.
Pardini si toglie la soddisfazione di far apparire anche qui, un suo personaggio, ormai familiare, il bounty killer Jodo Cartamigli. È il protagonista di una sparatoria narrata da un emigrato tornato dalla California (il quale, forse – insinua l’autore – è lo stesso Cartamigli).
In una giornata fredda e nevosa, il più vecchio dei cavalli, Drago, muore: “A terra, Drago allungava e ritraeva le zampe, soffiando forte. Una colica. Cercarono di metterlo in piedi. Non ci riuscirono e chiamarono rinforzi. Volevano farlo camminare, sfregandogli il ventre con la paglia, per placare le contrazioni. Giunti gli uomini riuscirono ad alzarlo e farlo camminare verso la porta ma si piegò sulle ginocchia; sbuffando, Riverso su di un fianco, scalciava contraendo la bocca schiumosa. Con un rantolo contrasse le zampe, irrigidendosi. Era morto. Non restava che seppellirlo.”. Lo faranno nella neve, tra freddo pungente e tramontana: “La tramontana continuava, emettendo suoni diversi: ora come facesse vibrare un’infinità di tetti, ora come sradicasse alberi, ora come ululati attutiti dalla neve o dalle nubi. Solo la Pania, puntuta e candida contro il cielo, sembrava lontana da quel mondo.”.
Pardini ci descrive anche la corsa al trotto a cui viene iscritto Balio, su sollecitazione del maniscalco Cancani, il quale lo riteneva un campione.
Il tempo passa e Amilcare diventa sempre più grande. Va a scuola e, salvo i primi tempi in cui era un po’ ribelle, diventa un bravo scolaro. La madre è sfiorata però da brutti presentimenti. Dirà al marito: “Non ti ho più raccontato i miei sogni. Credo di averne avuti di premonitori. Ti dirò solo che Amilcare non avrà vita facile. E si comporta così perché lo avverte.”.
Anche i lavori della ferrovia vanno avanti. Ma ancora alcuni paesani preferiscono la diligenza, soprattutto se abitanti in paesi isolati.
Ci si avvicina alla Prima guerra mondiale. L’11 aprile 1914, a poca distanza dal suo inizio, muore la beata lucchese Elena Guerra, che fu maestra di santa Gemma Galgani.
“Amilcare s’avvicinava ai vent’anni. Alto e longilineo, le spalle un poco cadenti, conservava i capelli folti e rossi, la faccia lunga e magra.”.
Si sente aria di guerra: “I paesi dell’Europa che dopo la sconfitta della Francia contro la Prussia erano in pace dal 1870, smisero di esserlo da quando a Sarajevo lo studente serbo Gavrilo Princip, membro dell’organizzazione segreta ‘Unità o morte’, uccise a pistolettate l’arciduca ereditario dell’impero austro-ungarico, Francesco Ferdinando, e la moglie di lui Sofia durante una visita in Serbia.”.
L’Italia è per il momento neutrale (entrerà in guerra contro l’Austria il 24 maggio 1915), ma ci sono esponenti della società e politici che reclamano l’entrata anche dell’Italia, tra questi Benito Mussoli e Gabriele D’Annunzio. Di Mussolini sappiamo che per evitare il servizio di leva emigrerà in Svizzera, da dove rientrerà nel 1904 grazie ad un’amnistia. Era stato amico di “Marx, Blanqui e Pareto.”.
Su D’Annunzio leggiamo quanto a Liberio riporta uno che lo ha conosciuto: “D’Annunzio era un indebitato, un venduto ai francesi che parlava ricercato, ma con l’accento del pecoraio sannita.”.
Il giudizio sulla guerra è netto: “Eserciti immensi scendevano in campo sostenuti e alimentati dalla potenza dell’industria, pronti a sterminarsi a vicenda come per gioco.”; “Ma c’era follia e follia. Da quella individuale, che danneggiava la persona inducendola a compiere azioni nefaste verso se stessa e il prossimo, a quella collettiva, di massa, come la guerra. Parola che tornava ad aprirgli dentro un abisso.”. Pardini farà dire al parroco del paese: “Quando la storia si crogiola nella violenza e nel sangue ho imparato a non avere dubbi: è opera di Satana. Non saprei darmi altre spiegazioni. Nessuno quanto lui sa prendere possesso dell’umanità innestando nei cuori i germi dell’odio e della ribellione verso Dio padre. Allora si scatena l’inferno nel vero senso della parola. Ciò che è sotterraneo affiora e travolge ogni cosa. Non resta che pregare, innanzitutto per coloro che, del delitto e del sacrilegio hanno fatto una ragione di vita, affinché si ravvedano.”.
Amilcare è esaltato dai discorsi di D’Annunzio e di Mussolini. È per l’entrata in guerra, un interventista: “Amilcare non aveva più nulla a che fare col bambino e l’adolescente tenero e mite.”. Andrà volontario al fronte. Partirà all’insaputa dei genitori. Racconterà più avanti: “A combattere si dura fatica più che a lavorare di picco e pala, ma non ti pesa. Non pensi che a puntare l’arma, a sparare e ricaricarla; poi lanci le bombe come i sassi nello stagno. Sollevano fuoco, terra e fumo. Uccidono. Ho visto austriaci con gli arti sbrindellati, le budella che gli cascavano dalla pancia. In battaglia ti accorgi di essere colpito quando cadi.”.
Altea cercherà di giustificare la sua scelta, al contrario di Liberio: “Ma nel cuore di una madre, pensò Liberio, c’è un amore verticale che non torna mai indietro.”.
La guerra è cominciata: “… il generale Luigi Cadorna, nuovo capo di Stato Maggiore dell’esercito, stava muovendo le truppe per sferrare l’attacco agli austro-ungarici, mirato alla conquista dell’Isonzo. La guerra era cominciata”.
Altea e Liberio sono in apprensione, soprattutto Altea, le cui sembianze s’erano ridotte a farla sembrare una strega. Così la pensavano alcuni paesani: “Si cominciò a dire che fosse una strega. In realtà, ciò che traspariva da lei altro non era che apprensione per la sorte di Amilcare. Sia durante il sonno, sia da sveglia, una forza sconosciuta la portava a vedere scene di battaglie, in mezzo alle quali Amilcare si delineava alla stregua di un’ombra. Momento in cui doveva aver scampato un pericolo. La veggenza non dà mai la totalità di una figura, ma uno scorcio. L’avrebbe invece preoccupata la fissità di un’immagine. Poteva significare la fine di una vita, la morte, che lascia il corpo rigido e l’anima in bilico tra il mondo della materia e quello dello spirito.”.
La guerra fa le sue vittime; anche Amilcare è ferito (avrà spappolato il ginocchio, che lo lascerà invalido) e Libero e Altea sono autorizzati a prelevarlo dall’ospedale e condurlo a casa. Partono con la diligenza trainata da Balio: “Altea osservava il paesaggio dal finestrino, meravigliata della velocità di Balio che non aveva mai sperimentato così a fondo. I suoi zoccoli e le ruote del legno emettevano una nenia di cigolii e brevi sibili, quasi la strada si lamentasse di essere calpestata.”.
Incontrano delle guardie, il capo delle quali racconta: “Da qui non sembra. ma, sull’Isonzo, il sangue dei nostri soldati scorre a torrenti. Cadorna fa con loro dei muri umani. Del mio paese ne sono già morti dieci. Potete ritenervi fortunati se il vostro ragazzo è ferito.”.
Il fronte di guerra si avvicina, Liberio e Altea stanno per giungere là dove si spara e si muore. Ad una sosta, nei dintorni di Padova, si sentono dire: “Liberio chiese della via del fronte. L’uomo rispose che doveva proseguire fino a che non trovava lo schieramento delle truppe. C’era comunque stata battaglia, con morti e prigionieri da ambo le parti. E, al posto degli italiani, avrebbe potuto trovarvi gli austro-ungarici. I paesi vicini temevano di esserne invasi, e non mancava chi era fuggito con le poche cose che aveva, le vacche e altri animali.”.
Pardini rende bene questo avvicinamento al fronte, avvalendosi dei nomi delle città e del paesaggio attraversati.
Percorso un altro tratto di strada, un valligiano dirà: “Dove credi di andare? In fondo alla strada ci sono i soldati, e poco più in là scorre l’Isonzo. Dai retta, fermati. Come minimo ti requisiscono il cavallo. La notte, finiti gli scontri, abbrustoliscono la carne di quelli caduti.”.
Assistono allo scontro di due areoplani, uno dei quali pilotato dall’asso dell’aeronautica italiana Francesco Baracca.
Troviamo questa bella descrizione dello scontro aereo: “Le cannonate parvero sconquassare terra e aria; alle esplosioni e gli echi si unì un sibilo forte e costante. Poi, d’improvviso, cessarono lasciando posto a un silenzio insolito, dove ogni rumore e voce e cinguettio d’uccello sembravano finiti per sempre. Il valligiano gli offrì ospitalità; tanto per quel giorno, vista la battaglia, non sarebbero potuti andare sulla linea del fronte. Ricoverato Balio nella stalla, potevano riposare al piano soprastante. Liberio stava per staccare il cavallo, quando dal cielo provenne uno strano ronzare: due apparecchi, che a casa sua aveva visto qualche volta in alto come i falchi, usciti dalla polvere degli altipiani, sembravano rincorrersi come per gioco. Uno fece una picchiata; l’altro cercò di seguirlo, ma una virata lo spiazzò. ‘Quello che ha deviato è Francesco Baracca. Già l’altro giorno ha abbattuto un velivolo nemico’, proruppe il valligiano a Liberio.
Tutti, anche i bambini, stavano a testa in su, verso il cielo limpido ma traversato, a momenti, come dal fumo di un incendio nascosto tra le montagne. Fu in mezzo a queste bande di fumo, che i due aerei parvero affiancarsi, finché quello di Baracca, che si riconosceva dalla carlinga scura, si librò in alto. Poi s’allontanarono, come lo scontro fosse finito. Sennonché, virato, ricominciarono a venirsi incontro; quello austriaco prese quota: giunsero degli scoppi. Con una cabrata, Baracca lo affiancò; di nuovo esplosero gli scoppi e volarono in coppia per un lungo tratto, poi l’altro emise una scia di fumo nero e cominciò a precipitare verso il rilievo, che Liberio e gli altri avevano di fronte. L’aeroplano di Baracca, abbassatosi fino a sfiorare gli alberi, disparve come l’altro. ‘Sono entrambi in avaria’, mormorò il valligiano”.
Assistiamo anche all’incontro dei due con Baracca, “piuttosto piccolo e di complessione leggera.”.
Liberio lo farà salire sul postale per riportarlo al fronte, poiché il suo areo ha subito un guasto. Visto Balio, lo loderà.
Siamo al fronte: “Balio procedeva a redini tirate, il collo arcuato. Dai sentieri venivano soldati con delle barelle, da cui penzolavano gambe o braccia; altre erano impregnate di sangue, e chi vi stava sopra era inerte. Adagiate su delle carrette, le barelle venivano depositate lungo una strada che doveva condurre a un paese. Un picchetto di ufficiali, circondato il postale, s’era fermato a discorrere con Baracca.”.
Liberio conosce anche Cadorna e Vittorio Emanuele III.
Qui la descrizione: “In una sala, dalle finestre schermate di tende nere, al fioco chiarore di lucerne posate sopra dei treppiedi, degli ufficiali in armi fecero cenno a Baracca e Liberio di entrare. Traversato un andito, furono in una stanza con al centro una scrivania, dove era seduto un uomo dalla faccia pallida, i baffi neri, lo sguardo burbero e diffidente. Liberio riconobbe Cadorna. Su una poltrona, vicina al caminetto acceso, stava seduto un uomo piccolo, dalle gambe corte e la faccia malrasata che fumava un Toscano. Riconobbe anche quello: Vittorio Emanuele III, il re. Ebbe un brivido. Non avrebbe mai creduto a un simile incontro. Nel silenzio, il crepitare del camino, accomunava gli uomini pensò.”; “Vittorio Emanuele aveva gli occhi cisposi e piccole croste tra la barba. Baracca lo salutò con un movimento di ciglia.”.
Cadorna dà l’ordine di consegnar loro il figlio.
Ecco il momento in cui Liberio e Altea, ossia un padre e una madre, incontrano Amilcare: “Da non capiva dove, provennero lamenti come di chi rantola e rumori di passi e movimenti. Infine, tra le ombre delle tende, si profilò una sagoma che avanzava poggiata alle stampelle. Non ebbe dubbi, era Amilcare. Accompagnato da due soldati avanzava a saltelli, una gamba sospesa da terra, avvolta nelle bende dal ginocchio in giù. La Luna lo illuminò, e Liberio gli vide il volto magro e barbuto. Sentì prendersi dalla commozione; gli andò incontro per abbracciarlo, ma quando furono di fronte desistette. Amilcare abbassò la testa, quasi non volesse vederlo. Un soldato allungando uno zaino a Liberio, enunciò:
“Gli effetti personali del bersagliere Amilcare Fraterni”. Liberio lo prese e si voltò per metterlo sulla diligenza, al cui portello era affacciata Altea che, voce rotta dall’emozione, mormorava: “Oh, il mio Amilcare, vieni, sali!”. Lui taceva continuando a guardare basso. Poi, avvicinatosi alla diligenza vi entrò, aiutandosi con le braccia.”.
Giunto a casa, racconterà di aver avuto come vicino di branda Benito Mussolini: “Parlava sempre con superiorità, ma a me era simpatico. Vantava tra l’altro di essere, con D’Annunzio e Marinetti, uno dei promotori della guerra. Gli dissi d’averlo sentito parlare a Genova. Ne fu lusingato. Ma, se veniva in prima linea, faceva in modo di rimanere alle nostre spalle, al coperto.”.
Amilcare racconta e racconta, manifestando il suo entusiasmo per la guerra, nonostante sia rimasto ferito. Segno di come il regime sapeva inculcare la menzogna nelle coscienze, soprattutto dei giovani.
Pardini ricorderà anche il martirio di Cesare Battisti e Fabio Filzi: “È un giorno limpido di luglio, traversato dal canto delle cicale. Ma a Battisti e Filzi non è nemmeno stato concesso di scrivere a casa; assistono allo spettacolo anche le mogli degli ufficiali, divertite dal fatto che i due vengono giustiziati dai loro uomini. I fotografi scattano immagini. Filzi penzola subito dalla corda. A Battisti, invece, si spezza e rotola a terra. Con le vertebre rotte, viene riportato al patibolo e di nuovo appeso. Impiccagione di un’agonia. Il boia è un pancione vestito di nero, il cappello a larghe tese.”.
In questo romanzo, la guerra, come si è visto, occupa gran parte e ne mostra i lati più orribili: “Coloro che transitavano nella stazione, non parlavano che di morti, feriti e mutilati. Dal fronte n’erano tornati senza braccia e gambe; alcuni, addirittura, amputati fino al bacino. Le bombe e le mine. Altri ancora avevano polmoni e cuore compromessi dai gas, che prima di uccidere stordivano. I malcapitati venivano finiti a colpi di mazza ferrata dai soldati austriaci.”.
Seguirà la tragica disfatta di Caporetto il 24 ottobre 1917.
La guerra trasforma gli uomini. Così pensa Liberio: “Erano cambiate sia le emozioni, sia lo slancio dei sentimenti. Gli sembrava che perfino salutare, sorridere, per non dire amare, non avessero alcun senso. Un mostro invisibile, ma onnipresente, s’era impossessato della vita intima degli uomini, la quale non emanava altro che odio, sospetto, paura.”.
Nella primavera dello stesso anno a Fatima, in Portogallo, a tre fanciulli era apparsa e aveva parlato la Madonna. Ha detto loro che la guerra finirà presto, ma se l’uomo non cesserà di offendere Dio, ne scoppierà una più terribile.
Poco più di un anno dopo, il 4 novembre 1918, la guerra sarà finita con la vittoria dell’Italia e degli alleati inglesi, americani, francesi e cecoslovacchi.
Nel dopoguerra, ci saranno dispute e disordini. La miseria aveva inasprito gli animi.
Pardini ce ne renderà l’atmosfera, facendoci già avvertire i prodromi del fascismo. Amilcare sarà uno dei primi ad aderirvi, partecipando anche alle spedizioni punitive. I genitori non sanno cosa fare e come fermarlo. La violenza dilaga. Dilaga il fanatismo. Mussolini ha saputo crearsi l’aura di colui che può restituire all’Italia il prestigio calpestato nelle trattive di pace.
Anche il lavoro del postale ha fatto il suo tempo, sostituito ora dalla ferrovia.
Liberio si congeda da Balio: “Balio, delicato come non mai, gli si avvicinò, sfiorandogli la testa con le froge calde e morbide e respirando profondo. Un respiro che, invece di un corpo, sembrava di un’anima antica e misteriosa, che abbia col mondo un’altrettanta antica e misteriosa dimestichezza. Stettero accanto qualche minuto, e Liberio fu invaso da una quiete sconosciuta, di quelle che fanno sentire la felicità come un paesaggio che emerge dalla nebbia.”.
Una mattina, all’improvviso, una forte scossa di terremoto scuote il paese e tutta l’area intorno. Balio si agita, scalpita, frantuma tutto ciò che gli impedisce di fuggire, finché ci riesce. D’allora Liberio non l’ha più visto, pur ricercandolo per lungo tempo.
Lo rivedrà in sogno solo il giorno in cui si accorge che sta per morire: “Liberio prese la briglia. Balio fremette, strusciandogli le froge su di un braccio.”.
È quello il momento del trapasso: “Da quel giorno quando, in certe notti, la Luna piena sembra muovere le acque del Serchio come il dorso di un immane serpente, lungo la vecchia strada accosto alle pendici della montagna, non è difficile intravedere un postale che, preceduto dalla sagoma di un cavallo nero, corre e sparisce nell’ombra della vallata.”.
Un grande romanzo, e per un lucchese il massimo che si possa trovare.

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Corrispondenza con Pardini

25 luglio 2013

Caro Vincenzo,

intanto ti ringrazio per l’indirizzo e-mail, che avevo perduto. Come sai, ho cessato di leggere romanzi per dedicarmi ad altro (la mia rivista soprattutto), ma mi ero ripromesso di leggere “Il postale”.
L’ho finito l’altro ieri e mi è piaciuto molto, per il solito stile asciutto e speciale, ruspante.
Con la storia del postale hai descritto con dovizia di particolari una Lucchesia che non conoscevo così approfonditamente. Entra nel naso la polvere delle sue strade, quella che conduceva ai tre platani di Porta Santa Maria, e quelle dei sentieri di montagna.
Il libro è attraversato continuamente da frasi di alta valenza spirituale. Ne ho segnate molte. Ne cito due soltanto: “Uno sguardo, una parola, un avvenimento minimo potevano far compagnia”; “Ma nel cuore d’una madre, pensò Liberio, c’è un amore verticale che non torna mai indietro”. Il libro si arricchisce non solo nel riproporre un ambiente scomparso ma, allungandosi incontro e dentro la grande guerra, innesta quel particolare tipo di vita locale fin dentro la storia d’Italia. Ciò che scrivi di personaggi storici, da Pascoli a Puccini a D’Annunzio a Cadorna, a Diaz, a Mussolini, don Sturzo, Giolitti, Mordini, Garibaldi e altri, rivelano un puntiglioso studio preparatorio.
Di Cadorna e della sua crudele incapacità fece un ritratto esemplare Francesco Rosi nel film “Uomini contro”.
Di Garibaldi ho le prove in articoli del 1849 che ho raccolti nel volume sul Risorgimento che sarà presentato in Provincia nel prossimo autunno inserito nel programma organizzato per ricordare quel periodo storico.
Le città e i paesi erano terrorizzati alla notizia che le truppe di Garibaldi si stavano avvicinando. Ne seguivano sempre saccheggi atroci.
Ma il tuo libro è soprattutto percorso da un sentimento sottotraccia, quello religioso, rivolto ad un Dio non crudele ma buono e misericordioso.
Le figure di Santa Gemma e della Beata Elena Guerra sono la punta di un iceberg la cui profondità contiene e irradia una luce spirituale di maggior spessore rispetto al suo primo apparire nei tuoi libri, ad esempio nel romanzo “Lettera a Dio”.
Ho ricevuto l’impressione che il tuo cammino stia dirigendosi verso i due misteri forse più importanti della vita: la morte (quella donna bellissima vestita di nero?) e Dio.
Balio mi è parso l’espressione artistica e sublime di questo percorso.
Ti rinnovo con immensa gioia tutta la mia ammirazione.

Bart

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26 luglio 2013

Ti ringrazio, caro Bartolomeo. Hai fatto una recensione che potresti mettere nella tua rivista. E’ vero quello che dici. Ho cercato di fare un libro calandomi dentro i tempi del Postale, ma l’ho fatto più con l’immaginazione che non con la storia letta. E mi è tornato alla mente, mentre lo scrivevo, quello che a suo tempo mi ebbero a dire Moravia e Tobino: che dovevo fidarmi della mia immaginazione e fantasia. E’ quello che ho fatto con qualche timore. Di Garibaldi e della Prima guerra avevo sentito raccontare da quelli del ’15-’18 che, a loro volta, mi dicevano di aver conosciuto qualche garibaldino. Non tutti, come sempre accade tra gli uomini, erano stinchi di santo. In Sicilia ne parlano con terrore ancora. Per il resto hai completato il quadro tu. A presto.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart