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LETTERATURA: Vincenzo Pardini: “La congiura delle ombre”

20 Marzo 2021

di Bartolomeo Di Monaco
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Il racconto “La congiura delle ombre”, che dà il titolo alla raccolta composta da due lunghi racconti, è il primo e principia con uno scenario di guerra, la fucilazione di un vecchio da parte di guerriglieri che paiono occupati in un rastrellamento punitivo. Tana soffre di epilessia e di solitudine. Quando esce si nasconde nei boschi. Un giorno gli stessi lo vedono e gli sparano, uccidendo il cane che lo accompagnava. Lo interrogano e l’arruolano come guida dandogli il soprannome di Fuggiasco. Li deve condurre al mare, dove ci sono delle armi da ritirare. Al ritorno sono sorpresi dai regolari e uccisi. Si salva per miracolo e al risveglio è assistito da una strana donna. Si trova in un campo di zingari e assiste ad un loro rito.
Comincia in quest’aura tra realtà e sogno, caratteristica di Pardini, la storia di Tana: “Tra sogno e dormiveglia, immaginandosi vicino a una fata, Tana passava i giorni.”. La scrittura è quella di sempre, dal deciso e veloce respiro.
Gli zingari se ne vanno e di nuovo è solo. Nel camminare incontra la guerra feroce. Ritorna a casa, dove “trovò tutto come aveva lasciato. Solamente in lui erano avvenuti dei mutamenti. Si sentiva fatto di disperazione e di morte. Il passato lo assillava notte e giorno con rimpianti, vergogne e rimorsi.”.
Sono movimenti, questi di Tana, che paiono muoversi e addensarsi nell’aria.
Diviene un mezzo brigante, dandosi a scassi e furti. Finisce tra anarchici intenzionati a fare la rivoluzione.
Il clima di violenza contrasta con il desiderio iniziale e latente di Tana di solitudine e di quiete: “Comunque soltanto estraniandosi da sé stesso, capiva di poter essere un poco felice.”.
Tale contrasto rende il racconto incandescente, rumoroso di echi di guerra e di insoddisfazione e rabbia: “Tana cominciò a vedersi poco sugli argini del fiume, meno al suo paese. Dove dicevano che avesse un piede in galera, l’altro al camposanto. I carabinieri venivano a domandare informazioni su ‘Tana Cirriasi, ex guerrigliero, omosessuale e pregiudicato’.”.
Presto diviene una leggenda, poiché diventato ricco, si parla di lui come il capo di una banda malavitosa.
Il narratore riesce ad incontrarlo: “Il suo discorrere, i gesti recisi ed eleganti, m’incuriosivano.”.
Farà una brutta fine, sorpreso e aggredito da figuri apparsi nell’ombra: “Ebbe in bocca fiele e aceto. Cadde a terra sbattendo il volto e la nuca sui sassi. Le scarpe, nel trascinamento, si sfilarono. Restarono i piedi nudi e delicati come quelli di una ragazza. Poi polvere e galoppo con il sobbalzare d’un corpo.”.
La delicata storia di un amore che diverrà tragico, dà avvio al secondo racconto, “La moglie del monco”. Lui è Arduino, lei Rosa, vivono in paesi differenti sulla montagna, uno di fronte all’altro: “I paesi, l’uno dall’altro, si vedevano in trasparenza.”. La incontra in una delle feste paesane, d’inverno: “In quelle sere di tramonto appiccicato ai vetri e riflesso sui muri, per Arduino e Rosa, baci e carezze erano la felicità. Anche se a Rosa sembrava che nelle carezze e nei baci dell’uomo ci fosse un che d’angoscioso.”.
La loro prima notte d’amore ha il profumo della rosa. Una notte delicata in cui il primitivo ardore di lui si attenua di fronte al candore della ragazza, la quale infine ne è presa.
In treno “Arduino mai si stancava di guardare Rosa, che per lunghi tratti del viaggio stava silenziosa e assorta come non avesse o non volesse accanto nessuno.”.
Si è visto che nella descrizione degli stati d’animo, sia di lui che di Rosa, Pardini lascia una punta di misterioso malessere, come particella ineluttabile della nostra dolente umanità. Un segnale del destino. Esso ci fa già capire che non esiste la felicità completa e immarcescibile, pur nei momenti più sereni e teneri dell’esistenza.
Tornati a casa, vivono con il lavoro nei campi. Sbrigate le faccende domestiche, lei lo raggiungeva: “Mietevano il grano.”; “La domenica, in sella al cavallo, sarebbero andati in giro per i boschi.”.
Anche in questo racconto si odono i rumori della guerra, la quale agirà come una grifagna ombra di morte sui due. Arduino, che già aveva fatto il servizio militare nell’artiglieria campale, prima della guerra, è chiamato ad arruolarsi di nuovo: “Nei pressi dei vagoni, i carabinieri, vagliavano le cartoline della ‘chiamata’.”.
Si trova al fronte, al centro dei bombardamenti; vede commilitoni morire, lui rischiare la vita. Rosa è nei suoi pensieri. Nei brutti momenti gli fa compagnia. Perde un braccio, “gli era stato amputato dalla spalla”. All’ospedale gli dicono che poteva andar peggio.
Eccola manifestata quell’angoscia interiore che Pardini ci aveva fatto notare nei due innamorati.
Pardini non ci dà tregua; tramette e trasfigura, penetra, quasi la sua scrittura fosse un proseguimento di quel fuoco.
L’accompagna la poesia che trasuda da molte pagine come forse in solo pochi altri racconti. Guerra e poesia a contrasto. Arduino è cambiato, si ubriaca, non è più tenero con Rosa, la quale, rimasta incinta, gli dà un figlio: “Sapersi padre lo faceva sentire ancor più un condannato.”; “Il bambino cresceva e Rosa aveva ripreso ad accudire la casa, anche se qualcosa era mutato in lei: illusioni e speranze avevano cominciato ad andarsene; in certi momenti, viveva assente da se stessa.”.
Il bambino non riesce a camminare, affetto da una grave malattia. Si muove seduto sulla carrozzella. Altra tristezza entra in casa. La sventura pare accanirsi contro di loro, implacabile, cinica, tortuosa.
Muore anche il figlio: “La chioma di Rosa, pur restando ondulata, incanutì. Gli occhi le divennero stanchi e assenti. Ma il passo e i movimenti rimanevano dell’antica, inconfondibile eleganza. Non ebbe amiche, o non volle averne. Certe sere, passeggiando verso le selve negli ultimi riverberi del tramonto, si lasciava andare a un grido. Se incontrava qualcuno lo salutava tra stupore e stizza. Quasi di quel mondo ne fosse la superstite.”.
È uno dei racconti più belli scritti da Pardini; sulla scena si muovono non animali ma uomini, salvo un anonimo cane che esce subito di scena. Vi si respira l’aria di una tragedia greca, e, seppur diversa la storia, di una Medea.

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart