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LETTERATURA: Vincenzo Pardini: La volpe bianca e Il falco d’oro

4 Marzo 2021

di Bartolomeo Di Monaco
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Ho scelto di esaminare congiuntamente i due volumi di racconti, “La volpe bianca”, del 1981, editore La Pilotta e “Il Falco d’oro” del 1983, editore Mondadori, in quanto il primo, libro d’esordio dell’autore, contiene 12 racconti, di cui ben otto confluiscono ne “Il falco d’oro”, la raccolta che ha dato risonanza a Pardini, noto fin allora per i suoi racconti apparsi su varie riviste letterarie, in special modo su Nuovi Argomenti, diretta da Enzo Siciliano, colui che di fatto lo ha scoperto e fatto conoscere.
De “La volpe bianca, mi limiterò, pertanto, ad esaminare i quattro racconti rimasti fuori da “Il falco d’oro”.
Il primo ha il titolo “La figlia del maestro” e vanta un’annotazione di Giovanni Raboni il quale, nella prefazione, dopo aver accostato Pardini a Federigo Tozzi, a Silvio D’Arzo e a Joseph Conrad, così prosegue: “Si veda, a questo proposito, il testo centrale della raccolta, cioè il racconto lungo (ma preferirei chiamarlo romanzo breve, a sottolinearne la complessità, la fittezza) intitolato ‘La figlia del maestro’, la cui protagonista ha, dentro la semplice cornice paesana che ne racchiude e ne difende la storia, il risalto enigmatico, l’inquietante, evanescente concretezza di una Freya delle sette isole.”.
La fantasia, quella esoterica, intrisa di meraviglia, nutre l’autore che nell’immaginare un bambino della prima classe elementare (probabilmente un tratto biografico, che ritroveremo un po’ dappertutto) assalito dalla “pertosse”, scrive: “Certe sere il vento mugolava nella cappa. Io, nonostante tacessi, avevo paura: mi avevano detto che quel mugolio era l’uomo nero predatore dei bimbi cattivi.
Immaginavo quell’uomo un gigante che calzava scarponi enormi, chiodati; volto grande quanto una macina di molino; sulle spalle un enorme sacco pieno di funi, catene, per imprigionare chi avesse incontrato.”.
Troveremo questa scrittura asciutta, ma pungente, glabra e nello stesso tempo terrosa, in tutta le opere seguenti dello scrittore, che ha fatto del suo stile una peculiarità unica nel panorama letterario italiano: “Quando nonna s’era coricata andavo al collo a mamma.”; “Aveva guance, un po’ il riflesso della fiamma, un po’ la digestione, vermiglie.”; “Tutti dicevano che era un angolo fuori dal mondo tanto si trovava lontano dall’abitato e impervie le vie per raggiungerlo.”.
È presente già quell’atmosfera di magia, insita nella natura, vieppiù se selvaggia e autentica. Vi si respirano atmosfere del soprannaturale che furono peculiari a Carlo Sgorlon, lo scrittore friulano da me tanto amato: “Se tra le folate avvertivo rumori inconsueti lo invocavo; alcune volte i rumori smettevano davvero…”; “Intorno gravava un silenzio assoluto: quasi un essere invisibile e micidiale terrorizzasse la campagna sotto l’influsso d’un incantesimo.”.
Poiché, a causa della malattia, la maestra non lo accoglie a scuola, la mamma lo conduce a lezione da un maestro del luogo: “Un uomo alto, magro, berretto di stoffa militare”.
Già matura nel bambino la capacità di leggere la natura: “Primavera, intanto, scoppiava nel cielo terso; sole assassino sulle piante, sui cespugli fin nel loro intrico più fitto; sciami ronzanti fra il fogliame recente; torrenti che smesso di mugghiare ruscellavano; sarabande di passerotti innamorati che s’avvoltolavano nell’ aria; bramire di cervi al mattino, allorché la montagna infreddolita e umida sorbiva il tepore dell’aurora.”; “L’animale s’approssimò: aveva una lunga e scura schiena; annusando coi baffi mi solleticò gli istinti. Poi, pupille giallognole e intense, m’occhiò.”. Ancora: “Delle vacche scendevano dalla zona dei pascoli, per un viottolo che portava in strada. Erano sole. Avanzavano guardinghe, orecchie a sventola. Le carezzai sul ventre ruvido, sudato.
Una, pancia che pareva scoppiarle, volse il testone guardandomi con occhioni umidi e scuri. Le toccai un corno: sembrava una scheggia.
Camminai su su con esse che sbuffavano e cacciavano i mosconi a colpi di coda, raggrinzimenti di pelle. I loro zoccoli stritolavano la ghiaia. Sulle bargie grappoli di tafani lasciavano vedere piccole abrasioni sanguigne.”.
Quando passeggia col maestro va a caccia di farfalle: “Le atterravo, quando andava bene, con un sol colpo di mano. Di per sé erano bianche. Ma ne acciuffai, ed erano pezzi rari, pure di colorate: cadevano nell’erba ventre all’aria, ali in croce, come degli uccelli piombati giù dalla cappa durante la tormenta. Le prendevo con delicatezza avvoltolandole nel fazzoletto da tasca.”.

C’è già il mondo di Pardini: “Il mulattiere era uomo di poche parole: tutta la sua presenza pareva trovare l’espressione nel cappuccio di lana e nel pizzo a punta.”; “Quando la viottola s’allargò corsi avanti, col mulattiere. Respirai l’odore dolciastro delle bestie: scorsi le borchie d’ottone delle cavezze; gli stinchi snelli e forti poggiare sugli zoccoli.”.
Un esame attento può dare al lettore utili insegnamenti sullo scrivere e sulle abilità che, nonostante la loro complessità, la nostra grammatica e la nostra sintassi consentono.
Qui di seguito troviamo il ricordo di quanto accadeva allorché le prime automobili si muovevano sulle strade ancora sterrate: “Il passaggio di una macchina trascinava dietro nuvole di polvere. I montanari dai viottoli, dai campi, la guardavano grifagni. Alcuni, falce in pugno, paglietta sull’orecchio, imprecavano.”.
Grazie alle lezioni del maestro passa l’esame ed è promosso al secondo anno. Nel congratularsi con lui, il maestro gli dà questo insegnamento: “Sarebbe bene t’abituassi a conversare con te stesso: in noi c’è un altro uomo che se interrogato ci fa capire tante cose!”.
Chi sa che non si trovi qui la radice che ha posto Pardini a contatto con uomini, piante, animali, in un rapporto intimo al limite della spiritualità. Anzi, c’è già in Pardini quel sentimento religioso che lo porterà più tardi, nel 2004, a scrivere “Lettera a Dio”. Più avanti troveremo: “Attaccato al muro, sopra il caminetto, c’era una foto del bisnonno coi suoi baffoni risorgimentali: lo sentii vivo e amico: gli tirai un bacio. Sopra il bisnonno, quasi a soffitto, c’era il Crocifisso: quell’uomo ignudo, capo reclinato, attraversato nel corpo da un sussulto d’indicibile sofferenza, mi riempì, fino a perdere il fiato, d’uno strano sentimento. E mi sentii triste, ma d’una tristezza che faceva desiderare la morte.”.
Noti ancora il lettore questo passaggio, che è rivelatore di quanto detto più sopra sulla spiritualità di Pardini: “Cielo violaceo dai riflessi vermigli; aria fresca, ombre; e lo scricchiolìo dei grilli, passi di cento invisibili fate.
Venere, vicino alle zanne dell’Appennino, il pendolo di orologio antico disperso nell’emisfero.”. Ancora: “Sovente mi rincantucciavo in un angolo della casa ad ascoltare il silenzio fatto di rumori lontani e di inspiegabili fruscii molto vicini.
Quella, in quei tempi, era la mia vera ed incantata atmosfera.”.
Inoltre va notato che questo lungo racconto (gli altri tre sono assai più brevi) ha il respiro del romanzo (il suo romanzo di formazione), un andamento, ossia, frutto di un processo di lenta maturazione della storia. Credo che anche qui vi sia una caratteristica prodromica tesa al romanzo che porterà Pardini a scrivere “Il racconto della luna” del 1987, “Jodo Cartamigli, del 1989, “Giovale”, del 1993, “Lettera Dio”, del 2004, “Il postale”, del 2012 e, soprattutto, “Grande secolo d’oro e di dolore”, del 2017. Ai quali si aggiungono i romanzi per ragazzi: “Gnenco il pirata”, del 1990, “Pumillo il gatto dei boschi”, del 1998 e “Gli animali in guerra”, del 1999.
È ben resa la timidezza del protagonista-bambino, tipica della pubertà, quando, trovandosi a casa del maestro, sopraggiunge Maria Conti, la figlia, che gli dice: “Perché te la dài a gambe? Hai paura di me?”.
Come nel bel film “Messaggero d’amore”, del 1971, diretto da Joseph Losey, tratto dal romanzo “L’età incerta” di L. P. Hartley, il ragazzo diviene il corriere di lettere d’amore che intercorrevano tra Maria e il suo fidanzato.
La vicinanza della ragazza gli procura fremiti prima sconosciuti, accresce la sua timidezza. Un giorno che lui arriva tutto infangato, Maria decide di fargli il bagno, lo spoglia completamente e lo fa entrare nella bigoncia piena d’acqua: “Ignudo mi infilò nell’acqua. Prese a detergermi. La sua mano, un brividìo dietro il collo, vicino alla cervice, come una spruzzata d’aria gelida. A momenti il suo volto, la sua chioma, parevano invadermi il ventre.
Mi lavava le cosce io avvertivo, per tutto il corpo, una specie di corrente leggera leggera, un fremito nell’intimo.”.

Volete l’esempio di una descrizione che è impossibile imitare, se non scrivendola tale e quale?: “La pioggia aggredì la campagna; la nebbia pareva polvere. Le gocce erano un’unica spruzzata sul terreno; il rumore, schiocco simultaneo di scudisci; le scudisciate s’attutirono e caddero come uno sgocciolìo di radi goccioloni; l’aria diventò bianca; la nebbia prese a salire scomposta lungo i crinali; il sole filtrò, giustiziere antico vestito di armi smaglianti, lunghi e dorati fusi; le foglie brillarono; torbati si trascinavano e parevano frantumarsi sulle vette più alte.”.
Comincio a pensare che questo romanzo breve, un canto del passato, non sia stato valorizzato abbastanza, e meriterebbe d’essere conosciuto anche nelle scuole di secondo livello.
Mi piace riportare la parte finale che riguarda Maria, andata in sposa a quel fidanzato che le scriveva le lettere d’amore: “Ma se alla notte, svegliandomi di sobbalzo, mi sembrasse di sentire un tacco di donna percorrere dei vicoli, tutto un passato, abito indistruttibile e indimenticabile, mi imprigiona, mi tormenta e m’ammalia.
Ed una vocina; una vocina quasi impercettibile, per questo snervante, bisbiglia cose destinate a morire col mio cuore.”.
Veniamo ora al racconto “Il nano”. Mentre la storia che vi si racconta è inventata, il protagonista, il nano, è davvero esistito. Si chiamava Alberto Bertoli, un poeta, ed era cugino dell’autore: “sua madre era sorella di nonna.”.
“Bambino, vedendolo, n’avevo terrore.”; “Doveva parermi una bestia in agguato. Sbraitava come indemoniato. Egli muoveva le labbra; abbozzava un sorriso, poi, visto ch’era vano ogni tentativo di calmarmi, gambette a x se n’andava dondolante.”.
In paese s’adopera a fare lo scrivano per i tanti che, analfabeti, devono inviare qualche lettera; fa anche il barbiere e l’impagliatore di seggiole: “Le sue mani intrecciavano i vimini con agilità sorprendente.”. E ancora: “Se un giovanotto era innamorato andava a consigliarsi dal nano. Dicevano rimediasse frasi da ammaliare qualsiasi femmina; e, nessuno quanto lui, capace di rimettere armonia tra gli innamorati.”. Era un lettore di libri, soprattutto dei classici.
Ne traspaiono la intima solitudine, il desiderio di essere diverso, e la sua generosità a dispetto del sembiante. Non vive solo ma coi genitori e la sorella: “In ogni decisione si rivolgevano a lui: per le cose più minute, anche.”; “Durante il pranzo non l’ho mai veduto a tavola: non ci arrivava: così che sedeva sopra una panchetta; per mensa la seggiola. Con una tazza di minestra era sazio. Ma ogni due tre cucchiaiate sorseggiava vino dal bicchiere.”.
Alcuni amici vanno a trovare il nano e si mettono a bere. Leggete questa invidiabile descrizione: “Sedutisi cominciarono a passarsi i fiaschi bevendo a cannella: nel farlo le loro gole si gonfiavano, il pomo d’Adamo vibrava come una testa d’uccello nella tasca del cacciatore.”.
Ne avete mai letto una con questa originalità?: “Ma un pomeriggio quatte quatte come ombre di congiurati, arrivarono nuvole nere. Gli Appennini parvero rabbrividire; da grigi diventarono neri come abiti da lutto. Aria tagliente.”.
A leggerla si avverte una verità: la scrittura dell’autore, proviene dall’intimo; è un perfetto ritratto della sua anima. Da ciò la sua peculiarità. Non ha imparato da nessuno. La scrittura è la sua voce interiore, il suo autoritratto.
Quanto segue è la prova che il pensiero della morte si nasconde sempre tra le storie di Pardini, sin dagli esordi, una specie di sottofondo: “Quei vecchi non li ho mai veduti conversare fra loro: stavano lontani l’uno dall’altro come assillati da immani pensieri; quando si ritiravano in casa, tanto lo facevano stancamente, sembrava che l’indomani non sarebbero ritornati fuori.”.
Anche una poesia del nano, incorniciata e conservata ancora oggi da molte famiglie del luogo, ci narra della morte: “Mentre la morte orrenda s’avanzava”.
“La grande febbre”, ci mostra ciò che avviene nei viali della prostituzione, dove la femmina la fa da padrona, desiderata e inseguita dai maschi: “Era una bionda con stivali, sottanino e maglietta. Dauro aveva il convulso. Altre donne erano apparse belle e seminude che abbassavano il volto ai finestrini degli automobilisti.”. Vi si mescolano tremori, pudicizia e una foga bestiale. Sono i prodromi di quanto troveremo poi ne “Il racconto della luna” di sei anni dopo, il 1987.

“Una parte dell’amore” ritorna sul fascino femminile, che inquieta la sessualità del giovane Vaniè, il quale non fa altro che rimanerne attratto. La sua prima esperienza in uno dei viali della prostituzione sarà per lui scioccante.
Gli altri racconti, come si è scritto, confluiranno due anni dopo, nel 1983, nel volume che ha dato notorietà a Pardini: “Il falco d’oro”. Essi sono: “La volpe bianca”, “Il cuculo”, “Il falco d’oro”, “L’escluso”, “La fine del sentiero”, “La poiana”, “Bisnonno”, “Lo spretato”.
Il risvolto di copertina de “Il falco d’oro” (che finii di leggere la prima volta il 31 marzo 1984) ha la presentazione di Natalia Ginzburg, la quale, tra l’altro, scrive: “I villaggi hanno osterie fumose dove la poca gente si raduna; rare sono le voci nei vicoli e rare le donne; i vecchi stanno annidati dentro le case come gufi o falchi; alcuni vissero un tempo altrove, a Firenze o in America, e alcuni vissero, sembra, là in quei luoghi, oscure storie di sangue (…). I racconti più belli sono quelli dove appaiono animali. Fra uomini e animali, nel silenzio dei boschi e dei vicoli, si crea una tenace complicità e intimità. (…) Questo è il mondo che appare nei racconti di Pardini; lo disegnano poche linee tracciate con risolutezza e riluttanza; brevi frasi secche, mozze, nodose e rugose come i rami di un albero dell’inverno.”.
Potrebbe bastare per confermare che ci troviamo di fronte ad un’artista notevole e originale, ma desidero portare il lettore, se mi sarà possibile, nelle profondità del suo sentire e nelle articolazioni che vibrano di lui nella natura. Sono, i due, la natura e Pardini, intimi e intensamente legati.
Non mi dilungherò su tutti (sono venti), ma segnalerò i punti che mettono in risalto le sue caratteristiche di raccontatore tra i migliori e speciali della nostra letteratura.
Il bilancio (nel racconto omonimo, il più lungo) è un rapace che piomba contro pecore, gatti, cani “e perfino vacche”. È chiamato così, poiché riesce a stare immobile su nel cielo, dandosi l’equilibrio con il movimento delle ali. Stanno in cielo anche aggruppati: “Avevano penne grigie, artigli come la mano d’un gigante; la testa d’un vitello di latte spelacchiata, cosparsa di peli e rotonda; becco grosso come il muso di un lupo, ma lungo è uncinato per un palmo e mezzo. Ai malcapitati trinciavano la carne a pezzi: poi la ingoiavano.”.
Ė composto di 13 capitoletti, di cui il primo ci rappresenta uno scontro nel cielo tra un gruppo di bilanci ed un’aquila reale: “Piume volteggiando cadevano a terra; alcune s’impigliavano nei rami delle piante.”. Grazie agli altri, conosceremo il mulattiere Olao e la sua storia: “Il gigante del villaggio e della valle, Olao, era addormentato col capo sui finimenti del basto del mulo.”.
Questo è il mondo che lo attornia: “Chi, con la falce, arrampicato sui poggi a sfalcettare; chi, (lavoro prevalentemente delle donne) col rastrello, nei pianori, ammucchiava fieno; uomini lo infilavano a brancate nelle ceste, poi, un ginocchio a terra, avvicinavano la cesta alla schiena; con una torsione della vita issavano il carico sulle spalle alzandosi in piedi: lentamente s’avviavano alle capanne.”. La moglie di Olao è malata. Anche qui, in questa seconda raccolta del 1983, incontriamo il pensiero della morte: “Come m’appisolo arriva una signora vestita di nero, elegante: troppo elegante. E indossa tutti gli abiti ch’io avrei voluto avere. Li indossa velocemente. Uno dopo l’altro.”. Olao si scontra con un bilancio, lo ferisce ad un’ala, il rapace si dà alla fuga, l’ala ferita gli ciondola a fianco: “Ma quando gli era vicino (s’era più volte scagliato su lui) la bestiaccia trovava l’energia di fare un salto: s’alzava in aria aprendo e restringendo a metà le ali; nell’attimo che era in aria gli artigli ciondolavano; poi, gonfiando le penne, rasentava e ritoccava pesantemente terra sbandando.”.

Con Olao traversiamo la natura, ci immergiamo nella sua selvatichezza, anche nella sua ferocia. Il bilancio lascia scie di sangue, destinato a morire: “Ma che soddisfazione sarebbe stata strozzare una bestia morta? No! lui, il bilancio lo voleva vivo.”. Il ritmo della scrittura è quello della caccia, della lotta, svelto, ficcante. Le digressioni improvvise che aprono altri squarci sono veloci pennellate che lasciano il segno, il colore. Vi scorre una sensazione mitica: “L’avrebbe inseguito in città e continenti, pianure, montagne e deserti; perfino nei fiumi e nei laghi: ammesso che l’uccellaccio avesse saputo nuotare.”; “Dai tempi dei tempi gli uccellacci predominavano nelle valli. Comparsi ne volava la voce: le donne correvano da una casa all’altra; le ragazze piangevano; i bambini venivano tenuti chiusi. Gli uomini constatavano: ‘Dall’alto dei cieli sono spuntati quei brutti mostri!’.”; “Uomo e rapace saltavano poggi, finivano in piumicìe, traversavano corsi d’acqua: trovandosi sovente vicini andavano sull’orlo d’azzuffarsi; ma erano attimi: il bilancio girato su se stesso riprendeva la fuga balzellando, aprendo un poco l’ala buona; e la corsa continuava.”.
Si ha la sensazione che ci troviamo in un luogo carico di sacralità, dove ogni gesto è immerso in un tempo speciale e eterno. Il bilancio (“l’assassino degli uccelli”) e l’uomo potrebbero essere il Male e il Bene alla resa dei conti. Il male stremato, il Bene non ancora vincitore: “Dei contadini ammiccavano all’uomo e al bilancio.
Nei loro toni, la meraviglia di trovarsi di fronte ad un evento tramandato in messali d’antiche credenze.”; “L’anno di poi, approfittando dei trucchi del cacciatore di mestiere, avrebbe cacciato gli uccellacci. Uno ad uno.
Nei suoi monti, i mostri non avrebbero più dovuto presentarsi.”; “… faticava e lottava per gli abitanti della montagna, tanto.”. C’è il sapore della metafora, e il lettore se la troverà davanti nel finale.
Il tempo sembra rarefattosi: “Pensò se anche l’eternità doveva essere così silenziosa e, contemporaneamente, carica d’una dimensione convulsa e misteriosa.
Ma forse vagando nell’eternità, come sua moglie, la memoria non scandiva ore, minuti, ma restava ferma: coinvolta in una gelida e infinita quiete.”.
Nella lotta tra i due avvertiamo del titanismo (durerà ben sette giorni e il bilancio gli sventrerà il vecchio cane che lo accompagnava; pure Olao sarà ferito), sebbene si tratti solo di un uomo e di un rapace: “Sette giorni, veramente campati, erano tanti: in sette giorni Dio creò l’universo, Adamo ed Eva.”; “Lui, in quei sette giorni, aveva raggiunto, in termini di vita, cifre numeriche spaventose.
Quei sette giorni potevano avere accanto due, tre zeri, centomila zeri, infiniti zeri.”.
La moglie è morta, lui la pensa mentre insegue il bilancio: “Ad essa non era mai riuscito a pensare come avrebbe voluto: qualcosa, nel farlo, gli s’inceppava. Ma le rivedeva il volto, risentiva le martellate date alla cassa; e, lui, gridava, imprecava: quasi quelle martellate avessero voluto ucciderla tante, troppo volte.
Però chiappato il bilancio, lei, n’era certo, da quella dimensione senza spazio che è la morte l’avrebbe ringraziato.”.
Nel leggere il racconto, accade di poter vedere l’autore accendersi con la sua fantasia ed aprirla allo sguardo di tutti, come lo spalancarsi di un palcoscenico sul quale attendono gli attori, materiali e immateriali, animati o inanimati, l’abbrivo di muoversi o di presentarsi. Sono tutti lì, al servizio della potenza evocatrice di chi li comanda: “Fu notte: il bilancio sfrascheggiava tra i cespugli. La luna si illuminò; il bosco di luce, di ombre; la montagna argento, platino i nevai.”.
Talune scene di sesso che anche qui compaiono sono premonitrici di quanto sarà sviluppato nel romanzo “Il racconto della luna”. Anche questa immagine ne è un’anticipazione: “Tra quelle ombre, quei pensieri, c’era lei che fuggiva; lei, vestita di chiaro, lei che in controluce mostrava un corpo di sogno.”.
Nella scrittura, Pardini si mostra come un rocciatore alle prese con l’arida montagna, e ficca i suoi chiodi duri tinti spesso del colore vernacolare, profumato quando non addirittura luccicante: “La macchia, tra quel bianco, era un groviglio sterminato di fili rugginosi, verdi. Via via tra le piante avveniva un sussulto: neve, diaccio, schiantavano a bracciate.” (“La mula”).
Il racconto “La volpe bianca” (di seguito indicherò con VB, ogni volta che ci riferiremo a racconti già presenti nella raccolta del 1981) era inserita nel libro d’esordio, e gli dava il titolo. Dunque non possiamo ignorarlo.
Berno va a caccia della volpe bianca; non riesce a stanarla. I sette figli gli chiedono continuamente, ad ogni suo ritorno, come è andata. Lui risponde che prima o poi la catturerà, finirà nella trappola.
Vi si nota la connotazione di un passato che si fa presente. L’incidente accaduto a Berno, in cui ha rischiato la vita, è narrato come accadimento che è ombra del presente. Pardini lo fa in modo naturale, semplicemente raccontando con una scrittura che è al di là della temporalità. Sembrano fatti scolpiti e fermi come graffiti su rocce antiche. Leggete questa descrizione, che pare raffermata in un dipinto di Salvator Rosa: “Tra le piante la tramontana sembrava un branco di lupi, tanto ululava. Svoltato un colle, come d’incanto, il vento prese a calmarsi. Ma il cielo era di nubi. L’aria gelida. Cominciò a nevicare. Gli uccelli frusciavano sui rami. Berno camminava veloce: prima arrivava e meglio era. La sua posta si trovava nell’orrido di una gola dove gli animali selvatici debbono, per forza, passare.”.
Si vivono momenti di caccia che ricordano Olao e il bilancio: stesso accanimento, stessa frenesia, stesso immergersi nelle interiora della natura selvaggia: “Camminava sulla viva roccia dove il sole ed il vento non davano requie. Fra le rocce e le prime piante, aveva preso a ridiscendere, trovò un ruscelletto. Il paesaggio era di declivi, dossi, morene. Non c’era un villaggio. Un avvoltoio, ali lunghe e appuntite, volava alto e concentrico. Dopo poco, come una danza di diavoli, ne comparvero altri.”.
Quando uccide la volpe: “La volpe era candida candida, sottile è fragile come fosse morta e rinvivita tante volte; aveva occhi a mandorla e marroni con cangiamenti chiari: come di chi ha tanto penato per vivere.”.

Nella volpe bianca noi troviamo riflesso l’eterno andare e venire nell’universo, con fatica e sofferenze, sospinti dal desiderio di non morire.
La natura è una continua scoperta e meraviglia. Eterni la sua selvatichezza e il suo dominio. Incredibili la sua potenza, la sua determinazione, la sua difesa, la sua resistenza: “All’alba usciva; l’odore del mattino lo rallegrava; miglior saluto, era, delle sue mucche il muggito. Subito le spingeva ad abbeverare alla sorgente: lì, lui, sciacquava (anche d’inverno, perché tiepida l’acqua) volto e mani. Poi guardava la montagna; c’era sempre qualcosa di nuovo: o l’aquila nel cielo, o i nibbi (spaventati dall’altro rapace) rasenti la boscaglia, zigzagavano tra le cime degli abeti, o le nubi, o la nebbia, o qualche pianta che, in anni e anni, non aveva scorto in quella posizione, o una roccia che pareva comparsa all’improvviso.” (“Un’altra vita”). In questo racconto ritroviamo anche il sentimento di Dio. Il Dio di Pardini è un Dio mitico, che si avverte nell’aria, invisibile, ma c’è, manifestandosi in forme diverse, legate all’esistere e al vivere: “Ogni volta che Mirto, quando si recava fuori paese, vi passava vicino, s’intratteneva per qualche attimo nella cappella scavata nella roccia: toltosi il berretto fissava un antico crocifisso; non era religioso, lui, ma l’immagine di quell’uomo inchiodato, l’espressione sofferente, sentiva che aveva un nesso con certi suoi stati d’animo. Poi pensava che altri uomini avevano sofferto quanto Cristo e forse più; e di loro non era rimasta traccia.” (“Un’altra vita”).
Il protagonista sta studiando la famosa poesia di Giacomo Leopardi, “Il passero solitario”: “Avevo saputo che era il più bello dei passeracei con piume perfino azzurre; contrariamente ai fratelli volava poco, ma aveva una voce forte e armoniosa; stava in cima a torri e campanili. Solo.” (“Il cuculo”, già in VB).
Nei racconti di Pardini la solitudine è magmatica, qualcosa che si muove e fa da richiamo interiore. Si è soli come avvolti da un involucro nero in cui sono aggrappati gli esseri viventi che ci circondano e vogliono entrare. Un silenzio che ha voci che quietano la solitudine. Voci che sono echi, e voci pari a bisbigli, lontane, ma armonizzatrici: “Io pensai che il cuculo avesse avuto bisogno di compagnia: per me aveva stati d’animo simili ai miei; e rimanevo con lui, magari studiando, fino al tramonto.” (“Il cuculo”).
Il cuculo è stato ferito e il ‘babbo’ lo sta curando, ormai vicino alla guarigione; ma i cuculi, quando arriva il momento, partono in cerca della primavera. Lo fa anche il nostro che fugge la solitudine e, rotto il vetro della finestruola, si unisce ai suoi compagni. L’autore immagina che ogni anno ritorni avvicinandosi alla casa (come la mia rondine, che allevai e feci volare, di cui narro in “Celeste”, il suo nome): “Però, se nel periodo dei cuculi vado in quel luogo e miro l’orizzonte, la vista gioca degli scherzi, l’udito pure. E, nell’aria, qualcosa di immutato si rinnova come la canzone disperata di un viandante solitario.”. Vedete come in Pardini sia facile combinare vigore della natura e spiritualità della stessa proprio nel momento in cui si congiunge con quella dell’uomo.
Ed eccoci a “Il falco d’oro” che dà il titolo al libro. Esso era già presente ne “La volpe bianca”, e ne costituiva una gemma.
Vediamolo insieme.
L’incipit contiene in modo mirabile quel sentimento unificante che abbiamo descritto poco fa a conclusione de “Il cuculo”: “Nel Casolare il vento sbatteva come un uomo infuriato picchia i pugni sul tavolo dell’osteria. Ill fumo del camino avvolgeva la stanza infilandosi dappertutto quasi avesse voluto fuggire a se stesso.”.
Questa che segue è un’altra pennellata che Pardini imprime alla natura: “Dalla foresta saliva una brezza che pareva aver raccattato il fresco dei nevai. A seconda del vento arrivavano i campani dei greggi: erano lassù al limite dei pascoli, sotto la montagna da dove partivano le tempeste.”.

Come il bilancio, come la volpe bianca, anche il falco d’oro è una perla della natura selvaggia che l’uomo desidera possedere e fare sua. Dice Evaristo, ancora ragazzo, alla mamma che gli chiede a cosa pensi, stando quasi sempre da solo. Risponde: “Non lo so a cosa penso. Ma delle volte mi viene in mente il falco d’oro: quello che ha il nido nella grotta delle fate e neanche l’aquila ce la fa a chiapparlo.”.
Il rapporto tra l’uomo e la natura è fatto di desiderio, di rivalsa e di dolore, e forse d’invidia. Gli rivela il cacciatore Tinche: “Secondo un antico detto, saputo da pochi, chi potesse avere il falco d’oro, oppure trovarlo ammazzato da un altro animale, tante avversità della vita, per chi lo trova, sarebbero scongiurate!”.
Siamo sempre immersi nell’aura del mito, che circola come linfa nei racconti di Pardini. Come il filo che attraverso un ago cuce e tiene, appese insieme, le pagine dei suoi libri. Ancora: “L’aria sapeva di tutte le piante. Nella quiete vide tronchi di alberi che si aprivano e lasciavano uscire ombre di briganti; praterie di cavalli selvaggi.”.
Scorge il falco d’oro: “Come al solito volava solo; e, al posto delle piume, pareva avesse tante perle.”; “Era arrivato sotto le grotte, arcuate e gocciolanti, dei nidi. Ma non scorse, per quanto si sforzasse, né aquila né falco.
Lì contavano fosse apparsa una fata poi rapida, si dileguava dietro le piante giganti. All’istante nel cielo saltava il falco d’oro: la fata lo mandava a portare col suo volo – dicevano – messaggi e auguri ai montanari.”.
L’aquila, gli dava la caccia; ci riesce: Evaristo “Tornando sui propri passi in un avvallamento scorse una nuvola di mosche. Camminò in tale direzione: tra l’erba intravide qualcosa. Camminò fiato sospeso: il falco d’oro fu ai suoi piedi, ali aperte come in croce; sul capo, una ferita, dal ventre, colavano fili rossi e biancastri. Ma gli artigli erano intatti e fremevano piano come avessero voluto stringere o trattenere elementi invisibili. Lo sollevò: dal becco gocciò del muco.”.
Viene imbalsamato dal nano (personaggio che abbiamo già trovato in un racconto omonimo della raccolta “La volpe bianca”), ma finisce infine nelle mani del cacciatore Tinche e per Evaristo la vita cambia e si incammina verso un percorso doloroso.
Ad un amico, afflitto da una deformità, “Renzo Cosmi, che ha lavorato con lui presso la “Vesuvio” un istituto di polizia privata (si ricordi che Pardini ha fatto la guardia giurata e per questo è stato anche definito “lo scrittore con la pisola”) è dedicato “La piccola guardia”. Il protagonista muore in uno scontro armato. È il 10 agosto, il giorno reso immortale dalla omonima poesia del Pascoli: “È trascorso qualche tempo da quel mattino. Ma nel mese delle stelle cadenti, molte delle quali sembrano volersi schiantare in quella campagna, chi passa da lì mormora o pensa: ‘Là si nasconde La piccola guardia!’.
Poi scruta i campi del granturco: molte piante crescono piccole, deformi. Col vento, rispetto alle altre, si muovono in altra maniera.”.

Pardini è capace anche di esprimere queste delicate atmosfere, e la morte vi appare come espressione non dolente della natura, alla quale ci restituisce.
“Don Pistola”, nel racconto omonimo è un giovane prete amante delle donne e del gioco. Uccide il suo priore da cui il soprannome. Com’è e come non è, viene assolto e trasferito in un paesino di montagna. Viene in mente il trasferimento di don Camillo, che si porta al paesino, sulle spalle, la grossa croce da cui Gesù gli parlava, il personaggio, insieme con Peppone, creato dalla fertile fantasia di Giovannino Guareschi: “Don Pistola fu trasferito in un villaggio d’alta montagna.”.
Ma contrariamente a don Camillo, nel mentre fa alcune cose buone, rimane vinto dal suo vizio delle donne: “Nel cuore delle tenebre da non so quante case, quasi da tutte quelle dove erano giovani e belle donne, fossero maritate o meno, lo si vedeva uscire quando da porte, da finestre; e anche dal tetto.”; “Certi neonati, dopo il battesimo, sotto gli occhi soddisfatti della madre, Don Pistola non poteva fare a meno di baciarli.”.
È un prete dalle tante stranezze. Incallito cacciatore, non contento della selvaggina raccolta, quando passa davanti ai pollai spara ai galli, “fossero stati grossi e neri.”; “Preti di altre parrocchie avevano sparso che Don Pistola marinava i ritiri spirituali, non andava alle riunioni ecclesiastiche, né pagava i contributi alla diocesi.”.
Nel gioco aveva la fama di baro e nessuno volle più giocare con lui.
Era un antifascista accanito, a cui i miliziani davano la caccia. Ed è attraverso la sua figura che la seconda guerra mondiale si affaccia nel racconto con le sue crudeltà. Sono cenni efficaci e fecondi per la memoria dei giovani. Un racconto stimolante; una figura di prete con tutti i vizi del mondo, ma dalla vigoria volta a difendere libere scelte e libero arbitrio di ogni uomo: “Braccato dal nemico camminò in valli e sentieri. Traversò le linee minate; proseguì sui crinali rocciosi: i piedi sanguinanti, le scarpe sfasciate; e nessuno gli dette rifugio: chi l’avesse fatto, scoperto, ‘sarebbe stato fucilato insieme con quel rivoluzionario d’un pretaccio’.”.
Dopo la guerra, dato per morto, comparve all’improvviso e si mise a predicare a pro del comunismo, gettando nello sgomento la Curia.
Il fatto poi che, ribelle, si mettesse a scrivere ricorda un altro prete narratore della guerra, di carattere ben diverso, ma registratore oculato e preciso degli avvenimenti, Luisito Bianchi (morto nel 2012), monaco benedettino, che nel 2003 pubblicò “La messa dell’uomo disarmato”. Oppure il bizzarro arciprete che troviamo in “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, magnificamente tradotto in film nel 1979 da Francesco Rosi (superlativa l’interpretazione di Gian Maria Volonté).
Pardini ci offre con Don Pistola un personaggio ostinato e scalfito nella roccia, in uno dei racconti più belli, colmo di umori e di vitalità.
“Che di lui atterriva, però, era la mancanza delle labbra e parte del mento: cosicché, invece della bocca, aveva una slabbratura di denti piccoli, o fluorescenti e appuntiti.”.
È lo sfregiato del racconto omonimo. Anche qui ritorna il motivo del mito: indossa uno strano cappello, “un sombrero arabescato di strane figure.”: “Questo – dicevano in quelle valli – non si sapeva dove l’avesse trovato, chi glielo avesse dato: a memoria d’abitante nessuno aveva mai avuto un simile cappello, difatti.”; “Preferibilmente, come quella sera, camminava di notte allorché la sizza congela anche l’abito. Ininterrottamente e instancabilmente traversava valli e valli, lontano sempre dai centri. Intanto sia del suo villaggio, che d’altri, non conosceva, o meglio non riconosceva, nessuno.”.
Fa il pastore ed è attratto da un’aquila imperiale che ha il nido nei dintorni. La vede volare nel cielo, maestosa e dominante.
La sua deformità gli deriva da una ferita di guerra. Credendolo morto, stavano per seppellirlo ma era riuscito a fuggire.

Notate l’incisività di questa descrizione, che ha a che vedere con la sua deformità: “Fumando la bocca era una cicatrice fremente; i denti scheggiati ossicini; dal naso, grosso e rincagnato come quello dei molossi, evaporava forte fumo di tabacco.”.
Siamo arrivati al racconto “Acchiappatassi” che fu scelto da Mondadori per inserirlo nell’antologia dei migliori racconti italiani, nella prestigiosa collana “I Meridiani”.
Nella cronaca lucchese de La Nazione del 4 ottobre 2001 si legge: “I contenuti favolistici delle sue storie, dove il mondo moderno incrocia un eterno medioevo, sembrerebbero voltati con gli occhi indietro, invece, quelle storie fissano il leggendario residuo di un’Italia moribonda, umile, remota, ma anche violentemente sanguigna, incline alla pietà, all’affratellamento del dolore: quel leggendario è scritto al tempo presente.”.
Ma esaminiamolo insieme.
Gladeo Zilletti è “l’Acchiappatassi”: “Una mattina di freddo che perfino alle vacche nella stalla venivano i candelotti alle nari, gli uccelli schiattavano in terra congelati, una contadina trovò una cesta avvolta in una balla: dentro c’era un neonato congelato.”.
Conosciamo la storia di Mosè e della cesta in cui era stato deposto che si fermò, vagando per il Nilo, sulle sponde dove trovavasi la figlia del faraone, e sappiamo che quella cesta fu foriera nella storia sacra di speciali accadimenti.
Un precedente che ci allerta.
Infatti, lui, a differenza di Mosè, si fa notare sin da bimbetto perché, maltrattato un po’ da tutti, si ribella; lo fa anche col suo padrone, prendendolo a sassate “d’indescrivibile precisione”.
Leggiamo come è fatto Gladeo: “Gladeo fu un ometto magro, piccolo, denti grossi e sporgenti dietro labbra rigonfie; occhi pieni di cielo, capelli rossi; e quando rideva la faccia gli si raggrinziva; il naso gli s’appuntiva: come fosse stato becco di quei rapaci che s’agitano quando appollaiati sui rami scorgono la preda sbucare dalla tana.”.
Vista la sua selvatichezza “i vecchi, con la saggezza del tempo, commentavano: ‘Gladeo lo vuole la macchia’.”.
La corrispondenza tra uomo e natura con la figura di Gladeo diventa paradigmatica.
Cominciò a circolare “per le macchie con lo schioppo in spalla.”; “nessuno quanto lui era capace di catturare selvaggina.”. Gli altri cacciatori lo invidiavano e l’odiavano. “Portava un berretto alla brava, un fazzoletto al collo, una giacca di velluto rattoppata di strisce nere. E sapeva di panni affumicati. Delle volte fumava una cicca (cicche, sempre) di sigaro: tirava così forte che le guance gli s’infossavano scomponendogli il volto come una scarpa stropicciata dal martello del calzolaio; la brace un lapillo. Allorché la cicca era quasi finita la prendeva tra pollice e indice, vi sputava; la ficcava in bocca tra gengiva e guancia: come aveva veduto fare ai vecchi della sua infanzia.”.
Nessun altro scrittore né ieri né oggi né domani potrà arrivare a delineare una tale, umanissima e insieme titanica, descrizione.
Lo chiamano Acchiappatassi poiché quella era la sua specialità: “Chiappatili li teneva dei giorni in gabbia; li liberava dopo aver loro impresso una borchia d’ottone con le iniziali del suo nome ad un orecchio.”. Infine cominciò anche a rubare, si diceva che togliesse ai poveri per dare ai ricchi e perciò si diffuse la voce che fosse figlio di un famoso brigante: “Acchiappatassi compariva di rado: soltanto per le feste solenni: sembrava volesse rubare la statua della Madonna dal mantello di rubini. Nello squadrare estranei aveva un colpo d’occhio fulmineo, più rapido il modo di allontanarsi e scomparire.”. Non c’è distinzione tra l’uomo e l’animale: “negli occhi ha schizzi giallastri: come falco che sta per uscire dalla gabbia.”.
I carabinieri lo inseguono, anche di notte. Ci furono sparatorie. Quando lo catturano non ci sono prove a suo carico e viene rimesso in libertà.
Torna ad essere uccel di bosco.
Invecchiato, chi racconta gli diviene amico, riceve le sue confidenze. Acchiapatassi ha con sé un cane orbato da un occhio; feroce, attacca chiunque gli si avvicini.
Sarà Acchiappatassi a tentare di difendere dallo stupro la ragazzina di cui il narratore è innamorato. Ma gli costerà la vita. Gli dirà il nonno: “Hanno violentato e assassinato la tua ragazzina! Acchiappatassi e il suo cane hanno fatto di tutto per difenderla. però…”.
Le conseguenze nefaste sull’uomo rinchiuso nei campi di concentramento sono rappresentate ne “L’escluso” (già presente in VB). Zaulì ne è uscito stremato, frantumato nella psiche, divenuto solitario e quasi senza memoria. Nessuno bada più a lui, che, invece, ha bisogno di sentimenti: “Nel pomeriggio, con le gelosie serrate, a lume di candela, leggeva i vecchi libri della biblioteca degli avi. Da quelle pagine sperava di strappare qualche significato cui affidarsi. Inutile. Era come cercare una voce nel silenzio. Ciò s’era aggravato con la malattia della moglie; un male ed una sorte che lui vide come una maledizione.”.
Sta cavalcando su uno dei due muli che ha con sé, e l’altro è carico di un grosso involucro. Lo segue un cane bianco.
Va a gettare il corpo della moglie, morta, in una forra, dove l’acqua sotterranea l’avrebbe dispersa. È quello il suo funerale, la riconsegna del corpo alla terra: “Sciolse (era annodato con una fune) un lato dell’involucro. Uscì un corpo di donna alto, allampanato. Zaulì accennò con una mano un segno tra croce e spergiuro. Poi baciò quel cadavere. Il grosso cane aveva poggiato il muso sul grembo della donna. Zaulì gli disse qualcosa. Ma non riuscì a terminare la frase. Piangeva. Era tempo che non vi riusciva. Poi lasciò cadere il corpo amato nella forra.”.
In un racconto brevissimo, una immane tragedia.

L’Attilio de “La fine del sentiero” (già in VB) ha una quarantina d’anni e non è riuscito mai a sposarsi, a causa della sua timidezza. Fa il mulattiere e vive con la madre: “La cucina era una stanza quadrata dal pavimento di mattoni rossi e sgretolati, i muri affumicati, un tavolo nel mezzo, una madia accanto al muro e alcune sedie dal sedile di paglia.”.
I personaggi e gli ambienti di Pardini hanno, nella semplice e modesta vita, la dignità del sacro. Difficile trovare descritte la ricchezza e l’abbondanza; in Pardini sono una stonatura, una ribellione alle leggi della natura. Quanto più l’uomo si allontana dalla semplicità eterna della natura, tanto più si carica di una colpa, di un sacrilegio.
Il nonno è una figura che in Pardini rappresenta la maestà mitologica e la sicurezza della specie. Pur nella dolcezza, la sua vicinanza chiede rispetto, la sua evocazione disciplina.
Il nonno del racconto omonimo fuma la pipa: “Tale pipa aveva un formidabile tiraggio: lui, seduto nell’aia, su un sasso, alla sera ci fumava quasi un’ora: i cirri serpeggiavano come idee cacciate dalla disperazione. Se si spegneva, lui scriccava uno zolfanello che riparava col palmo di una mano: lo udivo pipare, talvolta sputare.”.
Non è difficile trovare nei racconti della raccolta le impronte di vita dell’autore stesso, il quale fa della sua storia, consegnandola, uno strumento di lettura e di formazione. Sono i suoi, personaggi che si dilatano nel tempo e nello spazio; escono dalle mura di una casa per estendersi nell’aria, come manto di cielo.
Nella scrittura di Pardini si manifesta sempre l’ascendente del mito; il primato di esso su ogni altro componente dell’universo è deciso, marcato.
La poiana, nel racconto omonimo (già in VB), è una presenza impalpabile. Se ne avverte il nido, lassù, sulla “Roccia Forata”, dove Niello si arrampica, abbandonato per un attimo il suo gregge di pecore: “E fu sopra una roccia imbutiforme: si calò scivolando lungo il canapo che s’era portato e aveva annodato al tronco d’un leccio vicino all’imbocco. Toccato il fondo della buca (fino allora era stato guidato da un istintivo fiuto) scorse, sventrato verso l’abisso, un crepaccio con vernacchi incastrati a semicerchio: il tutto al riparo d’una protuberanza di stallattiti. Ci infilò una mano: avvertì del piumiccio, del poroso.”.
Anche alla figura del bisnonno è dedicata la dovuta attenzione nel racconto omonimo (già in VB). È davanti ad una sorgente, dove vanno ad attingere acqua, che lo incontriamo: “Fu lì che vidi seduto un grande vecchio con l’aria del viandante stanco, spalle voltate alla fontana; la testa bassa come guardasse per terra o pensasse.”; “Rivedo una delle sue grandi mani, mignolo anulare e medio, concatenati da una membrana.
In piedi una parte di lui si appoggiava, come troncarlo o provarne la robustezza, ad un nodoso bastone.”.
È stato migrante in America. Pardini ci lascerà il ricordo di quell’avventura nel romanzo “Jodo Cartamigli” del 1989.
Qui si limita ad alcuni accenni che ci riportano ai tempi del Far West, con le lotte tra allevatori per la spartizione e difesa dei corsi d’acqua.
“Camminava per il paese poggiandosi sul bastone, cosicché la sua figura aveva un che di pericolante. Ma restava un uomo altissimo; vicini a lui tutti erano bassi anche quelli detti giganti.”. Sotto la giubba nascondeva sempre il revolver che gli aveva tenuto compagnia in America.
In questo bombardamento, descritto nel racconto, riappare il substrato mitico: “Nella giornata, il cielo rannuvolò, udii i rintocchi funebri della vecchia campana; e, l’orologio del campanile, dopo anni e anni che era fermo, fece un rapido giro e s’arrestò. Le lancette si spezzarono. Però nessuno fu capace di vedere ove cascarono.”.
In “Ghérla” si trovano cenni di una rivalità tra paesi che nella città di Lucca riguardava anche i rioni. Si faceva a sassate e i forestieri non erano graditi. Tra Pelleria, il mio rione, e Cittadella, s’era stabilita una rivalità nota nella città. Gli scontri erano frequenti e improvvisi. Vi ho partecipato e li ricordo nel mio “Via Pelleria”.
Ghérla è un noto suonatore di chitarra. Ha circa 80 anni. I ragazzi lo osservano curiosi ogni volta che lo incontrano. Quando escono da scuola passano davanti alla sua casa: “Verso il tocco, la scolaresca, uscita, traversava la piazza; Ghérla, chiuso in casa, suonava la chitarra, cantava.”. Musica e parole sono sue, un cantautore.
Anche lui ha del mitico, dell’imponderabile. Ogni tanto sparisce dalla circolazione, nessuno sa dove sia finito: “Dopo anni e anni un marinaio che capitò da quelle parti con una compagnia teatrale, all’osteria, sostenne di conoscere Ghérla, che aveva visto girare un tempo, nei bassifondi dei peggiori porti del mondo, a vendere cose strane e costose.”; “Ghérla avrebbe avuto la facoltà di evocare i morti. E di notte, in casa sua, a periodi si sentiva un tavolino ballare; sedie ruzzolare; lamenti; voci.”.
L’universo in Pardini, come in Carlo Sgorlon, è composto di due parti divise da un velo orizzontale; di là sta la parte che non conosciamo, misteriosa e magica, abitata da esseri che, al contrario di noi che soltanto li percepiamo, riescono a varcare il velo e a contattarci e, forse, anche a suggestionarci e dominarci.
Cacciava i serpenti: “E commentavano che il Ghérla incantasse i rettili, ch’era un ammaliatore e trasmettesse perfino il malocchio, altrimenti non avrebbe potuto tenere in mano simili ‘aggeggi’.”.

Nel seguente passaggio troviamo esplicita conferma su quanto scritto più volte: l’unità imprescindibile tra uomo e natura. Il narratore ha ritrovato Ghérla, malato, in una casa sperduta sulla montagna. Vi arriva con lo zio percorrendo sentieri selvaggi. Dopo di che va a trovarlo spesso: “Riera estate: il viaggio dal mio paese a quello di Ghérla lo coprivo per via mulattiera. Traversavo boschi e castagneti. Il respiro mescolavasi al frusciare delle foglie, al ruscellare di nascosti corsi d’acqua; mai come in quei momenti, sentivo di appartenere alla natura.”.
Ho già scritto che in molti di questi racconti gli occhi che osservano la storia e le danno vita, sono quelli di un ragazzo, di un adolescente che si sta formando ed osserva con curiosità ciò che lo circonda. Fa domande, riceve risposte, continua ad osservare.
In “occhi di cane” questa sensazione è forte, direi esplicita. Nella crescita vi è una forza comunicativa che non si ha più con tale intensità a mano a mano che scorrono gli anni: “L’uomo camminava lentamente capo pendente ora su una spalla, ora sull’altra. Il cane lo seguiva passo passo. E non aveva come gli altri il collare, bensì passanti di cuoio attorno al torace, un guinzaglio in pelle rigida; una croce rossa pencolante su un braccio. Col muso, momenti, sfiorava le gambe del padrone; questi fermatosi saliva, scarpe flessibili e lustrissime, il marciapiede; spedito, ripigliava a camminare. In prossimità di gente, il cane, occhiava, rallentava e abbassava gli orecchi.”.
È un lupo fulvo, si chiama Kira, una femmina: “Ogni volta che i suoi occhi mi squadravano parevano ingrandirsi; le sue narici si dilatavano; il capo, il corpo, si contraevano un attimo.”.
Sono minuziosi i particolari e tale resterà sempre una qualità narrativa di Pardini.
Kira gli smuove dentro la voglia di avere un cane. Trova quello, feroce e selvatico, incontro al quale vanno i cacciatori per ucciderlo, viste le stragi di animali. Il ragazzo riesce a ricevere la sua confidenza, lo porta con sé nella stalla, lo accudisce: “Coi giorni, il cane, mi sembrava essere stato mio da sempre. Fra noi passava un’intesa troppo lunga a spiegare.”.
Il racconto della natura in cui cane e uomo si muovono è pieno di lampi descrittivi. Si noti la lotta tra un “cane leopardo” e un cane lupo: “In uno spiazzo strinato e sterposo scorsi due masse scure. Una di queste, mole e colore d’un leopardo, teneva sotto il muso e le zampe un cane lupo. Ero lontano: comunque vedevo il lupo divincolarsi. Ma dall’altro tutto era forza, prepotenza. Però anche i denti del sottomesso (erano muso contro muso, sterpi ne ostruivano la visione) dovevano essere conficcati nel corpo della bestiaccia.”.
Il suo cane, forte e coraggioso, si chiama Lupo; colore del manto: “nero focato”.
La struttura di questo racconto è a balze, come se ne vedono nelle colline coltivate, ad oliveti ad esempio. Vi si nasconde la voglia di non disperdere nulla, di incamerare, come una sorsata d’aria, ciò che l’occhio coglie. È una caratteristica che possiamo trovare anche in altri racconti, ma non con tale rilievo: “Vidi L’aquila aggrappata ad un cucuzzolo; gonfiate appena le penne del collo si lasciò andare nel vuoto, ali bilanciate. A semicerchio sparì dietro le rocce acuminate come scaglie di ardesia. Mi parve d’aver assistito a quanto tante volte avevo pensato e sognato.”.
L’immersione nella natura è completa, ed esaustivo il sentimento di mescolarsi con essa, sciogliervisi. Il cane ne è il tramite e vi troviamo l’affetto che l’autore riserverà al suo mulo Giovale, al quale dedicherà un romanzo dieci anni dopo, nel 1993.
Abbiamo conosciuto Don Pistola; ora è il momento de “Lo spretato” (già in VB): “Era un ometto magro e camminava come fosse stato stanco sfinito. Ma sotto le folte ciglia gli occhi scuri e profondi erano attenti. E male se ne sopportava lo sguardo.”. Il suo nome è Ghiola: “Parlava in greco ed in latino. In queste lingue l’avevano sentito conversare con illustri stranieri.”. Ce l’ha con Mussolini e, anarcoide, non manca di insultarlo in pubblico. Naturalmente viene preso e purgato: “I masnadieri lo portarono, incatenato come un brigante, al capoluogo. Là fu percosso e purgato; poi gli venne fatta trangugiare ogni emissione organica riversata sul pavimento.”.
Processato più volte, anche a causa delle liti provocate dal suo bollente carattere, riesce sempre a trovare il modo di farla franca. Ce l’ha anche con la Chiesa: “Ghiola, un tempo, era stato davvero un prete. Nelle grandi città ove aveva celebrato funzioni solenni e urlato prediche apocalittiche, lo rammentavano bene.”
Abbandona la tonaca “per seguire un’avventuriera bella e fatale”. Poi si sposa con una donna grassottella, ma ricca, che un giorno lo lascia vedovo. Non ha più chi bada a lui. S’inselvatichisce sempre di più: “Si cominciò a parlare di danze sataniche, di messe del Diavolo.”. I paesani ne hanno paura, e lo sfuggono.
È quasi un villaggio medioevale che ne risulta, di quelli che attraversano il capolavoro di Ingmar Begman: “Il settimo sigillo”.
Si va di nuovo a caccia di una volpe, questa volta grigia, ne “La ballata della volpe grigia”.
La caccia diventa in Pardini un veicolo di fervore, vivacità e conoscenza.
Rolando s’è fissato di catturarla. Sta per nevicare e la circostanza gli è favorevole. I compagni gli dicono che non ce la farà mai a prenderla. Una sfida. Ad Anio, uno di questi, risponde: “Bada a come parli.”. Scommettono una vacca. Rolando è “basso e tarchiato, calzoni di velluto negli stivali di cuoio.”.
La caccia alla volpe grigia, “un maschio d’una decina d’anni”, ha inizio: “I cani tiravano e facevano schizzare la neve riempiendo l’aria del loro odore; e si mordevano furiosi un l’altro.”. Risuonano gli spari dei cacciatori; sembra che la volpe grigia sia stata ferita, ma non ancora presa.
Il biancore della neve è lo scenario in cui si svolge la caccia. Tra fucili, giacche, cappellacci, un fiorire di colori.
Chi dice che sia stata uccisa, chi no, solo ferita e dileguatasi. Rolando dice d’aver vinto e di aspettare che Anio porti la vacca alla sua stalla. Altri dicono ad Anio che pensi invece ad una bella ragazza che in paese lo sta aspettando.
La conclusione, ravvolta nel mistero e nel dubbio, sta alla vita come Anio sta alla volpe grigia. Si può perdere, ma mai disperarsi.

Il Mascaro (il racconto omonimo che chiude la raccolta) è “un uomo che a vederlo in giro nell’aia e nei campi faceva l’effetto del selvatico ch’esce dal covo. Forse anche perché da anni i suoi campi e la sua aia erano quasi bosco. E lui ci s’aggirava col fare di chi fiuta o cerca un’impronta.”.
I personaggi di Pardini sono per lo più antichi, vengono da lontano come cicatrici perenni. Hanno l’asciuttezza e la selvatichezza primordiali.
I suoi percorsi di cacciatore “erano nascosti e tortuosi: gli stessi dei briganti d’un tempo, dei quali, dicevasi, avesse ereditato segreti e trucchi.”.
Mascaro significa “poco di buono, galeotto.”. È il suo soprannome, il nome vero è Daglieri Verronic. Finisce condannato a 10 anni di galera da scontarsi nel Maschio di Volterra. Anche in carcere non si quieta. Risse e liti lo accompagnano. Uscito di galera, sebbene invecchiato, non lascia le sue abitudini; si muove nel buio, fugge la luce: “Ma qualcuno profanò le tombe dell’antico cimitero; nelle macchie ceppati di legno pigliarono fuoco; e perfino casi di abigeato, ci furono.”.
Finita la lettura di queste due raccolte, da cui emerge una finissima indagine psicologica dei fatti e dei personaggi, alla maniera di Mario Tobino, non v’è dubbio che qualcosa intorno a noi è cambiato. Udiamo voci, bisbigli, rumori che prima ci erano sconosciuti. Una fauna, tutta originale e selvatica, si affaccia da una lunga quinta dietro la quale ci sono tutti i misteri della Creazione.
Pardini non li decifra, ma li rappresenta, ce li mostra così come sono, e li ama.

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Bart