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LETTERATURA: Willy Dias: “La piccola ragazza”, 1933

2 Luglio 2019

di Bartolomeo Di Monaco

(Willy Dias, ossia Fortunata Morpurgo Petronio)

In quei primi anni del Novecento aveva un suo pubblico di lettori quella che andava sotto il nome di letteratura per signorine, che aveva lo scopo di venire incontro ai sogni e ai sentimenti delle giovani. Si può dire che dopo Liala tale letteratura sia scomparsa. La Dias ne è una delle maggiori rappresentanti con le sue numerose opere di successo, che ebbero più di un’edizione, come accadde al romanzo di cui ci occuperemo.

Elda Molteni, una bella donna sposata da sette anni con Giovanni Sorma, “assorto negli studi storici”, ne è la protagonista. Marito e moglie vivono a Voghera, hanno una bambina, Gianna (“che per la sua minuscola grazia la madre chiamava Poucet”), ma la donna è delusa dal matrimonio e dalla vita grigia che conduce. Vuole partire con il giovane che ama, lasciare tutto. Giovanni resta solo e avverte la solitudine. Così decide di scrivere a Luisa Pardi, una cugina sposata che non aveva più visto da tempo, per affidarle la figlia Gianna, e poter così partire per un viaggio che lo aiuti a lenire il suo dolore. L’imprevedibilità di ciò che può accaderci è uno dei temi di questo romanzo: “Chi gli avrebbe detto l’anno prima, soltanto l’anno prima, che la sua vita sarebbe stata in questo modo sconvolta?”. Trascorrono giorni di malinconia e di angoscia. Gianna è inviata in collegio per la sua educazione e ciò dà all’autrice l’occasione di descrivere in modo piano e suggestivo la vita di educandato. Quella della Dias è una scrittura solo apparentemente anodina. Tenuta com’è sotto controllo, essa riesce a mantenere, infatti, l’attenzione del lettore. Come quando descrive – è un esempio – la malattia e la sofferenza di Giovanni.

Ora Gianna vive in casa della zia Luisa (bellissimo il loro rapporto). Comincia il suo viaggio di formazione, nel corso del quale farà la conoscenza con i vizi dell’umanità, tra i quali l’egoismo. Dello stile dell’autrice, avvertiamo la qualità di far emergere a poco a poco i quadri di una descrizione, sia ambientale che sentimentale (sul rapporto tra Luisa e i figli scriverà: “Poi, tutti e tre erano balzati nella luce della giovinezza, ed essa era rimasta nell’ombra della vecchiaia che comincia.”), simile a linee e colori di una pittura. Si pensi anche alla descrizione della riviera ligure. La scrittura della Dias si mostra, così, via via, come un pennello da cui non potrà che uscire un ritratto che supera la barriera della limitatezza, offrendoci più di una emozione: “la giornata di novembre non fu più triste, parve un sorriso dimenticato dell’estate”; “Nel giardino della palazzina la vite selvatica che si arrampicava intorno al cancello era quasi spoglia. Oro e oro sulle foglie del platano che volteggiavano nell’aria prima di posarsi al suolo, una rosa pareva sbocciata per errore e i suoi petali scoloriti tremavano, come le mani d’un bimbo che ha freddo.”.

Così Gianna, “la piccola ragazza”, da crisalide uscirà farfalla, da tutti per la prima volta ammirata. Una bellezza che ricorderà quella della madre. Il destino sta soffiando su di lei la crescita di una vita nuova, dopo le angustie dell’adolescenza: “Poteva diventare bella… bella come Nelly…”, la cugina viziata ed ammirata; “guardò intorno a sé e parve vedere tutto con nuovo sguardo, come se un velo si fosse squarciato, come se una sola, distratta parola maschile fosse bastata a far fuggire la sua fanciullezza.”; “Ognuno di noi deve vivere la propria esperienza, e prima d’avere vissuto questa esperienza, tutto ciò che gli altri ci dicono, è vano.”. Il romanzo cresce verso un lenimento delle ferite, sia nei riguardi della stessa Gianna che della famiglia di Luisa e Francesco, che la ospita. L’autrice sembra voler dare con ciò un significativo senso positivo alla vita. Lando Arena, il fratello di Luisa, tornato ricco dal Brasile, se ne fa tramite.

La minuta descrizione degli inquilini che abitano i palazzi del cortile dove Gianna lavora alle dipendenze di Arena richiama alla mente quella che troviamo nel film di Alfred Hitchcock, “La finestra sul cortile”, del 1954.

 

 


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Bart