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LETTERATURA/CINEMA: No Country for Old Men, di Cormac McCarthy (e l’omonimo film dei fratelli Coen)

16 Marzo 2008

di Paolo Cacciolati
[Paolo Cacciolati vive e lavora dalle parti di Torino, ha vinto vari concorsi di narrativa e ha pubblicato racconti e recensioni su riviste letterarie e sui siti Nazione Indiana, Lapoesiaelospirito, Bottega di lettura e con Fandango per la raccolta “Una palla di racconto”. In marzo 2008 è prevista l’uscita del suo primo romanzo, Mirco Michichi, generatore di entusiasmo per le Edizioni TEA, collana Neon!]

Cormac McCarthy io l’ho scoperto solo qualche mese fa, con l’ultimo suo libro, La strada.
Dopo averlo letto ho accusato il colpo, com’era possibile aver ignorato fino ad allora tale mostro? E’ seguita una compulsiva ricerca in libreria di altra manna targata McCarthy fino a incocciare in No Country for Old Men, con tanto di fascetta annunciante la prossima uscita del film tratto dal romanzo.
Partiamo dal titolo e dalla sua traduzione. Non è un paese per vecchi, d’accordo, prendiamolo per buono (ma senza convinzione), prima di tutto però: quale paese? Il Texas, dov’è ambientato il romanzo? L’America? O l’intera società occidentale, ammesso che questo termine abbia ancora un senso?
Già da come suona il titolo originale, che sembra dire non c’è (alcun) posto per diventare vecchi, ma soprattutto dal contenuto del libro con la sua universale apologia del bene e del male, sono decisamente per la terza soluzione. Del resto credo che oggi la stessa storia potrebbe essere tranquillamente ambientata a Bagnara Calabra piuttosto che a Torremolinos.
Lo sviluppo dell’azione, se fosse l’elemento centrale del libro, sarebbe il solito onesto spara-spara tipico di tanta nobilissima letteratura nordamericana, da Dashiell Hammett in poi.
Si parte con Moss, un giovanotto reduce dal Vietnam (siamo nel 1980) che va a caccia di antilopi in un deserto del Texas, solo che torna dalla mogliettina senza prede nel pick up bensì con una borsa contenente due milioni di dollari, trovata sul luogo di un regolamento di conti tra narcos.
Bene, invece di partire immediatamente per Honolulu, Moss passa la notte a struggersi per un bandido che sul luogo della sparatoria era ancora vivo: basta, alziamoci e torniamo nel deserto con una tanichetta d’acqua per dissetare il morente. Idea quanto mai sciagurata, visto che da lì in poi sarà braccato da feroci gringos, un assassino psicopatico, Chigurh, e un altro killer elegantissimo, Wess, con una escalation di scorribande e sparatorie lungo il confine con il Messico.
A tutto ciò assiste impotente il vecchio sceriffo Bell, che parla in prima persona della propria vicenda umana in alcuni capitoletti alternati a quelli dedicati all’azione, dove lo sceriffo stesso è descritto in terza persona nei suoi vacui movimenti investigativi.
E’ facile accorgersi che c’è qualcosa che non quadra rispetto ai soliti gialli d’azione.
Quanto più procede la narrazione, tanto più si ha l’impressione che l’autore perda d’interesse per la trama, i fatti sono descritti in modo sempre più sintetico e asciutto, quasi reticente, mentre conquistano sempre più spazio le riflessioni etico-morali dello sceriffo. Soprattutto le spiegazioni della sua resa.
Bell “si arrende” perché si sente ormai inutile, in una terra che non fa più per lui. Lo sceriffo, come dicevo, assiste impotente allo sviluppo della mattanza, arriva sempre in ritardo, dopo che i fatti si sono conclusi e quando ormai anche le indagini sembrano inutili. Il suo ruolo è quello di stendere nastri di plastica sulle scene dei delitti, guardare negli occhi i morti. Nel suo senso di impotenza replica il senso di colpa per aver ricevuto una medaglia al valore, nella seconda guerra mondiale, senza averla meritata.
La verità è che per salvarsi, ha abbandonato i compagni del plotone che guidava e nonostante ciò è stato premiato. Così ha l’impressione di aver rubato la sua vita:
“non sapevo che uno potesse rubare la propria vita. E non sapevo che non si guadagna un granchè, non più che a rubare qualunque altra cosa. Direi che ho cercato di farne l’uso migliore che potevo, ma resta il fatto che non era mia. Non lo è mai stata.”
Da questo probabilmente consegue anche l’impotenza nel trovarsi ad affrontare personaggi come Chigurh.
Fin dall’inizio Bell dichiara:
“Non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo, alzarmi e uscire per andargli incontro. Non sono invecchiato. Magari fosse per questo…Credo che dipenda soprattutto da quello che uno è disposto a diventare. E credo che in questo caso bisognerebbe mettere a rischio la propria anima. E io non voglio farlo. Ora che ci penso forse non l’ho mai voluto.”
C’è nel testo una falda fondamentale che riguarda il tema della vecchiaia, descritta come una condizione spirituale più che come un’età della vita, a parte lo scontato accostamento della situazione dello sceriffo con quella del suo paese.
L’autore indugia sulla descrizione dei vecchi, come nel caso dello zio Ellis, paralizzato sulla sedia a rotelle. I vecchi sono descritti in una condizione di sfascio che sembra partire dal di dentro, prima che da ciò che li circonda.
Mi ricorda il primo capitolo del capolavoro di Camus, Lo straniero, quando sono descritti gli anziani che vegliano la madre del protagonista.
Gli uomini erano quasi tutti molto magri e avevano il bastone. Quello che mi colpiva di più nelle loro facce è che non vedevo i loro occhi, ma soltanto un lume senza splendore in mezzo a un nido di rughe. Quando sono stati seduti quasi tutti mi hanno guardato e hanno scosso la testa imbarazzati, le labbra tutte mangiate nelle loro bocche senza denti, e non potevo capire se mi salutavano oppure se si trattava di un tic…
Così invece McCarthy, sempre per bocca di Bell:
“Mi disse (lo zio Ellis, nda) che ero troppo severo con me stesso. Mi disse che era segno che stavo invecchiando. Cercavo di far quadrare tutti i conti. Probabilmente in parte è vero. Ma non del tutto. Gli diedi ragione sul fatto che la vecchiaia era una brutta cosa e allora lui disse che un vantaggio però ce l’aveva e io chiesi quale. E lui disse non dura molto. Aspettai che sorridesse, ma non sorrise.”
L’insistere sulla decadenza senile è come uno psicopompo per condurre il lettore sul terreno scelto dall’autore, un mondo segnato da violenze assurde e insensate, un mondo in cui non c’è posto per i valori di un tempo, un mondo popolato da uomini che, come dice Bell, “se uno li ammazzasse tutti, toccherebbe costruire una dĂ©pendance dell’inferno”.
Nel complesso, mi pare che nel libro ci sia l’andamento di una tragedia greca, dove la funzione del coro è assolta dalle riflessioni dello sceriffo. Non è che commenti direttamente lo svolgimento delle azioni però il soliloquio dell’uomo fa da appoggio su tutta la vicenda.
Lo sceriffo ha la stessa funzione che aveva il Coro, che non fa niente, e non può far niente: e lì per vivere il dolore dell’impossibilitĂ  e, senza consolazione, guarda soffrire il dolore dei protagonisti.
Il Coro ha la sua propria tragedia: quella del testimone impotente, dell’esilio, del proibito, dell’esclusione, e tutto questo lo porta ad essere privato del bene piĂą prezioso: la possibilitĂ  di agire.
E così è anche per lo sceriffo.

Quanto al film, tutto questo c’è poco o punto.
Tutta la profondità della poetica di Bell, i suoi sensi di colpa, il perché del suo dire basta, sono temi appena sfiorati.
Nel romanzo l’azione rallenta progressivamente, fino a evaporare nella voce dello sceriffo. Nel film, lo sceriffo serve ad aprire la storia, a concedere qualche pausa al ritmo forsennato, e a chiudere il tutto dignitosamente. Anche se la sceneggiatura è maniacalmente coincidente con i dialoghi e le scene del libro. Anzi, non ricordo altra pellicola tratta da un romanzo così rispettosa del suo testo progenitore (forse sarebbe più corretto parlare di doppiaggio coerente con la traduzione del libro). E nonostante questo, a mio giudizio, manca il cuore del libro, il messaggio che MacCarthy ha voluto trasmettere.
Io credo che sia stata una precisa scelta dei registi. Tagliare quanto piĂą possibile la parte “morale” per lasciare spazio solo allo spettacolo. Vero che anche in questo film, come in molti altri recentissimi di provenienza holliwoodiana, emerge un messaggio nichilista, ancora piĂą pesante di quello del libro, con una visione decisamente pessimistica del futuro. Probabilmente non c’è compiacimento nel mostrare con crudezza le scene di violenza, ma neppure esiste un barlume di compassione. E il pur apprezzabile humour – uno dei tratti piĂą tipici dei Coen – che spesso fa da contraltare al sangue versato a ettolitri non serve a eliminare un senso di vuoto assoluto.
Insomma, quello dei Coen mi pare un mirabile e professionalissimo artigianato, privo però (almeno in questo caso) di quel decisivo colpo d’ali per toccare il capolavoro.
A proposito del rapporto tra la pellicola e il romanzo di Mc Carthy, dai giudizi che ho letto su stampa cartacea e virtuale sembrano proporsi le solite due fazioni. Da un lato entusiasti esaltanti la plastica coerenza con il romanzo. Dall’altro storcitori di naso che dicono sì, sarà pure un bel film, ma in sostanza un’occasione (l’ennesima) mancata per tradurre sullo schermo una grande opera.
A quest’ultima opinione è fin troppo scontato obiettare che al solito si paragonano mele con pere, che un film, per quanto si sforzi di essere fedele nella sceneggiatura, sarà sempre una cosa diversa rispetto al romanzo da cui è tratto; e via banalizzando.
Chiaro che la faccenda non è così semplice, altrimenti basterebbe risolvere il tutto con un’alzata di spalle e dire va bene, chi vuol godersi lo spettacolo si accomodi in platea con un secchiello di pop corn caramellati, chi legge solo Premi Pulitzer sia fiero che cotanto libro prenda polvere sul suo comodino.
A mio parere, i Coen fanno semplicemente il loro mestiere, quello di produrre film di grande incasso, e lo fanno nel modo più magistrale possibile, perfino simulando aderenza con il romanzo d’origine.
Non sono in grado di discettare del loro armamentario professionale, però mi ha colpito il massiccio ricorso al simbolismo.
Prendiamo una delle scene iniziali, quella dell’incontro tra Chigurh e il proprietario di una pompa di benzina.
C’è un vecchio dietro il bancone, c’è una serie di aggeggi sulla parete dietro di lui, come tagliole, qualcosa tipo lacci usati per catturare animali o forse sono veramente dei lazos.
L’idea che danno è di tanti cappi che penzolano sopra la testa del vecchio. C’è una foresta di simboli di morte sopra il vecchio che si sta giocando la vita. Dapprima non lo sa, finge di non capire, tiene gli occhi bassi sul suo piccolo taccuino, poi alza lo sguardo e si scopre, quando Chigurh gli propone di giocare a testa o croce con una monetina.
C’è la cartina di uno snack di anacardi sul bancone. La bustina è uscita fuori dal pugno dell’assassino, la cartina si rilascia lentamente mentre prosegue il gioco di sguardi tra Chigurh e il vecchio. Negli istanti in cui viene inquadrata, la bustina fa un rumore secco come di ossicino stritolato, o forse me lo sono solo immaginato. Quello che è interessante è che nel romanzo la cartina c’è, anche se appena accennata, mentre mancano del tutto i cappi.
Altra scena.
C’è una lunga rete prima del posto di confine con il Messico. Moss, in fuga sempre piĂą disperata, cammina lungo questa rete, barcolla, si aggrappa a un palo della luce, sale sul guardrail di ferro, cerca di arrivare piĂą in alto possibile per lanciare oltre il grigliato la valigetta con i dollari. Poi ferma un ragazzo, si aggrappa ancora alla rete, gli chiede la camicia.
Moss è sporco di sangue, ha bisogno di un indumento per coprirsi, dissimulare il suo stato per passare oltre i controlli delle guardie di frontiera. Chiede al ragazzo anche la bottiglietta di birra. Ha bisogno pure di quella, e non per bere.
Moss aspetta la notte, sempre accostato alla rete, o forse è la rete che si avvolge intorno a lui, forse le immagini ci vogliono suggerire che , nonostante i suoi sforzi, non c’è via d’uscita, è definitivamente in trappola, preso in una rete.
La cosa curiosa è che questa stessa scena nel romanzo è presente, ma la rete è citata una sola volta, di sfuggita.
Quanto agli attori, Josh Brolin (Moss) pare il fratello (molto) minore di Kurt Russell. L’oscar è andato a Javier Bardem (Chigurh) per bravura sua ma credo molto per la capacità dei Coen di trasformarlo in una maschera grottesca. Eppure scompare, a mio parere, nei confronti del sontuoso Tommy Lee Jones , impegnato a strizzare gli occhi, tanto quanto Bardem li spalanca, con sguardi prossimi al boopide.
Quanto più è chiuso e sottile lo sguardo di Tommy Lee tanto è più espressivo, cavoli, persino le sue borse sotto gli occhi sono espressive, ha queste borse taglienti e spigolose e amare come l’anima del personaggio che interpreta. E una citazione per l’ineffabile Woody Harrelson (il grandissimo di Natural born killer), che calza alla perfezione la parte di Wells.
C’è infine una miscellanea di omaggi al cinema americano di cassetta degli ultimi anni, ci sono i paesaggi alla Thelma e Louise, ci sono le scene di violenza alla Pulp fiction, ci sono riferimenti a svariati altri film, tra cui senz’altro l’indimenticabile Getaway con la sua teoria di squallidi motel. E su tutto manciate di Sam Peckinpah come piovesse.

No Country for Old Men, Cormac McCarthy, Einaudi (Super ET) con traduzione di Martina Testa, pag. 251, 10,80 €.
Non è un paese per vecchi, di Ethan Coen e Joel Coen, con Tommy Lee Jones, Javier Bardem, Josh Brolin, Woody Harrelson, Kelly MacDonald, Garret Dillahunt, Tess Harper, 122 minuti.

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Bart