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LIBRI IN USCITA: Leonardo Bonetti: “Racconto d’inverno” – Editore Marietti 1820; 2009

18 Aprile 2009

Dal 16 marzo in tutte le librerie la novità editoriale 2009 della Marietti 1820:

Leonardo BONETTI
“Racconto d’inverno”
Editore Marietti
Euro 16
ISBN 978-88-211-5609-0

 

Uno sbandato “che scappa da tutto e da tutti”, sullo sfondo di una guerra civile tra le montagne vicino al confine. Si imbatte in una dimora abbandonata, costruita in un luogo inospitale ma protetta da una faggeta antichissima, sorta tra gole inesplorate. Un giovane canuto, incontrato nella casa, promette di aiutarlo a passare il confine come guida di un viaggio di cui entrambi conoscono i rischi. Ma qual è la presenza che ossessiona il protagonista e che sembra nascondersi dentro la casa? Forse la sorella scomparsa della giovane guida? E cosa si cela negli scantinati allagati in cui qualcosa sembra muoversi e prendere corpo dalla storia stessa?
A partire da prestiti importanti (“Racconto d’autunno” di Tommaso Landolfi e “Stalker” di Andrej Tarkovskij) l’autore costruisce un libro che può essere letto come un gotico, un racconto filosofico, un poema in prosa o un romanzo d’avventura. Si tratta in realtà di un viaggio di parole attraverso il quale prendono vita tre personaggi senza nome e una casa sventrata. Racconto d’inverno è la storia della loro storia.

Leonardo Bonetti è nato a Roma nel 1963. Autore e compositore, “Racconto d’inverno“, oltre ad essere il suo primo romanzo, è anche una lunga suite musicale in corso di pubblicazione (ARPIA, “Racconto d’inverno“, Musea Records, 2009). 

www.leonardobonetti.it
info@leonardobonetti.it
 

INCIPIT

 

Io lo so che non sono morto
se ora sono qui che racconto

 

I

Ora non so più. O forse non l’ho mai saputo. Non so perché o da quanto, da chi e per quali fini. D’altronde non so neanche chi ero o chi sono stato, ma ricordo cosa pensavo di me; uno sbandato fuggito dalla mischia e che continua a fuggire. Non ho preso parte durante la guerra – che d’altronde ancora conti­nua -, sopravvivendo rubando rapinando tra le montagne. Co­sì è andata per un paio d’anni.
Alla fine dell’autunno, però, alle mie spalle s’è scatenato l’in­ferno. Una banda in libera avanzata era già andata casa per ca­sa, quindi era scesa da nord giù nella valle per risalire sul ver­sante a mezzogiorno raggiungendo in poche ore la cima sulla quale avevo bivaccato la notte prima. All’alba partì il raccapric­ciante segnale dell’avanzata, ma io li avevo già sentiti preparar­si alla risalita, per cui non m’ero nemmeno premurato di far scomparire le mie tracce, visto l’imminente pericolo. Erano così vicini che sono stato costretto a calarmi lungo una ripida for­ra. Al termine della fuga c’era un paese assediato e lungo la sco­scesa mi sono reso conto che non potevo proseguire oltre senza andare incontro a morte sicura. Mentre scendevo ho trovato in maniera insperata un anfratto, sull’estrema destra di una ripida pendenza, alle spalle di un costone che si inarcava a coprirlo quasi interamente. Il passaggio non era facile e ho rischiato più volte di scivolare. Raggiunto il varco ho cercato di ripararmi co­me potevo strappando rami e arbusti tutto intorno e pregando che nessuno si accorgesse del rifugio che mi ero procurato.
Per fortuna passarono a valle senza avvedersi di nulla; nono­stante ciò mi mossi di lì solo nel tardo pomeriggio, quando or­mai dovevano essere ripartiti dalla città assediata. Pensai di ri­salire verso la cima ma mi sentivo spossato, le ossa doloranti, una fame di due giorni che non dava tregua. Rimanere forse? Il posto era comunque troppo scoperto e sarebbe stato pericoloso restare appesi per una notte intera a quell’altezza.
Guardai attentamente la zona circostante proprio mentre la luce del sole, sui larici gialli, voltava il colore di ogni cosa in un lungo movimento verso occidente. Non sapevo cosa fare, fin quando l’ombra delle nuvole si mosse e mi parve di scorgere, con la più viva meraviglia, un vecchio sentiero che, una ventina di metri più in basso, a metà circa della forra, si inoltrava tra la fitta vegetazione nel fianco della montagna.
Era segnato malamente, tanto che a tratti scompariva del tut­to, ma lo presi senza indugi e, inerpicandomi fino ad arrivare so­pra un rialzo del terreno, sempre coperto da una fitta boscaglia, all’improvviso e insperatamente vidi aprirsi un vasto pianoro bo­scoso verso il basso, ai piedi del piccolo colle, in posizione ribas­sata quindi, e che preludeva all’innalzarsi improvviso della roc­cia quasi a formare uno spazio triangolare. Su quella sorta di estesa conca fittamente ombreggiata dai faggi e minacciata dalla roccia risalente pioveva un concerto di acque stillanti; e poi riga­gnoli, e scoli come serpi sotto un manto di foglie nere. Nel contrasto tra le cortecce coperte di muschio e argento sullo sfondo scuro della montagna i rami bassi e ormai spogli si orientavano più numerosi a occidente come dita lunghissime e acuminate, così fitti che quasi mi impedivano il passaggio. Fui costretto ad aggirare un albero sdraiato per traverso e le cui radici penzola­vano come la parrucca di un vecchio; quindi mi avvicinai ad un moncone eretto appoggiandovi il gomito e passandomi una ma­no sulla fronte. Mi voltai all’indietro, allora, forse per essere cer­to che nessuno mi seguisse. O era solo un gesto di stanchezza che nascondeva non so più cosa? Tuttavia, quando mi girai di nuovo, ebbi l’impressione di scorgere una massa più scura oltre la faggeta, tanto che allungai il collo stendendo il braccio sul troncone fino a raddrizzarmi lentamente. Laggiù, intorno a quella cosa opaca, si intuiva una luce diversa; ora mi sembrava addirittura ben visibile, forse uno spiazzo oltre gli alberi.
Quando poi mi accinsi ad avanzare di nuovo, rischiai quasi subito di perdere l’equilibrio: il piede infatti m’era scivolato in un punto più cedevole del terreno, così che la caviglia, giratasi di un’inezia, fece il resto. Ma fu solo un attimo, e non impedì che continuassi a spingermi in avanti. Finché, mentre cammina­vo dietro l’intrico dei rami, quella cosa iniziò a prendere un aspetto del tutto diverso, bluastro nell’aura della luce che pro­veniva dal piccolo margine esterno, sgombro di alberi tutto in­torno, giù in fondo, a ridosso della parete rocciosa.
Il terreno, in quel punto, scosceso e disseminato di pietre dalle cupole ricoperte di muschio, costringeva a tagliare obli­quamente il cammino per poter riprendere il margine del pia­noro sulla sinistra, fin quasi alla montagna. Di lì, sprofondato sotto la boscaglia che digradava, vidi fissarsi due squarci rifran­genti come piccoli laghi di luce che si aprivano e prendevano forma: nella superficie guastata dei muri, battuti solo per qual­che secondo (ma interminabile) da uno sprazzo di sole, due fi­nestre si arrendevano sfondate verso l’interno.


Letto 1830 volte.


1 commento

  1. Pingback di “Racconto d’inverno” di Leonardo Bonetti « Comenio — 12 Maggio 2009 @ 16:11

    […] Dal sito “Libri su Lucca”. Incipit. […]

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart