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LIBRI IN USCITA: Meridiano Zero 14/2010

12 Novembre 2010

Care lettrici e cari lettori,siamo piu’ che felici di annunciarvi la prossima uscita in libreria: nientemeno che un nuovo libro di Derek Raymond, finora inedito in Italia!
Si tratta di “Incubo di strada”, che comparira’ a breve sugli scaffali di tutte le librerie. Preparatevi a un romanzo diverso dagli altri: in “Incubo di strada” troverete Raymond ferito, affamato d’amore e redenzione, curvo sotto il peso del dolore che lo divora, come un cancro. Le pagine di questo romanzo sembrano intinte nel sangue delle vittime, sono l’addio di uno scrittore di noir alla vita, un addio che rivolge il suo sguardo non all’odio, non alla violenza, ma all’amore.

Per cominciare a entrare nel mood raymondiano, vi facciamo leggere un’intervista che l’autore rilascio’ nell’ottobre del 1993 al Magazine Litteraire, in cui parla della sua vita, dei suoi libri e anche della sua autobiografia che, vi preannunciamo, stiamo preparando per gennaio!
Per rimanere aggiornati sulle uscite e avere anticipazioni su “Incubo di strada” e “Le stanze nascoste” (l’autobiografia) vi invitiamo a seguirci anche sul nostro blog oltre che su facebook.

Infine vi ricordiamo l’offerta per le vendite online riservata ai lettori della newsletter: fino al 30 novembre chi e’ iscritto alla newsletter puo’ approfittarne per ordinare 3 noir d’autore con lo sconto del 20% e le spese di spedizione gratuite. Ordinate subito tre cult in brossura Meridiano zero scegliendo tra i noir firmati Christopher Brookmyre, Hugues Pagan, James Lee Burke.

Buona lettura
La vostra redazione

LE NOVITA’ IN LIBRERIA
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Una donna di troppo di Carl Hiaasen – Euro 18,00
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Joey ha una missione: vendicarsi di suo marito Chaz, l’uomo che l’ha uccisa. O meglio, che ci ha provato, scaraventandola da una nave da crociera nel bel mezzo dell’Oceano. Lei pero’ e’ riuscita a sopravvivere, finendo nelle acque blu di un isolotto dell’Atlantico. Li’ vive Mick Stranahan, ex sbirro e duro dal cuore d’oro, con l’aiuto del quale Joey orchestrera’ un imprevedibile piano per portare il marito alla follia.

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La rivolta degli angeli di Anantole France – Euro 10,00
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Su Parigi piovono angeli, anche se nessuno lo hai mai sospettato. Almeno fino a quando Arcade, bellissimo angelo custode, non concepisce un folle progetto: rovesciare Dio, portando a compimento l’impresa gia’ tentata da Lucifero. Ma condurre una guerra nella Parigi dei primi del ‘900 non e’ facile: troppe belle donne disposte ad avventure galanti, troppi gentiluomini da sfidare a duello, e la polizia da cui scappare, perche’ per un angelo e’ facile essere scambiato per un rivoluzionario…

L’INTERVISTA A DEREK RAYMOND
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A Derek Raymond piacciono le Gauloises con filtro, Jean-Paul Sartre, Dashiell Hammett, George Brassens e l’Aveyron. Ma storce il naso al solo nome di Margaret Thatcher e Agatha Christie. Suddito di Sua Maesta’, cresciuto tra Eton e il castello di famiglia del Kent, Robin William Arthur Cook, piu’ conosciuto come Derek Raymond, sessantadue anni appena compiuti, ha deciso molto presto che i privilegi, le lusinghe e le usanze dell’establishment gli andavano a genio quanto una tazza di te’. E a Derek Raymond, molto semplicemente, il te’ non piace. O con gran moderazione. Parlategli di lager a botti, di uno o due bicchieri di buon vino, e andra’ benissimo. “Cookie”, come lo chiamano a Dean Street i suoi amici del French Pub, ha trascorso quasi dieci anni a mondare le viti nel Sud-Ovest della Francia, dove ha assorbito delle cocciute abitudini: un berretto che non abbandona mai, come un talismano, e un accento che si puo’ tagliare con la lama di un coltello: quando Raymond si esprime in francese, sonore esclamazioni come Putaing! o Pardi! punteggiano i suoi discorsi. Lui lo chiama il suo accento del “Mezzogiorno meno un quarto”.

Lo ritrovo al Coach and Horses, un pub del West-End che e’ il suo quartier generale, e Derek Raymond non e’ cambiato: e’ la solita figura di eterno giovanotto dinoccolato, qualcosa tra un trampoliere e un uccello notturno. E sempre, come parte essenziale di questa goffaggine, di questa lunga e strana carcassa, come un’anima, un motore e la sua scintilla, il gusto della vita, il cuore in mano. Nato il 12 giugno 1931 in Baker Street, a qualche passo dalla casa del vecchio Holmes, Derek Raymond s’impone oggi come uno degli scrittori di romanzi neri piu’ originali del nostro tempo. Uno dei piu’ forti, come si direbbe per un liquore, da Raymond Chandler, Jim Thompson, David Goodis: leggere “Il mio nome era Dora Suarez” lascia fulminati, stende al tappeto. Baudelaire – che Raymond conosce a menadito – scommetteva sulla metafisica del dandismo; se si dovesse scommettere su una metafisica del poliziesco, Raymond avrebbe tutte le caratteristiche del cavallo vincente. Di corse, il suo “gusto della strada” gliene ha fatte fare parecchie. Quindici romanzi alle spalle, cinque matrimoni e ogni tipo di mestiere in ogni tipo di paese, Mosca, l’Algeria… Soho l’ha conosciuto come prestanome per i piu’ grossi delinquenti degli anni Sessanta. In Spagna, sotto Franco, c’e’ stato il traffico delle auto d’occasione. La Toscana l’ha visto vignaiolo. La Francia, operaio agricolo dalle parti di Millau. E durante tutte le sue varie metamorfosi, Derek Raymond scriveva. Senza successo. A Parigi, Marcel Duhamel aveva ancora in mano il destino della Serie Noire. Un romanzo di Raymond, “The crust on its upper”, gli passo’ per le mani e lo colpi’, lo tradusse lui stesso con il titolo “Cre’me anglaise”, e cosi’ inizio’…

A.L.: Qui a Londra, dove ha ottenuto una certa notorieta’, si parla ancora di lei sulla stampa come Derek Raymond, mentre in Francia tutti la conoscono come Robin Cook. Perche’?
D.R.: E’ che non sono l’unico autore di romanzi polizieschi a chiamarsi Robin Cook. Ce n’e’ un altro, un americano. A un certo punto – era parecchio che non scrivevo – il mio editore mi ha spinto a usare uno pseudonimo. E ho scelto i nomi dei miei due migliori amici, Derek e Raymond, che purtroppo oggi sono morti.

A.L.: L’altro Robin Cook, “di formazione medica” secondo le quarte pagine di copertina, e’ un autore di thriller medici che vanno piuttosto bene. Ha letto qualcuno dei suoi libri?
D.R.: Si’, uno solo. So che vende molto negli aeroporti. Non ricordo il titolo che ho letto. Mi ricordo soprattutto dell’amica che me l’ha dato dicendo: “Ecco quello che dovresti scrivere, ecco un vero scrittore”…

A.L.: Lei non ha una natura particolarmente espansiva. Come le e’ venuta l’idea di scrivere un libro di memorie?
D.R.: A me da solo quell’idea non sarebbe mai venuta. All’inizio e’ stato su richiesta di un editore parigino molto corretto, ma che ha finito per rifiutarlo. Erano cinque anni fa, all’epoca in cui li’ a Bourg, a casa mia nell’Aveyron, stavo terminando “Il mio nome era Dora Suarez”. Quando ho presentato il manoscritto, l’hanno trovato, come dire, non abbastanza… aneddotico. Credo che si aspettassero da me una maggior quantita’ di storie personali, con nomi di persone famose, di scrittori – come se ne conoscessi! -, delle cose divertenti sulla mia vita, sul quotidiano, e forse meno riflessioni sulla scrittura, sul mio lavoro di scrittore, qualcosa di veramente “duro” insomma, ma da non trascurare se si vuole andare avanti… Io avevo preso la cosa molto seriamente. Un altro editore, Rivages, l’ha accettato senza chiedermi di cambiare nemmeno una virgola.

A.L.: Questo “percorso”, appunto, si scopre anche, in “The Hidden Files” (di prossima pubblicazione presso Meridiano zero N.d.T.), un destino poco banale. Tutto inizia con una scenografia da Piccolo Lord, i college, Eton, la governante, dei domestici, un castello, per poi precipitare, come dice lei, “nella strada”, ma deliberatamente. La sua infanzia com’e’ stata?
D.R.: Torbida. Per la mia famiglia contavano solo gli affari, le assicurazioni, il tessile su cui si basava la loro fortuna, e il castello di Roydon, a cinquanta chilometri da Londra. La letteratura non li interessava minimamente, a parte qualche classico. O Dickens, di cui non capivano niente. La mia infanzia, a dire il vero, assomiglia un po’ a quella che Sartre descrive in “Infanzia di un capo”. Con la differenza che per me, dall’eta’ di sette, otto anni, era gia’ tutto finito, e mi sono detto: qui c’e’ qualcosa che non va… Io sono nato nel ’31, in piena recessione, c’era il crac della Borsa e il crac di tutto. Era questo il mio inizio sul pianeta, per non parlare della guerra. C’era veramente la miseria a Londra e molto presto mi sono posto la domanda: perche’ vivo nella bambagia se la’ in basso c’e’ della gente che elemosina nella strada? No, la borghesia proprio non mi andava. Ancora oggi, anche se ho la pelle abbastanza dura e comincio a entrare nella… come dicono, nella terza eta’, sono molto impressionabile e mi lascio sconvolgere enormemente.

A.L.: Dalla miseria delle persone?
D.R.: Proprio cosi’! Insomma, non voglio generalizzare, parlo solo per me stesso, ma a che scopo trasformarsi in uno scrittore se non ci si lascia toccare dalle cose? Il mondo odierno e’ sempre peggio: ognuno per se’! Scrivere aiuta a rendere comprensibile la sofferenza. Come dicevo a uno dei miei amici, Jean-Paul Kauffmann: una volta che hai chiuso la porta alla strada, e’ finita, vecchio mio! Quando ti stacchi dalla vita della strada, ti chiudi in casa, con tutte le comodita’, e incominci a scrivere, hai perso in partenza! Andare in giro, essere tra la gente, parlare con loro, anche per insultarsi ma farne comunque parte, secondo me per uno scrittore non c’e’ niente che possa sostituire tutto questo.

(…)

A.L.: Lei cita George Orwell nelle sue memorie, anche lui e’ passato per Eton.
D.R.: Lo ha detestato pure lui, quanto me. E anch’io, come lui, ho cercato di sputare fuori tutto, di espellerlo, di purgarmi, di trovare qualcosa di piu’ sano.

A.L.: Chi ha voglia di scrivere non ha necessariamente bisogno di rifiutare cosi’ radicalmente, se non la famiglia, almeno il suo ambiente. Evelyn Waugh, a esempio…
D.R.: Tra lui e me le differenze sono enormi. Il che non mi impedisce di ammirarlo come uno dei migliori scrittori inglesi dei nostri tempi. Lui ci teneva alla “vita da castello”, a me invece disgustava. Waugh voleva allo stesso tempo sia lo snobismo che la verita’. E c’e’ riuscito, attenzione: cos’e’ che non ha messo a nudo! Quello che volevo fare io non era di demolire checchessia, volevo andare piu’ in la’, scendere “nella strada”, seguire il mio istinto. E’ raro che ci si sbagli, quando lo si segue veramente. Un’altra cosa, dato che prendiamo Waugh come parametro: lui era essenzialmente incentrato sull’Inghilterra. Per quello che mi concerne, e puo’ darsi che questo venga da parte di mia madre con le sue ascendenze americano-giudeo-polacche, io morivo dalla voglia di andarmene, di viaggiare, di andare a vedere altri posti, in Spagna, in Italia, in Francia, insomma che cosa succedeva al di la’ della Manica.

A.L.: Cominciamo dal principio…
D.R.: In Spagna, era al tempo di Franco, all’inizio degli anni cinquanta. Abitavo a Salamanca, ero “fidanzato” a una ragazza del quartiere, i borghesi avevano voglia di belle auto, che non si trovavano facilmente sul mercato: c’erano tasse enormi. Ne importavo dall’Inghilterra, delle Ford o auto di quel tipo, fino a Gibilterra. Poi le facevo passare in Spagna. Non c’era che un posto di frontiera, La Linea, ma con il mio passaporto britannico cosa potevano dirmi i doganieri? Targhe, certificati, era tutto in regola. In poche parole, mi trovavo a cambiare auto molto frequentemente…

A.L.: Molte auto, un po’ di traffici…
D.R.: Un po’… parecchi! E poi, quando ho cominciato a sentire puzza di bruciato, sono partito per Tangeri, per tenermi un po’ in disparte….

A.L.: E la scrittura, durante tutto questo?
D.R.: Ma certo! Avevo gia’ cominciato. Prima della Spagna. A Londra, a Chelsea, avevo un appartamento con un amico, giornalista al Sunday Express. Una notte, o meglio un mattino, rientrando da una festa, mi chiese: “Cosa fai nella tua stanza? Continuo a sentire il ticchettio di una macchina da scrivere, scrivi un romanzo o che?”. Pardi! gli ho risposto. Lui ha letto tre righe e mi ha detto: “Fermo li’! Se vuoi farlo seriamente, taglia a fondo, niente lungaggini”. E’ il solo vero consiglio letterario che abbia mai ricevuto. Allora, tutto quello che avevo scritto prima, l’ho usato per accendere il fuoco. D’altronde qui nessuno ne voleva sapere.

(…)

A.L.: Lei ha lavorato per i fratelli Kray che sono sotto chiave da piu’ di vent’anni per essere stati, a Londra, i capi della mala.
D.R.: Esatto. In realta’ tutto e’ cominciato il capodanno del 1960. Io ero sbarcato a Bristol arrivando da New York. Ero in bolletta, avevo appena di che pagarmi il biglietto del treno per Londra. Mi sono precipitato al French Pub, e ho incontrato un vecchio amico, dei tempi di Eton, che si era lanciato nelle truffe ad alto livello. Mi ha proposto “un lavoretto”: quella sera stessa ero diventato titolare di cinque ditte di costruzioni edili, delle societa’ di cartapesta… E dietro, sullo sfondo, ma al controllo di tutta l’operazione, c’erano i fratelli Kray, i “gemelli”.

A.L.: Si e’ scritto molto sui fratelli Kray, hanno anche girato un film su di loro. Com’erano?
D.R.: Quel tipo di persone di fronte ai quali si diventa cadaveri. Controllavano tutto l’East End, meta’ della citta’. Il resto, la parte sud, era dei Richardson. Ma l’East End, il gioco, la prostituzione, erano in mano loro. Avevano tutto in pugno.

A.L.: Soho, la mala, tutte cose che lei conosceva come le sue tasche. E’ stato venditore di riviste porno, ha fatto per un po’ il tassista di notte. Eppure a quell’epoca, gli anni Sessanta, lei non ha mai smesso di scrivere. “Gli inquilini di Dirt Street” ad esempio, o “Bombe surprise”, un libro molto curioso. E poi, per piu’ di dieci anni, basta, neanche una parola…
D.R.: Tra il ’73 e l’80, e’ vero, non ho scritto niente. Faveno l’operaio agricolo, potavo le vigne, tagliavo la legna con i gitani. In Francia. A Bourg, nel Sud-Ovest, nel “Mezzogiorno meno un quarto”, come dicono…

(…)

A.L.: E poi ha ricominciato. Con “E mori’ a occhi aperti”.
D.R.: E’ un libro che ho sognato, ma veramente! Era in dicembre, di notte, e faceva un freddo cane! Avevo sei coperte addosso, e le finestre erano incrostate di brina. Mi sono risvegliato di soprassalto. Mi sono detto: questo devo assolutamente scriverlo. Non avevo nessuna voglia di muovermi, bisognava accendere il riscaldamento giu’ da basso, erano le tre del mattino. Ma avevo paura che mi sfuggisse, era piu’ forte di me.

A.L.: Ha dei modelli in letteratura?
D.R.: Sartre. Quando ero giovane ne potevo recitare pagine intere a memoria. Oppure… si’, dei modelli… Orwell, Dostoievski… Zola, Maupassant. Chandler, ovviamente, Dashiell Hammett. Mi sono chiesto per molto tempo perche’ gli americani sono molto piu’ forti di noi nel noir. E’ senza dubbio perche’, molto semplicemente, noi siamo troppo timorosi. Non apriamo abbastanza le cosce…

A.L.: Il poliziesco francese, il suo riferimento, e’ Jean-Patrick Manchette, non e’ cosi’?
D.R.: Pardi! Mi ricordero’ sempre come mi ha accolto a casa sua, una notte a Parigi, sotto una pioggia battente alle quattro del mattino. E sono restato li’ da lui per una settimana. L’unica cosa su cui non andavamo d’accordo era la politica. L’impegno, piu’ esattamente. Lui era molto sessantottino. La politica? Lasciala ai fessi, gli dicevo, noi siamo scrittori…

A.L.: Nelle sue memorie ritorna continuamente su quel romanzo chiave della sua opera, “Il mio nome era Dora Suarez”, e soprattutto sull’esperienza molto intensa costituita dalla sua scrittura. Una specie di lunga notte, di discesa agli inferi…
D.R.: Dora Suarez… Per tutto il tempo in cui l’ho scritto, non sono stato capace di addormentarmi senza una luce accesa! Non faccia l’errore di confondere il Raymond che ha oggi davanti a lei, cordiale con tutti, pieno di entusiasmo, con l’altro Raymond, l’altro me stesso, quello di Dora Suarez. Non e’ schizoide, e’ complementare. Dora Suarez, il romanzo nero come lo intendo io, e’ un po’ come se qualcuno – lei, io – facesse una passeggiata in un giardino pubblico una sera al crepuscolo, e si imbattesse all’improvviso in qualcosa d’orribile che lo sgomenta fino al terrore. La catastrofe, la morte. Allora, davanti allo schermo del computer, alla macchina, non resta che una sola cosa da fare: scrivere. Certo, non ci si puo’ immergere a tal punto in una simile esperienza e uscirne incolume, come si era prima. Non esistono mezze misure.

(…)

A.L.: Decisamente, e’ ancora molto severo con l’Inghilterra…
D.R.: Non l’Inghilterra, la societa’ inglese… questa si’ che non riesco a inquadrarla! Ma mi piacciono molto gli inglesi, i miei “cari compatrioti”. Certi inglesi, almeno. Negli ambienti che frequento io. O gente come Francis Bacon, che ho conosciuto un po’… William Shakespeare, eccellente sceneggiatore del genere “nero”, Wilkie Collins, Ted Lewis…

(…)

A.L.: E la Francia?
D.R.: E’ la Francia che mi ha “nutrito”. Mi hanno tradotto, il mio aspetto glauco piaceva molto, e poi c’e’ stato l’adattamento al cinema di due dei miei libri: “E mori’ a occhi aperti” e “Aprile e’ il piu’ crudele dei mesi”. In Inghilterra non mi conosceva quasi nessuno. E un giorno si sono detti: chi e’ quel fesso inglese che ha tanto successo laggiu’?

A.L.: Lavora molto?
D.R.: Piu’ vado avanti con l’eta’, piu’ mi fa male stare seduto. Da giovane sono andato troppo in giro. E certe cose si pagano.

A.L.: E quando non lavora?
Bevo. Al troquet. Per distrarmi, per ascoltare gli amici, gli altri. Quello che c’e’ di buono nella vita dei troquets di notte, dei bar, e’ che si e’ tutti “dentro” con la gente, a bere, a dire quello che capita, e si e’ allo stesso tempo anche “fuori”: si puo’ staccare, ci si puo’ astrarre con la mente. Io lo chiamo “andare a teatro”. Se mi chiudessi con il mio computer finirei per essere un relitto. Una settimana fa, a Soho, eravamo un gruppetto di artisti e ci siamo fatti rinchiudere nel pub dopo l’orario di chiusura. Siamo usciti verso le nove del mattino. Per andare a fare colazione dall’italiano li’ vicino.

A.L.: Con la bocca impastata?
D.R.: Senza la bocca impastata, senza le notti in bianco, non ci sarebbero i romanzi noir…

LE RECENSIONI
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Una donna di troppo di Carl Hiaasen – Euro 18,00
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bookshighway blogspot com, 31.10.10

In una notte piovigginosa di una crociera per l’anniversario di matrimonio, Chaz, marito irrequieto e con parecchio da nascondere, afferra le belle caviglie della moglie e la fa volare nell’oceano. I motivi dell’agguato sono incomprensibili per Joey, la consorte che lotta nelle acque turbolente, ma hanno radici profonde in una storia di corruzione, di debolezze, di ambiguita’ e di violenza che inevitabilmente chiama vendetta. Non contento di aver fatto volare la moglie nell’oceano, Chaz sparera’ anche all’amante, non prima di averla denigrata declassandola, in una conversazione, a “donna delle pulizie”. Errore ancora piu’ grave di puntarle contro una pistola: nella vita di Chaz c’e’ sempre “una donna di troppo” e dato che la sua incontenibile (diciamo cosi’) energia lo spinge a considerare la condizione femminile soltanto nella cornice delle prestazioni sessuali ed erotiche (e anche qui siamo nel campo degli eufemismi) non sono insolite o fuori luogo altre voglie che mettono, piu’ del piacere, la vendetta in cima alle preoccupazioni quotidiane. Una donna di troppo e’ una commedia degli equivoci guidata da un personaggio cosi’ viscido, imbranato, imbelle e improbabile nel suo incontinente priapismo da risultare persino simpatico, visto che alla fine gliene combinano di tutti i colori (la vendetta, qui, oltre ad essere gustata fredda, ha parecchie portate). Se non bastasse Chaz c’e’ soltanto l’imbarazzo della scelta a partire dalla sua guardia del corpo (o custode, la differenza con il passare delle pagine si fa minima) che viene chiamato Tool (il nome dice gia’ tutto) e a cui non sembra vero che il destino abbia riservato un minimo di redenzione. Per andare in pareggio con i tratti comici ed esilaranti che in fondo sono gli elementi trascinanti di “Una donna di troppo”, la commedia prende fosche tinte noir, anche se Carl Hiaasen non rinuncia mai all’ironia, al sarcasmo e a una divertita perfidia nel rivelare per gradi una storia molto intricata ma anche piuttosto attuale. Come se il gesto inconsulto di Chaz all’inizio di tutto, fosse un sasso buttato nello stagno e i cerchi concentrici si fossero allargati fino a schiarire la misteriosa trama. Svelata con un riflesso ecologista proprio dov’era cominciata, nelle paludi delle Everglades, nell’acqua, metafora nemmeno tanto velata dell’essenza femminile di tutta la vicenda. E’ anche logico perche’ e’ da li’ che prende forma l’intrigo, che pero’ viene tenuto sommerso per gran parte del romanzo, come se i danni maggiori, comunque, gli esseri umani li facessero sempre a se stessi. Brillante, divertente, frenetico Carl Hiaasen (uno che scrive sotto una fotografia dei Rolling Stones a New York nel 1964) oltre al film di riferimento (“Quei bravi ragazzi” di Martin Scorsese) fornisce anche la colonna sonora ideale: tra gli altri cita Neil Young (con una certa frequenza e sempre nei momenti giusti), ma soprattutto George Thorogood che pare accostarsi alla perfezione alla spensierata vitalita’ di Chaz e dedica il libro a Warren Zevon a cui non sarebbe affatto spiaciuta questa storia di donne risolute e dure a morire.
Marco Denti

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Happy – L’incredibile avventura di Keith Richards di Massimo Del Papa – Euro 10,00
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cinemadadenuncia splinder com, 20.10.10

Vita e miracoli a sei corde di Richards Keith, inaffondabile chitarra degli Stones.
Documentata ma non pedante, accorata ma non fanatica, cronologicamente sviluppata ma non rigidamente lineare, “Happy. L’incredibile avventura di Keith Richards” sbozza un ritratto composito e sfaccettato della carriera musicale del cofondatore dei Rolling Stones, con la ferma intenzione di dimostrare, come dichiarato esplicitamente da Massimo Del Papa nelle prime pagine del libro, che Richards e’ “Uno dei pochi ad avere consacrato (…) la sua vita tesa allo spasimo non tanto, come si crede, alla droga, agli stravizi o a una curiosa integrita’ criminale, quanto a un’incrollabile devozione musicale e strumentale”. Non una biografia coloristica otabloid-oriented, dunque, ma un’esplorazione minuziosa dell’universo musicale concepito, coltivato e perfezionato dal chitarrista nato il 18 dicembre 1943 a Dartford, 16 miglia a Est di Londra.
Giornalista a tutto campo, editorialista della rivista Il Mucchioo “Semplicemente uno che scrive” (come definisce se stesso sul suo blog), Del Papa non trascura tuttavia strategie commerciali (la posizione privilegiata, alla meta’ degli anni ’60, con l’etichetta Decca), esperienze fortificanti (la prima trasferta americana) e circostanze leggendarie (l’incisione sonnambolica del riff principale di Satisfaction). L’ascesa di popolarita’ del gruppo si accompagna all’affinamento dell’abilita’ sul palco e alla maturazione di uno stile musicale incardinato sul ruolo coesivo della chitarra di Richards: “In quest’ottica, la chitarra leader non ha tempo per gli assoli, men che meno complicati. Tutto il lavoro e’ finalizzato a tenere insieme il suono, con le scansioni di accordi, con i riff brevi, secchi e ripetuti, con le infinite variazioni intorno agli stilemi dettati da Chuck Berry”.
Il successo soverchiante incrina gli Stones ma non li sgretola; il gruppo si sgrana (la rovinosa estromissione di Brian Jones) ma tiene duro stringendosi attorno al binomio Jagger-Richards, facciata e impalcatura della band: “Jagger e’ troppo istrionico e pieno di personalita’ per non avere il ruolo principale del frontman, ma, di fatto, quello che i Rolling Stones fanno e’ assecondare le pulsioni del vero leader, quello musicale, il cuore della band”. Richards ragiona in togliere anziche’ in aggiungere: sfila il mi cantino dalla chitarra e lega le mani al virtuoso Mick Taylor (“ci mette troppe note”), arginandone l’estro ornamentale. E’ Ron Wood, sostituto di un esaurito Taylor, la spalla ideale di Richards: medesima diffidenza verso il ricamo e propensione al fraseggio nervoso e incalzante. L’arrivo di Wood rigenera un Richards che, alla meta’ degli anni ’70, in preda a eccessi disumani, sembra diventato l’ombra di se stesso: “Il rapporto con Wood riaccende la fiamma, o meglio tiene vivo e rafforza quel barlume di fiammella che neppure Keith e’ riuscito a spegnere in se'”.
Da allora altre morti e rinascite (“La band e’ una Fenice”, recita Richards): arresti per traffico internazionale di stupefacenti (Canada 1977), ridefinizioni di se stessi (“Some Girls”, “Emotional Rescue”, “Tattoo You”), la crisi di meta’ anni ’80 (“Dirty Work”), escursioni soliste (“Talk Is Cheap”), ritorni sulla scena con tourne’e mastodontiche (“Steel Wheels/Urban Jungle”), inaspettate fuoriuscite (quella del bassista Bill Wyman), concerti ruggenti (quello del 2007 a Roma, raccontato con impressionante icasticita’) e una longevita’ nonostante tutto che ha veramente dell’incredibile. In tredici capitoli, preceduti da un’introduzione e sigillati da un epilogo, Del Papa non svela il mistero Richards (del resto non c’e’ nessuna Rosebud da decifrare: “non ci sono segreti di stato con me”), ma ne ausculta l’irregolarita’ del metodo (“Non entro mai in sala con qualcosa di pronto, anzi il piu’ delle volte non ho proprio la minima idea di cosa combinare), ne segue le metamorfosi fisiognomiche (tramite una “cronologia per istantanee”), ne cavalca le impetuose ondate di felicita’. Come quando, sul palco del Beacon Theatre di New York, sotto le cineprese vorticanti di Martin Scorsese, duetta raggiante di gioia con l’immenso Buddy Guy sulle dodici battute di “Champagne & Reefer”: “Keith e’ felice, happy davvero, e sembra essere tornato il cattivo ragazzo di sempre”.
Alessandro Baratti

il Gazzettino, 17.10.10

Agiografia di un criminale con la chitarra
Giornalista scomodo e controcorrente, Massimo del Papa, editorialista del Mucchio Selvaggio ha scritto la “incredibile avventura” di un chitarrista scomodo e controcorrente, rivelando una ammirazione per Keith Richards e il suo modo eccessivo di affrontare la vita e la musica che sconfina nell’agiografia. Nondimeno, in 160 pagine (Meridiano zero) di “Happy”, il ritratto di Keith assemblato in 50 anni di attivita’ della mente musicale dei Rolling Stones e’ limpido e sufficientemente completo, quasi un complemento dell’autobiografia che il chitarrista fara’ uscire a giorni. Fatto dopo fatto, aneddoto dopo aneddoto, concerto e tour dopo tour, il “bignamino” di questo “criminale con la chitarra”, come benignamente Keith puo’ essere considerato, racconta i fallimenti e i lampi di genio, le assurdita’ e l’assoluta lucidita’ dei diversi passaggi della vita e della carriera del “gemello diverso” di Mick Jagger, compresa l’amicizia con il bluesman veneziano Toffoletti. Solo pochi accenni, ma quanto basta, alla parte piu’ importante: Keith musicista, creatore di riff, chitarrista per sottrazione, chiave di longevita’ e di successo che pochi hanno capito e che mette Richards ancora una volta in controtendenza rispetto al mondo rock di cui e’ un’icona..
Gio’ Alajmo

(recensioni Happy – L’incredibile avventura di Keith Richards)

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Il vento del Texas di James Reasoner – Euro 13,50
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liberidiscrivere splinder com, 20.9.10

A volte la vita sa riservarti delle sorprese tanto piu’ gradite quanto sono inaspettate. E’ il caso di “Il vento del Texas” di James Reasoner che la Meridiano zero ci propone questo mese e che non passera’ di certo inosservato ai cultori dell’hard boiled anni 70-80. Quelli per intenderci che hanno amato e continuano ad amare autori del calibro di James Crumley, James Lee Burke e Robert B. Parker solo per citarne alcuni. Certo ai piu’ il nome Reasoner non dira’ proprio nulla, giusto a qualche amante del western fara’ scattare qualche reminiscenza, ma nel 1980 esordi’ con un piccola casa editrice newyorkese la Manor Books e pubblico’ “Il vento del Texas” una detective story o per meglio dire un noir nel piu’ profondo senso del termine che, non ostante la tormentata storia editoriale, e’ diventato un vero romanzo di culto, osannato dai critici e venerato letteralmente da stuoli di cultori e appassionati seppure per molto tempo fosse del tutto irreperibile.
Non sto a descrivervi nei dettagli tutte le sue vicissitudini, molti critici l’hanno fatto prima e meglio di quanto mai potrei fare io, ma per farvi capire l’importanza dell’evento basta notare che il patron della Meridiano Zero, Marco Vicentini, ne ha curato personalmente la traduzione tranciando letteralmente le mani a chiunque volesse avvicinarvisi.
Dopo queste doverose premesse passiamo ad analizzare la trama che come molti hard boiled di stampo classico si apre con un investigatore privato che si reca a far visita ad un danaroso e ambiguo potenziale cliente pronto ad ingaggiarlo per ritrovare una ragazza scomparsa. Un senso di deja-vu ci portera’ inevitabilmente a fare paragoni con l’ombra onnipresente di Marlowe nel “Grande sonno” o quella dell’aspro e disincantato Lew Archer in “Bersaglio mobile” per non parlare dell’incattivito Sughrue nell’ “Ultimo vero bacio” ma a mio avviso le somiglianze esistono fino ad un certo punto, per il resto Reasoner cammina con le sue gambe e da al genere una ventata di modernita’ e di personale anarchia da portarci fuori dai canoni consueti del gia’ visto.
Innanzitutto, Cody, questo e’ il nome del detective privato al centro di questa intricata vicenda di famiglia, si differenzia da molti suoi simili per il fatto che ha poco dell’eroe integerrimo e senza macchia che affronta il marcio della societa’ con la corazza scintillante del giustiziere. Cody e’ un uomo qualunque, pieno di difetti e debolezze, ancorato malinconicamente ad un passato che se vogliamo non c’e’ piu’ o nel migliore dei casi sta svanendo, capace si’ di amore e gesti di coraggio ma nello stesso tempo anche capace di commettere errori e dare false valutazioni.
Profondamente altruista e anacronisticamente imperfetto il detective di Reasoner si solleva dai suoi predecessori di carta acquistando connotazioni dolorosamente umane venate da una sottile e quieta disperazione che a tratti diventa resa. Cody infondo e’ un realista, non e’ un sognatore, e’ conscio dell’inutilita’ del suo agire tendenzialmente retto e morale. La realta’ e’ fatta di violenza, follia e sopruso ed e’ molto piu’ forte di lui.
Nonostante cio’ pero’ si aggrappa a cio’ che di buono e pulito ancora esiste e per cui vale la pena combattere e soprattutto in questo sta la struggente bellezza che porta a considerare questo libro un vero, mi si perdoni il termine ma lo uso poche volte, capolavoro.
Giulietta Iannone

(recensioni Il vento del Texas)

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Un mattino da cani di Christopher Brookmyre- Euro 10
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corpifreddi blogspot com, 19.10.10

“…in questo paese ottieni appalti perche’ sei ‘uno del gruppo’, hai frequentato la scuola giusta, finanzi il partito giusto, hai assunto come dirigente il parente di un membro del governo o hai promesso un posto nel consiglio di amministrazione al tale ministro, quando decidera’ che e’ arrivato il momento di dimettersi per passare piu’ tempo con i suoi banchieri…”
Si fa presto a dire buongiorno, provate a dirlo a Jack Parlabene, potreste rischiare un occhio nero! Non e’ facile svegliarsi in preda ai postumi di una sbronza colossale, con la sensazione che un martello pneumatico stia cercando di aprirvi in due la testa. Pensate se poi, in queste condizioni e vestiti solo di un paio di slip e maglietta vi ritrovaste chiusi fuori dal vostro appartamento in un condominio in cui pullulano i poliziotti, vi imbatteste in una puzzolente pozza di vomito e in un un appartamento, quello sotto al vostro, devastato, con tanto di cadavere massacrato con la gola tagliata, dita staccate a morsi e abbastanza sangue da dissetare un rave di vampiri… E gia’ la mattinata ha preso il verso sbagliato, ma visto che al peggio non c’e’ mai fine ecco che finite come indiziato principale, in fin dei conti eravate li, davanti al cadavere, mezzi nudi e per niente impressionati da tutto quel casino… Ecco ora e’ proprio UN MATTINO DA CANI. Ed e’ proprio quello che capita al protagonista di questo divertente, satirico e avvincente noir. Jack Parlabene e’ un giornalista in fuga da Los Angeles dove, per la sua intrarprendenza e il suo fiuto per i guai, ha rischiato di essere ammazzato. Edimburgo, Scozia, citta’ nuova ma stessi guai. Suo malgrado si trova coinvolto nell’indagine sull’omicidio del dottor Ponsonby, il vicino di casa, e va a scoperchiare il cosidetto vaso di Pandora: corruzione, sanita’ pubblica e privata, killer sanguinari ed esilaranti, morti sospette tutto in nome del dio denaro. Ritmo serrato e incalzante, scrittura scorrevole e coinvolgente fino all’ultima riga, per un libro che si divora in un attimo con personaggi irresistibili, lo stesso Jack ma anche Sarah anestesista nonche’ ex moglie del morto e Jenny la poliziotta lesbica, dialoghi pungenti e diretti. Christopher Brookmyre e’ dissacrante, fuori di testa, divertente, ho letto che e’ “osannato dalla critica e corteggiato da Hollywood” be’, cedi alle lusinghe, questo libro e’ perfetto per un film dei fratelli Coen!
“Da noi non esiste nulla di volgare e primitivo come le mazzette. E’ una questione di fiducia. A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. A ogni appalto corrisponde un premio. E’ piu’ nobile, piu’ da gentiluomini. Una questione di intesa reciproca. Una cosa molto, molto british.”
Cristina Di Bonaventura

(recensioni Un mattino da cani)

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Anche i poeti uccidono – Victor Gischler – Euro 15,00
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corpifreddi blogspot com, 20.9.10

Uno dei migliori libri letti quest’anno senz’ombra di dubbio e a tal proposito ringrazio Matteo Strukul per avermi quasi “costretto” a leggerlo. Adrenalina sotto forma di parole sin dalle prime righe che generalmente gli scrittori adoperano per descrivere luoghi e personaggi, mentre Victor inizia a manipolare umorismo nero e violenza, senza mai perdere suspense e tensione.
Eastern Oklahoma University, il professore “precario” di poesia Jay Morgan si sveglia con accanto a se una studentessa rimorchiata la sera prima, Annie Walsh, dormiente cosi’ profondamente che sembra quasi morta, ma bastano pochi secondi perche’ Morgan capisca che da quel sonno non tornera’ mai piu’. Inizia cosi’ “Anche i poeti uccidono”, un incipit che regala al lettore il primo cadavere sin dalle prime pagine.
Le cose si complicano nel momento in cui, ritornando dall’universita’, una ragazzina impicciona e un vecchietto arzillo amante della poesia si introducono nella vita di Morgan come un caterpillar in un deposito di uova.
La potenza narrativa di questo libro, e’ la capacita’ di Gischler nel riuscire a raccontare storie parallele legate tra esse inizialmente da un filo sottilissimo e, senza quasi rendercene conto, il lettore viene trascinato in un magistrale intreccio di vite e malaffare che ci fara’ conoscere personaggi tanto assurdi quanto veri e per “veri” bisogna conoscere l’America dei sobborghi e dei ghetti, cosi’ come l’America bianca ricca e snob, cosi’ come l’America dei pimp negri.
I personaggi del romanzo:
Il professor Jay Morgan: un “precario” del circuito accademico che insegna in un campus diverso di anno in anno. Dopo aver trovato una ragazza morta nel suo letto le cose vanno di male in peggio.
Harold Jenks: un piccolo pusher di St. Louis che vuole una nuova vita fuori dal ghetto e dopo aver rubato una identita’ ad un ragazzo morto si ritrova a scrivere poesie in stile gangsta rap.
Timothy Lancaster e Wayne DelPrego: Due studenti di poesia che si fanno trascinare da Harold in un grosso affare di droga.
Ginny Conrad: Una studente che collabora col giornale universitario e che si attachera’ al professor Morgan piu’ di quanto lei desiderasse!
Fred Jones: benefattore misterioso dell’universita’ che vuole diventare un poeta e che viene affidato a Jay Morgan.
Dele Stubbs: Il piu’ folle detective privato che io abbia mai letto.
Il primo romanzo di Victor Gischler “La gabbia delle scimmie” (edito anch’esso dalla Meridiano zero in Italia e che in questa settimana recensiremo sul nostro sito) e’ stato designato della nomina come miglior romanzo all’Edgar Allan Poe. Se fosse stato pubblicato da un editore importante piuttosto che una piccola casa editrice americana (la Delacorte Press), probabilmente avrebbe vinto (come per dire che il gioco/forza qualita’/grandezzacasaeditrice vince anche in America e non solo in Italia)
Per chiudere non posso far altro che consigliare questo meraviglioso esempio di umorismo nero che miscela un’improbabile mix di poesia e violenza malavitosa, riuniti in una storia estremamente divertente. Grandissimo Victor e grandissima Meridiano zero per avercelo portato in Italia.
A voler trovare veramente una pecca a questo romanzo l’attribuirei di sicuro alla copertina che sarebbe stata bellissima per un romanzo di Stefano Di Marino ma che secondo me poco c’entra con il romanzo in questione.
Per spronarvi all’acquisto chiudo la recensioe con una frase di Joe R. Lansdale che dice di Victor Gischler: “I suoi libri e le sue storie sono devastanti: fredde come il ghiaccio secco, piene di intrighi e di divertimento allo stato puro.” Ragazzi, questo scrittore continua a stupire!
Da avere.
Enzo Carcello

(recensioni Anche i poeti uccidono)

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La notte che ho lasciato Alex di Hugues Pagan – Euro 10,00
Quelli che restano di Hugues Pagan – Euro 9,00
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Uno strano attrattore, 21.9.10

L’Usine, l’officina dei morti e degli affari di Parigi, e la sua emanazione del XII Arrondissement, la Dodicesima, rappresentano la persecuzione da cui non riesce a liberarsi il protagonista di Hugues Pagan, un ex-flic in pensione veterano dell’Algeria, che adesso si barcamena come investigatore privato e consulente per serie televisive di ispirazione poliziesca. Se ne trascina dietro gli anni – un quarto di secolo di servizio – come un’ombra, benche’ abbia ormai lasciato la divisa e il distintivo (la patacca) per cercare una via alla redenzione impossibile, fuori dalla polizia come dentro i suoi ranghi.
In questo secondo volume della trilogia dedicata al personaggio quasi senza nome (“Dead End Blues”, 1990, “Quelli che restano”, 1993, “La notte che ho lasciato Alex”, 1997), che narra cronologicamente avvenimenti successivi a entrambi gli altri titoli della serie, Pagan porta in scena un uomo nel crepuscolo dei suoi anni, alle prese con il disincanto dell’ultima stagione che – ne e’ consapevole – gli resta da vivere. Un cancro ai polmoni lo ha ridotto allo spettro dell’uomo d’un tempo, ma la scorza e’ rimasta intatta: non va piu’ a correre con la stessa frequenza e fuma un po’ meno di prima, ma e’ ancora capace di usare i pugni quando serve e di sicuro gli anni non hanno incrinato la sua corazza.
“Sei sempre uguale, Chess…” Lo apostrofa a un certo punto Dinah, ovvero Nadine Jansen, poliziotta come lui, un tempo sotto il suo comando e che adesso intreccia con lui una travagliata intesa sentimentale. Ed e’ una delle rare volte nel romanzo in cui viene fatto il suo nome, che e’ quello di un’etichetta discografica fondata da Leonard Chess nel 1950. La prima, qualche pagina prima, si e’ avuta sempre per bocca di lei.
“Sono troppo vecchio per cambiare…” replica lui, senza scomporsi. E dopo poche righe Dinah lo chiama ancora una volta per nome. E’ l’ultima ed e’ importante che a farlo sia stata la donna con cui Chess ha deciso di spartire almeno per il frangente di qualche notte il peso delle comuni delusioni e angosce, in questa storia che procede a ritmo di blues snodandosi per le strade notturne di una Parigi alienata come non mai.
La loro storia non e’ facile. Se poi finisce per intercettare anche l’indagine che Chess sta conducendo al momento, setacciando una pista decisamente scomoda sul brutale omicidio di una prostituta bellissima – trovata sfigurata e barbaramente seviziata nel Bois de Vincennes, forse per un regolamento di conti, forse per altro – la faccenda si fa piu’ complica. Il coinvolgimento dell’Usine nell’affare rende a sua volta le cose ancora piu’ controverse, considerando che Dinah vi si ritrova invischiata fino al collo, incastrata da un superiore figlio di puttana come pochi.
A Parigi, in questo scorcio dei primi anni ’90, per le strade sospese tra il grigio del crepuscolo e la pioggia della notte si incontrano solo cadaveri ambulanti. Ma fino a che punto puo’ spingersi un uomo nella ricerca della verita’, affondando nel fango delle ingiustizie e dei soprusi perpetrati dalle presunte forze dell’ordine che hanno in pugno la citta’, prima di cedere al loro stesso gioco? Chess lo sa, per quello “sguardo torbido da perdere la testa” che aveva visto negli occhi di Velma, “piu’ viola pallido che azzurro del cielo”; per quella bionda di un metro e settanta che amava andarsene in giro sui pattini a rotelle con una maglietta della UCLA, quando non era occupata a battere; o forse per il suo magnaccia, un antillese che si fa chiamare Fortune, sebbene non sembri in grado di dispensarne granche’ alla gente che ha intorno, malgrado gli intrugli chimici e le misture di erbe. In una citta’ abbandonata alla disperazione, forse e’ proprio l’amore spezzato di questo pappa mulatto che ama vestirsi raffinatamente, il legame interrotto con la sua donna che ancora si trascina dietro in forma di ricordo e ossessione, l’unico barlume di una qualche forma distorta di assoluzione che puo’ spingere Chess ad affondare ancora di piu’ nella bolgia infernale del XII Arrondissement.
Il corpo devastato di Velma fissa per Chess la misura delle cose andate perdute, di un’epoca intera che non potra’ piu’ tornare (“Avevo due anni meno di adesso e quindici chili di piu’. Velma fumava le Kool. Nessuno che fumi piu’ le Kool”). E la storia della sua indagine si dispiega in presa diretta tra ripensamenti e progressi, sospetti e rivelazioni, portando a galla un’istantanea sconfortante del marcio che si e’ infiltrato a tutti i livelli nelle istituzioni cittadine.
Debitore per questo slancio morale tanto verso Dashiell Hammett (citato esplicitamente nella figura di Sam Spade, a cui il protagonista si riferisce per descrivere, con analogo slancio iperrealista, l’arredamento del suo studio-abitazione) quanto verso Raymond Chandler (soprattutto per la cinica ironia che anima Chess, sempre pronto alla battuta fulminante e imprendibile), Hugues Pagan fa proprie le istanze del neo-polar formulate come provocazione ma perseguite con esiti mirabili (quando non proprio straordinari, come in Posizione di tiro) da Jean Patrick Manchette e persegue una propria strada al poliziesco postmoderno che rivela molti interessanti punti di contatto con l’opera di James Crumley. In linea con gli auspici di Valerio Evangelisti e la sua concezione del noir come variante contemporanea della tragedia, Hugues Pagan mette in piedi un teatrino di maschere, in cui i personaggi portano nomi inglesi che spesso e volentieri sono presi in prestito dalla tradizione del jazz e del blues. In questa rappresentazione del quotidiano male di vivere tutti, ma proprio tutti, hanno qualcosa da nascondere nel proprio passato.
Qualcuno, come Chess, imparera’ da questa storia a farci i conti. Qualcun altro non sara’ altrettanto fortunato. Ma potra’ contare su gente come lui per scendere a patti con la vita.
Giovanni De Matteo

(recensioni La notte che ho lasciato Alex)
(recensioni Quelli che restano)


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  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LIBRI IN USCITA: Meridiano Zero 14/2010 — 12 Novembre 2010 @ 11:28

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart