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LIBRI IN USCITA: Meridiano Zero /8

1 Giugno 2010

LE NOVITA’
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Operazione Atlanta
di Hugues Pagan – Euro 14,50
In una Parigi virata al nero si consuma il nuovo noir di Hugues Pagan. Il commissario Chateau ha messo in atto un’implacabile operazione per catturare vivo o morto Berg, ex terrorista di fama internazionale, ma non ha fatto i conti con due cani sciolti: Milard, detective dal fenomenale fiuto investigativo pronto a mettere il naso dove non dovrebbe, e Mauber, giustiziere al di fuori delle regole con un passato nei Corpi Speciali. Saranno loro a stringere un’imprevista alleanza che costera’ cara ai registi occulti dell’perazione

Il mio nome era Dora Suarez
di Derek Raymond – Euro 9,00
E’ uscito in tascabile il capolavoro di Derek Raymond, il quarto capitolo della saga della Factory. Il Sergente – silenzioso antieroe del formidabile ciclo di romanzi di Raymond – non ha indizi sul perche’ l’assassino si sia accanito proprio su Dora Suarez. Solo un diario, le cui pagine contengono il gorgo tortuoso di un’esistenza spesa sulle putride strade di Londra, la storia di una bellezza che non ha trovato protezione. Quelle pagine chiedono una sola cosa: vendetta. Perche’ ormai Dora gli e’ entrata nelle ossa, come il piu’ impossibile degli amori.

LE RECENSIONI

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Anche i poeti uccidono – Victor Gischler – Euro 15
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www nonsololink com, 26.4.10
Anche i poeti uccidono
Sembra un’affermazione forte o ridicola, ma in realta’ e’ interessante sviscerarne le verita’.
Pensare ai poeti che sono sempre eterei e votati al culto della bellezza porta, incontrovertibilmente, a relegarli in un clima di serieta’ tale da renderne impossibili atteggiamenti trasgressivi. Oppure, secondo l’opinione di altri, proprio i poeti, come tutti gli artisti, possono essere dediti all’uso di fumo o droghe “ispiratori”, forieri di visioni oniriche, poi tradotte in poesia.
In questo interessante noir, invece, i poeti non sono affatto una razza eletta e uccidono anche, sia realmente che a parole, con gli atteggiamenti e con i fatti. Poco propensi a sapere cosa significa la praticita’, poco convinti del proprio talento, docenti universitari sott’occhio del rettore perche’ poco affidabili, ecco che possono essere incarnati da Morgan che una mattina si alza e va a lezione dimenticandosi ci avere lasciato nel proprio letto una giovane e promettente studentessa. Se allora vengono implicitamente sottolineati i vizi di coloro che pescano nella vasta umanita’ studentesca per i propri piaceri, segnati da una sconsolante mancanza di ispirazione, bisogna che il professore-poeta venga punito. Tornera’ a casa dopo l’ennesima giornata allucinante e trovera’ nel suo letto la ragazza morta. Presumibilmente gia’ morta quando lui se n’e’ andato, a causa di un’overdose di varie sostanze stupefacenti. E’ l’inizio di un incubo del quale talvolta si perdono i contorni, mentre Victor Gischler, l’autore realmente docente di scrittura creativa all’universita’, tratteggia un mondo impressionante di personaggi. Sono dei pusher di poco conto ma molto pericolosi. O un’altra studentessa a caccia di scoop e di esami facili, disposta a tacere se c’e’ bisogno di tacere o di andare a letto con Morgan se le va, a patto di mantenere la sua forma autistica di realta’. Piu’ mentale che reale. Cosi’ devono averla pensata anche DelPrego e Lancaster, figli di buona famiglia, che si scontrano con una serie di pallottole, di atti violenti inauditi per coloro che volevano dedicarsi alla poesia e non alla vita reale, limitandosi a qualche tiro illegale, di tanto in tanto, sempre con la scusa dell’ispirazione. Mentre quelli che hanno seriamente i piedi per terra sono tipacci come Red Zach, e tutti i suoi scagnozzi, che non perdono tempo con le pare mentali, ma cercano soltanto di recuperare la droga che un tipetto nero gli ha rubato. Il tipetto, Jenks, sa bene che non ci si mette contro la criminalita’, ma prova a cambiare vita impossessandosi della vita di un altro, poveraccio coetaneo ammazzato senza motivo in un vicolo.
Insomma, l’intreccio e’ interessante, sopra le righe, mosso da un senso di inadeguatezza della cultura ai movimenti idioti non solo dei giovani, ma anche di professori blasonati che si riducono a vivere nella soffitta dell’universita’ pur di non essere scovati, infastiditi dal ruolo che dovrebbero svolgere, dagli allievi desiderosi di imparare e di dedicarsi davvero a qualcosa di costruttivo.
La figura che esce a tutto tondo e’ quella di un vecchio, Jones, vero poeta perche’ ha la poesia nell’anima e non nei titoli accademici, e che ha saputo mantenerla dentro di se’ come le conoscenze dei gangster dei quali faceva parte.
Chi e’ vero sopravvive, insomma, e sa trovare la strada e le soluzioni adeguate a percorrerla, trascinandosi appresso motivazioni economiche dei rettorati cosi’ come crisi individuali di professori e studenti.
La verita’ che ne esce forse non soddisfera’ il lettore, ma senz’altro tratteggia un noir diverso dal solito, intrigante per il clima di normalita’ nel quale viene ambientato.
Interessanti alcune frasi che mantengono la dimensione lirica e cruda nel contempo nel clima assurdo degli eventi: “Il tomo filo’ per aria, a copertina spalancata e pagine svolazzanti, ruotando su se stesso come un uccello epilettico e ferito che sta per piombare giu’ a vite” e che rendono perfettamente cosa sono i poeti odierni: “Tutti scrivevano poesie. Maestri di scuola e ragazzine e foruncolosi adolescenti che non si filava nessuno. Fanatici religiosi che affidavano il loro messaggio cristiano a liriche astratte, vecchietti che mettevano in rima la nascita dell’ultimo nipotino. Casalinghe che sublimavano le loro vite banali e infelici in scarabocchi buoni solo per qualche biglietto di auguri e rifiutavano di credere che al mondo potesse esistere qualcun altro che se la passava di merda come loro. Anzi, si rinforzavano nelle loro opinioni, con la mente annebbiata dall’illusione che quei tormenti fossero… di qualche originalita’ o interesse, e pertanto degni di essere spartiti con il mondo intero”.
Forse i poeti non lo leggeranno mai, ma per gli amanti del genere noir e’ da non perdere.
Alessia Biasiolo

www scanner it, 28.4.10
Se gli incroci di genere sono uno pericolo per gli scrittori, allora Victor Gischler e’ un acrobata abile e soprattutto ha dalla sua il miglior humour americano sulla scia del miglior Elmore Leonard.
Il suo successo risiede in una scrittura funambolica che non lascia riflettere e catapulta il lettore in una successione di eventi che stordiscono e intrigano il pensiero, serrando gli occhi su una lettura veloce ed irresistibile. Nel o romanzo, “Anche i poeti uccidono”, il meccanismo si ripete con perfetta soluzione di continuita’, tra thriller e commedia.
Il cadavere di Annie Walsh, studentessa del primo anno, giace nel letto di Jay Morgan, professore di letteratura inglese della Eastern Oklahoma University. Questo evento sara’ l’inizio di una catastrofe per il docente, visto che da anno non scrive piu’ una poesia decente e la sua carriera e’ finita se non riesce ad organizzare l’annuale reading poetico. In questo caos si sommano le indagini di un investigatore privato alla ricerca di Annie, una partita di droga trafugata, un boss con la sua gang che arriva al College per un regolamento di conti e un ex spacciatore in fuga che si iscrive al corso di Morgan sotto falso nome. Varie situazioni esplosive che s’innescheranno l’uno con l’altra per dare vita ad un gioco narrativo scoppiettante con punte noir nel descrivere in modo graffiante il mondo universitario, con dialoghi pungenti e uno spirito hard boiled che appassiona.
Matteo Merli

Venerdi’, 2.4.10
Torna l’americano Victor Gischler, autore di polizieschi in cui si mescolano noir e vaudeville
Scia di sangue all’universita’: una storia divertente da morire
E’ tra gli autori preferiti di John Lansdale e non stupisce, visto che i due sono entrambi freddi come il ghiaccio. Quello che piace di Victor Gischler e’ il distacco con cui accumula cadaveri pagina dopo pagina. Che siano giovani studentesse o spacciatori neri, Gischler non guarda in faccia a nessuno. E, come recita il titolo, “Anche i poeti uccidono”. Sangue a parte, Gischler diverte con le sue storie imprevedibili in cui i generi si mescolano: commedia e poliziesco, vaudeville e pulp, In questo secondo romanzo pubblicato da Meridiano zero la scia di sangue comincia alla prima pagina, quando il professor Jay Morgan, al risveglio, trova la studentessa con cui ha passato la notte morta nel Ietto. Quello che accadra’ poi e’ assolutamente irraccontabile.
Quando inizia a scrivere lei sa gia’ cosa accadra’ a tutti i suoi personaggi?
Non a tutti, alcuni mi sorprendono. Penso che sopravviveranno, invece alla fme muoiono. Cambio idea per dare un maggior impatto emotivo.
Come si sente a fare fuori dei poveri studenti?
Scrivo un genere in cui tutti possono morire. In molti romanzi e film e’ il cattivo ad avere la peggio, ma nel mondo del noir la tragedia incombe su tutti e non si salva nessuno. La giovane eta’ non protegge.
Perche’ nei suoi romanzi i personaggi sono degli antieroi?
Piu’ che antieroi, direi non eroi. Dipende dal fatto che i personaggi non sono informati di quanto accade intorno a loro come lo e’ il lettore, il quale spera che facciano la cosa giusta. Loro agiscono convinti di non essere visti, in modo egoista o comunque sbagliato. Non sanno che qualcun altro ha deciso che siano gli eroi di una storia.
L’immagine che lei da’ del college, dei professori, del preside, e’ scoraggiante: cosi’ lei vede quello che dovrebbe essere il tempio della cultura?
La satira richiede questo tipo di descrizioni. L’universita’ e’ importante, ma spesso e’ popolata da persone presuntuose e autoreferianziali. Ovviamente ci sono buoni professori, ma non fanno ridere.
a cura di Brunella Schisa

(recensioni Anche i poeti uccidono)

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Nessuna resa mai La strada, il rock e la poesia di Massimo Priviero di Matteo Strukul – Euro 14
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Corriere del Veneto, 3.4.10
Una biografia sincera
“Non e’ una biografia scritta da qualcuno che vuole incensarti, ma una cosa molto sincera. Il risultato e’ una cosa profondamente vera in linea con i dischi che faccio”, ha detto Massimo Priviero. Non c’e’ complimento piu’ grande per un libro intervista che quello fatto dall’artista oggetto dell’indagine. “Nessuna resa mai – La strada, il rock e la poesia di Massimo Priviero” e’ il libro scritto da Matteo Strukul, appena pubblicato dalla casa editrice padovana Meridiano zero (14 euro). Un libro che ripercorre la carriera del rocker nato a Jesolo attraverso una lunga intervista, scandita come un metronomo dagli album pubblicati dal 1988 a oggi, impreziosita dalla prefazione del critico musicale Massimo Cotto.
“Sono molto orso e non e’ stato facile per Matteo Strukul – racconta Priviero – abbiamo fatto queste sedute di autocoscienza che sono state molto emozionanti perche’ alla fine ti permettono di scavare dentro, di portare alla luce cose di venti, trenta anni fa. E’ stata un esperienza che mi e’ piaciuta molto”.
Si inizia da quei giorni del 1988 in cui la Warner Music lancio’ un giovane rocker della provincia veneta che si era trovato al centro dell’universo musicale italiano al momento giusto. Due dischi di grande successo, “San Valentino” e “Nessuna resa mai”, e poi i riflettori improvvisamente si spensero. Da li’ comincio’ una carriera in trincea trascorsa a riprendere lo spazio perduto, un centimetro alla volta. Ma la credibilita’ non venne meno e la qualita’ degli album crebbe in modo esponenziale. La sua reinterpretazione di “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco e l’album “Dolce resistenza” gli valsero riconoscimenti e successo di critica e pubblico, consacrati nel recente “Sulla strada” uscito per Universal.
Un libro fatto di notizie (fondamentali), ma anche di ricordi, aneddoti e piacevoli suggestioni che permettono di scoprire molto dell’uomo che sul palco si nasconde dietro al microfono.
Francesco Verni

L’Eco di Bergamo 30.4.10
Esce in libreria la biografia scritta da Matteo Strukul
In libreria esce la biografia scritta da Matteo Strukul, N”essuna resa mai – La strada, il rock e la poesia di Massimo Priviero” (Meridiano zero). Sotto traccia l’idea di fare un po’ il punto dopo vent’anni di carriera, tra alti e bassi, momenti di gloria e ruzzoloni nella polvere, laddove la dignita’ non va mai perduta, se la scelta e’ quella di vivere per cantare, indipendentemente da quelle che sono le lusinghe del mercato.
“Perche’ ha deciso di raccontarsi ad un giornalista per fare il punto della sua biografia?”
“In generale non amo le biografie dei musicisti. E devo dire che all’inizio ero scettico. Alla fine pero’ le cose sono andate bene Abbiamo fatto tante sedute di autoanalisi. Conversazioni serali con Matteo che mi faceva le domande e io che parlavo a ruota libera. E’ stato un modo per ricostruire il viaggio durato vent’anni, senza apologie, solo per ricordare i fatti, gli aneddoti che costellano la vita di un artista. Credo che il racconto dell’avventura sia molto in linea con il mio modo di fare musica”.
Ugo Bacci

(recensioni Nessuna resa mai)

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1915/18: Un uomo, una donna – Giorgio ‘Havis’ Marchetto – Euro 25,00
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www arterotica eu, 13.4.10
“Carissima Moglie…”… “…Amato mio Marito…”
“1915/18 – Un uomo, una donna” apre una porta verso un nuovo modo di vedere e di rapportarsi a qualcosa di perduto, alle radici di cio’ che va oltre una semplice storiografia dei fatti. Ci racconta cosa e’ stato, cosa e’ successo e di cosa forse succede ora. Queste lettere sono storia vera, vissuta, sofferta, incisa nella memoria del futuro, mostrano quel frammento del passato, emozionante, coinvolgente, amaro e doloroso. Un brivido ci percorre nell’entrare con la mente in quei luoghi, nel vedere con le loro parole la voglia di vivere che spinge a scrivere all’amata, la voglia di farcela, la necessita di emanciparsi per sopravvivere. 500 lettere circa che narrano la storia di un uomo e di una donna nell’arco di tre anni, di un legame che si rafforza e non muore anche se lontano, insegna come la distanza a volte, (non solo in situazione estreme), possa legare, confortare e rafforzarsi, di come una lettera possa salvare la vita.
Un sospiro, l’amore che anche se lontano risulta vicino, palpabile, reale nella sua irrealta’. Giorno per giorno si combatte, si soffre e si aspetta quelle notizie che come la storia insegna alcune volte non arrivano, altre si perdono, altre arrivano in ritardo. Un linguaggio popolare, che impone una attenta lettura su quei sentimenti di gelosia e della paura che sua moglie si perda, degli stati d’animo, del dolore, sull’amore, di quel rispetto sempre mostrato: mai una volgarita’ alla quale siamo abituati oggi.
Un libro questo che andrebbe studiato e mostrato agli studenti, perche’ vi e’ rinchiusa la vita vera della guerra, di persone esiliate che lottano per poter sopravvivere e non lasciarsi andare, della perdita di un figlio, dell’orrore della morte, della fame. Mostrare queste lettere come testimonianza, possiamo pensare che sia quasi un miracolo che queste lettere ci siano giunte e che nello stesso tempo siano state scritte, uno dei tanti motivi sicuramente la difficolta’ trovata al fronte e poi una cosa importante non tutti all’epoca sapevano scrivere specialmente le donne.
Le tante lettere sono accompagnate da vecchie foto del fronte, dei soldati e degli stessi protagonisti e delle lettere originali, rende il tutto piu’ vero una rappresentazione quasi teatrale, uno squarcio nel tempo. E benche’ sia storia, la nostra mente si ribella chiedendosi se veramente tutto questo sia davvero successo e grazie a testimonianze come queste ci portano ad affrontare la realta’ dei fatti anche se passati e a non dimenticare. Inutile puntualizzare troppe cose, e’ un libro che va letto e capito nelle sue parti piu’ intime attraverso le lettere, gli avvenimenti storici, le foto dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Questo libro benche’ tragico, risulta anche un po’ favola perche’ Elisa e Pietro, dopo tante sofferenza, la stanchezza della guerra, si ritroveranno definitivamente e vivranno insieme per molti anni ancora, Elisa dara’ alla luce quattro figli, l’ultima Rosita come dice il curatore del libro e’ la fedele custode di questa storia, alla quale siamo profondamente gradi per avercela fatta conoscere.
Marica Petti

(recensioni 1915/18: Un uomo, una donna)

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Angeli perduti del Mississippi di Fabrizio Poggi – Euro 15,00
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www spaghettiblues it, 31.3.10
Ricordo molto bene la prima volta che incontrai Fabrizio Poggi. Avvenne a Polverigi in occasione di un suo concerto. Notai subito che Fabrizio e’ un uomo fiero e silenzioso che osserva ogni cosa; che quando parla si concede delle piccole pause tra una frase e l’altra: una persona che ama riflettere prima di parlare.
Premetto che, avendo letto anche il suo primo libro “Il soffio dell’anima”, certamente saro’ in qualche modo condizionato. Noto subito che il format comunicativo e’ rimasto invariato, una sorta di dizionario, o diario magico, che permette di navigare come spiriti (o angeli…) tra i flutti del Blues. Fabrizio riesce per la seconda volta a trasformare una lettura, apparentemente didattica, in una narrativa intrigante, semplice e diretta, dove le date si indicano per raccontare le storie (e non viceversa), tanto che, alla fine, della formula del “dizionario” rimane solo un pretesto artistico semplicemente per il gusto letterario di narrare a dosi controllate, o “pillole”, le piu’ belle storie del blues.
Il titolo sembra quello di un romanzo e sorprende il lettore che si ritrova immerso in una struttura discreta, da dizionario scritto, con uno stile denso di morbida eloquenza. I contenuti sono i piu’ vari, dal semplice significato di una parola o frase di una canzone, alle piu’ complesse retrospettive dei grandi personaggi; dalla semplice descrizione di un borgo di Chicago, alla scoperta dei veri significati lirici del Blues; tutto ordinato dalla “A” alla “Z”.
La copertina (saro’ inevitabilmente condizionato dal suo primo libro e… con tutto il gran rispetto per Crumb) questa volta mi delude un po’. La scelta di un classico, il “non voler rischiare” nella ricerca di una grafica nuova, manifestano una strategia troppo contrastante con lo spirito di Poggi; per questo, seppur di fronte ad una delle piu’ belle e suggestive opere di Mr. Robert Crumb, non la preferisco alla splendida ed inedita opera della Zelaschi.
Alla fine del libro si ha come la sensazione che tra gli “Angeli perduti del Mississippi” ce ne sia qualcuno italiano, partito magari un secolo e mezzo fa e che, per un motivo o per l’altro, abita oggi gli stessi cieli.
Amedeo Zittano

liberidiscrivere splinder com, 8.4.10
Mi sono avvicinata a questo libro con una sorta di reverenza mista a timore poiche’ devo ammettere in tutta sincerita’ che sono una profana del blues giusto sapevo che si suona a New Orleans, che Billy Holiday e’ una delle sue voci piu’ evocative, che e’ una musica nata nel cuore delle piantagioni nelle comunita’ afroamericane degli schiavi del cotone. Non sono una musicista ne un’esperta di musicologia per cui mi sono detta magari e’ un libro noioso pieno di gerghi tecnici, di eccentricita’ per addetti ai lavori comprensibile solo da chi ha un bagaglio di conoscenze specifiche nel campo. Ho dovuto ricredermi perche’ “Angeli perduti del Mississippi” sotto le mentite spoglie di un dizionario del Blues e’ un viaggio, un viaggio avventuroso nell’anima e nel cuore di un popolo che disperatamente cerca ancora un’identita’, una scoperta continua di ritmi, cadenze, aneddoti, slangs. Ogni voce di questo dizionario e’ un piccolo tesoro da conservare con cura, da assaporare con gratitudine e piu’ leggi e piu’ ti incuriosisci, piu’ sorridi toccandoti la fronte e dicendoti ecco cosa significava questa frase apparentemente banale colta un giorno in una canzone che so io di Jim Morrison o Bob Dylan. Perche’ il blues e’ un codice per iniziati, la voce gutturale e stonata delle guardie carcerarie o dei prigionieri che spaccano pietre sotto il sole impietoso della Luoisiana, e’ la voce dei balordi, dei giocatori d’azzardo, dei vagabondi che girano l’America sui treni della Grande Depressione. Il blues e’ sporco, malinconico, triste, cola come una giornata di pioggia umida di palude, ti strappa l’anima. E’ la musica delle feste da ballo campestri della Louisiana dove il barbecue regna sovrano e la birra scorreva a litri. E’ la musica che accompagna le danze sensuali degli afroamericani – lo slow drag – il sabato sera nei juke joints, le bettole per neri del sud degli States. Poggi ha il cuore del bluesman e la leggerezza narrativa del raccontatore di favole irlandese seduto accanto al fuoco di torba e grazie a lui impariamo a conoscere Robert Johnson il piu’ famoso esecutore di Delta blues di tutti i tempi, divenuto leggendario per aver venduto l’anima al diavolo ad un incrocio in cambio di una superlativa tecnica chitarristica, leggenda alimentata anche dall’oscurita’ dell’artista di cui per decenni non si sono viste immagini e dai testi delle sue canzoni colmi di riferimenti erotici e peccaminosi. O scopriamo che Mojo e’ il nome del piu’ famoso talisamano portafortuna del mondo del blues e che proprio New Orleans e la Louisiana sono i luoghi dove esercitavano le migliori fattucchiere di magia nera. Lunghissima la voce dedicata a Bob Dylan. Al termine di quasi ogni voce un disco consigliato e se abbiamo la pazienza di raccogliere ogni suggerimento ci dara’ uno spunto davvero prezioso per rinfoltire la nostra collezione di blues. Che dire ancora leggetelo, imparerete cose che di solito non si leggono sui libri.
Giulietta

(recensioni Angeli perduti del Mississippi)

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La notte che ho lasciato Alex di Hugues Pagan – Euro 10,00
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www milanonera com, 19.4.10
“Baltringue si nasce, Baltringue si muore, non c’e’ scampo.”
“Quella era una partita gia’ giocata, perduta in partenza. Allora, il grande cielo blu, il mare immenso. Il sole opprimente. Figurarsi. Quegli improvvisi voli di chitarre, nostalgici, veementi, sbilenchi, tutti d’una autenticita’, di un disprezzo insostenibili, che ti gonfiavano dentro con cieche vampate di speranza, di rabbia, di ferrei desideri e sangue nero. Nel tentativo costante di darti a intendere chissa’ cosa…”
Parigi, Anni ‘90. Scambiato, in seguito a un vecchio trauma, l’antico talento, con un solido disgusto nei confronti delle leggi che regolano il mondo dei vivi, un anonimo ispettore di polizia (solo per atteggiamento e gusti, si puo’ ipotizzare che si tratti del Chess del romanzo “Quelli che restano”…) ha scelto un volontario esilio, richiedendo l’assegnazione permanente al turno di notte.
Uscito di scena, o spostatosi ai margini, seppellendo anche le ultime tracce di ambizione, l’uomo vive una vita fredda ma onesta, priva di illusioni.
Poi, la confusione nata intorno all’apparente suicidio di un senatore -ritrovato cadavere in una stanza d’albergo, dalla quale e’ stato sottratto un floppy disk pieno di materiale scottante sulla classe politica dominante – lo riporta al centro dell’attenzione dei suoi superiori: qualcuno ritiene che sia stato proprio lui a sottrarre il dischetto. E, di certo, la neonata relazione con Alexandra ‘Alex’ Brandt, pericolosa ex moglie della vittima, non serve a smorzare i sospetti, ne’ a chiarire la sua posizione…
In “La notte che ho lasciato Alex”, romanzo conclusivo della trilogia apertasi con “Dead End Blues” e passata per “Quelli che restano” (entrambi editi, in Italia, da Meridiano zero), Pagan recupera il ruolo profondamente morale della letteratura noir, e, con mossa classica, ne scarica l’intero fardello sulle spalle del protagonista, “impegnato” in un cammino demistificante (“La vita – si legge a pagina 31 – non e’ altro che accettare il rischio di passare da un disinganno all’altro, fino a quello decisivo, l’ultima mascherata”) e moralizzante.
Ed e’ proprio l’impegno del personaggio a trasferire la vicenda su una dimensione innegabilmente esistenziale: una dimensione il cui tratto decadente e negativo e’ legato non solo allo scontro con la realta’ esterna, ma anche al riconoscimento, alla scoperta in se’, nell’interiorita’, di quel seme del male che dall’altro si vorrebbe espungere.
La figura dell’individualista volitivo (la definizione non e’ mia, ma di Carlo Oliva), quella del detective grande peccatore tipico dell’hard boiled americano, si connota, cosi’, di tratti desunti dalla tradizione letteraria dell’esistenzialismo francese, da Sartre a Camus, al proto-esistenzialista Drieu La Rochelle, la cui ombra, evocata attraverso stile e fraseggio (complice, ovviamente, l’ottima traduzione di Luca Conti e Jean-Pierre Baldacci), si fa palpabile in brani che ricordano il Diario Segreto e la scelta “metafisica” del suicidio come unica alternativa al fallimento. Nella declinazione paganiana, la preoccupazione di Drieu La Rochelle di ritrovarsi incapace di restare fedele a se stesso, si traduce, in pratica, nella spersonalizzazione finale del protagonista -ampiamente preannunciata dal suo anonimato -, che stravolge il senso dell’inatteso lieto fine (sull’argomento si veda anche l’illuminante postfazione di Luca Conti).
Identita’ o morte, insomma… ma, tanto per dirla con una delle lapidarie intuizioni del protagonista, “Su strade diverse, tutti quanti ci avviamo alla stessa identica destinazione”.
La vicenda e’ narrata in prima persona, con un discorso indiretto libero – coniugato all’imperfetto e al passato prossimo -, che cede, qua e la’, ai dialoghi, creando dei veri e propri scorci di senso; per il resto, il lettore e’ chiamato a partecipare attivamente, per trasformare in un insieme coerente il confuso rievocare di chi re-interpreta per se stesso avvenimenti passati, ma sempre attuali. E il risultato e’ sconsolante, lucido, sorprendente, perfetto.
Deprime, ma non stupisce, che Pagan abbia abbandonato la scrittura: molto oltre questo “La notte che ho lasciato Alex” – che, pur concepito in maniera molto diversa, “guarda in su” dagli abissi sartriani del miglior Derek Raymond – non si poteva andare… e, stando cosi’ le cose, anche una “semplice” riedizione si trasforma in un’occasione imperdibile.
Fabrizio Fulio-Bragoni

(recensioni La notte che ho lasciato Alex)

LE INTERVISTE
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Intervista a Hugues Pagan di Franck Frommer e Patricia Osganian (Mouvements 3/2001)

Hugues Pagan e’ un ex ispettore di polizia a Parigi, ed e’ molto critico sul modo in cui viene esercitato il suo vecchio mestiere. E’ diventato un protagonista singolare nel panorama del polar. Sotto il suo sarcasmo e la sua ironia emerge un profondo senso di rivolta, in cui sulla semplice disillusione prevale una forma di utopia.

M: Lei e’ stato prima ispettore di polizia e poi e’ diventato scrittore di noir. Quali sono le origini di questa svolta? E’ stata causata da un preciso avvenimento?

HP: Si’. E’ stato un soffitto che e’ crollato. All’epoca ero un poliziotto. Avevo sempre detto ai miei compagni che un giorno mi sarei messo a scrivere. Durante un congedo dovevo ritinteggiare un soffitto, che invece crollo’. Lo riparai, ma poi, furioso, mi misi davanti alla macchina da scrivere, una vecchia Japy. Avevo ancora alcune settimane di vacanza davanti, era il 1980. E ho scritto “L’ingenuita’ delle opere fallite” (“La mort dans une voiture solitaire” in originale) che e’ stata pubblicata da Fleuve noir. Da quando ero entrato nella polizia nel 1973, avevo raccolto talmente tanto materiale che spesso mi dicevo che un giorno avrei scritto un romanzo. Mi sono messo a scrivere a partire da fatti reali, vissuti. Ma l’aspirazione a scrivere mi era venuta molto prima. Da quando avevo otto anni mia madre mi ripeteva che sarei diventato uno scrittore, mentre io sognavo di diventare pilota di caccia. Ho studiato filosofia e mi sono laureato su Hölderlin e Heidegger. E allora come mai il polar? Per due ragioni: intanto perche’ con sette anni d’indagini di polizia sulle spalle avevo a disposizione una buona base di lavoro, radicata nella realta’. E poi per una scelta tattica. O scrivevo un romanzo intellettualoide solo per pochi lettori (e avrei potuto benissimo farlo) o scrivevo dei polar, vale a dire dei libri che si trovano dappertutto, costano poco, sono accessibili, ecc…

M: La tematica ricorrente della morte, con dei protagonisti “gia’ morti prima ancora di esserlo”, ricorre quasi ossessivamente in tutti i suoi libri. Deriva dallo sguardo disincantato del poliziotto o ha radici esistenziali piu’ profonde?

HP: E’ vero, uno dei temi ricorrenti dei miei romanzi e’ la lenta agonia che precede la morte. Le mie origini gitane di Barcellona – legate a un popolo che ha un rapporto particolare con la morte, una certa morbosita’ che si ritrova anche nella corrida – hanno certamente un loro peso. Senza parlare della vita in commissariato dove il rapporto con la morte e’ quasi quotidiano.

M: Quando la denuncia della corruzione, della violenza o dei complotti nella polizia passa attraverso il prisma della fiction, la coerenza della critica sociale non rischia di essere distrutta dall’iperindividualismo dell’esperienza della disillusione?

HP: Da un lato c’e’ il discorso politico che per me non e’ mai cambiato, almeno a partire dagli anni Settanta, e dall’altro la parte dell’opera che oltrepassa questo aspetto e sorregge la narrazione. Non e’ facile tenere in questo modo il piede in due staffe. Si tratta di conciliare un discorso coerente su un’analisi sociale sconfortante e un comportamento autoriale piu’ nevrotico. Anni fa mi avevano chiesto se non fosse meglio fare giornalismo e avevo risposto che esistono gia’ persone che lo fanno molto bene. Quando si parte dal particolare la posta in gioco e’ riuscire ad arrivare a una forma il cui senso e’ universale. Questo chiama in causa il mio legame con l’etica. Non credo a una politica che non sia sorretta da un’etica. La prima cosa e’ avere una morale. Come diceva Camus citando Chamfort: “si e’ giusti prima ancora di essere generosi, cosi’ come bisogna avere una camicia prima di portare i pantaloni”. Bisogna essere etici prima di essere politici. Sfortunatamente l’etica ha delle variabili e si potrebbe anche, ahime’, pensare che esista un’etica del CAC 40. Anche se personalmente non ne sono convinto, c’e’ da temere che qualcuno lo pensi. Credo di essere stato uno scrittore punk ante litteram. Spesso mi si rimprovera l’oscurita’ dei miei personaggi, il mio pessimismo assoluto. Ma io mi limito a descrivere la realta’. Di solito parto da eventi e personaggi reali. La dimensione artistica si sovrappone a questa realta’, la riveste. Il mondo con cui mi sono confrontato per anni e’ ancora piu’ nero di cosi’. L’etica che adotto nel mio lavoro consiste nel rendere conto delle situazioni nel modo piu’ fedele e rispettoso possibile, sapendo che bisogna turbare il lettore. Non si tratta ne’ di educare ne’ di insegnare. Per farlo bisogna essere insegnanti. E quello di giornalista e’ un mestiere diverso ancora. Sotto l’ironia e il sarcasmo c’e’ una rivolta per partito preso che mi sembra essere il fondamento di tutta la mia opera. Credo che in qualche misura la rivolta del mio protagonista suscitera’ di volta in volta l’adesione o il rifiuto da parte del lettore. La gente deve ribellarsi, anche se la soluzione ai problemi non e’ a portata di mano.

M: Leggendo i suoi libri si avverte una specie di slittamento estetico verso una forma sempre piu’ lirica e romantica. La realta’ e la finzione si intrecciano in modo quasi “allucinatorio” in una narrazione profondamente segnata dal flusso dei ricordi e dai fantasmi del protagonista, come se la narrazione in prima persona si stringesse intorno al dramma della coscienza individuale. Come spiega questa svolta radicalmente soggettivista?

HP: Non ho l’impressione di aver diminuito la portata della mia denuncia. Una volta il tema del male era esterno rispetto al protagonista, che non era ancora immerso nel male globale. A partire da “Operazione Atlanta” (“Last Affair” in originale) il male inizia a contagiare il protagonista, che diventa a sua volta “figlio” del male e non piu’ un semplice spettatore. Ovviamente questo rende la denuncia molto piu’ difficile. Non bisogna dimenticare che la maggior parte dei miei personaggi ha un passato indefinito da attivista, da persona impegnata in azioni sociali storicamente datate. Per quanto mi riguarda – ma e’ vero per molte persone della mia generazione – la Guerra d’Algeria e’ stata un momento decisivo. E’ stata alla base della nostra storia, ed e’ alla base dei miei romanzi. Le nuove generazioni oggi non hanno la minima idea di cosa rappresenti la guerra. Vale a dire, secondo me, la violenza sociale globale, legittimata e rivendicata come tale. In stato di guerra gente come me e come lei non solo e’ autorizzata, ma ha anche l’ordine di uccidere. Il rapporto con la morte che si crea e’ molto particolare. E in una societa’ in guerra, questo compito e’ affidato alla polizia. Quando cadde il Muro di Berlino Norman Mailer disse: “Non abbiamo che una soluzione, odiarci l’un l’altro”. Gli americani l’hanno fatto molto bene durante la guerra del Vietnam. Per noi in Francia questo tipo di personaggi ormai distrutti e dal passato oscuro provengono tutti da guerre coloniali perdute. Sono persone che hanno partecipato al “disastro”: fanno parte di una specie di generazione perduta. La loro presenza ricorda la rivolta degli schiavi neri che e’ alla base del blues. Nei miei romanzi si trova l’equivalente dei racconti dei griots africani depositari dei miti e della memoria. Sono forme di racconto che ricordano il blues, che e’ a sua volta un genere di denuncia. Non si puo’ capire Martin Luther King se prima non si e’ ascoltata Billie Holiday.
Paradossalmente ho scoperto gli scrittori americani di noir solo tardi. Parlo di classici come Chandler, Hammett, Goodis, Thompson, Mac Coy. Li ho scoperti quando ho iniziato a scrivere. Infatti i miei autori prediletti erano Villon, Montaigne, Maupassant, Balzac, Ce’line, Camus. Non direi di essere stato influenzato dagli autori di polar, ma piuttosto da Dos Passos, Faulkner, Hemingway o Steinbeck. E da Conrad, che e’ uno dei miei autori preferiti da piu’ di dieci anni. Non sono un gran lettore di polar.

M: Nei suoi romanzi spesso c’e’ un tentativo di salvataggio dei valori che di solito fallisce. La disperazione e il nichilismo nascondono forse una qualche utopia? A cominciare magari dal permanere della fiducia nei valori dell’umanesimo e della morale…

HP: Penso che se non rimanesse un minimo di umanesimo e di morale non varrebbe piu’ la pena scrivere. C’e’ un rimasuglio di ingenuita’. Il sentimento che anima la maggior parte dei miei personaggi e’ la rabbia. Penso che siano prima di tutto profondamente in collera e non sempre ben costruiti o intelligenti. Ho l’impressione – lo dico con modestia – di mettere in scena degli uomini in rivolta. Credo che si tratti piu’ di rapporti clinici, di un aspetto psicosociale, che di atti di eroismo allo stato puro. In “La notte che ho lasciato Alex” direi che l’eroismo scompare del tutto, ma negli altri c’e’ ancora una persistenza eroica. Il che non mi sembra cosi’ grave. Dopotutto gli eroi sono a meta’ strada tra gli uomini e gli dei. Cio’ che invece mi sembra molto piu’ grave e’ che oggi non ci siano piu’ eroi, quindi nemmeno un orizzonte, una trascendenza. E anche molta meno sovversione. Il dramma di oggi e’ che ogni forma di sovversione e’ automaticamente riassorbita da quella specie di trappola che chiamiamo globalizzazione. Quindi diventa molto difficile continuare a strillare un po’. Ad esempio mi interessa molto in un autore come Conrad, quell’idea di redenzione, come se una salvezza fosse possibile.
Ma non credo per niente a una funzione redentrice della letteratura. E anche se ammiro molto Abel Ferrara, il suo “Cattivo tenente” ha la debolezza di preoccuparsi della redenzione. Invece bisogna essere consapevoli di essere nella merda e di non poterne uscire. Bisogna rinunciarci. Tutto cio’ anemizza la rivolta: il sentimento di ribellione, di collera, tende ad attenuarsi considerevolmente. Uno dei pochi luoghi nei quali e’ ancora possibile urlare la propria ribellione e’ la letteratura. Ma non e’ una panacea. C’e’ anche l’impegno politico. Per quanto mi riguarda credo che leggendo i miei libri le persone si rendano conto che le cose non funzionano. In essi si manifestano la stessa rabbia e la stessa collera delle canzoni di Billie Holiday. Sono racconti del fascismo quotidiano.

M: Lei rappresenta rapporti sociali di dominazione in cui di solito le vittime principali sono le donne. Paradossalmente lei assegna alle donne un ruolo di conciliazione sociale, ma allo stesso tempo questa assegnazione assume spesso la forma di un sacrificio tragico che viene loro imposto dai personaggi maschili.

HP: L’unica cosa che puo’ ancora giustificare un certo ottimismo sono le donne. Quest’idea deriva in primo luogo dalla mia esperienza personale. Nel corso dei ventitre’ anni che sono stato in polizia i soli “uomini veri”, i soli “duri” che ho incontrato in grado di mantenere un certo distacco pur riuscendo a rimanere umani, sono state donne. Non ho mai ammirato nessuna delle canaglie con cui ho avuto a che fare. Di solito sono idioti tanto quanto gli sbirri. E’ evidente che le donne sono le vittime principali della mancanza di umanita’ nei rapporti sociali. Chamfort diceva che le donne erano i negri d’Europa. Nelle mie storie la donna ha un ruolo preponderante rispetto all’uomo. E anche se le donne non sembrano ribelli sono molto piu’ forti degli uomini perche’ detengono il vero potere, rispetto all’onnipresente stupidita’ degli uomini, simili a fantocci. Penso che i rapporti tra i sessi siano di base delle relazione tra dominante e dominato. In quest’ambito non c’e’ alcuna sfera di autonomia. Le relazioni si svolgono sempre secondo lo stesso schema di sfruttamento. Una storia d’amore in un modo o nell’altro finisce per essere la storia di una cattura. Io comunque non descrivo contesti sociali utopici, ma il contesto sociale in cui si trovano le persone con cui ho condiviso la mia vita per un quarto di secolo. Non si tratta di futorologia.

M: Adesso che la sua carriera di scrittore e sceneggiatore si e’ sostituita a quella di poliziotto, come vede il mestiere di poliziotto?

HP: Sono entrato in polizia per convinzione. In primo luogo perche’ pensavo che si trattase di un insostituibile osservatorio sociale – certo a condizione di non rimanere chiuso in un ufficio. La polizia e’ il riflesso caricaturale di una societa’. Se la societa’ e’ malata, la polizia sara’ una polizia da Repubblica delle banane. La polizia e’ al limite tra normalita’ e anomalia, in uno stato di perenne guerra civile. Quindi la mia visione della polizia oggi e’ di un enorme bordello. Quando si vedono squadroni armati fino ai denti invadere le citta’ per ristabilire l’ordine si tratta proprio di un’espressione caricaturale della nostra Repubblica jospiniana delle banane. Forse bisognerebbe un po’ riflettere prima, porsi le domande piu’ importanti sui problemi sociali: come si costruiscono dei quartieri-ghetto? come si fa a combattere la disoccupazione? Per anni, volontariamente, non abbiamo impostato il discorso della delinquenza in termini sociali, e questo non puo’ che portare a reazioni sempre piu’ repressive. Dato che non si vuole davvero combattere la malattia della disoccupazione, della mancanza di sicurezza, dello sradicamento, allora si mandano gli squadroni. Questa e’ la mia opinione di cittadino, non sono sicuro che potrei comunicarla tramite un libro, se non tramite la personalita’ dei miei personaggi, spesso molto ambivalenti, spesso prossimi alla follia. Cio’ che gli impedisce di superare il confine e’ il rifiuto della violenza e della disumanita’. Sta li’ tutta la differenza tra compromesso e compromissione. Siamo obbligati di continuo ad accettare compromessi ragionevoli. In “La mossa del gatto” (“Boulevard des allonge’s” in originale) c’e’ una frase: “Quante volte si puo’ rinnegare se stessi senza tradirsi?”. I miei romanzi sono scritti di rivolta contro un mondo che non ha piu’ un volto umano. Ma la vita mi ha insegnato – e qui sta la mia vera rabbia – che il limite tra umanita’ e disumanita’ a volte e’ molto sottile. Basterebbe poco per rispettare questo limite. E il rispetto puo’ emergere in diversi ambiti. Per quanto mi riguarda, ad esempio, il rispetto si manifesta nel mio stile di scrittura. Uno stile trasandato sarebbe irrispettoso. Ecco perche’ la differenza che qui in Francia facciamo tra la letteratura e i romanzi noir non ha alcun senso. E’ del tutto a sproposito, perche’ in entrambi i casi le intenzioni sono simili. La svolta storica e’ stata nel dopoguerra, quando Marcel Duhamel ha inventato la Se’rie noire. Si tratta di un caso tipico, quello di una struttura industriale che induce la nascita di un genere letterario. Questa distinzione altrove non esiste. In ogni caso secondo me il romanzo noir di fatto e’ il romanzo criminale, vale a dire il romanzo che parla del crimine. Quindi per me “Lo straniero” di Camus e’ uno dei piu’ grandi romanzi noir. Il tipo di intenzione e il rispetto imposto dallo stile sono parte integrante di una forma di impegno. Sempre per questo motivo all’inizio la forma di resistenza che avevo scelto era stata di entrare in polizia per fare il mio lavoro in modo corretto. Per esempio non ho mai stretto le manette fino a far male, come spesso si fa, e ho sempre evitato di dare del tu. Ritengo che come poliziotti si abbia un importante ruolo sociale. Io ho resistito a modo mio. Partecipavo ad alcune attivita’ di militanza al di fuori del lavoro, e non sempre era facile gestire le due cose. E adesso, in parallelo al mio mestiere di scrittore, quando firmo un articolo per un giornale, resto sulla stessa linea delle mie convinzioni politiche precedenti. Claude Mesple’de poco tempo fa mi ha detto: “cio’ che sapaventa di te e’ che tu non cambi mai. Quando eri giovane, era troppo presto. E adesso, e’ troppo tardi”. Non c’e’ stata una disillusione. Credo che la letteratura sia una forma di espressione politica. E per quanto parli molto di rado dei miei impegni come cittadino, non c’e’ divergenza tra le due attivita’. Vi ricorderete che nel 1968 si diceva: “Continuiamo a lottare!”. Be’, io continuo.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart