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28 Settembre 2009

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LE RECENSIONI

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Anatole FranceLA RIVOLTA DEGLI ANGELI – Euro 9,00
a cura di Roberto SAVIANO

lismor blogspot com, 13.5.09
Gli angeli di Anatole France: ribelli o liberi pensatori?
La ribellione ha sempre un punto di innesco e in questo principio spesso sta la forza [divina o demoniaca] di avvenimenti che vengono archiviati nel cassetto della Storia come fatti ineluttabili dell’umanita’.
Il principio di ribellione contenuto ne La rivolta degli angeli di Anatole France e’ l’urgenza di dimostrare che le leggi di Dio sono trappole nelle quali restano ingabbiate verita’, liberta’ e volonta’. Attraverso il dubbio che il mondo, l’universo, il cosmo forse puo’ esistere indipendentemente da Dio, l’angelo Arcade, appartenente al basso grado della gerarchia celeste, riesce ad organizzare la piu’ grande impresa mai tentata dopo la creazione del mondo: sovvertire l’ordine stabilito dei cieli.
Il quartier generale di questa compagine diventa la biblioteca d’Esparvieu di Parigi, e Arcade e’ proprio l’angelo custode di Maurizio d’Esparvieu, ultimo discendente della famiglia omonina.
Giunto alla conoscenza della filosofia, della letteratura degli antichi, dei trattati naturalistici, dei testi biblici, degli epistolari scientifici, delle verita’ naturali, Arcade si trascina dietro esseri ultraterreni, quasi tutti non alati, desiderosi di apprendere verita’ e sapienza a qualsiasi costo.
Accorrono angeli ribelli a Parigi, trovano comoda dimora tra gli scaffali della biblioteca secolare custodita nei saloni del settecentesco palazzo che, all’ombra della chiesa di Saint-Sulpice, fu testimone dei fatti della Rivoluzione francese.
La rivolta degli essere celesti avviene circa un secolo e mezzo dopo la presa della Bastiglia; gli angeli sono esseri dalla memoria eterna conservano bene coscienza degli avvenimenti di tutti i tempi, e dagli avvenimenti che portarono i francesi ad affermare uno stesso comune destino per tutti, la falange guidata da Arcade prende spunto per ripropore e portare a termine la sollevazione iniziata ai tempi in cui le schiere di Lucifero mossero guerra al Creatore, contrattaccate e vinte da un esercito di Arcangeli armati.
Partendo da questi due fatti storici, Anatole France immagino’ di datare all’anno 1914, alla vigilia della Prima Guerra mondiale, una ben piu’ clamorosa rivolta: quella contro Dio.
La ribellione attinge alla storia d’Europa e alle dottrine della teologia e prende corpo attraverso la vena narrativa, sapiente agile, leggerissima del vecchio France, gia’ sessantenne all’epoca della stesura.

A. Iadicicco: “Edotto nell’esegesi testamentaria, nell’angelografla scolastica, nella demonologia gnostica, lo scrittore che, figlio di libraio crebbe in mezzo ai libri e si ammalo’ gravemente di bibliofilia, attribuisce ai suoi sovrumani rivoltosi le virtu’ del biblico Satana: audacia, orgoglio, malizia, fierezza. Illuminato dalla letteratura pamphlettistica e dal pensiero di spregiudicati philosophes, segna gli angeli ribelli di tutti i vizi dei liberi pensatori: sete di sapere, brama di conoscere, fede cieca nella filosofia naturale. Ma, dotato di genio ironico e visionario, si diverte a farli muovere, caricature di intellettuali bohe’mien, nei bassifondi della Parigi piu’ colorita: “Gli albergucci di Saint-Ouen, della Chapelle, di Montmartre, nelle trattorie, le osterie, le case malfamate, le bische, le bettole, i lupanari…”. O a infilarli, in pigiama forato, fra le lenzuola di una cocotte perche’ gli angeli, come gli uomini, amano (e desiderano la donna d’altri), e perche’ “una storia senza amore e’ come il sanguinaccio senza la mostarda, una cosa insipida.”

Per renderli piu’ simili agli uomini con le loro debolezze, Anatole priva i suoi angeli delle ali:
“Perche’ dovrei averne ? Sono forse obbligato a somigliare agli angeli delle vostre acquasantiere?”
, ma li restituisce alle tinte forti dei guerrieri, terribili, di Delacroix, ritratti sulle pareti di Saint Sulpice, mentre la loro bellezza ricalca le orme classiche e neopagane:
“Questo e’ il piede di un dio o di un atleta antico! La pianta che ha lasciato quest’orma e’ di una perfezione ignota alla nostra razza e ai nostri climi. Rivela, dagli alluci di un’eleganza squisita, un tallone divino”.
Il divino piede appartiene ad Arcade, il quale conquistato dalla ricchezza immensa della biblioteca d’ Esparvieu, si sposta da un piano all’altro, da una lettura all’altra, gettando scompiglio ma sempre preso dal pesante dilemma: “Ragione dove mi conduci? dove mi trascini pensiero?”
A. Iadicicco: “Soprattutto, del loro autore e creatore, gli angeli in rivolta hanno lo stile: urbanamente scettico, graziosamente edonista, pervaso dall’amabile disincanto, dall’ironica disillusione che non lo priva di una profonda partecipazione alle umane vicende di cui,divertito, sorride: “Gli uomini adorano il demiurgo che ha creato per loro una vita peggiore della morte e una morte peggiore della vita”, fa dire ad uno dei sobbillatori.”
L’angelo, il principe di tutte le ribellioni, di Anatole France e’ assai diverso dal Mefistofele del Faust di Goethe, e da Adrian LeverkĂĽhn del Doktor Faustus di Thomas Mann, pronti ad allearsi con la potenza del male per raggiungere scopi terreni: e’ piuttosto un ribelle che ha il senso del limite e possiede la coscienza che ogni grandezza della mente e’ regolata dal limite della materia, ed e’ proprio questa limitazione che stimola la necessita’ di sapere. E cosi’, Arcade, rispondera’ a se stesso e a Maurizio d’Esparvieu, quando giunge il momento della sua rivelazione:
“Quanto a me e’ la scienza che mi ha ispirato un generoso desiderio di affrancarmi. Trovandomi presso di voi in una casa che contiene una delle piu’ vaste biblioteche del mondo, ho preso il gusto della lettura e la passione dello studio… Cosi’… ho scrutato le antichita’ orientali, la Grecia e Roma, ho divorato le opere dei teologi, dei filosofi, dei fisici, dei geologi, dei naturalisti. Ho saputo, ho pensato, ho perduto la fede… Dio esiste poiche’ da lui dipende la mia stessa esistenza, se egli non esistesse piu’ cadrei io stesso nel nulla. Ci credo come i Sileni e le Menadi credevano all’esistenza di Dionisio e per le stesse ragioni. Ma nego che egli abbia creato il mondo, tutt’al piu’ ne ha organizzato una piccola parte… E per dirla tutta piuttosto che un dio e’ un demiurgo… quelli che come me ne conoscono la vera natura lo chiamano Iadalbaoth”.
Arcade si fermera’ solo quando si imbattera’ nel De Rerun Natura, somma delle filosofie – epicurea, materialista, edonista – e si convincera’ della necessita’ di reclutare angeli ribelli, ad hoc prepararli per far crollare, sotto i colpi della scienza razionale [e degli esplosivi offerti dai plutocrati della banca di Francia] la Cosmogonia Divina. Per preparare la nuova battaglia contro l’Onnipotente, Arcade chiama a raccolta gli angeli ribelli che avevavo partecipato con Lucifero alla prima rivolta. In un misto di dissacrante ironia, di ludica narrazione, di storiografia e di fantastico, Anatole France ripercorre la storia dell’Umanita’ per bocca di Nettare, luogotenente di Lucifero e a conoscenza dei presunti misfatti di Iadalbahot.

R. Saviano: “In questa bizzarra reinterpretazione manichea France considera l’eta’ antica come il momento di massima influenza dei demo’ni sugli uomini. Dioniso e’ Satana. Dioniso, archetipo della vita indistruttibile, tenta di far fuoriuscire l’uomo dalla minorita’ in cui Dio lo ha cacciato. La mitologia pagana, il politeismo greco e latino, questo culto della vita e del piacere, dell’amore e dell’arte, divengono… il riferimento della passata umanita’ libera in cui demo’ni e uomini vivevano felici. Tutto muta con l’avvento del cattolicesimo, dell’ideologia del sacrificio che Ialdabaoth attraverso suo figlio diffonde per sottomettere nuovamente l’uomo. Dinanzi a tale portento religioso, che relega la vita al dolore e alla penitenza, i demo’ni avranno immani difficolta’ nel riuscire ancora a consigliare gli uomini. I nuovi angeli ribelli hanno pero’ una saggezza sconosciuta al mondo degli uomini. Dal sonno dei demo’ni scaturira’ la ragione, ossia la rinuncia al potere, il rifiuto dell’autorita’ come causa d’ogni errore, impossibile da orientare verso battigie di liberta’. La consapevolezza di trovare nel potere l’origine di ogni aberrazione della ragione e del sentimento, rende l’Inferno, la terra stessa, luogo migliore del trono divino.”

La saggezza dello scrittore, avvezzo a conoscere il limite di ogni essere, creato e creatore, si rivela tutta nel finale quando, per bocca del Principe Cherubino che aveva osato sfidare Dio prima che il Tempo fosse, ammette la fallibilita’ di ogni proposito basato sulla necessita’ della guerra:
“Compagni, no non conquisteremo il cielo, la guerra genera la guerra e la vittoria la sconfitta. Il Dio vinto diventera’ satana, Satana vincitore diventera’ dio. Possa il destino risparmiarmi questa sorte spaventosa… In quanto a noi, spiriti celesti, demoni sublimi, avremo sconfitto Iadalbaoth, il nostro tiranno, se avremo distrutto in noi l’ignoranza e la paura.” Poi, volgendosi verso il giardiniere, disse: “Nettare, hai combattuto con me prima della nascita del mondo. Siamo stati vinti perche’ non abbiamo capito che la vittoria e’ Spirito e che e’ in noi, in noi soltanto…”

Inutile dire che Anatole France incontro’ l’ostilita’ della borghesia, che detestava, e la chiusura totale della Chiesa per questo suo romanzo; gli venne assegnato nel 1921 il Nobel per la letteratura e questo fatto inaspri’ ancora di piu’ i suoi numerosi detrattori. Dopo la morte, fu bersaglio di un pamphlet dei surrealisti, Un cadavere, in cui Aragon scrive: “Per me ogni ammiratore di Anatole France e’ un essere degradato”.
Per lui, Anatole France e’ un “esecrabile istrione dello spirito”, rappresentante della “ignominia francese”. La reputazione di France divenne cosi’ quella di uno scrittore mediocre, paludato nello stile classico e superficiale. Diversi specialisti dell’opera di France considerarono questi giudizi eccessivi e ingiusti, o perfino frutto di ignoranza, in quanto trascurano gli elementi magici, irragionevoli, buffoneschi, neri o pagani di cui egli si servi’ sapientemente.

(recensioni LA RIVOLTA DEGLI ANGELI)

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Ennio KitterlegnoskyCHRISTMAS PULP – Euro 12,00

www lankelot eu, 16.7.09
Il narratore e zio Geremia in fuga, con Gesu’ Bambino sottobraccio. Un piccolo Cristo che vale oro. E’ il figlioletto di un imprenditore, sequestrato durante un presepio vivente, studiando per bene i tempi e via dicendo. Sono stati San Giuseppe e Melchiorre. “Ora siamo qui, ad alzare polvere. A sfiancarci come dannati su questa mulattiera di sassi, con mezzo paese infuriato alle calcagna”, racconta il santo. Non finira’ bene, in ogni caso “Buon Natale”, si dicono i due. Molto pii. Questo l’incipit della raccolta di racconti dell’esordiente Ennio Kitterlegnosky, classe 1980, stravagante e divertente scelta editoriale di Meridiano Zero. Chi e’ questo Kitter? Uno che scriveva, nel suo sito: “Oggi e’ il 19 aprile. Questo blog compie tre anni. Ed e’ ancora affezionato alle mammelle” e altre boutade del genere. Non sembrava, in effetti, particolarmente promettente. E invece… il ragazzo ha qualcosa da dire e ha un suo stile. Soprattutto: riesce a far sorridere il lettore, e spesso a far ghignare per bene. Non e’ poco. Non e’ poco per niente. E chissa’ che tenuta potrebbe avere un suo romanzo, un giorno: mi domando se Vicentini ha scoperto un talento comico. Ci spero. Confido che cresca bene.
Torniamo al libro. “Libera uscita per Babbo Natale”, il quarto pezzo, e’ la storia di Claus, che per arrotondare si traveste da Babbo: rimorchia una maestra d’asilo, se la porta a casa e… e purtroppo non posso dirvi come finisce, perche’ e’ proprio tutto li’. Posso solo dirvi che fa sinceramente ridere. E’ brutale e innocente al contempo, spiazzante e intelligente e… comico. Blasfemo ma senza eccedere: come nel caso di “Al santuario”, trasferimento di cocaina in un tempio cantando l’Ave Maria in playback, all’interno di un Cristo, durante una processione infuocata. Non male.
Genuinita’ e genialita’ infantile in “Era estate”, storiella della prima visione della passera di un gruppo di marmocchi casinosi e rissosi. Stessa idiozia infantile, ma cosi’ ridicola che risulta trascinante, formidabile, nello “Scompartimento”, che sembra costruito per illusioni ottiche, per progressive rivelazioni di comportamenti imprevedibili in individui apparentemente paciosi, dolci o affascinanti. Micidiale.
Nel secondo pezzo, “Stella di Hollywood”, giocato su tutta una serie di dialoghi fulminanti, un ragazzotto senza una lira ma con un buon amico si ritrova ad affrontare il padrone di casa che domanda gli arretrati, e una notte di passione “psicologica” che costa cara – diciamo cosi’, altrimenti brucio tutto. L’epilogo e’ completamente inatteso, disorientante, delirante. La vicenda curiosa dell’ambiguo bandito “Nibelunghi” e’ protagonista di un racconto picaresco, allucinato e folle. L’epilogo e’ demenziale. Fa ridere, comunque. Come sempre.
“L’affare Nagasaki” mantiene questo ritmo bestiale, scoppiettante, forsennato: Kitterlegnosky si sbizzarrisce nella rivisitazione di qualche vecchio film (o telefilm?), finendo per puntare su una clausola sonnecchiante. Omaggi ai famosi dialoghi tarantiniani di Pulp Fiction, argomento i panini del Mac, nascosti in “La vicenda del cinodromo”. Altro da dire non mi sembra ci sia; manca solo un giusto applauso e un giusto riconoscimento all’opera di scouting di Marco Vicentini e di Meridiano Zero – da Padova continuano a emergere autori dotati di buona personalita’, stile e intelligenza. L’ultimo della serie, questo chiassoso e pazzo buffone delle patrie lettere, potrebbe diventare uno dei miei preferiti, negli anni a venire. Che sorpresa.
Gianfranco Franchi

(recensioni CHRISTMAS PULP)

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Harry CrewsLUCIDI CORPI – Euro 13,50

fahrenheit451quarrata over-blog it, 21.5.09
Corpi da modellare. Corpi che consumano, corpi tirati al massimo, che devono essere sempre piu’ grossi. Corpi lucidi, tesi, guizzanti, che devono rinunciare a tutto per essere puro muscolo, che tutto devono espellere e niente possono trattenere. “Lucidi corpi” e’ un romanzo sulla ricerca ossessiva della perfezione fisica. E questa ossessione per il corpo diviene simbolo nevrotico di uno stile di vita made in USA che vuole tutto il piu’ grande possibile, dalla macchina al televisore, dai bicipiti alla pistola. Ma ci sono anche altri corpi in questo libro, corpi obesi, che non si negano nulla, corpi dediti al piacere, vaste praterie di pelle a buccia d’arancia, carni tremule e straripanti come budini impegnate in scene di comica seduzione.

Protagonista del romanzo e’ Shereel Dupont, aspirante al titolo mondiale di body building femminile. Solo due cose possono impedirle di vincere il titolo. Una e’ Marvella Washington, un’altra concorrente che alla palestra ha aggiunto gli steroidi trasformando cosi’ il suo corpo non solo in una guizzante massa di muscoli, ma bensi’ in una enorme massa di muscoli. L’altra cosa che mette a rischio la possibilita’ di Shereel di vincere e’ la calata a Miami, direttamente dalla Georgia, dei suoi parenti, una famiglia di contadini del Sud dalla mentalita’ gretta e conservatrice. Il padre che tra un pregiudizio e l’altri si scola una bottiglia di Wisky con i figli, la madre e la figlia che trasudano in eguale misura grasso e ignoranza, il fidanzato con l’hobby di attaccar rissa con il primo che passa. Insomma tutto il contrario della ferrea e cieca disciplina di quei concorrenti che si sfiniscono sotto pesi titanici, nello sforzo di non essere un corpo ma il corpo.
Queste due follie tutte americane, accomunate dall’assillante volonta’ di predominare e imporre il proprio modello, si scontrano in uno snervante crescendo di tensione fino alla premiazione finale.

E’ un romanzo di bruta fisicita’, ma anche una straordinaria parabola morale e filosofica su un’America over-size, deragliata nel suo delirio di potenza, ipertrofica ed eccessiva.
Un romanzo in bilico tra isteria e comicita’, dove accettare la sconfitta sembra un’ipotesi ancora peggiore della morte stessa.

(recensioni LUCIDI CORPI)

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Chester HimesCORRI, UOMO, CORRI! – Euro 14,00

www milanonera com,
“Aveva la sensazione che qualcosa fosse andato storto da qualche parte. Forse era successo appena la notte scorsa, oppure molto tempo fa. Ma, da qualche parte, all’ingranaggio dell’american way of life era saltato un dente; o magari era proprio questione di cuore. Il cuore che aveva perduto un battito senza piu’ recuperarlo.”.
Siamo negli anni del dopo Kennedy e lo scrittore di colore Chester Himes descrive con queste parole il brivido di consapevolezza da cui e’ percorso il sergente Brock alle prese con un caso di omicidio plurimo.
A questo punto della narrazione, il lettore e’ gia’ informato di tutto: nel lindore degli smalti e dell’acciaio inox di una moderna tavola calda della quinta avenue, una belva spietata ha fatto strage e, non sazia, sta braccando un’altra preda. Nei bui sotterranei dei grattacieli, sui marciapiedi affollati di down town, nei night club di Harlem, fin nei piu’ intimi recessi della vita privata della vittima designata…
Senza sosta.
Di giorno e di notte.
La belva e’ un bianco, trent’anni, occhi di ghiaccio, un ciuffo di capelli biondastri sulla fronte. Poliziotto.
La preda e’ un nero, sui venti, occhi costantemente descritti con le pupille dilatate dal terrore, il corpo vigoroso e reattivo nella costante ricerca di una via di fuga. Lavapiatti e studente.
Il romanzo si apre con un incalzante incipit di cinquantuno pagine durante le quali non e’ concessa al lettore alcuna pausa.
Sullo sfondo della metropoli al risveglio – reso con taglio descrittivo iperrealista – l’azione fila ad una velocita’ folle per mantenere costante l’inquadratura su inseguitore ed inseguito. Walker e Jimmy. Il poliziotto e lo studente. Il bianco e il nero. La belva e la preda.
Ma non si pensi che sia tutto cosi’ semplice. Himes sa per esperienza che il mondo e’ un luogo singolare dove le ragioni del perseguitato sono, contro ogni logica apparente, le piu’ difficili ad essere comprese ed accolte. Sara’ colpa di quel battito di cuore perso… Fatto sta che al lettore non e’ consentito distrarsi. Fino all’epilogo. Vagamente amaro come si conviene alle prove migliori di questo genere letterario.
Himes scrive questo romanzo durante il suo soggiorno francese per la Se’rie noire di Gallimard. Nato nel Missouri (Jefferson City – 1909), appena diciannovenne viene condannato a vent’anni di galera per rapina ed e’ solo l’ultima di una sfilza di misure persecutorie subite – tra cui l’espulsione dalla Ohio State University… – da inquadrarsi nel clima di tensioni razziali degli anni ’50; cosi’ si trasferisce in Francia ed e’ qui che si realizzano le sue fortune letterarie. Muore in Spagna nel 1984 piu’ o meno dimenticato.
Questo autore appartiene ad una subcultura particolare, quella che coincide con i limiti del ghetto nero piĂş famoso, Harlem, e si collega alla letteratura della “negritudine”, che aveva in James Baldwin (chi ricorda lo stupendo “Un altro mondo”…) uno dei suoi piu’ risaputi esponenti.
Questa letteratura testimoniava di una lotta di razze come dialettica selvaggia. La stessa avvertibile nel suono aspro e disperato del jazz di quegli anni: non sara’ un caso se lo stesso percorso personale ed artistico di Chester Himes fu seguito da numerosi musicisti di colore americani approdati sulla Senna per sottrarsi alla spietatezza del sistema e ai suoi pusher-aguzzini; tra i tanti, Dexter Gordon il cui sax ha gradazioni tonali che ricordano da vicino la scrittura b&w di questo scrittore.
Il titolo. “Corri, uomo, corri!” e’ la traduzione letterale dell’originale Run man run. Ebbene, dopo aver letto il romanzo, ciascuno concordera’ sul fatto che esso, piu’ che richiamare testualmente un incitamento rivolto da Jimmy a se stesso all’inizio della sua pazzesca avventura, rappresenta un ammonimento per chi si dispone alla lettura perche’, dopo le prime righe, sfido chiunque a fermarsi…
Paolo Donati

(recensioni CORRI, UOMO, CORRI!)

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Carl HiaasenCROCODILE ROCK – Euro 17,50

buoneletture wordpress com, 6.11.08
Chi ha gia’ letto qualcosa di Carl Hiaasen conosce il suo tocco ironico con cui riesce ad addolcire i suoi noir. Anche “Crocodile Rock” non si sottrae a queste caratteristiche, con qualche variazione: per la prima volta appare la prima persona singolare, forse grazie al fatto che l’autore affianca la professione di scrittore a quella nuova di giornalista. Perche’ il personaggio principale e’ proprio tale, anche se destinato ai necrologi di un oscuro quotidiano del sud della Florida, dopo aver scritto qualche parola di troppo in una indagine scottante. Un bel protagonista attorniato da un “cast” originale, quasi bizzarro, ottimi dialoghi e sullo sfondo la denuncia dei grandi media, capaci di inglobare e far scomparire le piccole realta’.

(recensioni CROCODILE ROCK)

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Hugues PaganIN FONDO ALLA NOTTE – Euro 13,50

angolonero blogosfere it, 20.4.09
Non si sfugge al passato. Per quanto banale possa sembrare, e’ vero. Non basta cambiare citta’, lavoro, vita: i fantasmi vanno affrontati e possibilmente uccisi. Se ne rende conto Jacques Chevallier, giornalista di provincia un po’ sgualcito, innamorato della giovane centralinista Anita e della macchina Dizzie Mae (non necessariamente in quest’ordine) quando nella sua vita ripiomba l’ex moglie Sonia con una richiesta perentoria: ritrovare Chess, “che era come un fratello”.
Senza un indizio, senza una traccia se non un sostanzioso (e forse incompleto) dossier e un altrettanto sostanzioso assegno. Ed e’ solo l’inizio, perche’ meno di 24 ore dopo arriva dal passato anche Sauvage, in forza all’Usine, a consigliare a Chevallier una vacanza.
Ora, Chevallier farebbe volentieri a meno di fare i conti con il passato, se non fosse che sul suo magro conto corrente bancario sono comparsi due consistenti versamenti da parte di un anonimo benefattore. Segno che, qualunque cosa ci sia dietro la scomparsa di Chess, Chevallier e’ coinvolto suo malgrado.

Prende avvio cosi’ “In fondo alla notte”, noir serrato e soffocante di Hugues Pagan. Pagan e’ un ex poliziotto trasferito in provincia, cosi’ come Jacques Chevallier. La provincia calda e afosa come le paludi della Louisiana fa da sfondo a una storia torbida e confusa. Come in ogni noir che si rispetti, l’eroe e’ molto poco eroico e molto “sporco”. Il suo passato non e’ limpido, nel suo presente, per quanto “ripulito”, ci sono conoscenze ambigue, ma soprattutto e’ lui che non riesce a sentirsi a posto con se stesso: “Fino a quel momento, mi ero dedicato a poche scialbe occupazioni, con la stessa tenacia di una gallina decapitata. Un bravo ragazzo che aveva messo la testa a posto, uno che aveva fatto il suo tempo, le cui scappatelle si limitavano a un tappeto verde settimanale dove si puntavano quattro soldi, e a conquiste femminili da capoluogo di provincia, avendo come unico piacere la presenza opulenta di Dizzie Mae. Dopodiche’… Credo proprio che una parte del mio vecchio mondo mi avesse riacciuffato. (…) Quando Chess sarebbe apparso, a questo punto, fra poco, non mi avrebbe preso alla sprovvista. Mi feci il primo bicchiere della serata alla sua salute, i dieci o dodici seguenti alla mia. Non riuscii a sbronzarmi”.

Jacques e’ il principale sospettato, per non dire l’unico. Se arriva in fondo alla storia, lasciandosi alle spalle una lunga scia di morti e feriti, lo fa perche’ e’ costretto, non certo per coscienza o buon cuore. Sebbene anche a lui si adatti la descrizione dei caffe’: “I caffe’ erano forti, morbidi e amari, come quasi tutti i protagonisti dei romanzi polizieschi classici”.
Ma, come si diceva all’inizio, certi fantasmi del passato devono essere affrontati e uccisi, per poter sopravvivere. Non senza una notevole dose di disillusione e alla fine, perche’ no, un filo di speranza.
Alessandra Buccheri

(recensioni IN FONDO ALLA NOTTE)

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Victor GischlerLA GABBIA DELLE SCIMMIE – Euro 15,00

www sugarpulp it, 3.9.09
Francamente, e credo di non essere il solo a pensarla cosi’, ritengo che Victor Gischler sia l’autore piu’ interessante dei nuovi scrittori di quella che noi barbabietole insanguinate di Sugarpulp chiamiamo la new wave del noir americano e considerato che “Champion” Joe Lansdale dice grandi cose di Victor, per esempio che prende il concetto di delirio di scrittura per portarlo al massimo fino a farlo danzare sull’orlo dell’abisso – sono parole sue non mie – allora mi sento piu’ tranquillo e in qualche modo autorizzato a spendere parole importanti. Insomma con Joe che certifica i quattro quarti di nobilta’ artistica di Gischler, ci sono gli estremi per dire che questo, per chi ama un certo tipo di lettura, quello che va sulle pagine di Sugarpulp, e’ il nuovo grande autore da prendere a scatola chiusa. Ma perche’ vi parlo di Gischler? Numero uno perche’ tentero’ di recensire finalmente sulle pagine della nostra Tortuga letteraria il capolavoro di cui non abbiamo ancora parlato, “La gabbia delle scimmie”, edito da Meridiano zero ancora l’anno scorso. Poi perche’ di Victor Gischler uscira’ a novembre sempre per Meridiano zero “Pistol Poets”, non conosciamo ancora il titolo dell’edizione italiana ma sappiamo gia’ per certo che la traduzione del romanzo sara’ di quel vecchio demonio di Luca “The Wizard” Conti, sappiamo anche che “Pistol Poets” e’ un vero capolavoro che spiazzera’ ulteriormente coloro che avevano amato “La gabbia delle scimmie” portando il livello di follia e divertimento a un grado ancora superiore. Del resto, se il tuo penultimo libro racconta di una Terra post-apocalittica il cui futuro e’ indissolubilmente legato ad una catena di Strip Club – “Go Go Girls of the Apocalypse” – ancora inedito in Italia, e il tuo ultimo romanzo in uscita – il primo settembre negli States – e’ un piccolo capolavoro a base di lupi mannari, streghe, golem e frati-killer ambientato a Praga www.vampireagogo.com allora come minimo la targa di scrittore piu’ pulp degli ultimi dieci anni, Joe Lansdale era gia’ sugli scudi of course, te lo meriti tutto.

Fatta questa doverosa premessa e incrociando le dita in attesa di “Pistol Poets” veniamo ora a “La gabbia delle scimmie”, in originale “Gun Monkeys”.

Charlie Swift e’ un gangster, uno di quelli tosti, viaggia con un cadavere senza testa nella Chrysler presa a nolo e ha un compagno di squadra psicopatico che di nome fa Blade Sanchez e si diverte a far saltare in aria le vittime con pasticcini imbottiti di tritolo. Fin qui ordinaria amministrazione, un buon attacco noir pulp nella migliore tradizione tarantiniana, ma io ci metterei anche Rodriguez magari shakerato con Spillane, ma se a questo aggiungete un ritmo micidiale che non scende mai e dico non scende mai per duecentocinquantasei pagine, una storia irta di false piste in cui niente e’ come appare, uno humour che vi fara’ sgolare di risate per tutta la durata del romanzo, una serie di personaggi tratteggiati con guascona intelligenza quasi a mettere in scena una crociata dei pezzenti del noir, allora vi renderete pre-sto conto che Gischler e’ un talento puro.

Gangster che si scannano a Monopoli, agenti dell’FBI piu’ o meno sporchi, fidanzate impagliatrici di animali, madri iperprotettive, fratelli da mandare all’Universita’ che sognano pistole intergalattiche, sparatorie da Ok Corrall ambientate in lavanderie a gettone, concerti rock tenuti in locali di quart’ordine nella provincia di Orlando, la capitale di Disneyland.

Come e meglio di Bazell se e’ vero che dopo questo Gischler ha gia’ scritto altri sei romanzi tutti in attesa di traduzione italiana, ha collezionato una nomination agli Edgar e una agli Anthony Award, ha una versione cinematografica di “La gabbia delle scimmie” in rampa di lancio e sceneggiature Marvel di Punisher, Wolverine e Deadpool che mandano gli albi sold out.

Victor Gischler: il nuovo, grande autore della new wave noir americana.

In attesa di “Pistol Poets”, leggetevi “La gabbia delle scimmie”: non vi deludera’. Perche’? Perche’ e’ un grande spettacolo, non solo uno splendido romanzo.
Matteo Strukul

(recensioni LA GABBIA DELLE SCIMMIE)

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Derek RaymondE MORI’ A OCCHI APERTI – Euro 9,00

La grande sfiga di Derek Raymond, morto nel 1994, e’ stata quella di chiamarsi Robin Cook. Esattamente come l’autore di Coma e di altri mediocri thrillers di ambiente medico. Cosi’ e’ stato costretto a servirsi di uno pseudonimo, persino nel suo ambiente natale, l’Inghilterra; con l’unica notevole eccezione della Francia dove, giustamente, e’ lo scribacchino americano a doversi nascondere.
Comunque, Cook o Raymond, siamo in presenza di un maestro assoluto del Noir, tra i piu’ grandi del dopoguerra; e non depone a favore della lungimiranza dei nostri editori il fatto che per tanti anni sia stato trascurato.
Ci ha pensato una piccola casa editrice di Padova, Meridiano Zero. Il romanzo che ci propone e’ il primo del ciclo di sei che Raymond dedico’ a “The Factory”, una filiale di Scotland Yard dalle parti di Marble Arch in cui non si fa carriera e si vivacchia tra crimini sordidi e banali. Be’, banali in apparenza. Come l’efferatissima uccisione di Staniland, un tizio senza arte ne’ parte, chiacchierone e rompiscatole.
Prima di andare oltre devo avvertire che non sto parlando di un romanzo qualunque, ma di un capolavoro. Forse non arriva alla perfezione di “Il mio nome era Dora Suarez”, l’opera migliore di Raymond, ma ne sfida l’eccellenza. Dunque quanto diro’ non puo’ nemmeno rendere l’idea di cosa sia il romanzo di cui tratto. Pazienza. Andiamo avanti. Staniland ha lasciato appunti, biglietti e soprattutto nastri registrati. E’ dunque la sua stessa voce che, alternandosi all’indagine di un agente della Factory sempre piu’ nauseato, ci guida alla scoperta della verita’. Ed e’ una discesa all’inferno, in cui ogni girone della societa’ londinese ci spalanca abissi di cinismo e di disumanita’, trascinandoci in un vortice a cui non posssiamo sottrarci, per quanto sbigottiti e inorriditi. Fino a portarci a concludere che la morte di Staniland, uomo troppo sensibile per un contesto in cui classi medie e ceti popolari rivaleggiano in aridita’ morale, era in qualche modo inevitabile, come una moderna crocifissione priva di valore catartico.
Il termine Noir viene spesso usato per opere che nere non sono affatto, ma appena scure. Raymond, invece, e’ nero come l’inchiostro, perche’ il suo oggetto e’ l’Ombra, la parte piu’ buia dell’animo umano. Infittita da altre ombre: quelle gettate da una societa’ spietata e ipocrita, fatta apposta per schiacciare chi cerchi di sottrarsi alle sue convenzioni. Il tutto dipinto senza moralismi piccolo-borghesi alla Simenon, ma con un gelido realismo che finisce per divenire terribile e struggente.
E che dire dello stile elegante ed essenziale, dei dialoghi sempre perfetti, dell’assenza totale di lungaggini? Niente. Gettate nella spazzatura i Patricia Cornwell che vi intasano gli scaffali e correte a comprare questo libro. Perche’ questo e’ un Noir. Il Noir.
Valerio Evangelisti

(recensioni E MORI’ A OCCHI APERTI)


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart