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LIBRI IN USCITA: MERIDIANOZERO 15/2010

2 Dicembre 2010

Care lettrici e cari lettori,

l’attesa e’ finita: il nuovo Derek Raymond e’ in libreria!
Non potevamo quindi non dedicare questa newsletter al suo “Incubo di strada” che speriamo vi tenga compagnia fino all’anno nuovo e all’uscita della sua autobiografia, “Le stanze nascoste”, che sara’ sugli scaffali proprio a gennaio: un appuntamento da segnare in agenda!

Ma gli appuntamenti non finiscono qui: la Meridiano zero vi aspetta a Piu’ Libri Piu’ Liberi, la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria che si terra’ a Roma dal 4 all’8 dicembre, come sempre al Palazzo dei Congressi dell’EUR. Tutta la casa editrice sara’ allo stand F10 al piano terra per conoscervi e consigliarvi nuove letture! E per gli appassionati di musica anticipiamo che lunedi’ 6 dicembre, proprio in Fiera a Roma, Massimo Del Papa presentera’ – con John Vignola di Radio2 – il suo “Happy. L’incredibile avventura di Keith Richards” (ore 12:00, Sala Ametista).

Vi aspettiamo numerosi,
nel frattempo… buona lettura!

La vostra redazione

LE NOVITA’ IN LIBRERIA
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Incubo di strada di Derek Raymond – Euro 13,00
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LA STORIA: Kleber ha quarantaquattro anni, appesantiti dalle lunghe notti spese sulle strade di Parigi, immerso nell’orrore delle piu’ violente forme del male. Vive per l’amore della sua vita, la giovane Elenya, una dolcissima bellezza dell’Est che ha strappato al marciapiede e a un protettore spietato. Oltre a lei, in un mondo di facce nemiche, Kleber ha solo Mark, l’amico d’infanzia che ha ceduto alla criminalita’. Sono ventidue anni che Kleber combatte il crimine e da tempo ha detto addio a ogni possibilita’ di carriera. Ogni notte e’ logorato da visioni di sangue, perche’ non e’ vero che i giusti possono dormire un sonno tranquillo: nel buio il male si rigenera e le tenebre dell’umanita’ non si disperdono mai. I suoi nervi sono tesi al limite, divorati dalla frustrazione e dalla stanchezza e, dopo l’ennesimo scontro, Kleber scaraventa a terra un collega sfogando la sua rabbia contro gli ingranaggi corrotti di una gerarchia ingiusta. In un attimo si ritrova sbattuto fuori dalla polizia. E a quel punto e’ lui la preda, braccato dalla malavita. Senza la legge dalla sua parte e’ un facile bersaglio per i vecchi nemici che sanno qual e’ il suo punto debole: lei, l’angelo biondo che dorme al suo fianco, la donna che gli ha dato tutta se stessa, l’altra meta’ della sua anima. Kleber cerca l’amore nelle viscere del male, sulle impronte del Sergente senza nome della serie della Factory: Raymond ha osservato la vita attraverso il vetro oscurato della violenza e in questo modo ha scritto i suoi noir. Non c’e’ salvezza, ne’ redenzione, ne’ possibilita’ di giustizia, ma combattere per un grande amore e’ quanto di piu’ simile alla salvezza un uomo possa sperare.

In “Incubo di strada” troverete Derek Raymond, uno dei piu’ crudi scrittori del Novecento, ferito, affamato d’amore e redenzione, curvo sotto il peso del dolore che lo divora, come un cancro.
Le pagine di questo romanzo sembrano intinte nel sangue delle vittime, sono l’addio di uno scrittore di noir alla vita, un addio che rivolge il suo sguardo non all’odio, non alla violenza, ma all’amore. E poco importa se la trama ha un intreccio sbiadito, se a tratti si frantuma, incoerente e paranoica come solo un vero incubo puo’ essere. Conta l’atmosfera, l’amore trovato e perduto per sempre, spazzato via da una morte tragica e orribile, l’amicizia scandita dal vino e dal sangue sulla strada, il coraggio di ammettere una debolezza, che percorre il libro come una lama e consuma un po’ alla volta.
“Incubo di strada” risuona di malattia e pianto, e’ un testo coperto di lividi come un’anima tradita e lasciata ad agonizzare, come la tela dura e deformata di un quadro di Francis Bacon.
Derek Raymond ha lavorato sui colori cupi, sui corpi straziati, sulle promesse d’amore e con Incubo di strada ha voluto lasciare ai suoi lettori uno specchio spezzato che riflette, ancora oggi, i frammenti della sua anima perduta.

LE RECENSIONI

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Incubo di strada di Derek Raymond – Euro 13,00
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milanonera hotmag me, 17.11.10
“Dei vecchi nei caffe’ – che sfogliano le fotografie dei nipoti o dei parenti defunti, sfilandole dal portafoglio per appoggiarle sul tavolo macchiato di vino e mostrarle a perfetti sconosciuti -, era a questo che si riduceva tutto? Era questa la ricompensa per aver corso il terribile rischio di vivere? Nessun premio? […] l’assurda filastrocca della vita andava avanti: la gente continuava a giocare a tennis, curare il giardino, tagliare l’erba, andare in banca, fumare il sigaro, bere whisky e raccontare pettegolezzi. Ma il senso di una vita qualunque, ne era certo, era il senso di qualunque vita.”
Parigi, meta’ anni 80; il quarantaquattrenne poliziotto Kleber viene sospeso dal servizio per motivi disciplinari; niente di grave: non finche’ ad aspettarlo a casa c’e’ la moglie Elenya… ma la vita lungo le strade della capitale sa essere dura con un ex sbirro intransigente sempre pronto a combattere “la stessa battaglia”, e a “lottare per i vivi e per i morti” (soprattutto quelli “morti ingiustamente”), anche a costo di farsi dei nemici. E, sulla strada, l’amicizia del piccolo criminale Mark, indimenticato compagno d’infanzia, rischia di rivelarsi insufficiente, o addirittura fatale…
Ambientato in una Parigi che, piu’ che una geografia, e’ un insieme di direzioni, di semplici punti cardinali che formano un “comodo” palcoscenico (merito delle aperte “bassezze” osservabili lungo la linea di confine tra il III e il IV arrondissement, non a caso, scenario anche dell’ingiustamente misconosciuto “Crashville” di Pierre Bourgeade) per un’agiografia contemporanea – quella della bella martire Elenya, la cui dolente “santita’” spicca ingigantita sullo sfondo della consueta depravazione raymondiana -, “Incubo di strada”, romanzo inedito del creatore della Factory, proposto oggi ai lettori italiani da Meridiano zero, e’ stato scritto nel 1988 e originariamente pubblicato in esclusiva in Francia nella serie “Thriller” di Rivages (la prima edizione inglese e’ del 2006).
Se, da un punto di vista tematico, “Incubo di strada” propone una serie di elementi tipicamente raymondiani – dalla messa in campo di un detective ipertroficamente empatico (qui, questa caratteristica trova la sua piu’ fortunata e sintetica formulazione : “Il senso dell’esistenza (se ce n’era uno) aveva cominciato ad apparirgli chiaro: bisognava identificarsi nell’altro”), impolitico fino all’autolesionismo e intollerante nei confronti di ogni gerarchia, alla descrizione dei bassifondi, dal totale disinteresse per la “detection” all’annullamento di ogni stratagemma banalmente poliziesco, e cosi’ via fino all’orrore dell’ospedale psichiatrico (qui, non tanto, o non solo manifestazione della fine del “soggetto vivente” – una sorta di morte prematura -, come nel caso delle visite alla moglie omicida del protagonista dei romanzi della Factory, ma anche supremo richiamo alla riflessione sul senso dell’esistenza e sull’heideggeriano “aver cura”) -, e’ nello stile della narrazione, che il Raymond inedito si rivela piu’ sorprendente: si riconosce appena, dietro la “calma” voce narrante, la penna del creatore della Factory.
Generalmente pronto a “mostrare”, con crude descrizioni che catapultano, fin dalle prime pagine, il lettore nel bel mezzo della diegesi, Raymond adotta, qui, una tecnica opposta, costruita su un inatteso tono dichiarativo, che “racconta” il personaggio, muovendosi in maniera regolare attraverso un mosaico di dettagli (apparentemente) superflui, note biografiche, ricordi d’infanzia, constatazioni di dati di fatto, incubi, vecchie maledizioni, mezze riflessioni e citazioni bibliche; tanto e’ innocuo il tono del discorso (anche a dispetto del contenuto), che le prime, violente, battute di dialogo ambientate nell'”oggi” del romanzo appaiono stridenti, quasi fuori posto.
Messa di fronte ad una serie di eventi presentati come semplici “fatti naturali”, e spiazzata dalla dissonante durezza dei dialoghi, l’attenzione del lettore si ritrova distolta dal semplice “accadere”, e proiettata verso la dimensione morale che – come testimoniato dal continuo rimuginare di Kleber sul “valore della vita umana”, sul senso della colpa ecc. – costituisce il fulcro del romanzo; e cosi’ si comincia a distinguere, dietro al racconto espresso in terza persona e apparentemente affidato ad un narratore onnisciente, l’oggettivazione della voce del protagonista, che nell’auto-narrazione “mascherata” prende le distanze da se’, per riuscire ad afferrare (accettare?) la sua situazione, o semplicemente per vedersi piu’ chiaramente.
E le frasi regolari, “indifferenti” al corso degli eventi e quasi monotone, si rivelano come brani di una romantica melopea (non a caso il protagonista si “sorprende” a parlare ad alta voce), elementi costitutivi di una lunga lamentazione funebre priva di coro e accompagnamento, che risolve il lutto per la perdita dell’amato con la morte dell’amante (e, nel farlo, diviene una lucida e onesta orazione in memoria di se stessi).
E mentre il lettore, ormai assorbito dalla vicenda che ha rivelato il suo carattere tutto “interiore”, attende la fine del protagonista – una fine ormai “voluta” che, in un ennesimo, ironico, rovescio del destino, tarda ad arrivare – “Incubo di strada” si eleva ad un livello di coerenza superiore: trasformando la cronaca della dolorosa auto-educazione alla morte del protagonista nel testamento spirituale dell’autore (e ha ragione Marco Vicentini, traduttore oltre che editore del romanzo, a farlo notare nella sua breve ma evidentemente sentita nota conclusiva) finisce per realizzare la perfetta coincidenza tra autore e personaggio…
Fabrizio Fulio-Bragoni

(recensioni Incubo di strada)

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Una donna di troppo di Carl Hiaasen – Euro 18,00
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www cabaretbisanzio com, 6.11.10
Tutto parte con una crociera (immagino qualcosa di simile a quella di Foster Wallace), poi l’omicidio: Chaz Perrone, dottore in biologia, butta giu’ dalla nave la moglie Joey. Bella, intelligente e, sfortunatamente per il marito, ottima nuotatrice.
La storia inizia a prendere svolte inattese, un’isola a largo della Florida, Mick Stranaham che raccoglie Joey abbarbicata a una balla di marijuana. Dialoghi scintillanti sotto il sole o sbattuti dal vento della tempesta.
Mick e Joey alla caccia di Chaz, un biologo che non sa neppure da che parte sia indirizzata la corrente del Golfo, un biologo venduto, con una laurea comprata. Bello e affascinante, quanto stupido perche’ troppo invaghito di se stesso.
Carl Hiaasen non cede spazio alle polemiche, eppure il leitmotiv della difesa dell’ambiente e’ una chiave dominante della sua scrittura. Dopo Edward Abbey (di cui Meridiano zero ha pubblicato il suo libro piu’ noto ovvero “I sabotatori – The Monkey Wrench Gang”), Hiaasen e’ l’autore statunitense che riesce a coniugare letteratura e indagine sociale e ambientale senzaperdere un colpo. Il tutto nelle sue mani diventa una miscela esilarante e ricca di tensione.
La trama si srotola splendida sotto la luce cangiante delle Everglades, in cui i livelli di pesticidi stanno soffocando qualsiasi forma di vita. Penso che ogni lettore non possa che rimanere stupefatto dalla capacita’ di Hiaasen di dare vita a personaggi unici (anche quando usa dei cliche’): Mick, Joey, Chaz, Tool e i suoi cerotti al fentanyl, e anche il detective Karl Rolvaag, appassionato di serpenti (ha due pitoni in casa).
E poco alla volta in questo splendido e ricco romanzo, tutto arriva al conto finale: “Una donna di troppo” e’ forse il miglior romanzo che possiate leggere se avete nostalgia di un noir ironico e della magia di Edward Abbey, un autore che ricordo sempre con le parole di Whitman: “Resistere molto. Obbedire poco”.
Enzo Baranelli

stefanodonno blogspot com, 9.11.10
La narrativa di Carl Hiaasen, alzata a livello massimo di qualita’ con questo ultimo “Una donna di troppo”, uscito negli Stati Uniti d’America gia’ nel 2004 e col titolo di “Skinny Dip” – ma per fortuna esiste Meridiano zero, almeno -, e’ una prova di forza: una prova di forza della letteratura: del poi 2000. Che, su tutto, siamo oltre le migliori pellicole cinematografiche ‘autoriali’. A qualche centimetro di prossimita’ con la migliore tradizione letteraria internazionale. Hiassen, con questo romanzo, specifichiamo, riesce a tenere perfettamente sullo stesso piano il disastro ambientale che lentamente (ma neppure cosi’ tanto) sta annullando il mondo con la bella aderenza dell’ironia, a volte vergata d’ondate piccine di sarcasmo, e persino con la sagacita’ del noir piu’ giovane come attuale; ma il gioco del ‘noir’ aumenta solamente, eppure forse non ce ne sarebbe perfino bisogno, l’intensita’ di stretta col romanzo che andiamo a leggere. Insomma Chaz, lo si capisce proprio da subito subito, e’ un gran pezzo di merda, uno stronzo piu’ che stronzo, un professionista, ma assolutamente non di valore, che ha scelto la biologia quale rifugio per la sua volonta’, e possibilita’, di carrierismo e soldi in tasca. Un uomo, per di piu’, atletico e di bel successo con le donne. Di successo, pero’, almeno fino a quando queste capiscono chi davvero hanno davanti e spesso dentro. E il bastardo, insomma, fa partire la storia, che si chiudera’ alle sue spalle anzi sulle spalle sue rovinate infine dagli insetti vari, gettando nell’acqua dell’oceano la moglie che in realta’ proprio non merita. Ma, malgrado lui, la donna si salva. Povero lui. Dunque la moglie, gettata in acqua oceanica quale regalo d’anniversario, Joey inizia invece, appena puo’, dallo sperimentare la progettazione della vendetta. Perche’ l’ex suo marito, insomma, aveva scelto di sacrificarla, e non per divertirsi maggiormente con l’amante. Darla in cambio alle sua foga di fare il furbo. Sempre contro l’ambiente. Ai servigi d’un inquinatore di prim’ordine. Una persona, tra l’altro, in tutto e per tutto di primo piano. Ma nella trama arriva l’investigatore, pronto ad andare via dalla Florida che piu’ non sopporta, Rolvaag. E il salvatore Mick Stranahan. E il guardiaspalle, redento o quasi, Tool. E, quindi, l’amante Ricca. E il fratello della morta Joey. E i serpenti dell’investigatore Rolvaag. Oltre, chiaramente, a una serie di comparse non proprio secondarie. Carl Hiaasen, giornalista investigativo del Miami Herald con l’obiettivo di documentare proprio lo scempio dell’ambiente, innesca da un’idea di fondo semplicissima una bomba d’avvenimenti e rimandi ad altri episodi sparati nella pagina. Con cattivi e cattivissimi. Traccia pure approvvigionata delle spoglie d’alcuni soggetti che provano a rendere conto al bene. Per essere davvero attenti, si dovrebbe raccontare, facendo magari delle schede, d’ogni personaggio. Persino, appunto, dei serpenti dell’investigatore. Pero’ meglio assicurarsi d’essere presi alla gola dall’ironia impareggiabile di Hiaasen e farci, quindi, incastrare dalla sua opera. Il ‘moderno’ di C. Hiaasen, comunque, forse sta proprio nell’essere moderno a condizione di non tralasciare il punto d’ascolto dell’impegno con la Letteratura. Ovvero tenendo insieme contenuti e scrittura, trama e stile e talento di rara misura. Un brindisi, allora, per la natura. E che i concimi che ammazzano le riserve naturali degli States non diventino persino piu’ imponenti del cemento che s’allarga a dismisura. Come in Italia. Al pari di tanti altri lembi d’universo sventrati solo dalla protervia degli interessi esclusivamente particolari. Assassini ecc. compresi e botte in mezzo.
Nunzio Festa

(recensioni Una donna di troppo)

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Happy – L’incredibile avventura di Keith Richards di Massimo Del Papa – Euro 10,00
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Jam, novembre 2010
Il chitarrista come cuore pulsante degli Stones. In attesa dell’autobiografia “Life”
Il dito non ha fatto scorrere nemmeno 10 pagine, che gia’ sale la voglia di telefonare all’autore per chiedergli da dove abbia tratto la malsana idea di intitolare al loro chitarrista un libro che, in realta’, riguarda i Rolling Stones. E’ proprio in quel momento, pero’, che appare chiaro quanto Del Papa osi, con un’opera che riscrive almeno tre quarti delle tesi tanto care alla critica nostrana in materia “rotolante”. Jagger sara’ pure il frontman, il cantante piu’ cool del pianeta, ma a 23 anni, Richards ha gia’ chiaro il suo ruolo nella band e fa delle Pietre, da subito, la sua proiezione azimutale sonora. Un gruppo nel quale non si segue la batteria, per quanto granitica, di Charlie Watts, ma la chitarra ritmica di Keith. Una banda in cui il segreto del successo e’ partire dal caos musicale, eliminandone gli strati superficiali, per raggiungere l’armoniosa melodia del silenzio. Una sarabanda in cui chi non coglie l’essenza delle pause dilatate, finisce a coriandoli, vedi alla voce Mick Taylor. Rituali che trovano immancabilmente, secondo la penna elegante di Del Papa, il loro cerimoniere in Keith Richards. Un bandito borderline, dalla lunga frequentazione di lidi artificiali che quasi se lo portano via, ma con la musica come le ceneri per la Fenice. Uno che se non fosse diventato un’icona rock nella piu’ grande band del pianeta, sarebbe “un fallito ma di gran classe”. Un musicista su cui sono colati fiumi di inchiostro, sovente a sproposito, ma non in questo caso.
Christian Diemoz

www lankelot eu, 16.9.10
“Keith, che definizione daresti del rock?” “Me”.
Scatta Massimo Del Papa: “Ferino, belluino, con quei capelli arruffati, a nido d’aquila, rivoli d’inchiostro sulla faccia scavata, il labbro inferiore sporgente in un ghigno perennemente incazzato. E le mani, dure, nodose anche quelle, mani di uno che va per le spicce, mani da strette violente. Mani da killer. Bello no, brutto si’, ma di un brutto attraente, carismatico. Uno di quelli di cui si dice: se non fosse diventato quello che e’, sarebbe finito male”.
Una delle piu’ grandi rockstar della storia, leader dei Rolling Stones, Keith Richards e’ protagonista di un omaggio d’autore firmato da una grande (e divertente, ammettiamolo: divertente, soprattutto) personalita’ giornalistica, quella dell’editorialista di riferimento del Mucchio. “Happy” (Meridiano zero, 2010) appare nella collana “Mappe Musicali” della casa editrice di Marco Vicentini.
Del Papa non ha dubbi: la parola giusta per caratterizzare Richards e’ “bandito”. Keith e’ stato e rimane “un fuorilegge che, per combinazione, sapeva suonare la chitarra, sapeva comporre”. Un demone poetico che si nutre di disordine: un creatore capace d’essere al di la’ del bene e del male. “Dionisiaco ma essenziale”, “autodistruttivo ma mai vittimistico”, e’ un anarchico che gioca, a sessantadue anni come quarant’anni prima, a vivere ogni giorno come fosse l’ultimo: perche’ e’ disperatamente innamorato della vita, perche’ vive per la musica. E intanto invecchia alla grande. Nel corso di un’intervista rilasciata a TGCom, Del Papa ha dichiarato: “Mi piace come e’ invecchiato, ha avuto una certa intelligenza nel farlo, da vampiro del ventesimo secolo. Un personaggio cosi’, di un gruppo cosi’, non aveva altra scelta, non era possibile dopo una carriera simile invecchiare con grazia, con gentilezza. Nel libro mi diverto ad analizzare le sue mutazioni d’immagine e fisiognomiche: e’ sempre stato brutto, ma ogni volta che usciva un disco o un tour aveva una faccia che sembrava non potesse peggiorare, e invece… E’ riuscito ad assumere l’autorevolezza che avevano i vecchi bluesman pur rimanendo un personaggio eccessivo”. E s’e’ ritrovato a essere la musa, diciamo cosi’, per il famoso pirata di Johnny Depp. E c’e’ scappato un cameo. Come sintesi di rock e kitsch nazionalpopolare non c’e’ male.
Secondo lo scrittore milanese, il Richards piu’ amato dai fan e’ quello del tour 1981-82, “Tattoo You”, perche’ e’ “quello che ha ripreso il controllo sul gruppo e su se stesso dopo anni di dannazione”, dando vita senza accorgersene a un pezzo come “Start Me Up”, “ultima grande hit dei Rolling”. Chi erano i Rolling, prima di essere un “delirante sodalizio artistico-malavitoso”, “gente temeraria che non si arrende agli sfaceli che combina”? “Un gruppo di spiantati in fuga dal conformismo neoindustriale inglese che ha scoperto una via di salvezza nel blues”, una “ragione per combattere nella musica”. Uno di questi spiantati, il nostro antieroe Keith Richards, si faceva venire in mente le canzoni dormendo. “Satisfaction” e’ nata cosi’, ricorda Del Papa: Keith si sveglia di botto, incide il riff, si riaddormenta. E una volta registrato il pezzo, s’accorge che poteva venire meglio (e qualche anno fa ha confermato: “Sto appena cominciando a imparare a suonarla come Dio comanda”). E questa si’ che e’ una bella storia.

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L’autore, in questa sua fascinosa e sintetica panoramica sulla storia della band, del suo demiurgo e delle sue inattese, incredibili trasformazioni (evoluzioni, anche) nel tempo, condivide gli emozionanti ricordi legati all’ultimo concerto romano della band (2007), approfittandone per spiegare ai piu’ giovani quanto Richards era trattato da “nemico pubblico” dai media, a suo tempo, per il suo stile di vita depravato e malsano; e poi, Del Papa finisce per eternare lo sguardo del chitarrista quando entra in scena, e si trasfigura. E ancora: lo scrittore accenna all’unico idolo di Keith (Chuck Berry) e alla nulla soggezione di Richards e compagni nei confronti di tutte le grandi personalita’ incontrate nel tempo, da Andy Warhol a Godard, da Bob Dylan a Bruce Springsteen, passando per David Bowie; infine, medita su quel che puo’ attendere – e su quel che sicuramente attende – il chitarrista dei Rolling Stones.

Estremamente leggibile, “Happy” e’ un omaggio fluido, appassionante e scanzonato a un artista che ha amato la trasgressione, e non l’autodistruzione: a un musicista considerato tra i migliori di sempre; a un’icona (pluri)generazionale dal fascino cupo e, in qualche strano modo, attraente.
Gianfranco Franchi

(recensioni Happy – L’incredibile avventura di Keith Richards)

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Il vento del Texas di James Reasoner – Euro 13,50
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cinemadadenuncia splinder com, 14.11.10
Fort Worth, Texas. Un lunedi’ di ottobre. La ventenne Amanda, figlia del dirigente della Westco (compagnia che produce attrezzature per l’estrazione del petrolio) Austin Traft, e’ scomparsa da giovedi’. L’investigatore privato Cody e’ incaricato da Gloria Traft, matrigna di Amanda, di trovare la ragazza e riportarla a casa prima di mercoledi’ pomeriggio, quando il marito rientrera’ da un viaggio di lavoro in Canada.
Quarantotto ore a rotta di collo: Cody, private eye poco piu’ che quarantenne con la passione della pittura e della letteratura western, non ha che due giorni per rintracciare Mandy e il suo probabile compagno di fuga, Jeff Willington. Accettato l’incarico e saltato in sella alla sua Ford, segue le volatili orme della ragazza cercando di farsi un’idea su di lei, che’ “quando si deve trovare qualcuno, e’ meglio se si conosce chi si sta cercando”. L’indagine lo porta a perlustrare Fort Worth in lungo e in largo, dal quartiere del campus universitario dove Mandy abita con l’amica del cuore Lisa Montgomery (nonche’ componente del trio musicale Friendship insieme a Mandy e Jeff) ai club di strip tease di ex mafiosi circondati da scagnozzi violenti, passando per locali in ristrutturazione frequentati dall’upper class della citta’ e musei dove contemplare i dipinti di Frederic Remington.
Profilo rigorosamente basso (si definisce “un investigatore privato di non grandi prospettive che sta invecchiando rapidamente”), Cody percorre Fort Worth come se si trovasse nel vecchio West: costantemente osservato da pedinatori piu’ o meno indiscreti (versione aggiornata della minaccia indiana) e vittima o artefice di imboscate (rivisitazioni contemporanee degli assalti alla diligenza e dei duelli). Eppure, nonostante l’ostentazione di understatement, la sua natura resta quella di un inguaribile romantico (tra Gary Cooper e Bogart): non solo si lascia coinvolgere personalmente nel caso fino a essere tormentato dal senso di colpa, ma, indagine facendo, incappa in una donna (Janice Bryant) il cui fascino e’ pari soltanto alla determinazione e alla disponibilita’ a spalleggiarlo (arriva persino a imitare Lauren Bacall).
Se la filigrana di Texas Wind e’ western, la stoffa e’ inconfondibilmente noir. Lo status di private eye calza a pennello a Cody: private in quanto investigatore fuori dagli schemi (tant’e’ che per portare avanti l’indagine deve schivare la polizia) e privato di connotazioni eroiche (rimpiazzate dallo scetticismo nei confronti delle proprie capacita’); eye in quanto occhio che scruta attentamente (grazie al quale sventa un tentato suicidio) e autentico punto di percezione (piu’ la sua condizione e’ costretta all’immobilita’ piu’ le sue facolta’ sensoriali si acuiscono). Capace di intrufolarsi in ogni luogo con ogni stratagemma, apre porte e serrature con la stessa disinvoltura con cui incassa pestaggi e accusa emicranie. Il suo corpo sempre piu’ dolorante e messo alla prova e’ la cartina di tornasole dell’indagine: quanto piu’ subisce maltrattamenti e offese tanto piu’ il mistero si chiarisce. Espiazione masochistica in piena regola.
Classicamente narrato in prima persona e in focalizzazione interna (il lettore ne sa quanto lui), “Il vento del Texas” dispiega una scrittura in equilibrio tra asciuttezza descrittiva e attitudine riflessiva. Ne’ meramente fenomenologico ne’ tortuosamente introspettivo, il romanzo di culto di James Reasoner sciorina una quindicina di personaggi in carne e ossa, ma un ruolo tutt’altro che trascurabile e’ assegnato a due protagonisti non umani: Muffin, un cane di giada hongkonghese regalato a Mandy dal padre, e il vento che non smette mai di soffiare, finendo “per spazzare via tutto quello che c’e’ di buono”. Correlativi oggettivi del tema principale del libro: l’inarginabile prepotenza dell’amore. Tradotto con esemplare spigliatezza sintattica da Marco Vicentini, fondatore della casa editrice Meridiano zero.
Alessandro Baratti

www carmillaonline com, 12.11.10
Scelta felicissima, questa ripubblicazione voluta da Meridiano zero (con una traduzione di Marco Vicentini), a suggello italiano di una storia editoriale che ha visto i suoi natali nel 1980, quando l’americana Manor Books ne curo’ la prima uscita e il libro ando’ esaurito ma non fu piu’ ristampato.
James Reasoner ci concede a spizzichi saporiti e intensi un Texas di polvere sabbia e case, un Texas fatale, ventoso, dove niente e’ come sembra, fatto di basi militari, di colline che increspano l’orizzonte, di quartieri facoltosi, di casette omologate, di strade trafficate come la West Freeway, ma anche di posti sereni come il Trinity Park. Un luogo ormai ricucito a misura d’uomo ma, ciononostante, all’uomo ancora ostile. Un territorio, infine, che l’autore conosce bene in quanto luogo natio e di elezione. La vicenda comincia come il piu’ classico dei detective-story: una signora attraente della borghesia texana incarica il detective Cody di ritrovare Amanda, detta Mandy, la figliastra scomparsa. Un lavoro difficile, ostico, all’inizio quasi impossibile, che Cody riesce ad affrontare attraverso gli sbalzi degli imprevisti e i pestaggi all’ultimo sangue. Ma non solo. Ne leggerete delle belle.
Questo autore debitore a Chandler, autore di 200 romanzi, dei quali alcuni pubblicati con diversi pseudonimi, e’ cresciuto tra gli anni ’50 e ’60 con le pistole giocattolo e la qual cosa, come lui stesso ha dichiarato, forse non ha maturato del tutto il processo di crescita del suo “fanciullino” artistico, ma ha senz’altro amplificato la sua capacita’ narratrice: “…wasn’t enough to just run around the neighborhood pretending to shoot at each other. No, I had to make up characters and stories to go with the action and insist that we follow the plotlines I worked out. I was an insufferable little kid”.
Marilu’ Oliva

(recensioni Il vento del Texas)

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Un mattino da cani di Christopher Brookmyre- Euro 10
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stefanodonno blogspot com, 16.7.10
Parlabene e’ uno di quegli uomini, anzi uno di quei giornalisti che volta per volta sono buoni a spedirsi nelle pratiche del rapporto diretto e storto con la pericolosa avventura. Questa volta, il pazzo s’intrufola, anzi s’insacca, s’immette in una storia appena appena dopo essersene uscito da un’altra anche piu’ avvincente. Persino fatta di fuga dalla morte quasi certa. Jack Parlabene, nel sempre brillante “Un mattino da cani” dell’altrettanto brillante e ‘pronto’ scrittore di Glasgow Christopher Brookmyre, al risveglio d’una speditissima ubriacata, s’inceppa fuori dal chiavistello del nuovissimo e fresco appartamento poggiato a quello dove arrivera’ un po’ di polizia; quindi, giustamente, si mette nella capoccia d’usare la casa d’un altro, appena assassinato – ma ovviamente (all’inizio) il giornalista e’ inconsapevole della morte tutt’altro che accidentale – per tornare nelle sue spoglie stanze. Ponsonby, il fresco cadavere, guarda caso, era uno stimato medico d’Edimburgo, e Parlabene, inizialmente trasferito in mutande in commissariato, decide, giustamente e chiaramente, d’investigare senza remissione da principi. Fare il suo mestiere. Insomma, d’immettersi nella vicenda. A prova di giornalista d’assalto. Appunto. Piano, di scena in scena, il romanzo ci traghetta nelle sensazioni d’una nazione, proprio la Scozia, che come altre deve fare conti e sottoconti, nella travagliata questione delle Asl e della sanita’, pubblica e privata, con gli interessi, tanti, personali, e soprattutto con la storia politica di chi si trova, in quel momento la Tachter, a sbrigare le amicizie varie e, in contemporanea, la decisione di privatizzare tutto il privatizzabile che esisteva. Se in certi passaggi pare leggere la sceneggiatura d’una pellicola del divo Quentin, dai dialoghi, azzeccati proprio sempre, sembra di comprendere come Brookmyre invece superi decisamente alcune invenzioni di certo genere. Ogni personaggio, decisamente, e’ di quelli da ricordare – come si dice; e, ovvio, non solamente il giornalista protagonista della mai doma trama. Si pensi alla divisa lesbica, all’ex moglie medico ecc. L’ironia, e il sarcasmo, le pressioni dello scrittore danno fermenti ai quali il romanzo non puo’ di certo rinunciare. La scrittura di Brookmyre, attaccata alla trama allucinata e piu’ impressionate della cronaca dalla quale sicuramente prende piccole e significative mosse, e’ il fattore cristallizzato nelle vene dei personaggi, per esempio i poliziotti, si potrebbe ripetere, oltre che il sangue acerbo d’una letteratura impregnata della miracolosa, laica, pulsione vitale. In tutto cio’, la traduzione di Curtoni consente di tenere il meglio. La lettura infine spiega un dato: esistono autori viventi da cercare e ricercare.
Nunzio Festa

(recensioni Un mattino da cani)

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Anche i poeti uccidono – Victor Gischler – Euro 15,00
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www mangialibri com, 18.11.10
Universita’ di Eastern Oklahoma: Jay Morgan vive in apparenza giornate comuni. E’ professore di Letteratura inglese, costretto a impartire lezioni a studenti davvero poco dotati la cui massima capacita’ poetica consiste nell’intessere versi su piccoli roditori innamorati, e – dramma vero – sembra avere smarrito l’ispirazione e la creativita’. Sono anni che non riesce a comporre una lirica decente. Ma, niente paura, il destino sa come dare un tocco di delirio alla sua altrimenti piatta esistenza: dopo una copula selvaggia con una giovanissima studentessa di bell’aspetto, Annie, il risveglio di Jay e’ in perfetto stile necrofilo. Il cadavere della giovine – probabilmente assassinata – giace accanto a lui nel letto e Jay, assurdamente, sulle prime pare non rendersene conto. Inchiodato a questo delitto, Jay tentera’ – allo stesso tempo – di non far fallire un importante reading poetico che vede protagonista un ex spacciatore di colore, creatore di rime e versi rap. Il paradosso sta nel rendersi conto che questa e’ una delle poche chance che ha per non far miseramente fallire la sua carriera. Il campus universitario si rivelera’ presto essere un crogiuolo di follia pura: investigatori che indagano solo per fare soldi, droga in quantita’ ingente, un professore che si alcolizza nel sottotetto anziche’ viaggiare per lavoro e una banda di loschi figuri capitanata da un mega boss alla ricerca di qualcosa che deve assolutamente essere recuperato…
Ecco a voi Victor Gishler, maestro incontrastato dell’hard-boiled con Gabbia di scimmie (sempre edito da Meridiano Zero che del noir e’ editore di riferimento in Italia) e ora autore di un romanzo che non puo’ essere etichettato con precisione. Noir? Horror? Pulp? La versione romanzata di un film di Quentin Tarantino? Il fratello minore di James Crumley? Tutte queste cose insieme? Direi di si’. Ritmo incalzante, martellante, non c’e’ respiro per il lettore, il black humour e’ alle stelle, la sagacia anche, Landsdale – suo grande ammiratore – definisce la narrativa del collega imperniata su “storie devastanti, fredde come il ghiaccio secco, piene di intrighi e di divertimento allo stato puro”. E non stupisce scoprire che l’americano Gishler, gia’ autore di sei romanzi tradotti in varie lingue, e’ stato a sua volta docente di scrittura creativa ed e’ sceneggiatore Marvel per The Punisher, Wolverine e Deadpool. Paragonato al genio di Elmore Leonard, Gishler si posiziona una spanna sopra gli autori di genere. Non ce n’e’ per nessuno, il controllo stilistico e strutturale e’ completo e la critica alla realta’ spesso troppo indulgente del microcosmo poetico e’ un valido input per rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Sangue, violenza, vendetta, astuzia, sparatorie e toni da commedia teatrale: tutto questo in poco meno di trecento pagine. Bravo Luca Conti – che di Elmore e Crumley e’ esperto traduttore – per la resa linguistica.
Carlotta Vissani

(recensioni Anche i poeti uccidono)


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Bart