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4 Ottobre 2009

Laura LiberaleTANATOPARTY – Euro 10,00

Il tentacolare business del marketing ha raggiunto anche l’industria della morte. I piu’ moderni ritrovati del settore funerario fanno bella mostra di se’ all’inaugurazione di un’avanguardistica fiera, ostentati da provocanti hostess in latex nero.

L’apice dell’evento sara’ la scandalosa poetessa Lucilla Pezzi, che negli anni ha fatto del proprio corpo uno strumento dell’arte piu’ estrema, e l’ha destinato a diventare, dopo la morte, l’acme della sua carriera. Sotto luci martellanti e psichedeliche, si affolla, per l’ultima volta in attesa, il pubblico che l’ha seguita nelle sue performance di carne pulsante e poesia, quando calpestava nuda sul palco il nome borghese della sua famiglia, davanti agli occhi attoniti della sorella minore.
Laura Liberale si muove con eleganza tra obitori, necrofili e cadaveri, raccontando delle storie sotteranee che si intrecciano in una danza quasi orgiastica.
Fiabesca, lirica e crudele, questa nerissima rivisitazione dell’Alice di Carroll fa cadere il lettore in un buco freddo e magnetico, ammaliandolo con una prosa talmente intrisa di grottesca seduzione che in “Tanatoparty” la morte appare irriducibilmente bella.

(recensioni TANATOPARTY)

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LE NOVITA’

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Christian LehmannIL SEME DELLA COLPA – Euro 13,50

Il dottor Laurent Scheller credeva nel suo lavoro, aveva a cuore i suoi pazienti e amava profondamente sua moglie.
Una vita fa.
Ora e’ uno scrittore di best seller e un’acclamata star televisiva. La vita di tredici anni prima e’ un ricordo che il successo ha soffiato via.
Finche’ una notte, al telefono, una donna, la voce rotta dal pianto, chiede il suo aiuto. Il suo vecchio amico Thierry Salvaing e’ finito in prigione con l’accusa di aver ucciso una paziente. Ma il Thierry che ricorda lui e’ un puro, forse anche troppo ingenuo, che del mondo ha ritagliato solo lo spazio di un piccolo nido per se’ e la sua famiglia.
L’uomo che lo accusa e’ invece un arrogante barone della medicina, un intoccabile ipocrita le cui molestie sui pazienti e sui sottoposti sembrano essere al di sopra della legge.
Per un divo della tv sembra cosi’ facile commuovere il pubblico, lottare per Thierry, ribaltare l’esito scontato di un processo in un trionfo che vada contro ogni previsione e aspettativa possibili.
Ma la ricerca della verita’, il faccia a faccia con gli affetti a cui ha rinunciato, portera’ Laurent sotto i riflettori di un’intera nazione, dove la troppa luce non risparmia in nessuno i germi del male. E cio’ che emergera’ non fara’ piacere a molte persone, a cominciare da Laurent.
Christian Lehmann nasce a Parigi nel 1958. Diventa medico generico nel 1985. Da allora affianca la sua professione con quella di scrittore e giornalista. Oltre a essere autore di gialli e noir e’ un apprezzato scrittore per bambini. Da quando ha lanciato il Manifesto contro la riforma sanitaria francese e’ al centro di un’accesa polemica in Francia.

(recensioni IL SEME DELLA COLPA)

 

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Hugues PaganQUELLI CHE RESTANO – Euro 9,00 (tascabile)

La notizia di una prostituta brutalmente uccisa e’ di quelle che scorrono veloci nei notiziari: poche righe, delitto irrisolto, caso chiuso. Chess e’ un ex sbirro dell’Usine, con l’anima piena di cicatrici e gli occhi persi nel fondo di una bottiglia di rhum, ma la morte la fiuta meglio di chiunque altro. E quando Fortune, il magnaccia della prostituta massacrata, gli chiede di trovare l’assassino, accetta l’incarico sfoderando il vecchio istinto da cacciatore di taglie.
Comincia nel modo piu’ sporco un’indagine imbevuta di ombre e di un amore pieno di malinconia: quello per Dinah, una donna divisa tra il freddo marziale della polizia parigina e il bisogno di sentirsi importante per l’uomo che ama ancora. Sara’ lei a tenere Chess per mano, lavandogli le ferite inferte dalla ricerca disperata di un colpevole che sfugge come nebbia fra le mani. E mentre il male alligna fra i bistrot imbottiti di blues che sbiadiscono nelle tinte di grafite dell’alba, Chess rovista come un lupo notturno fra le pieghe di una citta’ popolata da angeli neri e criminali da due soldi per scoprire che la cancrena della violenza e’ arrivata a corrompere anche la Polizia.
Nel secondo episodio del ciclo inaugurato con Dead End Blues, Hugues Pagan ritrae una Parigi trasfigurata e vampiresca, teatro silenzioso di un’inquietante danza macabra che diventera’, un passo dopo l’altro, la discesa lungo la china di un inferno urbano.

(recensioni QUELLI CHE RESTANO)

 

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Laura LiberaleTANATOPARTY – Euro 10,00biogiannozzi splinder com, 16.9.09
Laura Liberale e “Tanatoparty” – intervista all’autrice sull’eutanasia e la morte in un romanzo
(recensioni TANATOPARTY)

 

1. In primis, chi e’ Laura Liberale?
Laura nasce il 15 maggio del 1969 a Torino.
Ho iniziato a scrivere alle elementari (come tutti, d’accordo, pero’ sto parlando di poesie… orride composizioni sullo spauracchio della terza guerra mondiale e sulla commovente abnegazione delle mamme).
A diciannove anni ho cominciato a suonare il basso. Poi mi sono iscritta a Filosofia (studente-lavoratore, mi si conceda orgogliosamente di precisare). Mi sono laureata in Religioni e Filosofie dell’India. Ho fatto un dottorato di ricerca in Studi Indologici. Ho continuato a scrivere poesie (un po’ piu’ belle delle prime), a cui si sono aggiunti saggi sull’India e racconti di vario genere. Ho insegnato, tradotto, mi sono trasferita a Padova per amore, ho fatto una figlia a cui ho dedicato una raccolta poetica. Ho conosciuto Marco Vicentini di Meridiano Zero.
Marco mi ha detto: “Perche’ non scrivi un romanzo?”. Io ero gia’ li’ li’ per farlo. E quindi…

2. “Tanatoparty” si apre con una citazione tratta da un famoso romanzo di Philip K. Dick, autore che oggi viene indicato come il guru della fantascienza, di quegli universi che cadono a pezzi. “Tanatoparty” quanto deve agli universi che cadono a pezzi, ai simulacri dickiani?
In realta’ non molto. Il famoso “moratorium” dickiano in cui i vivi possono dialogare con i morti “riattivati cerebralmente”, mi ha certamente suggestionata (“Lei era ancora con me. L’alternativa e’ il nulla”, Ubik). Ma il vero universo in rovina da cui e’ scaturito “Tanatoparty” e’ il mio, alla morte di mio padre nel 2004.

3. Nel tuo ultimo romanzo si parla della morte “nera e secca” che viene spettacolarizzata, che viene portata addirittura sul palco al pari d’un’opera d’arte. Gunther von Hagens porta in giro per il mondo una mostra fatta di morti: arte, spettacolarizzazione, o perversione?
Meglio precisare che “Tanatoparty” e’ il mio romanzo d’esordio.
A detta di von Hagens, innanzitutto “divulgazione scientifica”.
E questo bisogna concederglielo. “Non ho mai disumanizzato una plastinazione. Non ho mai usato una vescica come vaso”, dice il signore in questione. Finche’ e se i cadaveri esposti provengono da donazioni volontarie, e sottolineo volontarie, non vedo perche’ discutere del “magazzino umano” di von Hagens e non del florilegio di reperti anatomici presente negli scantinati di tanti vetusti Istituti di Medicina.
Cio’ su cui dovremmo piuttosto ragionare e’ il perche’ la sua mostra itinerante non sia ancora stata ospitata in Italia…

4. In un capitolo del tuo romanzo, c’e’ un piccolo accenno alla necrofilia. Non sono rari i casi di furti di cadaveri nei cimiteri, ne’ il fare sesso con dei morti. In una civilta’ come la nostra, dove la Morte e’ spettacolarizzata e passata a tutte le ore in tivu’ al pari di uno show, riusciremo ancora a essere vivi, od e’ ipotizzabile che un domani si diventi tutti degli inconsapevoli simulacri?
La morte oggi e’ un evento quotidiano, seppur mediatico, virtuale.
Ma la morte reale? E’ il grande tabu’. Non siamo piu’ in grado di occuparcene. Deleghiamo la cura dei morenti e dei corpi morti a degli “esperti”; i nostri rituali di morte, quelli superstiti, hanno perso di significativita’; mastichiamo morte tutti i giorni, ma e’ la morte anonima, incolore e inodore della fiction…
Tutto cio’ fa parte di quella che si chiama decadenza.
Pero’ no, “macchine senza memoria e senza desiderio”, come auspicato provocatoriamente da Stelarc, no, mai.
Certo che riusciremo ancora a essere vivi. E’ mio dovere e responsabilita’ di madre crederlo.
Quanto alla necrofilia, e’ cosa vecchia, letterariamente e umanamente parlando.

5. C’e’ gente che si eccita solamente di fronte a un corpo bell’e morto. Nella storia non sono mancati personaggi, anche famosi, che hanno condiviso la loro genialita’ con la necrofilia, ad esempio Beethoven. In tempi piu’ recenti, Ted Bundy uccideva per avere dei cadaveri a sua completa disposizione. Che ne pensi? La genialita’ e la perversione sono forse facce d’una stessa medaglia?
Beethoven e Ted Bundy?
L’accoppiata non mi piace molto (e Ted Bundy non e’ il vicino di casa feticista del piede, tanto per distinguere fra “perversione” e “perversione”).
La perversione appartiene a una singola biografia umana.
Il genio e’ cio’ che trascende l’individuale per consegnarsi all’universale.
O forse volevi parlare, meno impegnativamente, di “genio maledetto”?

6. In “Tanatoparty” c’e’ una provocazione, una delle tante, ma che io ho trovato piuttosto inquietante, piu’ delle altre: la fantomatica cellula del P.G.F. il cui compito e’ quello di dare addosso alle lobbies funerarie. Davvero una inumazione puo’ contribuire al depauperamento e alla distruzione delle risorse naturali di Gea?
Il mio Fronte per la Difesa di Madre Gea si ispira a reali fenomeni di ecoterrorismo (anche se relativi a contesti differenti).
Rappresenta l’altro polo (altro rispetto a Lucilla Pezzi) di una “strategia per l’immortalita’”, ovvero la sacrificabilita’ della mortalita’ del singolo individuo all’immortalita’ del gruppo, della Causa.
Mentre Lucilla, invece, incarna l’immortalita’ attinta dall’individuo singolo attraverso la creazione artistica, nella memoria collettiva.
I dati che riporto circa il depauperamento delle risorse naturali e le fonti d’inquinamento provengono da internet e non dovrebbero essere campati in aria ma, sottolineo, non posso certo assicurarne l’attendibilita’.
Quanto ai funerali ecosostenibili, ricordo che da piu’ di un decennio, in Gran Bretagna e altrove, sono nate associazioni pro esequie naturali, nel rispetto totale dell’ambiente.
Ecco, questo e’ qualcosa per cui tutti possiamo impegnarci, ahime’, nessuno escluso.

7. Come ti e’ venuta l’idea di scrivere un romanzo che parla della spettacolarizzazione mediatica della morte?
Prendendo atto della realta’.
“La morte in diretta” (film) – e siamo solo nel 1980 – l’eutanasia (trasmessa su Sky) di Craig Ewert, Jade Goody del Grande Fratello inglese…

8. Non te l’ho chiesto in prima battuta ma per una precisa ragione: chi sono gli autori che ti hanno maggiormente influenzata? Per quali motivi? E: quanto c’e’ di loro nel tuo “Tanatoparty”?
Partiamo dalle letture per me piu’ significative:
J. Mitford, “Il sistema di morte americano”; E. Kübler-Ross, “La morte e il morire”; F. Giovannini, “Necrocultura”; T. Macri’, “Il corpo postorganico”; E. Morin, “L’uomo e la morte”; Z. Bauman, “Il disagio della postmodernita’”; U. Galimberti, “Il corpo”; Tolstoj, “La morte di Ivan Il’ic”; A. E. Waugh, “Il caro estinto”; E. A. Poe…
La poesia, soprattutto, in primis per la fondazione di uno stile. Appartengo alla schiatta di autori che scrivono “per riduzione”, acrobati sull’abisso dell’indicibile (questa e’ un’irruzione della poetessa che e’ in me, chiedo scusa), irresistibilmente attratti, pero’, dall’esatto contrario, dai “saturatori” come Foster Wallace (e, se vogliamo parlare di Italia, Umberto Casadei).
Sono stata influenzata dall’arte: Nitsch, Stelarc, Marcel.lí Antunez Roca, Hirst, la Body Art…
Dalla figura della poetessa Anne Sexton.
Dal cinema (chi si ricorda dell’abominevole dr. Phibes, con Vincent Price?).
Dalle sacre reliquie.
Dall’attuale scena politica italiana.
Dalla musica (ho amato e amo il dark, il gothic, il punk).
Ho una sitografia di riferimento di tutto rispetto: centri di studi tanatologici, siti dell’imprenditoria funebre, di tanatoprassi, cimiteriali…
C’e’ tutto questo, piu’ l’infinita’ d’altro che mi ha portata a scrivere come e cio’ che scrivo.

9. Se dovessi dare al tuo romanzo una categoria letteraria, in quale lo seppelliresti? “Tanatoparty” sarebbe idealmente insieme ai noir, od insieme ai romanzi horror dark e gotici, o con i neoromantici di Isabella Santacroce?
Possiamo, se proprio si deve, definirlo un necrococktail “impegnato”. E se invece, come vorrei, non ci sentiamo costretti a definirlo, diremo che e’ uno squarcio sofferto, pensato, sincero del mondo interiore e delle idee di Laura Liberale.
10. Il tuo libro, per certi versi, e’ molto forte. Non e’ che tutti i giorni si parli di necrofilia… Nel maggio di un lontano 1961 Piero Manzoni portava sul mercato novanta barattoli di merda d’artista. Qualcuno disse che Manzoni cedeva una parte del suo Io corporale al pubblico.
La tua Lucilla Pezzi dona se’ stessa, o meglio il suo cadavere, all’arte e al pubblico. E’ la stessa cosa? In una chiave freudiana le feci rappresentano l’attaccamento alla morte ma anche la primissima esperienza sessuale.
No. Non e’ la stessa cosa, se non sul piano della provocazione.
Lucilla Pezzi chiede che la gente si fermi a guardare sotto la superficie, nel sottopelle.
In tempi in cui, per citare Bauman, “l’identita’ diviene una collezione di maschere indossate una dopo l’altra”, Lucilla Pezzi ribadisce la sua identita’, “fissa” se stessa una volta per tutte, riafferma la vocazione come destino (sempre, per dirla con Bauman, contro “le identita’ adottate come vesti e non come pelli”).
Lucilla Pezzi si “pietrifica” provocatoriamente in un eterno presente. Ma non e’ quello che gia’ facciamo oggi quando neghiamo il tempo come costruzione graduale di noi stessi, come biografia, per congelarci invece in un simulacro di giovinezza ottenuto grazie alla tecnica?
Lucilla Pezzi, da morta, e’ piu’ viva di tanti malati tenuti artificialmente in vita contro la loro stessa volonta’.
Lucilla Pezzi si propone, con macabra teatralita’, come “oggetto”, quindi non piu’ oggettivizzabile dagli altri (soprattutto dalla congrega medica).
Lucilla Pezzi ci ricorda che la morte non e’ quell’evento accidentale che la tecnica vorrebbe arrivare a controllare, ma la condizione di significativita’ della vita stessa.
Naturalmente Lucilla Pezzi agisce e parla da laica ma, almeno nelle mie intenzioni, ci apre al mistero del corpo (e della vita, certo), alla sua polisemia, al simbolico.
Chiaro, nel mio libro c’e’ “un’ossessione corporale”. Io vorrei pero’ chiamarla desiderio di riabilitazione del corpo, della sua enorme potenzialita’ quale messaggero contro l’attuale appiattimento culturale, contro la terrificante sfilza di corpi-artefatto, adulterati, inautentici che ci circondano.
Una sorta di resistenza estrema contro l’avanzata degli zombie, insomma.
A me piace citare gli altri, quando dicono cose intelligenti.
“Che gran parte di una nazione si identifichi nel corpo ormai poco atletico, chirurgicamente modificato, imbellettato di un signore 73enne, non puo’ che fornire un segno sinistro sullo smarrimento di tale nazione”, Marco Mancassola.
Se non e’ “necro” tutto questo, allora cosa?

11. C’e’ un messaggio sociopolitico nel tuo “Tanatoparty”?
Ho gia’ risposto, no?

12. Impresari di pompe funebri a parte, a chi altri consiglieresti di leggere il tuo romanzo? Per quali motivi?
Dunque: lo vorrei romanzo di nicchia letto da tutti. Si puo’ fare?
Per quali motivi? Per le ragioni per cui, da che mondo e’ mondo, si legge.

13. In ultimo: credi nella resurrezione del corpo o dello spirito, nella trasmigrazione delle anime? O piuttosto sei dell’opinione che per chi muore c’e’, se si e’ molto fortunati, un bel buco di due metri per due e basta?
Credo nella speranza e nella responsabilita’.
Una poetessa che amo molto ha scritto: “Non c’e’ vita che almeno per un attimo non sia immortale. La morte e’ sempre in ritardo di quell’attimo.”
Questo. E non il buco di due metri.

14. Grazie Laura, sei stata molto gentile. Spero di non averti lasciata sulle spine troppo a lungo, di non averti fatta soffrire piu’ del dovuto con le mie domande, cattive!
Grazie a te, Giuseppe. Di cuore (vivo e pulsante).
Ma erano cattive le domande?

a cura di Giuseppe Iannozzi

 

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Laura LiberaleTANATOPARTY – Euro 10,00cinemadadenuncia splinder com, 23.9.09
A poco meno di 65 anni, Lucilla Pezzi, ex esponente della neoavanguardia e artista dissacrante, sta morendo di cancro. Ma, estrema opera d’Arte Totale, ha deciso di fare della propria fine una performance. Luogo prescelto per l’evento: Tanatexpo, la fiera della morte.
Ossessioni. “Tanatoparty” e’ un libro di ossessioni. A partire da quella dichiarata dall’autrice Laura Liberale nella duplice dedica (iniziale e finale): la febbrile ricerca di un filo che colleghi le date di nascita e di morte del padre e le suggerisca un’immagine che ne condensi l’esistenza. E, sottesa a questa turbolenta esplorazione segnica, si indovina l’ossessione originaria di ogni sforzo espressivo: mettere ordine al caos.
Articolato in sette pannelli e incorniciato dalle gia’ menzionate dediche, “Tanatoparty” racconta con un’esposizione a punto di vista variabile l’estremo atto artistico della performer Lucilla Pezzi. Ma lo fa dotandosi di lunga rincorsa prospettica, seguendo nella prima parte gli invitati piu’ direttamente interessati dalla “necroperformance” e descrivendo nella seconda il contesto dell’esposizione e l’evento clou allestito dall’artista con la collaborazione tecnica della dottoressa Clotilde Rousselot. Se i capitoli riservati agli invitati gettano uno sguardo storico sulle loro vicende individuali e sui loro rapporti con Lucilla, quelli consacrati alla Tanatexpo inquadrano la fiera della morte nei suoi aspetti commerciali e spettacolari, celebrandone lo sfarzo grottesco.
Narrazione in terza persona ma angolo di visuale rigorosamente assicurato all’ottica dei vari personaggi (la sorella minore, l’amico di sempre, il cerimoniere funebre, la tanatoprattrice), “Tanatoparty” fa scaturire ogni situazione da un dato sensoriale collocato in un ambiente ben preciso (il bagno di un treno, sotto un letto, in un loculo vuoto), dando l’impressione che la scrittura sia una sorta di pelle tramutatasi in inchiostro. Avvolge lo stile “dermografico” di Laura Liberale, oggettiva su carta l’orrore della morte provato da chi la contrappone assolutamente alla vita. Il suo gesto non e’ troppo dissimile da quello di Lucilla Pezzi: obbligare allo sguardo, imporre il simbolo la’ dove non si vede che l’oggetto, contemplare la morte nel petto dell’esistenza.
Ma i motivi d’interesse di questo piccolo romanzo acuminato non si limitano alla sola affermazione della complementarita’ di vita e morte. Schivando gli eccessi del patetismo consolatorio e del cinismo cimiteriale, “Tanatoparty” brulica di spunti suggestivi: il passato come trauma da rimuovere o come rappresentazione da reiterare all’infinito, lo scorrere del tempo quale dimensione da abolire cosmeticamente o quale concreta possibilita’ di bellezza, il corpo come materia da aggiustare freddamente o come grido contro l’ideologia. E su tutto una cristallina limpidezza di immagini che, nel gioco di sponda con le citazioni da Il libro tibetano dei morti che uncinano ininterrottamente il testo, trova una cassa di risonanza atroce e celestiale al tempo stesso. Viatico musicale per la lettura: “Dark Entries” dei Bauhaus.
Alessandro Baratti

(recensioni TANATOPARTY)

 

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Laura LiberaleTANATOPARTY – Euro 10,00il mattino di Padova, la tribuna di Treviso, la nuova di Venezia e Mestre, 24.9.09
(recensioni TANATOPARTY)

 

“Tanatoparty” il tema della morte affrontato di petto
Ci sono molte cose nel libro di esordio di Laura Liberale, eppure e’ un libro di poche pagine. Anche lei, nella vita, fa tante cose insieme. Suona il basso in un gruppo rock composto tutto da scrittori, pubblica saggi sulla letteratura e la cultura indiana, ha tradotto per editori come Guanda e Rizzoli, e’ autrice di poesie. E’ nata a Torino ma vive e lavora a Padova e padovano, Meridiano zero, e’ anche l’editore con cui pubblica “Tanatoparty”.
Ci sono tante cose in questo libro, alcune molto personali, altre frutto di studio, altre ancora nate dalla scoperta di cose abbastanza inquietanti. “Una delle cose che mi ha spinto a scrivere – dice Laura Liberale – e’ stata la morte di mio padre. Ho cercato con la scrittura di superare il mio dolore”. E l’ha fatto affrontando di petto il tema della morte, come suggerisce il titolo del libro. “In India – dice la scrittrice – i ragazzini giocano tra le tombe senza imbarazzo, la morte e’ un evento presente. Da noi la morte e’ tenuta nascosta, c’e’ un rifiuto che porta alla negazione. Anche su questo ho voluto scrivere un libro”.
Ma non solo. Il libro e’ in gran parte ambientato in una Tanatoexpo, una fiera dedicata ai prodotti funebri. “Una fiera del genere – dice Laura Liberale – esiste sul serio anche in Italia. E ne esistono molte in giro per il mondo. Si sta imponendo il modello americano, una vera e propria industria del caro estinto su cui mi sono largamente documentata. Ho aggiunto qualcosa in piu’, come le ragazze che ballano, ma il punto di partenza e’ reale”. Come reale e’, sempre in partenza, l’esistenza di gruppi che protestano perche’ vogliono sepolture ecosostenibili. “Il materiale che cito – dice Laura Liberale – e’ reale, anche se io poi ho voluto immaginare una evoluzione piu’ drammatica”. L’abilita’ di Laura Liberale e’ quella di collegare tra loro tutta una serie di fili, fino a costruire una storia che, pur paradossale, e’ un riflesso riconoscibile del modo in cui il declino del corpo e il fine vita viene affrontato nel mondo occidentale. Sulla scena si susseguono personaggi molto diversi. C’e’ Clotilde, che sin da bambina pratica con la morte e diventa tanatoprattore, intervenendo sui corpi dei morti per conservarli nei migliori dei modi. C’e’ Mina che viaggia in treno per rivedere la sorella sempre invidiata e che ora e’ morta; c’e’ la poetessa Lucilla, che trasforma anche la sua morte in un’estrema performance. “In un mondo in cui tutti improvvisano, indossando con facilita’ una maschera o l’altra – dice Laura Liberale – Lucilla rivendica anche dopo la morte la dimensione del suo corpo, testimonia col suo corpo, col suo cuore la sua autenticita’”. Come in un puzzle, i tanti libri contenuti in questo libro alla fine si compongono, tenuti insieme da una scrittura essenziale. “Il libro e’ breve – dice la scrittrice – ma a scriverlo ci ho messo molto, perche’ non sono un’affabulatrice, vengo dalla poesia e quel che conta per me e’ la singola parola, il suo significato ma anche il suo suono”.
Niccolo’ Menniti Ippolito

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Christian LehmannIL SEME DELLA COLPA – Euro 13,50nonsolonoir blogspot com, 24.9.09
Laurent Scheller e’ stato un buon medico, un professionista preciso, attento, metodico, fino al giorno in cui la fortuita partecipazione ad un talk show televisivo (in sostituzione di un superiore troppo impegnato, o solo deciso a evitare una probabile figuraccia) gli ha aperto le porte verso un’attivita’ allettante e ben remunerata: quella di presentatore di un programma di divulgazione medica. Vittima del successo e della propria vanita’, intrappolato nel ruolo (decisamente ipocrita) di alfiere mediatico della medicina dal volto umano, e troppo impegnato a guardare il proprio matrimonio andare in pezzi, Scheller ha dimenticato gli amici di un tempo e il passato da “interno” nel piccolo ospedale di Villers, nelle Yvelines; poi, un’improvvisa, accorata, telefonata di Be’atrice Ferey, ex compagna di corso oggetto d’un amore mai confessato e moglie del vecchio amico Thierry Salvaing, lo riporta bruscamente al passato. Ricomposti i pezzi della confusa richiesta d’aiuto di Be’atrice, Scheller si rende conto che Salvaing e’ stato accusato di eutanasia, e forse lui e’ l’unico che possa salvarlo da un’ingiusta condanna.
Colto di sorpresa e nel bel mezzo di una profonda crisi esistenziale -alla totale mancanza di affetti seguita al divorzio si sono uniti i problemi lavorativi, il programma “Alla salute” e’ stato cancellato in seguito ad un crollo degli ascolti, e Scheller aspetta da mesi di poter esporre ai dirigenti della rete il suo nuovo progetto -, l’ex medico (e, almeno momentaneamente, ex presentatore), accetta di tornare a Villiers per aiutare l’amico in difficolta’; all’arrivo sul posto si trova pero’ faccia a faccia con i fantasmi del suo passato e, tentato il tutto e per tutto per espiare le vecchie colpe, si rende conto che non c’e’ rimedio per gli errori commessi, e non esiste nessuna redenzione…
Romanzo affilatissimo, rapido, persino incalzante a dispetto dell’assoluta mancanza di scene d’azione(1), Il seme della colpa, del francese Christian Lehmann, vive nella terra di confine che separa, in un campo difficile come quello medico, la “semplice” deontologia dall’etica generale. Prendendo l’avvio da un tema di scottante attualita’, come quello dell’eutanasia (e senza trascurare una giusta critica allo strapotere delle multinazionali farmaceutiche), Lehmann scava nell’animo dei suoi protagonisti portando alla luce, attraverso passaggi successivi, una serie di dinamiche psicologiche sempre piu’ profonde, che vanno dalla semplice invidia ai tentativi di risoluzione razionale dei complessi di colpa, e ancora piu’ in fondo, per arrestarsi solo di fronte allo sconsolante e sorprendente (per i lettori tanto quanto per il protagonista…) finale.
Tradotto da un vero intenditore (anche se lui preferisce l’etichetta di “appassionato”) del genere come Giovanni Zucca, gia’ traduttore di Maxime Chattam, Romain Sardou, Jean-Luc Hennig ecc., collaboratore di importanti riviste del settore (www.thrillermagazine.it, www.europolar.eu…) e curatore dell’edizione italiana del “Dizionario delle letterature poliziesche” di Claude Mesplede, Il seme della colpa, uscito in Francia nel 2002, ma proposto solo oggi ai lettori italiani, e’ certamente uno dei noir dell’anno.
Il romanzo “Il seme della colpa”, di Christian Lehmann, e’ edito in Italia da Meridiano Zero.

(recensioni IL SEME DELLA COLPA)

 

(1) Non sono certo i cliche’s dei racconti hard-boiled o delle crime stories che da noi vanno sotto la generica etichetta di “romanzi noir”, a fondare l’appartenenza al genere di un’opera come Il seme della colpa; se il romanzo di Lehmann e’ un noir – e lo e’, e nel senso piu’ stretto del termine -, e’ per la coerenza con un certo sistema di valori, perche’ il noir – e i lavori inscrivibili in quel filone esistenzialista rivelato al mondo da Derek Raymond hanno contribuito non poco alla (ri)scoperta di questa verita’ -, e’ un’etica ancor prima che un’estetica, una visione quasi organica del mondo che, trasfigurata nella forma del romanzo, produce un inesplicabile senso di incompiutezza, un sentore di male metafisico, un’atmosfera profondamente malinconica dettata da una ritrovata coscienza dell’ineluttabilita’ del destino e della forza soverchiante del caso; insomma, una verita’ neo-tragica alla quale i protagonisti (e gli autori) reagiscono, o tentano di reagire, in maniera inutilmente spavalda (Philip Marlowe, ma anche i crumleyani Milodragovtich, C.W. Sughrue e persino Hap & Leonard…), fatalista (i protagonisti della Trilogia Nera di Malet, i personaggi di He’le’na, l’anonimo sergente della “Factory” di Raymond, il Jack Taylor di Ken Bruen, Toni Romano di Juan Madrid ecc.) o risolutamente ironica (Nestor Burma, Hector Belascoara’n ecc.) senza peraltro incidere in nessun modo sull’inevitabile, doloroso corso naturale degli eventi.
Fabrizio Fulio-Bragoni

 

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Christian LehmannIL SEME DELLA COLPA – Euro 13,50www lankelot eu, 12.9.09
Eutanasia, complesso di colpa di chi ha avuto successo, turbolento rapporto con le proprie origini sono gli assi portanti di questo romanzo del medico e scrittore francese Christian Lehmann, “Il seme della colpa”, pubblicato da Meridiano zero nell’autunno 2009, a sette anni di distanza dalla prima edizione francese (“Une question de confiance”, 2002: letteralmente, “Una questione di fede”). E’ uno strano ibrido tra un giallo – ma come giallo e’ abbastanza blando, la trama non e’ imprevedibile; gioca tutto sull’introspezione del protagonista, e giustamente – e un romanzo esistenzialista.
Laurent, medico, e’ diventato uno scrittore di successo e una star della televisione francese. Il suo vecchio amico e collega Thierry e’ rimasto uno dei pochi medici di famiglia della cittadina di Villers. Adesso e’ sotto inchiesta: eutanasia. Si sta sollevando un polverone. E cosi’ Laurent torna a Villers, la sua madrepatria, per dargli manforte. E per ritrovare qualcosa di se’ stesso, probabilmente. Per prima cosa, lo sostituisce in studio: dopo tredici anni, ricomincia a fare il medico generico, ritrovandosi surclassato da tutta una serie di innovazioni amministrative e burocratiche che lo spiazzano e lo disorientano. Man mano, si sente felice: ha voglia di celebrare il ritorno del figliol prodigo, del medico che un tempo era stato (p. 28) e che s’accorge d’essere rimasto. E ritrova il ragazzo che sognava l’amore, e che invece non ha avuto altro che storielle, ed e’ stato contento di quella stupida leggerezza: bruciando, strada facendo, un matrimonio. Senza troppi pentimenti.
Era uno che s’illudeva che tutti i vecchi amici sarebbero rimasti sempre al loro posto, “che avrebbero continuato all’infinito ad andare su e giu’ per le statali e per i corridoi della rianimazione” come aveva atto anche lui, tanto tempo prima. Ma era uno che i vecchi amici li aveva traditi. Comportarsi bene con Thierry significava riscattarsi, in un certo senso. Non solo ritornare sui propri passi. Nel frattempo, Laurent “indaga”, diciamo cosi’. Cos’e’ successo a Thierry? Un altro dottore lo ha accusato di aver fatto qualcosa di “sbagliato”. Laurent e’ convinto che non sia vero niente. E in ogni caso, vuole difendere l’amico. L’eutanasia e’ spesso un atto di umanita’: non c’e’ niente di amorale o di ingiusto, e’ soltanto che le leggi europee non sono ancora state adeguatamente aggiornate, punto. Lasciar morire chi non ha piu’ nessuna speranza di guarire, e se ne va agonizzando giorno per giorno, senza piu’ riuscire a camminare, a mangiare, a dialogare, e’ una questione di civilta’ e di amore. Chi c’e’ passato non ha dubbi. Lasciateci morire in pace, quando e’ il momento.
Laurent non ha mai amato il primario dell’ospedale, Grenier; si ricorda bene che aveva la coscienza sporca per tre o quattro strani decessi. Si sbriga subito a ricordarglieli, al primo incontro: giusto per stabilire le distanze e per avvertire che Thierry non va toccato. Nel frattempo, bada allo stato d’animo della moglie del suo amico e dei suoi figli, come puo’, e valuta una nuova opportunita’ di lavoro per tornare in televisione. Lo scandalo che sta ferendo Thierry potrebbe, paradossalmente, restituire linfa alla sua carriera. Il destino e’ una questione di prepotenza, certe volte.
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La morte dolce protagonista del romanzo e’ una questione – Welby insegna – di civilta’, ribadisco, e di sensibilita’. Rivendicarla come un diritto per ognuno di noi e’ sacrosanto, giusto e normale. “Normale” e’ l’aggettivo piu’ corretto. Se l’intento di Lehmann era ricordarci tutto questo, mi sembra che l’artista sia riuscito nell’impresa. E’ un romanzo sulla pieta’ che possiamo e dobbiamo avere per chi ci abbandona, per chi indietro non puo’ tornare: sperando di riuscire ad averla anche per noi stessi, un giorno, o che qualcuno sappia averla per noi. Quando la vita non e’ piu’ vita ha senso assecondare la natura, e spegnere le macchine. Il lutto e’ un fatto privato e non comunicabile.
Un medico che decide di accompagnare nell’aldila’ una sua paziente ormai incurabile, agonizzante e muta, spezzando per sempre le sue sofferenze, e’ un uomo buono, e non un boia. Non siete d’accordo? Io sono con quel medico.
Gianfranco Franchi

(recensioni IL SEME DELLA COLPA) 

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Hugues PaganQUELLI CHE RESTANO – Euro 9,00 (tascabile)cinemadadenuncia splinder com, 13.9.09
Parigi, marzo 1992. Sono passati due anni da quando Chess e’ stato silurato dai pezzi grossi dell’Officina (la polizia in gergo interno). Piu’ vicino ai cinquanta che ai quaranta, l’ex ispettore della Divisione Dodici vivacchia in un piccolo ufficio sfiorato dai treni e perennemente impregnato della musica che esce da uno stereo anni Sessanta. In piena notte, senza preavviso, si presenta Fortune, un macro’ antillese insolitamente elegante che gli lancia una busta e sibila il nome di Velma, una sua protetta massacrata impunemente da assassini non piu’ ricercati dalla polizia. Per il recalcitrante Chess e’ l’inizio di un’indagine che lo mettera’ di fronte ad ex colleghi marci fino al midollo e a vecchie conoscenze del milieu criminale; un “voyage au bout de la nuit” guidato dalla disillusione e illuminato dall’amore troppo grande di una donna troppo vulnerabile: Dinah.
Chess: scacco personale e musica scolpiti nel nome (la Chess Records e’ stata la massima etichetta discografica di Chicago negli anni ’50-’60 e, vedi caso, il soprannome affibbiato all’ex ispettore era proprio “Chicago”). Lo “sbaraccamento morale” e il jazz sono difatti tra i motivi portanti di Quelli che restano, secondo titolo di una trilogia poliziesca iniziata da Hugues Pagan con “Dead End Blues” e conclusa con “La notte che ho lasciato Alex”. Il sax di Lester Young e la voce di Billie Holiday innervano sonoramente l’intera vicenda, in un sapiente riflesso musicale che intensifica e trasfigura la relazione tra lo sfuggente Chess e la fragile Dinah: una storia d’amore corteggiata dalla morte.
Cosi’ come braccata dalla morte e’ l’indagine dell’ex flic, scavato interiormente da un cancro in espansione e coinvolto in una caccia a tre assassini che la polizia ha smesso di cercare precocemente. Troppo. I riferimenti cinematografici e letterari non si contano: nel protagonista di “Quelli che restano” non c’e’ solo il disincanto del Bogart de Il mistero del falco con spruzzi di “Acque del Sud”, ma anche la sarcastica amarezza del Bardamu ce’liniano con acuti faulkneriani e shakespeariani in sordina. Tutte suggestioni messe prodigiosamente al servizio di un personaggio dalla profondita’ inusitata, coscienza centrale di un noir esistenziale se mai ve n’e’ stato uno.
Scorza ruvida e insanguinata da hard boiled, bevute al bancone e duelli di sapore western, terrificanti squarci da diario intimo, sensualita’ a fior di pelle da melo incandescente: frammenti sparsi ricomposti da Pagan in un polar che ingoia come una voragine il marciume dilagante e lo rigurgita sotto forma di scrittura nerissimamente morale. Nella narrazione in prima persona stagna di Chess non c’e’ piu’ interesse per la citta’ dei vivi (Parigi trapela appena, soffocata da uno sguardo chiuso in se stesso), non c’e’ piu’ disponibilita’ a calarsi nei panni degli altri (il “se fossi stato in lui” e’ rimpiazzato dal “non mi riguarda”), non c’e’ piu’ sensibilita’ per indovinare le nostalgie e i tormenti altrui, neppure quelli della persona amata. Nichilismo in dosi da cavallo.
E nel suo indichiarato anelare a un ideale di giustizia cosi’ estremo da tendere all’autodistruzione, in “Quelli che restano” sopravvive soltanto l’intima, angosciosa convinzione che non e’ la morte a infierire sugli uomini, ma e’ la vita a torturarci con accanita, inesausta avidita’: “Non e’ la morte che ci ripulisce le tasche, e’ la vita la grande borseggiatrice. La morte interviene solo per il conto finale, e dubito le rimanga molto da arraffare” (p.93). Eppure, splendido colpo di reni, tutto cio’ non si traduce in resa incondizionata o peggio in rassegnata autocommiserazione, ma in una ritirata strategica nell’ultimo e ben riparato baluardo della verita’: la scrittura. Secondo la leggenda, Lester Young, giunto al termine della sua esistenza, ormai parlava solo con i morti…
Alessandro Baratti

(recensioni QUELLI CHE RESTANO)

 

 

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Ennio KitterlegnoskyCHRISTMAS PULP – Euro 12,00www sugarpulp it, 29.7.09
Ennio Kitterlegnosky e’ il drugo della letteratura italiana. I suoi racconti sono biomasse dai contorni sanguinanti e irridenti. In “Christmas Pulp”, il giovane autore romano, elvetico d’adozione – che debutta in questi giorni per la scuderia di Meridiano Zero – mescola una dozzina di brevi polaroid narrative in acido fondendo ambientazioni tex mex con la provincia italiana piu’ selvatica, quella delle colline umbre e delle processioni religiose da profondo sud.
Insomma, materiale altamente infiammabile che ben si colloca fra le letture di queste lande, posto che e’ anche al racconto che qui a Sugarpulp guardiamo, genere in parte svilito dall’editoria italiana ma che andrebbe ricoltivato con attenzione e cura.
Un autore, Kitterlegnosky, che e’ davvero perfetto per i nostri lettori, per il feeling che gronda sorrisi e frattaglie dalle pagine, per quella cifra impastata di cinismo e accenti sadici nei confronti di personaggi che sembrano comparse di un film dei fratelli Cohen.
Prendete allora il Babbo Natale alcoolizzato ed erotomane di “Libera uscita per Babbo Natale” o la banda di nani peruviani di “Nibelunghi” o magari la corsa dei carretti in “La discesa di Corso San Zenone” e troverete alcune delle invenzioni narrative piu’ sgangherate e efficaci degli ultimi mesi.
Una verve, una comicita’ naturale, un gusto per lo sberleffo che rendono questa raccolta di racconti un cocktail davvero riuscito.
E poi una scrittura rapida, senza fronzoli, divertita e in grado di regalare mescalina al lettore, perche’ “Christmas pulp” ha come unica vera protagonista la perdita dell’innocenza. Una raccolta di personaggi divertenti e grotteschi, surreali e dissacranti. Sospeso nella piu’ pura assenza di sensi di colpa, Kitterlegnosky sventaglia mitragliate di comicita’ guascona e irresistibile. Il suo stile abrasivo brucia come un bicchiere di tequila liscia buttata giu’ d’un fiato.
Da provare.
Matteo Strukul
(recensioni CHRISTMAS PULP)

 

 

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Chester HimesCORRI, UOMO, CORRI! – Euro 14,00Venerdi’, 24.7.09
“Soffriamo di un eccesso d’arte,” ha scritto Henry Miller in “The Wisdom of the Heart”. “Ne siamo schiacciati. E questo significa che, invece di una visione delle cose personale e creativa, ci ritroviamo in possesso di una banale visione estetica.”
Chester Himes, invece, di visione estetica non aveva traccia. Per usare la definizione del giornalista che scrisse nel 1970 un suo ritratto per Life, era un “veterano incallito”, un professionista dallo sguardo penetrante e affilato come una lama. Tutta la sua opera e’ impregnata di questa impronta indiscutibilmente personale, tanto che i romanzi del ciclo di Harlem sono sui generis, quasi una forma letteraria a se’ stante.
“Le mie storie vengono fuori dai recessi piu’ nascosti della mente del nero americano,” ha detto Himes. La sua Harlem e’ pura proiezione mentale, un concentrato di sensazioni, intelletto e istinto: il cuore nero dell’America, in tutti i sensi. Himes si e’ spostato dalla scoperta alla creazione, dalla rappresentazione alla poesia epica.
Chester Himes era nato il 29 luglio 1909 a Jefferson City, nel Missouri, crescendo poi a Cleveland, nell’Ohio. I genitori appartenevano alla classe media; la madre era una donna dalla volonta’ d’acciaio, il padre un professore universitario che si era smarrito nel corso degli anni, fino a ridursi a sbarcare il lunario come carpentiere. Himes frequento’ la Ohio State University, ma fu costretto ad abbandonare gli studi dopo una rissa in un locale notturno. Poi trovo’ impiego come garzone in un albergo di Cleveland, calandosi in una vita da truffatore, tra alcol e gioco d’azzardo. Dopo due condanne per furto ed emissione di assegni a vuoto, sospese entrambe, nel 1929 venne condannato a una pena dai venti ai venticinque anni di lavori forzati nel penitenziario statale dell’Ohio per rapina a mano armata. Ne sconto’ sette e cinque mesi prima di ottenere la liberta’ condizionata.
Fu in prigione che Himes inizio’ a scrivere. I suoi primi racconti furono pubblicati quasi subito sui giornali della comunita’ nera. Nel 1934, un racconto, firmato non col suo vero nome ma col numero di matricola da galeotto, apparve su Esquire, che ne acquisto’ altri due prima che Himes uscisse dal carcere nel 1936, e ne pubblico’ altri sei negli anni seguenti.
Gli anni successivi al rilascio furono molto duri. Pur con l’appoggio del premio Pulitzer Louis Bromfield, Himes ebbe difficolta’ a trovare un editore per il suo romanzo “Black Sheep”. Fini’ per unirsi alla marea di afro-americani costretti a migrare verso Los Angeles per trovare impiego nella nascente industria bellica; e fu proprio il suo lavoro nei cantieri navali della citta’ a fornirgli l’ambientazione (e non poco astio e rancore) per il suo primo romanzo a raggiungere la pubblicazione, “E se grida, lascialo andare” (1945).
Il romanzo successivo, “Lonely Crusade” (1947), ebbe riscontri talmente scoraggianti da precipitare Himes in un nuovo abisso di amarezza e rancore, facendogli smarrire la fiducia in se stesso. Trovo’ impiego come custode, poi come portinaio e fattorino d’albergo. Nel 1948 pronuncio’ un appassionato discorso all’universita’ di Chicago sul tema “Il dilemma dello scrittore nero”. I cinque anni seguenti lo videro per lo piu’ incapace di scrivere, e nel 1952, dopo la pubblicazione del romanzo “Cast the First Stone” (scritto sedici anni prima col titolo “Black Sheep”) e la sua generale, pessima accoglienza, Himes parti’ per l’Europa.
I suoi romanzi polizieschi nacquero quasi per caso, durante un lungo soggiorno a Parigi. Nel consegnare il manoscritto di “Pinktoes” all’editore Gallimard, Himes, sempre attanagliato da un profondo bisogno di soldi, si era imbattuto in Marcel Duhamel, curatore della Se’rie Noire nonche’ traduttore di “E se grida, lascialo andare”. Duhamel gli chiese di scrivere un poliziesco per la collana da lui diretta e, alle perplessita’ dello scrittore, rispose:
“Trovati un’idea. Poi attacca con l’azione: qualcuno che fa qualcosa, che so, un uomo allunga una mano e apre una porta, la luce gli batte negli occhi, l’uomo si volta, guarda su e giu’ nel corridoio… Azione, sempre azione, in dettaglio. Immagini. Come al cinema. Scene sempre visibili. Niente flussi di coscienza. Non ce ne frega niente di chi pensa cosa, vogliamo soltanto le loro azioni. Sempre azione. Sbattitene, se la cosa non ha senso. Questo si vedra’ alla fine. Dammi 220 pagine dattiloscritte”.
Un po’ alla volta, basandosi sull’impianto di una vecchia truffa all’americana di cui conosceva anche i dettagli, Himes si accorse che il libro iniziava a prendere forma, quasi scrivendosi da solo, in una sorta di improvvisazione. Torno’ da Duhamel, con ottanta pagine, a chiedere qualche altro consiglio e un po’ di quattrini. Li ottenne entrambi. Duhamel si mostro’ entusiasta di quanto Himes aveva prodotto. “Butta giu’ un altro centinaio di pagine, magari centoventi,” gli disse, “e ci siamo… Non lasciar cadere la suspense. E non far parlare troppo i tuoi personaggi. Manda avanti la narrazione a forza di dialogo, come faceva Hammett. Sono i personaggi che fanno le descrizioni. Tu, stanne fuori.” Ma non era a Hammett o a Chandler che Himes intendeva guardare, quanto piuttosto a Faulkner. Inizio’ a leggere e rileggere Santuario, in quello che divenne una specie di rituale preparatorio per tutti i suoi successivi polizieschi. Il primo romanzo del ciclo fu pubblicato nel 1957 con il titolo di “La reine des pommes”, e sulla copertina vantava gli elogi di Jean Cocteau, Jean Giono e Jean Cau. L’anno seguente, il libro vinse il Grand Prix de la Literature Policiere.
I romanzi di Himes sono straordinari: non esiste niente di simile, in tutta la letteratura americana, e l’autore merita a buon diritto lo stesso tipo di approvazione conseguito da un altro grande anticonformista come Raymond Chandler. Ma per Chester Himes l’America non ha mai trovato spazio, e i suoi libri sono andati quasi perduti.
Oggi, a cent’anni dalla sua nascita, Himes rimane un fantastico osservatore e un prodigioso inventore, che agisce per istinto e sensazioni, puntando dritto alla sua visione del mondo, che non puo’ essere ridotta alla mera espressione di una o piu’ idee. Non esiste un altro scrittore americano che abbia saputo creare una tale quantita’ di scene memorabili, aspre e durevoli come un’impronta nel cemento, e con una stupefacente economia di dialogo e linguaggio.
Fra i suoi libri e’ da ricordare “Corri, uomo, corri!” (Parigi, 1959; Stati Uniti, 1966) che e’ l’unico poliziesco di Himes senza personaggi fissi, e spazia dal romanzo naturalista alla cruda intensita’ del ciclo di Harlem. Il guardiano notturno Jimmy Johnson, un giovanotto di colore che ha assistito all’insensato e brutale omicidio di due suoi colleghi, si ritrova braccato dall’assassino, un poliziotto newyorkese di nome Matt Walker, autentico psicopatico con un odio furibondo per i neri. Himes racconta di aver lavorato sodo sull’attendibilita’ e la precisione di questo libro, tanto da caratterizzare Walker con i propri blackout di alcolizzato, per conferirgli un maggior realismo. Ma, come a ragione ci indica un critico come Stephen Milliken, la vera minaccia che incombe su Jimmy Johnson non e’ tanto il singolo psicopatico che occupa una qualunque posizione di potere, quanto “l’esplosione psicotica del razzismo a livello nazionale”.
Perche’, per quanto tetri possano essere, per quanto malmenati dalle torture loro inflitte dalla storia, i libri di Himes intendono celebrare la lotta di un singolo uomo per risalire la corrente in mezzo a tremende avversita’: contro la sua stessa vita, la sua stessa epoca, il suo stesso carattere, contro i naturali limiti delle stesse forme espressive da lui prescelte. E tutto questo per riuscire a dare un unico, nitido sguardo all’eterno volto della verita’, per metterlo in salvo da quella che Baudelaire chiamava “la pazzia della vita quotidiana”.
James Sallis
(recensioni CORRI, UOMO, CORRI!)


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1 commento

  1. Pingback di Bartolomeo Di Monaco » LIBRI IN USCITA: Meridianozero — 4 Ottobre 2009 @ 17:10

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart